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mercoledì 8 febbraio 2023

Intervista ad Arthur Adams

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Lucca Comics & Games 2018)

 Nato e cresciuto come artista autodidatta, Arthur Adams approda in Marvel Comics nel 1985 con la leggendaria run Longshot, scritta da una semi-esordiente Ann Nocenti. Amante della perfezione e del dettaglio, Art non ha mai fatto mistero di essere un disegnatore che punta più alla qualità che alla quantità (e la breve serie di opere che gli sono accreditate nel corso della sua lunga carriera sono la testimonianza più sincera di questa sua volontà). Panini Comics, che ringraziamo, ci ha permesso di incontrarlo per parlare con lui dei suoi lavori leggendari per la Casa delle Idee, di Gorilla e di perfezionismo…

Paper Apes: Panini di recente ha ristampato alcuni dei tuoi lavori più celebri su personaggi iconici del mondo Marvel. Una delle tue caratteristiche più apprezzate è la capacità di “rinnovare graficamente” tali personaggi con semplicità e stile unico. Qual è il tuo metodo? Segui quello che trovi scritto in sceneggiatura o ti lasci ispirare da altri fattori?

Arthur Adams: Principalmente cerco di rubare da altri artisti. Quando vedo qualcosa che mi piace cerco di copiarla e spero che ciò che mi ha ispirato possa piacere anche al pubblico… e forse è perché non sono molto bravo a riprodurla che il mio stile sembra così “unico”. Questo probabilmente è il mio segreto: so rubare in maniera professionale. [RIDE]

Paper Apes: La tua memorabile run su Fantastic Four con Walt Simonson è la summa di tutto ciò che prediligi disegnare (scontri, mostri, bizzarre creature). Che ricordi hai di quella saga?

Arthur Adams: Mi sono divertito un sacco a realizzarla! Ricordo quando Walter mi ha chiamato per chiedermi di aiutarlo con le deadline… ho riso molto forte perché uno come lui chiedeva aiuto a me! (Art Adams è conosciuto per la sua lentezza proverbiale, ndr). Non ho ancora capito perché la Marvel mi ha voluto per quel fumetto dato che anche loro in quel periodo non se la passavano troppo bene… Walt poi mi ha chiesto cosa mi piaceva dei Fantastici 4 e io ho risposto semplicemente: “TUTTO!” … dopodiché lui è riuscito a piazzarli tutti nel primo numero, ancora mi chiedo come abbia fatto! [RIDE] Siamo andati al reparto vendite della Casa delle Idee e abbiamo chiesto quali fossero i personaggi che vendevano di più al momento. Erano Wolverine, Spider-Man, Ghost Rider e The Punisher. Ma a me il Punitore non piaceva così ho chiesto di sostituirlo con Hulk e mi hanno risposto che avrebbe funzionato anche meglio!

Paper Apes: In occasione di Lucca Comics quest’anno è stato riproposto da Editoriale Cosmo anche Monkeyman and O’ Brien, uno dei tuoi lavori più apprezzati e riconosciuti. Quali sono state le tue ispirazioni per la creazione di quest’opera? Il gorilla è una figura ricorrente come super-intelligenza del fumetto sci-fi (tu e il tuo sodale Mike Mignola in questo avete un altro punto- e passione- in comune). Perché secondo te?

AA: Beh, potrebbe essere una grande sorpresa… [RIDE] ma tra le ispirazioni per questo fumetto sicuramente c’è la figura di King Kong e tutta la serie di monster movie degli anni 30,40 e 50. I primi numeri sono letteralmente copiati dalla corrente supereroistica della Silver Age dei Fantastici 4 e Hulk. [RIDE] Questo proprio perché alla base del mio lavoro come autore unico c’è la volontà di presentare al pubblico numeri singoli da poter leggere nella loro interezza, non volevo che il pubblico dovesse comprare 6 numeri per avere una storia completa.

Poi, per quanto mi riguarda, i gorilla sono molto divertenti da disegnare e di solito non sono molto loquaci… quindi sei quasi obbligato a fare qualcosa per farli parlare e probabilmente quello che uscirà dalla loro bocca dovrà essere per forza folle! Si tratta di una vecchia idea della science fiction classica… nell’Hellboy di Mike c’è una sorta di Franken-Gorilla quindi credo che le nostre ispirazioni siano praticamente le stesse.

PA: Al giorno d’oggi il fumetto americano sembra affrettare sempre di più i tempi delle pubblicazioni... Tu, che in più occasioni ti sei dichiarato una persona particolarmente attenta ai dettagli più che alla velocità, come stai vivendo questo momento?

AA: Penso che sicuramente al giorno d’oggi per il pubblico sia sempre più difficile collezionare fumetti e affezionarsi a un artista. Al momento credo che ci sia molta più attenzione verso gli scrittori, anche perché è quasi impossibile stare dietro alla carriera attuale di un disegnatore che rimane su una serie per pochi numeri. Uno dei pochi esempi che mi viene in mente di costanza editoriale è quella di Charlie Adlard su The Walking Dead, uno dei pochi che riesce a mantenere una qualità e un ritmo di gran livello… ma quanti altri ve ne vengono in mente? Anche sotto un punto di vista meramente commerciale si tratta di pura follia, non so come sono i prezzi qui in Italia ma chi riesce a pagare 4 volte in un mese per lo stesso fumetto? “This is madness!” [RIDE] Per quanto mi riguarda: beh, io non voglio proprio farlo!

PA: Rivedremo ancora i tuoi disegni sugli albi di qualche testata regolare? Magari potresti ritornare proprio su Monkeyman…

One close-eyed Art

AA: Mi piacerebbe molto ritornare su Monkeyman, sono storie molto divertenti da disegnare e scrivere e ho ancora molte idee in merito. Allo stesso tempo sto lavorando ad un nuovo progetto creator owned di cui non posso ASSOLUTAMENTE parlare. [RIDE] Potrebbe non avere mostri al suo interno… Sto scherzando, ovviamente sarà zeppo di mostri che escono da ogni parete.

Both closed-eyed Art...

PA: Cosa stai leggendo al momento?

