Con l'augurio sincero di poter sempre scovare nuove letture nelle quali perdersi, rifugiarsi e arricchirsi.
Take a tip before you ship!
Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta: ho finalmente letto V for Vendetta.
Me l’ero ripromesso da decenni, letteralmente, ma per una serie di motivi molto poco dignitosi non avevo mai voluto o potuto affondare i denti in questo corposo volume dal sapore distopico e socio-politico tanto anacronistico quanto familiare, ma tutt'altro che rassicurante.
Tutto per rispondere ad una domanda che mi facevo da un po’: che cos’è V per un lettore del 2020?
Parliamone.
Sono passati più di vent’anni da quel 1997 quando, su un parimenti usurato e amato volume Play Press prestatomi da un amico, lessi per la prima volta Watchmen. Esattamente come è successo alla stragrande maggioranza di chi lo ha letto, fu per me un’esperienza assolutamente folgorante. Watchmen, scritto molti anni prima (tra il 1986 e l’87), premeva con forza inarrestabile contro quelle barriere immaginarie che avevo sempre considerato i limiti del medium fumetto. Sia in termini di linguaggio, che di struttura, che di tematiche, Watchmen si dimostrava anni luce avanti a tutto quello che avevo letto fino ad allora. Ecco, quello fu il momento in cui conobbi Alan Moore.
Ma non dovevamo parlare di V for Vendetta?
Ci arriviamo subito.
Nato nel 1953 a Northampton, Alan Moore è stato uno dei protagonisti della cosiddetta British Invasion che a partire dagli anni ’80 portò nuova linfa, brillante e dirompente, nel fumetto statunitense. Ad un lettore attento basterebbe dare uno sguardo alla primissima bibliografia di Moore per rendersi conto dell’impatto che quest’uomo strano, barbuto oltre i limiti della decenza, ha avuto non solo sull’industry dell’epoca, ma come abbia contribuito a preparare il terreno dal quale i migliori fumetti che leggiamo oggi germogliano rigogliosi. Capite bene che se già nel 1982 ci parla di realtà parallele (Capitan Bretagna), nel 1984 ci racconta il sesso come fusione metafisica (Swamp Thing), nel 1986 affronta lo spettro della guerra e le piccolezze dei grandi del mondo (Watchmen), o ancora nel 1988 ha solo bisogno di una barzelletta per farci capire una volta per tutte che Batman è fuori di testa (Batman: The Killing Joke) non serve che sia io a farvi notare che Alan Moore ha sempre avuto, fin dall’inizio della sua carriera, un talento eccezionale nel saper leggere e raccontare l’Uomo e la società.
E V for Vendetta? Non dovevamo arrivarci subito?
Ancora un momento.
Di poco più vecchio, nato nel 1950 a Enfield, David Lloyd è il complice di Moore nella creazione di V for Vendetta. Disegnatore talentuosissimo, seppure poco prolifico, dallo stile estremamente sobrio e realistico, è il grande architetto dell’estetica di V e del mondo in cui si muove. Nascono dalle sue mani i volti fastidiosamente comuni e quotidiani degli antagonisti della storia, potentissimi uomini dalle piccolissime e sudicie anime. È grazie al suo tratto corposo e intenso che la storia di V ha un ritmo vibrante e molto preciso, cadenzato e mai banale, pur nella totale assenza di onomatopee o effetti sonori (una sua idea). Paradossalmente, fu proprio il suo stile così poco flamboyant (insieme al prezzo di copertina dell’edizione all’epoca) che tenne lontano il giovane me, vittima degli stessi preconcetti sui comics di cui vi parlavo poco sopra, da questa storia. Bene, non fate il mio stesso errore.
Dunque, è dalla matita di Lloyd che V ha preso le sue fattezze, il che è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che hanno contribuito enormemente all’evoluzione della storia. Inizialmente, infatti, nelle intenzioni di Moore V sarebbe dovuto essere un poliziotto del regime britannico che segretamente lavorava per sabotarlo dall’interno.
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| Un grande richiamo ai fumetti pulp, ma che mancava di una personalità forte. |
Fu appunto di Lloyd
l’idea di dare a V le fattezze di una maschera di Guy Fawkes, celebre
terrorista ante litteram della Londra del XVII secolo, su cui tornerò tra un
attimo per la terza e, vi assicuro, ultima piccola premessa.
