di Marco Matteini
Parto dalla conclusione: Mercurio Loi mi è piaciuto moltissimo e merita la lettura.
Recuperatelo.
Ora, se volete capire perché questo fumetto mi abbia colpito così tanto, potete proseguire con la recensione. Se non volete perdere altro tempo, invece, chiudete tutto e recuperate Roma dei Pazzi, il volume di cui vi voglio parlare oggi. Che poi sarebbe anche il primo.
Nato nel 2015 sulle pagine del mensile Le Storie dall’abile penna di Alessandro Bilotta, Mercurio Loi trova una sua forma definitiva solo nel 2017, con l’uscita del primo numero, Roma dei pazzi. Accanto ai testi dello sceneggiatore romano, troviamo qui i disegni di Matteo Mosca, i colori di Francesca Piscitelli e la copertina di Manuele Fior. Mercurio Loi rappresenta una creatura atipica, all’interno della storica scuderia Bonelli, quasi strana. Il che non è un male, vista la qualità dell’opera.
Sì, perché -ve lo ridico- Roma dei pazzi mi è piaciuto.
Mi è piaciuto davvero molto.
L’opera è solida in praticamente ogni suo aspetto, ma ce ne sono due in particolare, di cui voglio parlarvi. Il primo è lo storytelling: pur non essendo un vero e proprio “numero zero”, Roma dei pazzi è un pilot eccellente e ci racconta perfettamente gli intricati rapporti che legano i vari personaggi, soprattutto quello tra Mercurio Loi e la sua nemesi Tarcisio Spada. Il loro rapporto va ben oltre quello che lega due nemici giurati dei fumetti, ma è un confronto continuo tra due personaggi che hanno molto in comune e rappresentano due poli opposti. Il confronto più immediato, visto il genere della storia raccontata, è quello tra Sherlock Holmes e James Moriarty, soprattutto nella loro iterazione moffatiana, in cui sono portati a schermo in maniera a dir poco egregia da Benedict Cumberbatch e Andrew Scott.
Per numerosi aspetti, Mercurio Loi rappresenta un seguito spirituale della serie TV della BBC, che -nemmeno a farlo apposta- vede la sua conclusione proprio nel 2017, pochi mesi prima dell’uscita di Roma dei pazzi. Ma non c’è solo Sherlock: il modo in cui ci vengono raccontati il già citato rapporto tra Mercurio e Tarcisio riporta alla mente quello tra il Dottore e il Maestro, così come quello tra lo stesso Mercurio e Ottone, il suo fidato assistente, ci ricorda quello che intercorre tra il vagabondo di Gallifrey e i suoi numerosi companion.
Con questo non sto dicendo che Mercurio Loi sia un plagio di qualche genere, anzi. Bilotta ha preso il meglio da un certo tipo di narrazione e l’ha fatto suo, donando alla propria creatura una caratteristica che poche altre opere Bonelli hanno: la capacità di farsi leggere tutto d’un fiato. Attorno ad altri titoli della casa editrice milanese aleggia lo stigma che li cataloga come opere da leggere in più riprese: il Dylan Dog “da bagno” o il Tex “da riposo”. Storie magari eccellenti, ma pensate per essere fruite in tempi anche molto dilatati. Ecco, quello che fa Mercurio Loi, in questo senso, è quasi una rivoluzione copernicana. Ammetto di non essere un assiduo lettore Bonelli, ma devo ammettere che non mi era mai capitato di leggere un Tex, un Dylan Dog o un Nathan Never con la stessa voracità con cui ho letto Mercurio Loi.
Il secondo elemento su cui voglio porre l’attenzione è Roma. Come la New York del mitico Ghostbusters del 1984, la Città Eterna del 1826 messa in scena da Bilotta & Co. è viva, respira e ha un ruolo di primissimo piano. È il campo su cui Mercurio e Tarcisio giocano la loro spietata partita, ma è anche la terza grande protagonista della storia. La visione degli autori è quasi intimista e mette la città a nudo, sia nei suoi panorami più famosi che nei suoi vicoli più misteriosi; Roma diventa una comprimaria costante e lo scorcio che ne viene fuori è quasi neorealista. Volendo dirla in maniera molto volgare e poco poetica, mi ha restituito la stessa sensazione che provo sbirciando in un vicolo che non conosco o un cortile che non è il mio. Una meraviglia quasi voyeuristica che, mischiandosi alla curiosità, mi fa chiedere come sia la vita tra quelle mura, oltre quel cancello o dietro quell’angolo, come se mi aspettassi di trovare un mondo esotico e completamente alieno.
Come ho detto, l’opera è solidissima. Non credo ci sia bisogno di spendere ulteriori parole per raccontarvi i dialoghi o i disegni. Questa recensione arriva in ogni caso molto lunga e decine di persone, magari anche più esperte, ne avranno già parlato sicuramente meglio. Quello che ho cercato di restituire, qui, è l’esperienza di lettura di questo primo numero di Mercurio Loi, di riportare quello che ho provato leggendolo e della sua importanza all’interno della linea editoriale di Bonelli.
Per un responso finale, vi rimando all’introduzione dell'articolo.