AA: non ho molto tempo per stare dietro alle serie regolari. Negli ultimi tempi viaggio molto… e girando il mondo senza tregua, quando torno a casa le deadline sono molto, molto strette. Al momento mi sto dedicando alla lettura di diversi fumetti giapponesi, da poco ho scoperto questo fantastico autore, Junji Ito (non appena abbiamo rivelato ad Arthur che il mangaka era in fiera ci ha subito chiesto informazioni con l’entusiasmo di un bambino – ndr). Poi ovviamente non posso mollare le mie passioni: i supereroi e i mostri giganti, quelli faranno sempre parte della mia reading list!

lunedì 30 gennaio 2023

(Ri)scoprire Arthur Adams – O dell’innamorarsi di uno Skrull

di Guglielmo Favilla

Ci si può innamorare di uno Skrull? A questa domanda così brutale e diretta si può rispondere unicamente in due modi:

  1. Beh, al cuore non si comanda.
  2. Certo, se lo ha disegnato Arthur Adams

Fu proprio un colpo di fulmine quello che colse il sottoscritto in un freddo autunno di 28 anni fa. A casa di un mio amico, poco più grande di me, parlavamo dei migliori disegnatori in attività nei comics. Io ero un novellino di Marvel e DC, cresciuto a pane e strips e da poco avvicinato ai supereroi: come molti coetanei, banalissimo fan di McFarlane e di tutto ciò che sembrava esasperare le anatomie.

Un adolescente folgorato sulla via di Frank Miller che, oltre a Silver, Bonvi, Jacovitti e Carl Barks, da un paio di anni leggeva qualche Batman della Glènat, Lobo, gli X-Men e tanto, tanto Uomo Ragno.

E in piena post sbronza Image (erano i 90, bellezza) il suddetto amico tagliò corto con un sibillino “dai un’occhiata a questo”, mettendomi davanti tre albi dei Fantastici Quattro editi da Star Comics, precisamente il trittico 105 -106 -107. Storie del ’90 e del ’91. Pubblicate in Italia nel ’93 e scoperte da me nel ’95.

L’Uomo Ragno, Hulk Grigio, Ghost Rider (all’epoca Danny Ketch) e Wolverine come nuovi Fantastici Quattro. L’Uomo Talpa, mostri enormi, una Cosa (anzi due!) mai disegnata in modo così accattivante. Anatomie plastiche ed espressioni inedite. Dettagli sopraffini nella tavola e personalità dirompente a ogni vignetta. Echi manga e derive cartoonesche. Donne sexy maliziosamente divertenti. E Skrull. Tanti, variegati, meravigliosi Skrull.
SBAM!
Fu così che scoprii Art Adams. E fu così che mi innamorai di uno Skrull.

CHI VA PIANO VA SANO E VOLA ALTISSIMO

Questo ex-ragazzone californiano nato nel ‘63, ispirato in primis da Michael Golden, amante dei manga e dei film Universal, non aveva mai studiato come fumettista ma si mosse da autodidatta, spronato unicamente da una ferrea volontà di fare fumetti e da un’incontenibile fantasia nel creare mostri. La sua voglia di disegnare quello che più gli piaceva non si è mai fermata in una carriera decennale, allergica a mode e imposizioni.

Persino dopo l’esplosione dal suo debutto, Adams è stato ben presto conscio della sua enorme influenza nel mondo dei comics ma non si è mai fatto intimidire da questo e anzi ci ha sempre scherzato su (esilarante in questo senso la storiella di 2 pag in b/n “How to draw comics the Art Adams way”…), proseguendo imperterrito nel suo lento ma appagante cammino artistico.

Jim lee, Todd McFarlane, e a seguire il compianto Mike Wieringo, Chris Bachalo, Joe Madureira, Nick Bradshaw… sono appena una parte della lunghissima lista di artisti che hanno risentito enormemente dell’influenza del nostro, che rivaleggia solo con Mike Mignola nell’essere esperto di vecchi e strampalati film di mostri e che, a detta dell’amico e mentore Walt Simonson, possiede almeno 342 statuine di Godzilla in giro per casa (ma la stima è del ‘97, non osiamo pensare alla cifra oggi…)

ART NOUVEAU

Insofferenza alle scadenze di casa editrici mainstream, lentezza, poca prolificità, riciclamento parziale come copertinista di razza, tratto inconfondibile e imitatissimo: ripercorrere la rinomata carriera di Adams vuol dire tutto questo, oltre che assistere a uno dei più fulgidi casi di consolidamento stilistico in un lasso di tempo assai breve.

Vederlo partire dalle acerbe matite (già di straripante personalità) sulla miniserie di Longshot tra l’85 e l’86, travalicare i 90 con uno spettacolare Godzilla Color Special e l’adattamento a fumetti del Mostro della Laguna nera per la Dark Horse e approdare alla nascita dell’etichetta Legends con Mignola, Chadwick, Byrne e Miller col suo Monkeyman & O’Brien, è impressionante: il suo è un tratto che evolve e si affina vignetta dopo vignetta, anche nella singola storia.

Un esempio lampante di questo aspetto si può notare proprio nella prima miniserie di Longshot, scritta dalla grande Ann Nocenti: è interessante osservare come il comprimario Pup, ovvero Gog Magog, lo strambo mostriciattolo peloso amico/nemico del protagonista, evolva fisicamente con il progredire degli eventi.

Pup è una creatura misteriosa finita per sbaglio nel nostro mondo e nutrendosi della magia della Terra comincerà a ingigantire e a mutare bizzarramente; assistere alla sua trasformazione attraverso i capitoli della storica miniserie è come assaggiare un anticipo del perfezionamento dello stile unico di Adams. Pup inizialmente sembra un buffo incrocio tra un cane e un piccolo leone con un che di scimmiesco; ma nel corso della storia, oltre ad aumentare in dimensioni, il suo aspetto si arricchirà di dettagli pittoreschi (coda con spunzoni, folta criniera, denti aguzzi, occhi più grandi…) e si trasformerà a poco a poco in una creatura plastica, ricchissima in espressioni dal piglio imprevedibile, affascinante e sconcertante al tempo stesso. Esattamente come lo stile di Adams, che negli anni successivi si arricchirà di dettagli e modalità espressive osando di più nei volumi, nelle forme e nelle proporzioni.

Art of Joy

Se si tratta di Adams, quasi sempre si tratta di gioia. Sì perché il segno di Adams ha sempre avuto una caratteristica preponderante: una gioia contagiosa. Le sue tavole, con quell’ibridazione caricaturale e vagamente nipponica (memorabili le sue splendide copertine per la versione americana di Appleseed di Masamune Shirow) hanno sempre una nota di allegrezza e un’ energia coinvolgenti. Come se il divertimento che l’autore ha nel ritrarre i suoi soggetti confluisse più o meno inconsciamente anche negli occhi, nella mente e nel cuore del lettore, magari in dettagli improvvisi o nella scintilla di energia che caratterizza da sempre le espressioni dei suoi personaggi.