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| Non vi preoccupate se la calligrafia vi risulta illeggibile. Lo è tuttora anche per Moore. |
Ed è dunque così che, dopo qualche ritocco al cappello, V ha acquisito il suo look iconico e inconfondibile, costringendo per altro Alan Moore a ripensare buona parte del materiale già scritto per adattarlo alla nuova persona (intesa come personaggio, alla latina) del suo protagonista.
Finite le premesse?
Ancora una, chiedo perdono.
L’ultima cosa di cui vi vorrei parlare, prima di tentare di rispondere alla domanda iniziale, è proprio Guy Fawkes. Perché non so voi, ma io mi ero sempre chiesto chi fosse esattamente e perché Moore avesse scelto proprio lui come non-volto di V. Ok, abbiamo appena scoperto che l’idea è stata di Lloyd, ma Moore c’è andato a nozze senza esitazioni. Quindi chi è?
Tutto quello che sapevo è che Fawkes era uno che nel Seicento voleva far saltare il Parlamento inglese, che era stato beccato prima di riuscirci ed era stato giustiziato. Bene. La nostra storia si apre proprio con V che fa la stessa cosa. Benissimo. Eppure sentivo che mi mancava un pezzo, c’era qualcosa che mi sfuggiva.
Ecco, dunque, che dopo un salto su Wikipedia, imparo qualcosa di nuovo. Sì, Fawkes è stato membro di una congiura di cinque cattolici inglesi che nel 1605, il 5 novembre, aveva pianificato di far saltare in aria il re Giacomo I Stuart (protestante) insieme a tutto il Parlamento inglese, allo scopo di traghettare l’Inghilterra sì verso una monarchia assoluta, ma cattolica, sul modello di Francia, Spagna e Austria.
Quello che è interessante e che ci porta alla maschera di Guy Fawkes è quello che è successo dopo.
Nel gennaio 1606, due mesi dopo l’arresto dei congiurati, il Governo inglese stabilisce l’ Observance of the 5th November Act, una festività nazionale per ringraziare Dio per aver salvato la vita al re. Da quel momento, il 5 novembre diventa una festività annuale, dove si fanno durissimi sermoni anti-cattolici, fuochi d’artificio e si bruciano effigi con la maschera, ecco che ci siamo, di Guy Fawkes.
Nell’arco di tre secoli la festività ha subito innumerevoli cambiamenti: dal filomonarchico Gunpowder Treason Day, dove si bruciavano appunto immagini di Fawkes e del Papa, si arriva gradualmente al popolarissimo Guy Fawkes Day, dove bambini e mendicanti mascherati chiedono la carità, pur sotto la luce dei tradizionali fuochi d’artificio e dei falò (talvolta rinforzati con piccole cariche di polvere da sparo, con somma preoccupazione delle autorità).
Ecco quindi il grande cambiamento di paradigma: in quello stranissimo Paese che è l’Inghilterra, sempre combattuto tra tradizione e ribellione, Guy Fawkes cambia, da figura eretica da bruciare, a simbolo di carità e assistenza ai più bisognosi.
Se ve lo steste chiedendo, il Guy Fawkes Day (che dalla Prima Guerra Mondiale è stato ribattezzato Firework Night) esiste ancora e viene ancora festeggiato ogni 5 novembre, sebbene in modo più modesto, dato che il suo legame con la politica e la religione oggigiorno è molto meno sentito.
Bene, sperando a questo punto di non avervi persi tutti nella ricerca spasmodica di cosplayer zozze con la maschera di V, arriviamo alle tanto agognate riflessioni sull’opera.
Finalmente!
Lo so, scusate.
Riassumere la trama è facilissimo: V for Vendetta è la storia di un terrorista mascherato conosciuto solo come V che si muove all’interno di un mondo distopico in cui l’Inghilterra non è solo l’unico Paese sopravvissuto alla guerra nucleare globale, ma è anche diventato un regime da incubo, oppressivo e totalitario.
Ecco, partiamo dal titolo: V for Vendetta.
La V è un po’ il tema portante dell’opera, ogni capitolo del volume ha un nome che comincia per V e il nostro protagonista prende il nome dalla cella 5 (in numeri romani) dalla quale esce forgiato e trasformato, nel corpo e nella mente, dal campo di concentramento del Governo nel quale viene scelto come cavia per esperimenti disumani.