Questo brio veicolato da un gusto assai personale nella messa in scena ad oggi non ha paragoni se non forse nella scanzonatezza di un Frank Cho (altro artista che “impone” sempre il suo sguardo e le sue passioni sui numeri disegnati da lui oltre che almeno una splash-page di mostri enormi dopo appena 4 tavole di storia, non importa chi sia lo sceneggiatore…)

Art of Sex

Se si è sempre messa in risalto l’unicità di Adams di risultare nel tratto simpatico, solare, cartoonesco quando non caricaturale, troppo poco è stata rimarcata la sua capacità di rendere sensuali e giocosamente erotici molti dei suoi personaggi femminili.

Certo, giocosamente, ma assolutamente sensuali: un esempio su tutti, il Jonni Future co-creato insieme allo scrittore Steve Moore per l’antologico Tom Strong’s Terrific Tales: il rapporto tra Jonni, sexy eroina assai discinta e il suo compagno di avventure Jermaal – sorta di ghepardo antropomorfo perdutamente innamorato di lei- contiene le più torride sequenze mai disegnate da Adams, sullo sfondo di un’ avventura colorata e camp che omaggia la Barbarella degli anni ‘60.

Da parte dell’autore, qui in forma smagliante, si vede un debito importante nei confronti dei nostri maestri italiani della sensualità come Milo Manara e soprattutto Paolo Eleutieri Serpieri, in un piccolo ciclo di storie ancora oggi ritenute dallo stesso Adams una delle sue vette stilistiche.

Speaking of Art

Nell’introduzione del piccolo e prezioso volumetto dei “Grandi Autori Marvel” di più di vent’anni fa, l’ottimo Andrea Plazzi faceva giustamente notare quanto fosse difficile e riduttivo cercare di definire lo stile di Arthur Adams, financo da parte degli esperti di fumetto: alla fine si arriva a ripetere più o meno sempre gli stessi aggettivi (provate a vedere in quest’articolo se ritrovate termini come “cartoonesco”, “unico”, “giocoso”, “caricaturale”… ci sono tutti) e si rimane con la sensazione di non essere stati esaustivi. Ragion per cui Plazzi, proprio in quell’introduzione, riportava direttamente le parole di un autorevole collega di Adams, il grande Paul Chadwick di Concrete; come a dire: per definire in modo esemplare un artista serve un altro artista, anche se dallo stile diametralmente opposto come in questo caso.

Riportiamo anche in questa sede la dichiarazione di Chadwick perché ancora oggi risulta meravigliosa e offre una debita prospettiva sull’autore:

“Quello che mi colpisce di più è la qualità del tratto di Arthur, che dal punto di vista del puro disegno è tra i più densi che si siano visti. Non si tratta della semplice cura per il dettaglio, anche se Arthur non ha problemi a tracciare ogni possibile putrella del Golden Gate o a disegnare uno sfondo con 50 persone quando ne basterebbero 10. Penso al tratteggio e alla forma soggiacente […] Arthur è cosciente di ciò fino all’ultimo capello […] Se può scegliere di lasciare un dettaglio “piatto” o di modellarlo in una forma, infondendogli profondità e spessore, Art farà quest’ultima cosa. E per fare ciò è necessaria una comprensione profonda e totale dell’anatomia, per evitare che, per esempio, gli abiti “appaiano” strani (come a volte capita nelle mie storie). Ma Art vi riesce – cosa davvero sorprendente – con uno dei tratti più puliti e cristallini che si siano mai visti, unito a una composizione e a un controllo del segno superbi”.

In occasione di Lucca Comics & Games 2018 dove Adams è stato uno degli ospiti d’onore, la Panini ha deciso di riproporre due storie fondamentali del suo periodo in casa Marvel. E ritrovarle in nuove ed eleganti vesti non può che essere occasione di GIOIA.

FANTASTICI QUATTRO & X-MEN – FANTASTICHE AVVENTURE

In un ben rifinito quanto semplice cartonato per la collana Marvel History, la Panini ristampa due avventure indimenticabili. La prima parte del volume vede la mitica storia dei Fantastici Quattro citata in apertura: una mini gestione di 3 numeri, una run fulminante che fece epoca, dove il grande Simonson mettendosi da parte come disegnatore, imbastisce una trama perfetta per il tratto di Adams. I Fab Four cadono vittime di un complotto Skrull e toccherà a un inedito quanto improvvisato nuovo quartetto risolvere la faccenda…

Simonson lascia all’artista la scelta dei nuovi componenti del gruppo, infarcendo la storia con mostri enormi e irresistibili sequenze di interazione fra i personaggi; Adams risponde con entusiasmo e, aiutato dalle chine di Art Thibert e Al Milgrom, risulta impagabile nel presentare i membri del nuovo quartetto (occhio all’ingresso di Ghost Rider) e nel farli interagire tra loro; inoltre è già abilissimo nel tratteggiare graficamente ogni singolo comprimario, da Mr. Fantastic e soci fino al più sacrificabile (e meraviglioso) soldato Skrull.

I testi di Simonson si divertono a imbastire una trama fracassona che mette apparentemente i veri Fab Four sullo sfondo rendendoli in realtà più centrali e presenti che mai: le dinamiche fra i quattro nuovi protagonisti infatti non fanno che celebrare le caratteristiche che rendono unica la famiglia disfunzionale più amata nel mondo del fumetto. (nota aggiornata: la storia è stata recentemente ristampata da Panini all'interno del secondo volume della ristampa dei FQ di Walt Simonson)

La seconda parte del volume vede invece ai testi il veterano Chris Claremont in una serie di storie precedenti alla mini del quartetto. Una saga divisa in tre parti (due annual e uno special di Excalibur) per la prima vola ristampata integralmente in un’unica soluzione. Protagonisti gli X-Babies, irresistibili versioni bambine dei mutanti. Grazie a X- Chris, Adams ha qui l’occasione di riportare sotto i riflettori (è proprio il caso di dirlo) il folle Mojo, la sua letale alleata/nemica Spirale e l’ingenuo Longshot. Storie semplici e divertenti, quasi una vacanza per Claremont che però riesce comunque a scoccare diversi -e gustosi- strali avvelenati su uno showbusiness bulimico che inebetisce un pubblico generalista sempre più bovino e addormentato. Grazie (anche) al segno di Adams, Claremont porta in scena un nuovo personaggio memorabile: l’Agente, crudele e imprevedibile villain.

Menzione d’onore alla mitica Kitty Pryde, vero motore e cuore pulsante dell’ultima storia, e esilaranti i siparietti tra Mojo e i suoi collaboratori Major Domo e Minor Domo

X – MEN : GUERRE AD ASGARD

Nella gloriosa collana dei Grandi Tesori Marvel, un’altra gemma del passato. Il machiavellico Loki ambisce al trono di Asgard e approfittando dell’assenza di Thor e Odino ne ordirà di cotte e di crude: tra manipolazioni, raggiri e il rapimento di Tempesta- qui con la mitica capigliatura crestata- sarà una lotta all’ultimo inganno con X men, Alpha Flight e Nuovi Mutanti uniti per l’occasione.

Se la prima parte disegnata dal bravo Paul Smith, elegante e sobrio nello storytelling è un’ottima “apparecchiatura”, con la seconda storia del volume (e l’arrivo di Adams) il gioco si fa più interessante e la vicenda aumenta il voltaggio. Sarà un tripudio di “antichi incantesimi, maledizioni, ancora più antiche possessioni, liberazioni, altre ossessioni, cuori spezzati, poteri acquisiti, amore, morte, politica, disonore, troll, elfi oscuri, stregoneria, angoscia, apoteosi, tragedia e trionfo“ a detta dello stesso Claremont nell’intro (dell’epoca) al volume.

Un acerbo quanto sfrenato Adams ci regala una miriade di esseri stravaganti tra tumultuose relazioni, azioni pirotecniche e sofferenze, sudore, sensualità, divertimento e una delle migliori versioni di Wolfsbane di sempre; mai come stavolta lo scrittore britannico riesce ad accendere i motori della magia scatenata dal disegnatore e l’edizione in grande formato si rivela l’ideale per tuffarsi nelle iperboliche matite di Adams. Alle chine (o anche “rifiniture”) in aiuto al Nostro i veterani Terry Austin, Al Gordon e soprattutto un giovane – e futuro amico e compagno di avventure editoriali – Mike Mignola. (ndr: la storia è stata recentemente ripubblicata da Panini nel quinto volume delle ristampe dei Nuovi Mutanti)

Due volumi imprescindibili per ri-scoprire una leggenda; due eccellenti ristampe che vi faranno ri-apprezzare o scoprire per la prima volta un autore rivoluzionario come pochi, che ha sempre suonato la sua canzone al ritmo che voleva lui. E forse, senza neanche accorgervene, vi innamorerete di uno Skrull…

venerdì 6 gennaio 2023

Blacksad - Il noir dall'estetica disneyana

di Alberto Tollini

Anche se non sono particolarmente esperto del panorama fumettistico europeo, avevo già sentito parlare di Blacksad, (la serie noir di Juan Diaz Canales e Juanjo Guarnido pubblicata da Dargaud) poiché mi era stato consigliato da cari amici: ma, come spesso accadeva, il mio sguardo era sempre rivolto altrove, rimandando costantemente la lettura. Alla fine, un po' per gioco e un po' per allargare "i miei orizzonti", ho deciso di provare a leggere qualcosa di completamente diverso rispetto al solito e come prevedibile anche io ne sono rimasto stregato.

Partiamo allora dal principio, cos’è Blacksad? Blacksad è un fumetto noir francese (nonostante i due autori siamo spagnoli, è stato scritto e realizzato in primis per il mercato francese) ambientato in un universo di animali antropomorfi. I racconti finora editi seguono le indagini di John Blacksad, detective privato della ruggente America degli anni’50. Il primo capitolo dell'opera ruota attorno ad un delitto passionale proprio sulla scia di un noir duro e crudo, dove è possibile ritrovare tutti gli stilemi tipici del genere. Le atmosfere di una New York cupa e fumosa che fanno da sfondo al delitto si intrecciano con i costanti monologhi del protagonista con cui gli autori fanno progredire l’indagine e in parallelo il racconto. Elementi che non aggiungono nulla di nuovo al genere, ma che qui assumono un carattere di unicità per la particolarità della loro rappresentazione visiva. Infatti, ciò che colpisce anche ad un rapido sguardo, è la rappresentazione del mondo di Blacksad, un mondo animato da animali antropomorfi dalle forme e dai colori disneyani. Una visione artistica decisamente peculiare, vista inizialmente poco attinente con il noir e che causò non poche difficoltà ai due autori nel proporre il progetto.

Fortunatamente Dargaud, uno degli editori francesi più importanti, ebbe fiducia nelle potenzialità di questo fumetto, riconoscendo come le anatomie di questi animali antropomorfi riescano in realtà a mettere in luce pregi e difetti dell’essere umano in uno specchio quanto mai veritiero della nostra società. Un risultato incredibile, frutto dell’eccellente lavoro di character design di Juanjo Guarnido, autore dal passato da animatore proprio alla Disney. L’artista riesce splendidamente a scegliere l’animale più adatto per catturare una precisa sfumatura della personalità umana, dalla risolutezza calcolatrice del rospo magnate di industria, all’opportunismo della iena avvocato, al fiuto della donnola reporter, solo per fare alcuni esempi. Dal punto di vista artistico, le tavole di Guarnido sono in costante evoluzione, mutando cromia a seconda del contesto e delle tematiche del racconto: sarà così che passeremo dal grigio de “Da Qualche Parte tra le ombre” al bianco algido di “Artic Nation”, all’esplosione di colori delle strade di New Orleans contrapposto al blu placebo de “L’inferno, il silenzio” fino al giallo caldo e rassicurante di “Amarillo”.

Ad un comparto grafico eccelso si affianca una sceneggiatura di altrettanto livello. Seppur l’episodio d’esordio di Blacksad abbia un’impostazione classica per temi e svolgimento, dagli episodi successivi Canales lega ogni nuova indagine di Blacksad ad una tematica che va quasi ad oscurare il semplice giallo. Probabilmente l’esempio più eclatante è messo in scena in Artic Nation, secondo capitolo della serie dove sullo sfondo di un rapimento di una piccola di orso bruno si dipana il tema del razzismo. Ci ritroveremo infatti davanti ad una cittadina in preda all’odio razziale, dove vengono perpetrati atti discriminatori e violenti da un gruppo di suprematisti bianchi, accettati da un sempre crescente favore popolare. Una rappresentazione terribilmente spietata di una piaga sociale che ancora oggi purtroppo affligge la nostra società.

Appare dunque ora chiaro come il pregio di Blacksad sia quello di porci davanti a situazioni controverse e tematiche profonde in un contesto da favola all’apparenza inconciliabile. Vi ho fatto l’esempio di "Artic Nation", ma avrei potuto parlarvi dell’oblio di dolore e disperazione causato dall’abuso di sostanze stupefacenti di cui è prigioniero il cane musicista Fletcher ne “L’inferno, Il silenzio” o dell’orrore nelle parole di Lazlo a testimonianza dell’olocausto in Anima Rossa. Una spirale di emozioni di rara intensità, culminante in "Amarillo", racconto in equilibrio tra la serenità appagante della libertà contrapposta all’opprimente peso esistenzialista della vita.