Eppure anche questo piccolo guizzo di penna ha un significato duplice. Rovesciate il simbolo che il nostro Zorro distopico lascia sui manifesti del regime e troverete un segno stranamente simile a quello di Anarchia.
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| Manca solo una stanghetta orizzontale per comporre la canonica A. |
Poi c’è la Vendetta. La grande distrazione. Perché in effetti di vendetta in questo libro ne troverete pochissima. Il nostro protagonista, lo scopriamo insieme agli investigatori che si mettono sulle sue tracce, ha portato avanti segretamente la sua personale vendetta contro gli aguzzini del campo di concentramento da decenni, ben prima che iniziasse la nostra storia. Noi, come i suoi inseguitori, ne vediamo solo le ultime propaggini, con il rapimento e la riduzione alla catatonia di Lewis Prothero (allora ufficiale del campo e ora a capo della Bocca, l’organo televisivo di propaganda del regime), del Vescono di Londra Anthony Lilliman (allora supporto spirituale per i detenuti, ora massima carica religiosa in questa Inghilterra da incubo, pedofilo e predatore sessuale) e infine della dottoressa Delia Surridge (ricercatrice medica, responsabile all’epoca degli esperimenti sui detenuti).
Dopo questi tre ultimi omicidi la Vendetta è compiuta, ma siamo appena al primo libro (su tre) che compongono l’opera. E il resto? Come supposto, a ragione, dall’investigatore Finch, il vero scopo di V è un altro. E riguarda la sua Inghilterra quanto riguarda noi.
Ad un’analisi attenta, V è quasi una non-persona, le cui intenzioni e i cui ragionamenti sono del tutto avulsi dalla storia in cui si muove. V vive ad uno stadio di consapevolezza superiore rispetto ai qualunque altro personaggio e per tutto il tempo porta avanti il suo vero proposito: ricordare al popolo inglese quale responsabilità ha regalato a questo regime di omini meschini e che è il momento di riprendersela, quella responsabilità.
V, complice il pretesto narrativo degli esperimenti che gli hanno distorto la mente, vive la storia come una serie di tasselli del domino, che devono essere allineati per poi mettere in moto, o ri-mettere in moto, la coscienza delle persone.
V, nonostante la teatralità e l’eloquio, è sempre terribilmente lucido, inarrestabile e inflessibile, nelle sue decisioni. V ha sempre qualcosa da insegnare ai suoi comprimari, una nuova consapevolezza da regalare, un ricordo da risvegliare, spesso a costo di un pezzo di sé. Per questo dico che V è una non-persona. Perché alla fine di lui non sappiamo nulla al di là del suo scopo, ma questo è il gioco di Alan Moore: V è un simbolo che si auto-crea e si auto-determina quasi come se scrivesse un personaggio altro da sé. Pazzo o illuminato, terrorista o Messia, V è e resta un propulsore della narrazione più che un personaggio in carne e ossa.
In termini letterari, direi che V è un meta-personaggio, che crea consapevolmente il proprio ruolo nella storia, sa che dovrà prendere delle decisioni specifiche prima di arrivare alla conclusione, che conosce e che sa quando arriverà, ma senza mai superare il limite della quarta parete.
Tuttavia è comunque affascinante notare come Moore, che come dicevo è un maestro nel racconto dell’animo umano, inserisca all’interno dell’opera dettagli, momenti e battute che ci fanno intravedere il lato umano di V.
Ecco perché dicevo che quasi una non-persona: le rose, la lettera trovata nella cella, la pietà dimostrata nei confronti della dottoressa Surridge, fino alla consapevolezza del sacrificio finale che egli sa di dover compiere, ma che affronta con la tristezza e il senso di fatalità che colpirebbe chiunque sa di essere prossimo alla fine della propria storia. V non è uno zelota fanatico, ma un uomo che ha deciso di diventare altro. Non per sé ma per gli altri.
Sì, ma qual è questo scopo?
V vuole ricordare al popolo inglese che è suo il diritto di auto-governarsi. Che questo diritto è stato ceduto, per un sacco di ragioni comprensibili e umane, a un’élite di persone che si sono rivelate indegne di tale potere, e che questo è il momento di riprendersi quel diritto.