Quindi seppur apparentemente scollegati l’uno dall’altro, i cinque episodi di Blacksad costruiscono un universo narrativo forte, coeso e in evoluzione. Una sensazione di continuità suggerita inizialmente dal ritorno di personaggi secondari, primo tra tutti il divertentissimo Weekly, che diventa poi certezza se ci focalizziamo sul nostro protagonista: John parte come un personaggio tenebroso e solitario, logorato da un lavoro che non fa altro che mostrargli il peggio della vita, per poi aprirsi al mondo, all’amore, facendo emergere delle sfumature della sua personalità soffocate da troppo tempo. Un processo di maturazione graduale che prende il via proprio da "Artic Nation", perno di svolta dell’intera serie sotto molteplici punti di vista, che raggiunge  piena consapevolezza nelle pagine finali di "Amarillo".

Pertanto il mio consiglio è quello di lasciarvi conquistare dal fascino seducente di Blacksad, una commistione irripetibile di noir e design disneyano. Nel caso vi avessi convinto a dare una possibilità al fumetto di Canales e Guarnido, potete facilmente reperire tutti i primi cinque capitoli nella sontuosa edizione integrale edita da Rizzoli Lizard.

Ascolta il podcast dell'episodio a questo link

Editore: Rizzoli
Collana: Lizard
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 17 aprile 2018
Pagine: 312 p., ill. , Cartonato
  • EAN: 9788817099998


domenica 20 dicembre 2020

V per (duemila)Venti

di Enrico Castagnoli

Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta: ho finalmente letto V for Vendetta.

Me l’ero ripromesso da decenni, letteralmente, ma per una serie di motivi molto poco dignitosi non avevo mai voluto o potuto affondare i denti in questo corposo volume dal sapore distopico e socio-politico tanto anacronistico quanto familiare, ma tutt'altro che rassicurante.

Tutto per rispondere ad una domanda che mi facevo da un po’: che cos’è V per un lettore del 2020?

Parliamone.

La Premessa

Sono passati più di vent’anni da quel 1997 quando, su un parimenti usurato e amato volume Play Press prestatomi da un amico, lessi per la prima volta Watchmen. Esattamente come è successo alla stragrande maggioranza di chi lo ha letto, fu per me un’esperienza assolutamente folgorante. Watchmen, scritto molti anni prima (tra il 1986 e l’87), premeva con forza inarrestabile contro quelle barriere immaginarie che avevo sempre considerato i limiti del medium fumetto. Sia in termini di linguaggio, che di struttura, che di tematiche, Watchmen si dimostrava anni luce avanti a tutto quello che avevo letto fino ad allora. Ecco, quello fu il momento in cui conobbi Alan Moore.

Ma non dovevamo parlare di V for Vendetta?

Ci arriviamo subito.

L’uomo dei testi

Nato nel 1953 a Northampton, Alan Moore è stato uno dei protagonisti della cosiddetta British Invasion che a partire dagli anni ’80 portò nuova linfa, brillante e dirompente, nel fumetto statunitense. Ad un lettore attento basterebbe dare uno sguardo alla primissima bibliografia di Moore per rendersi conto dell’impatto che quest’uomo strano, barbuto oltre i limiti della decenza, ha avuto non solo sull’industry dell’epoca, ma come abbia contribuito a preparare il terreno dal quale i migliori fumetti che leggiamo oggi germogliano rigogliosi. Capite bene che se già nel 1982 ci parla di realtà parallele (Capitan Bretagna), nel 1984 ci racconta il sesso come fusione metafisica (Swamp Thing), nel 1986 affronta lo spettro della guerra e le piccolezze dei grandi del mondo (Watchmen), o ancora nel 1988 ha solo bisogno di una barzelletta per farci capire una volta per tutte che Batman è fuori di testa (Batman: The Killing Joke) non serve che sia io a farvi notare che Alan Moore ha sempre avuto, fin dall’inizio della sua carriera, un talento eccezionale nel saper leggere e raccontare l’Uomo e la società.

E V for Vendetta? Non dovevamo arrivarci subito?

Ancora un momento.

L’uomo dei volti

Di poco più vecchio, nato nel 1950 a Enfield, David Lloyd è il complice di Moore nella creazione di V for Vendetta. Disegnatore talentuosissimo, seppure poco prolifico, dallo stile estremamente sobrio e realistico, è il grande architetto dell’estetica di V e del mondo in cui si muove. Nascono dalle sue mani i volti fastidiosamente comuni e quotidiani degli antagonisti della storia, potentissimi uomini dalle piccolissime e sudicie anime. È grazie al suo tratto corposo e intenso che la storia di V ha un ritmo vibrante e molto preciso, cadenzato e mai banale, pur nella totale assenza di onomatopee o effetti sonori (una sua idea). Paradossalmente, fu proprio il suo stile così poco flamboyant (insieme al prezzo di copertina dell’edizione all’epoca) che tenne lontano il giovane me, vittima degli stessi preconcetti sui comics di cui vi parlavo poco sopra, da questa storia. Bene, non fate il mio stesso errore.

Dunque, è dalla matita di Lloyd che V ha preso le sue fattezze, il che è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che hanno contribuito enormemente all’evoluzione della storia. Inizialmente, infatti, nelle intenzioni di Moore V sarebbe dovuto essere un poliziotto del regime britannico che segretamente lavorava per sabotarlo dall’interno.


Un grande richiamo ai fumetti pulp,
ma che mancava di una personalità forte.


Fu appunto di Lloyd l’idea di dare a V le fattezze di una maschera di Guy Fawkes, celebre terrorista ante litteram della Londra del XVII secolo, su cui tornerò tra un attimo per la terza e, vi assicuro, ultima piccola premessa.


Non vi preoccupate se la calligrafia vi risulta illeggibile.
Lo è tuttora anche per Moore.

Ed è dunque così che, dopo qualche ritocco al cappello, V ha acquisito il suo look iconico e inconfondibile, costringendo per altro Alan Moore a ripensare buona parte del materiale già scritto per adattarlo alla nuova persona (intesa come personaggio, alla latina) del suo protagonista.

Finite le premesse?

Ancora una, chiedo perdono.

L’uomo della Maschera

L’ultima cosa di cui vi vorrei parlare, prima di tentare di rispondere alla domanda iniziale, è proprio Guy Fawkes. Perché non so voi, ma io mi ero sempre chiesto chi fosse esattamente e perché Moore avesse scelto proprio lui come non-volto di V. Ok, abbiamo appena scoperto che l’idea è stata di Lloyd, ma Moore c’è andato a nozze senza esitazioni. Quindi chi è?

Tutto quello che sapevo è che Fawkes era uno che nel Seicento voleva far saltare il Parlamento inglese, che era stato beccato prima di riuscirci ed era stato giustiziato. Bene. La nostra storia si apre proprio con V che fa la stessa cosa. Benissimo. Eppure sentivo che mi mancava un pezzo, c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ecco, dunque, che dopo un salto su Wikipedia, imparo qualcosa di nuovo. Sì, Fawkes è stato membro di una congiura di cinque cattolici inglesi che nel 1605, il 5 novembre, aveva pianificato di far saltare in aria il re Giacomo I Stuart (protestante) insieme a tutto il Parlamento inglese, allo scopo di traghettare l’Inghilterra sì verso una monarchia assoluta, ma cattolica, sul modello di Francia, Spagna e Austria.

Quello che è interessante e che ci porta alla maschera di Guy Fawkes è quello che è successo dopo.

Nel gennaio 1606, due mesi dopo l’arresto dei congiurati, il Governo inglese stabilisce l’ Observance of the 5th November Act, una festività nazionale per ringraziare Dio per aver salvato la vita al re. Da quel momento, il 5 novembre diventa una festività annuale, dove si fanno durissimi sermoni anti-cattolici, fuochi d’artificio e si bruciano effigi con la maschera, ecco che ci siamo, di Guy Fawkes.

Nell’arco di tre secoli la festività ha subito innumerevoli cambiamenti: dal filomonarchico Gunpowder Treason Day, dove si bruciavano appunto immagini di Fawkes e del Papa, si arriva gradualmente al popolarissimo Guy Fawkes Day, dove bambini e mendicanti mascherati chiedono la carità, pur sotto la luce dei tradizionali fuochi d’artificio e dei falò (talvolta rinforzati con piccole cariche di polvere da sparo, con somma preoccupazione delle autorità).

Ecco quindi il grande cambiamento di paradigma: in quello stranissimo Paese che è l’Inghilterra, sempre combattuto tra tradizione e ribellione, Guy Fawkes cambia, da figura eretica da bruciare, a simbolo di carità e assistenza ai più bisognosi.

Se ve lo steste chiedendo, il Guy Fawkes Day (che dalla Prima Guerra Mondiale è stato ribattezzato Firework Night) esiste ancora e viene ancora festeggiato ogni 5 novembre, sebbene in modo più modesto, dato che il suo legame con la politica e la religione oggigiorno è molto meno sentito.

Bene, sperando a questo punto di non avervi persi tutti nella ricerca spasmodica di cosplayer zozze con la maschera di V, arriviamo alle tanto agognate riflessioni sull’opera.

Finalmente!

Lo so, scusate.

V for ‘Venti


Riassumere la trama è facilissimo: V for Vendetta è la storia di un terrorista mascherato conosciuto solo come V che si muove all’interno di un mondo distopico in cui l’Inghilterra non è solo l’unico Paese sopravvissuto alla guerra nucleare globale, ma è anche diventato un regime da incubo, oppressivo e totalitario.

Ecco, partiamo dal titolo: V for Vendetta.

La V è un po’ il tema portante dell’opera, ogni capitolo del volume ha un nome che comincia per V e il nostro protagonista prende il nome dalla cella 5 (in numeri romani) dalla quale esce forgiato e trasformato, nel corpo e nella mente, dal campo di concentramento del Governo nel quale viene scelto come cavia per esperimenti disumani.

Eppure anche questo piccolo guizzo di penna ha un significato duplice. Rovesciate il simbolo che il nostro Zorro distopico lascia sui manifesti del regime e troverete un segno stranamente simile a quello di Anarchia.

Manca solo una stanghetta orizzontale per comporre la canonica A.

Poi c’è la Vendetta. La grande distrazione. Perché in effetti di vendetta in questo libro ne troverete pochissima. Il nostro protagonista, lo scopriamo insieme agli investigatori che si mettono sulle sue tracce, ha portato avanti segretamente la sua personale vendetta contro gli aguzzini del campo di concentramento da decenni, ben prima che iniziasse la nostra storia. Noi, come i suoi inseguitori, ne vediamo solo le ultime propaggini, con il rapimento e la riduzione alla catatonia di Lewis Prothero (allora ufficiale del campo e ora a capo della Bocca, l’organo televisivo di propaganda del regime), del Vescono di Londra Anthony Lilliman (allora supporto spirituale per i detenuti, ora massima carica religiosa in questa Inghilterra da incubo, pedofilo e predatore sessuale) e infine della dottoressa Delia Surridge (ricercatrice medica, responsabile all’epoca degli esperimenti sui detenuti).

Dopo questi tre ultimi omicidi la Vendetta è compiuta, ma siamo appena al primo libro (su tre) che compongono l’opera. E il resto? Come supposto, a ragione, dall’investigatore Finch, il vero scopo di V è un altro. E riguarda la sua Inghilterra quanto riguarda noi.

Ad un’analisi attenta, V è quasi una non-persona, le cui intenzioni e i cui ragionamenti sono del tutto avulsi dalla storia in cui si muove. V vive ad uno stadio di consapevolezza superiore rispetto ai qualunque altro personaggio e per tutto il tempo porta avanti il suo vero proposito: ricordare al popolo inglese quale responsabilità ha regalato a questo regime di omini meschini e che è il momento di riprendersela, quella responsabilità.

V, complice il pretesto narrativo degli esperimenti che gli hanno distorto la mente, vive la storia come una serie di tasselli del domino, che devono essere allineati per poi mettere in moto, o ri-mettere in moto, la coscienza delle persone.



V, nonostante la teatralità e l’eloquio, è sempre terribilmente lucido, inarrestabile e inflessibile, nelle sue decisioni. V ha sempre qualcosa da insegnare ai suoi comprimari, una nuova consapevolezza da regalare, un ricordo da risvegliare, spesso a costo di un pezzo di sé. Per questo dico che V è una non-persona. Perché alla fine di lui non sappiamo nulla al di là del suo scopo, ma questo è il gioco di Alan Moore: V è un simbolo che si auto-crea e si auto-determina quasi come se scrivesse un personaggio altro da sé. Pazzo o illuminato, terrorista o Messia, V è e resta un propulsore della narrazione più che un personaggio in carne e ossa.

In termini letterari, direi che V è un meta-personaggio, che crea consapevolmente il proprio ruolo nella storia, sa che dovrà prendere delle decisioni specifiche prima di arrivare alla conclusione, che conosce e che sa quando arriverà, ma senza mai superare il limite della quarta parete. 

Tuttavia è comunque affascinante notare come Moore, che come dicevo è un maestro nel racconto dell’animo umano, inserisca all’interno dell’opera dettagli, momenti e battute che ci fanno intravedere il lato umano di V. 