Questo diritto si può recuperare solo con un processo in due parti: la prima è la distruzione di ciò che c’è, la seconda è la ricostruzione di ciò che si vuole.
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| Il Parlamento (ormai vuoto e inutile da decenni) è il primo simbolo che viene sacrificato per risvegliare le coscienze. |
Dunque, V for Vendetta è un manuale su cos'è l'Anarchia, che spiega con chirurgica
lucidità quello che vuol dire giungere alla Terra di Fa’-Ciò-Che-Ti-Aggrada e
non, come è facile fraintendere, alla Terra di Prendi-Ciò-Che-Vuoi.
Non è un processo piacevole, né rapido. Prima di tutto ci vuole uno spirito distruttivo, bisogna rinunciare a tutto ciò che si conosce, persino alla propria felicità.
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| La cosa peggiore? E' vero. |
Bisogna uccidere i tiranni e i loro lacchè, bisogna demolire i simboli dell’oppressione, bisogna imparare a non avere paura per sé e non temere neppure la morte. Poi, dopo che tutto questo è stato compiuto, questo spirito deve cessare di esistere e lasciare spazio ad un altro spirito, puro, gentile, che aborrisce l’omicidio, che vuole solo costruire un futuro luminoso per tutti. Uno spirito di comunità, dove ognuno è responsabile per sé e non soggiogato ad altri.
Attenzione, però. Vi parlavo di spirito, non di persone. V questo lo sa, ed ecco il vero motivo per cui non toglie mai la maschera.
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| Eppure il sangue scorre lo stesso. |
Tuttavia, all'interno di questo processo dalla logica essenziale e all'apparenza elementare, ci sono le persone. Ed ecco che ci imbattiamo nei personaggi che gravitano intorno a V e alla sua missione.
Diciamolo: gli uomini in V for Vendetta non fanno una gran figura. Vi parlo prima di loro perché, di nuovo, contrariamente a quello che si può pensare di un fumetto scritto da un maschio bianco caucasico alla fine degli anni '80, le donne sono molto più interessanti e importanti ai fini della storia. Ecco, in un mondo post-nucleare, totalitario e oppressivo gli uomini sono fondamentalmente di due categorie: i soldati e i generali.
I soldati sono persone comuni, diremmo per bene, che fanno il proprio dovere, che obbediscono alle regole, che sanno di agire all'interno di una struttura sociale aberrante, ma che continuano a credere di muoversi nel migliore dei mondi possibili, date le circostanze. L'ordine è meglio dei disordine, non importa a quale prezzo.
Esemplare è la figura dell'Ispettore Finch, uomo acuto ed estremamente intelligente, ma gregario e assoggettato a tutti gli ingranaggi del regime. E' lui che capisce il legame tra V e il campo di concentramento di Larkhill, dove si reca e dove, grazie al piccolo contributo di due compresse di LSD (Moore non ha mai fatto mistero della sua fascinazione per le sostanze psicoattive e il loro ruolo nelle pratiche sciamaniche), cerca di ricostruire i processi mentali di V. Il risultato vedrà Finch ottenere le risposte che cercava, ma anche espandere la propria coscienza fino a ricordare ciò che ha accettato di sacrificare sull'altare della pace sociale: la propria famiglia, perché di colore.
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| Il ricordo della felicità perduta. |
Sì, non ve l'ho detto per non interrompere il filo del racconto, ma nell'Inghilterra di V il partito al governo (l'unico), chiamato Fuoco Norreno, ha usato i campi di concentramento per cancellare ogni etnia che non fosse caucasica, ogni idea che non fosse approvata e ogni identità (sessuale, politica o personale) che non combaciasse con il modello da esso determinato. Un mondo senza colori, dunque. Senza musica, senza arte, senza pensiero.
Come immaginerete, in questa distesa di macerie umane, il resto dei soldati sono canaglie, a volte in buona fede, altre volte molto meno, che fanno ciò che devono per restare al proprio posto nella spietata catena alimentare della società.