Ecco perché dicevo che quasi una non-persona: le rose, la lettera trovata nella cella, la pietà dimostrata nei confronti della dottoressa Surridge, fino alla consapevolezza del sacrificio finale che egli sa di dover compiere, ma che affronta con la tristezza e il senso di fatalità che colpirebbe chiunque sa di essere prossimo alla fine della propria storia. V non è uno zelota fanatico, ma un uomo che ha deciso di diventare altro. Non per sé ma per gli altri.

Sì, ma qual è questo scopo?

V vuole ricordare al popolo inglese che è suo il diritto di auto-governarsi. Che questo diritto è stato ceduto, per un sacco di ragioni comprensibili e umane, a un’élite di persone che si sono rivelate indegne di tale potere, e che questo è il momento di riprendersi quel diritto.

Questo diritto si può recuperare solo con un processo in due parti: la prima è la distruzione di ciò che c’è, la seconda è la ricostruzione di ciò che si vuole.

Il Parlamento (ormai vuoto e inutile da decenni) è il primo simbolo
che viene sacrificato per risvegliare le coscienze.


Dunque, V for Vendetta è un manuale su cos'è l'Anarchia, che spiega con chirurgica lucidità quello che vuol dire giungere alla Terra di Fa’-Ciò-Che-Ti-Aggrada e non, come è facile fraintendere, alla Terra di Prendi-Ciò-Che-Vuoi.

Non è un processo piacevole, né rapido. Prima di tutto ci vuole uno spirito distruttivo, bisogna rinunciare a tutto ciò che si conosce, persino alla propria felicità.

La cosa peggiore? E' vero.

Bisogna uccidere i tiranni e i loro lacchè, bisogna demolire i simboli dell’oppressione, bisogna imparare a non avere paura per sé e non temere neppure la morte. Poi, dopo che tutto questo è stato compiuto, questo spirito deve cessare di esistere e lasciare spazio ad un altro spirito, puro, gentile, che aborrisce l’omicidio, che vuole solo costruire un futuro luminoso per tutti. Uno spirito di comunità, dove ognuno è responsabile per sé e non soggiogato ad altri.

Attenzione, però. Vi parlavo di spirito, non di persone. V questo lo sa, ed ecco il vero motivo per cui non toglie mai la maschera.

Eppure il sangue scorre lo stesso.

Tuttavia, all'interno di questo processo dalla logica essenziale e all'apparenza elementare, ci sono le persone. Ed ecco che ci imbattiamo nei personaggi che gravitano intorno a V e alla sua missione.

Gli Uomini

Diciamolo: gli uomini in V for Vendetta non fanno una gran figura. Vi parlo prima di loro perché, di nuovo, contrariamente a quello che si può pensare di un fumetto scritto da un maschio bianco caucasico alla fine degli anni '80, le donne sono molto più interessanti e importanti ai fini della storia. Ecco, in un mondo post-nucleare, totalitario e oppressivo gli uomini sono fondamentalmente di due categorie: i soldati e i generali

I soldati sono persone comuni, diremmo per bene, che fanno il proprio dovere, che obbediscono alle regole, che sanno di agire all'interno di una struttura sociale aberrante, ma che continuano a credere di muoversi nel migliore dei mondi possibili, date le circostanze. L'ordine è meglio dei disordine, non importa a quale prezzo.

Esemplare è la figura dell'Ispettore Finch, uomo acuto ed estremamente intelligente, ma gregario e assoggettato a tutti gli ingranaggi del regime. E' lui che capisce il legame tra V e il campo di concentramento di Larkhill, dove si reca e dove, grazie al piccolo contributo di due compresse di LSD (Moore non ha mai fatto mistero della sua fascinazione per le sostanze psicoattive e il loro ruolo nelle pratiche sciamaniche), cerca di ricostruire i processi mentali di V. Il risultato vedrà Finch ottenere le risposte che cercava, ma anche espandere la propria coscienza fino a ricordare ciò che ha accettato di sacrificare sull'altare della pace sociale: la propria famiglia, perché di colore

Il ricordo della felicità perduta.

Sì, non ve l'ho detto per non interrompere il filo del racconto, ma nell'Inghilterra di V il partito al governo (l'unico), chiamato Fuoco Norreno, ha usato i campi di concentramento per cancellare ogni etnia che non fosse caucasica, ogni idea che non fosse approvata e ogni identità (sessuale, politica o personale) che non combaciasse con il modello da esso determinato. Un mondo senza colori, dunque. Senza musica, senza arte, senza pensiero.

Come immaginerete, in questa distesa di macerie umane, il resto dei soldati sono canaglie, a volte in buona fede, altre volte molto meno, che fanno ciò che devono per restare al proprio posto nella spietata catena alimentare della società.

Poi ci sono i generali, biechi oligarchi che si sono spartiti la torta del potere. 

È tramite costoro che Moore ci racconta ciò che pensa: il potere, in uno governo assoluto, finisce in mano a persone senza alcun merito che non sia ottusa fermezza e mancanza di coscienza. Malvagi, meschini, freudianamente allucinanti, deboli, corrotti, arroganti e immaturi, i capi dell'Inghilterra di V sono quanto di peggio ci si possa aspettare da un governo fallocentrico proto-nazista di un fumetto che parla di Anarchia. 

Adesso, scusate la pausa ad effetto, io non vi dirò di accendere la televisione e fare un giro per i telegiornali, perché è contrario alla politica di questo blog, ma sono certo che se per un attimo vi fermate a pensare ai potenti del nostro mondo, nel civilissimo e moderno 2020, troverete (come ho trovato io) delle similitudini più che spaventose. Non delle identità, grazie al Cielo, ma similitudini molto evidenti con personaggi di un fumetto, ricordiamolo, finito di pubblicare nel 1988. Ed ecco quello che scrivevo all'inizio: Moore ha un talento smisurato nel raccontare l'Uomo e la società.

Tra questi generali vi parlo solo del capo del partito, l'intoccabile uomo al vertice del Fuoco Norreno: Adam Susan. Se la sua figura e il suo cognome sono patetici e ridicoli, è il suo assoluto distacco dalla realtà a renderlo realmente spaventoso. Susan è un personaggio imperscrutabile, taciturno e immobile, tanto da lambire i limiti della catatonia. È il capo dell'intero sistema politico, eppure non sembra prenderne parte attivamente, al di là di esigere risultati (sulla ricerca di V) e minacciare ritorsioni. 

Ebbene, dalle poche e sparse pagine di monologo interiore che gli sono dedicate scopriamo che Susan è un mitomane assoluto, convinto di parlare con Dio, suo unico compagno di viaggio e consigliere. Di più: Susan si vanta con sé stesso di essere l'unico ad aver scoperto com'è fatto il corpo di Dio e, per questo, di amarlo. Ciò che intende è il super-computer chiamato Fato che consulta ogni giorno - tutto il giorno - dal proprio ufficio.