Poi ci sono i generali, biechi oligarchi che si sono spartiti la torta del potere.![]() |
| Questo pensa il capo del partito. |
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| Un uomo distrutto. |
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| Un'iconografia ricorrente attraverso i secoli. Questa la versione di Tiziano conservata alla National Gallery di Londra. |
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| E' chiaro chi comanda. |
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| Il primo e ultimo momento in cui Rose è libera dalle sue catene. |
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| Immaginate di vedere un Botticelli in un mondo che ne ha cancellato ogni ricordo. |
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| Non serve aggiungere altro. |
di Francesca Di Matteo
Un frammento d'estate sull'isola di Moines, in Bretagna
Antoine passa qui ogni anno le sue vacanze con la famiglia ma, questa volta, la quieta monotonia della villeggiatura verrà travolta dall'arrivo di Helene, poco più grande di lui...
Quasi mi dispiace aggiungere altri dettagli, come se facendolo negassi al nuovo lettore l'esperienza che ho avuto il piacere di vivere immergendomi in questo romanzo grafico dell'ex enfant prodige del fumetto franco-belga Bastien Vivès (Nei Miei occhi, Polina, Last Man...), pubblicato in Italia da BAO Publishing.
È la descrizione di quel prezioso momento, intorno ai 13 anni, in cui un bambino ha la possibilità di crescere; cresce non solo nel corpo ma anche e soprattutto nella consapevolezza di sé e di sé in relazione al mondo, agli altri.
La quasi totale assenza (necessaria) degli adulti, nella vicenda, dà spazio alla crescita. Non intervenendo permettono al lettore uno sguardo puro, lontano dalla malizia; uno sguardo rilassato e privo di giudizio. L'autore riesce a descrivere graficamente momenti di passione intensa con un tratto delicato, esplicito ma mai volgare, al quale conferisce però una potenza espressiva che travolge.
All'interno della storia il sesso sembra essere l'elemento preponderante, ma non fatevi ingannare; la sessualità mostrata da Vivès, con grazia e maestria, è solo un mezzo. Ciò che Antoine otterrà da questa esperienza va ben oltre la mera soddisfazione delle sue pulsioni, e lo stesso sarà per Helene.
Impossibile staccarsi dal racconto che rapisce sin dall'inizio e all'interno del quale riviviamo ricordi o rimpiangiamo sogni della nostra adolescenza.
I due ragazzi condividono un'assenza che, tramite questo intimo e fugace incontro estivo, riusciranno a colmare in un finale inaspettato che mozza il fiato.
Semplice, diretto e intenso come solo il periodo della pubertà sa essere.
Una crescita e una nuova consapevolezza. Tutto questo è Una sorella.
Editore: Bao Publishing
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 22 febbraio 2018
Pagine: 212 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788865439784
Edizioni NPE ha recentemente portato sugli scaffali un altro volume del maestro italiano dell'arte sequenziale Sergio Toppi: Tanka.
L'opera si compone di cinque brevi storie che ci portano nell'antico Giappone, rendendoci partecipi di un'atmosfera culturale dalla forte identità e fierezza. I protagonisti di questi cinque haiku grafici sono resi vivi dai tratti dettagliati ma allo stesso tempo essenziali di Toppi: volti veri, provati da emozioni e sofferenze reali.
I personaggi fuoriescono letteralmente dai confini della tavola (caratteristica tipica di Toppi), ora segnati e sofferenti per le prove a cui sono sottoposti, ora avvolti nelle loro splendide vesti o bardati in maestose armature, con una potenza espressiva che buca la pagina. Ogni tavola è un quadro che racchiude una narrazione completa, il cui ritmo è scandito da elementi nodali che guidano l'occhio da un punto all'altro della pagina.
Una tavola in particolare, nell'ultima storia, colpisce per questa caratteristica: divisa in tre vignette per il senso dell'altezza, descrive la vicenda di un "miserabile" ronin in cerca del suo nemico, "un guerriero grande e potente".
Con animo calmo, il ronin cammina verso il luogo dello scontro; fronteggia il guerriero in una drammatica vignetta che irrompe al centro della pagina; infine ritorna, imperturbabile, portando la testa del nemico con sé.
La violenza dello scontro è solo evocata e lasciata all'intuito del lettore; eppure è lì, presente con tutta la sua forza nello spazio bianco tra le vignette. Il lettore, coinvolto, sobbalza per lo scontro come se fosse avvenuto davvero tra un battito di ciglia e l'altro. Il rapido movimento di estrazione della katana dal suo fodero e il suo baluginare fulmineo sono reali e potenti, eppure si delineano solo nell'immaginazione di chi legge.