Questo pensa il capo del partito.

Nota a margine, trovo interessante che il computer, che all'insaputa di tutti è il vero punto di riferimento per l'uomo più potente del mondo, sia stato chiamato proprio Fato, come l'unica forza che nella mitologia greca è più potente persino degli dei.

Dunque, V viola il sistema di Fato e fa credere a Susan che il suo amore sia corrisposto. Dopodiché sospende ogni comunicazione, portando rapidamente l'uomo ad uno stato di ansia totalizzante, una sorta di sindrome dell'abbandono che lo porterà a staccarsi completamente dalle sue mansioni politiche. V, in questo modo, a tutti gli effetti ha decapitato il partito.

Un uomo distrutto.

Perché vi racconto questo? Perché quello che apprendiamo dall'ultimo monologo interiore di Susan, durante la stessa parata in cui verrà assassinato (ci torniamo subito), è che l'uomo più potente del mondo, omosessuale represso, sente di appartenere, lui solo, ad un piano dell'esistenza del tutto diverso rispetto a tutti gli altri. Egli guarda la folla accalcata lungo la strada e non prova nulla per loro, sa che solo il suo dio dalle forme nere, lucide e lisce lo può capire, ma ormai sa anche che quel dio non lo ama più. È a questo punto che nella fragile mente di Susan si fa largo l'idea che forse l'amore di quella folla festante è tutto ciò di cui ha bisogno. Non vede che la folla è minacciata dagli agenti del Dito (la Gestapo del mondo di V), non si accorge che è tutta una finzione e che anche lui è ormai un fantoccio in mano agli altri dirigenti del partito. Così come non si accorge, fino all'ultimo momento, di una donna che si sta avvicinando all'auto presidenziale sulla quale sta viaggiando. 

Prima di procedere a parlare di questa insignificante donna tra la folla, datemi un ultimo momento per sottolineare come, sebbene l'omosessualità di Adam Susan sia ai nostri occhi quanto di più stereotipato possibile, la sua fascinazione, ossessione e perfino amore nei confronti di ciò che gli restituisce lo schermo di un computer, invece sia qualcosa che oggigiorno suona quantomeno profetico e assolutamente spaventoso.

Manca ancora parecchio?

Il bello viene adesso, promesso.


Le Donne


Al contrario degli uomini, rozzi, bassi e fondamentalmente deprimenti, le donne in quest'opera, e tre donne in particolare, colpiscono per la complessità, modernità e importanza simbolica.
Anzi sarebbero quattro, ma la quarta, che è la prima in ordine d' importanza, è una figura talmente cara a V che non ve ne parlerò. Analizzandola in questo caos di considerazioni sparse mi sembrerebbe di farle un torto quindi, se volete saperne di più, l'unico modo sarà leggere questo libro. Il suo nome è Valerie.

Dunque torniamo alle nostre donne.
Queste tre figure sono fondamentali perché rappresentano tre declinazioni esemplari dell'animo umano nella sua accezione più complessa e sfaccettata, cioè quella femminile.
Sono donne tridimensionali e del tutto realistiche che, in un tutt'altro che casuale richiamo alle Norne della mitologia norrena, rappresentano anche le tre fasi del tempo: passato, presente e futuro.

Un'iconografia ricorrente attraverso i secoli. 
Questa la versione di Tiziano conservata alla National Gallery di Londra.

La prima di cui vi voglio parlare è Helen Heyer, moglie del capo dell'Occhio, l'agenzia di sorveglianza (continua e capillare) con cui il governo controlla la popolazione.
La signora Heyer è ben più di una donna forte: vero e proprio carnefice, è spietata e priva di scrupoli morali. Usando il proprio bel corpo come un'arma, ha manovrato segretamente i fili dietro le quinte per ritagliarsi il suo spazio in cima alla catena alimentare del partito sin dall'indomani della guerra nucleare.

Quando le cose si faranno difficili, sotto la pressione di V e del crescente disordine sociale, userà di nuovo il proprio charme per circuire il peggiore degli esponenti del partito, Alistair Harper, tagliagole e fidato Fingerman (agente della polizia segreta), che secondo i suoi piani le garantirà di restare all'asciutto quando le cateratte della rivolta si apriranno.

E' chiaro chi comanda.

Hellen Heyer è una donna assolutamente incrollabile, adamantina, sicura di sé e affascinante. Sa come prendere un uomo per la gola (ci siamo capiti) e non ha problemi a farlo. Anche se concede il proprio corpo a uomini potenti, chiedo scusa ai lettori più sensibili, è lei quella che fotte
Non è un caso se l'opera si chiude proprio con una Hellen sporca e decaduta che, tra le macerie di una Londra devastata dalle rivolte, cerca penosamente di usare ancora una volta il proprio fascino per assoggettare una piccola comunità di derelitti riunita intorno ai bidoni in fiamme.
Tuttavia il suo mondo appartiene ormai al passato, anche lei non potrà mai accettarlo.

La seconda è invece la misteriosa donna di cui vi parlavo poco sopra che, ignorata da tutti, si avvicina all'auto presidenziale e assassina Adam Susan durante la parata. Il suo nome è Rose Almond. Moglie di un altro alto esponente del partito, Rose resta vedova quasi all'inizio della storia, quando suo marito ha la sfortunata idea di affrontare V da solo. Rose, dunque, perde istantaneamente il proprio status di moglie di qualcuno di importante e tanto basta, in questa società misogina, per farla precipitare in fondo alla catena alimentare. Vera e propria vittima, già all'apertura della nostra storia troviamo Rose picchiata da suo marito, che la tratta come un vuoto pezzo di carne, bello da mostrare e da possedere, ma degno di nessun rispetto. Lei lo ama comunque, tanto che anche dopo, da vedova, impiegherà molto a maledirne il nome. Le cicatrici delle catene, anche se mentali, sono dure a scomparire

Rose finisce a fare la ballerina di strip club, comunissimo luogo di ritrovo per gli uomini di quest' Inghilterra disumana. Viene ancora corteggiata da ex colleghi del marito, che fanno leva della propria posizione per prometterle sicurezza in cambio di sesso. Ogni promessa è disattesa e Rose cade sempre più in fondo a un baratro di disperazione che la inghiotte. Eppure, proprio in fondo a questo baratro, Rose trova la sua forza.

Il primo e ultimo momento
in cui Rose è libera dalle sue catene.

Ed ecco l'ultima lezione di Moore, sulla quale torneremo tra poche righe: solo una volta che hai rinunciato a tutto, persino alla paura di morire, puoi veramente cambiare il mondo.
Per questo, in tutto e per tutto, Rose incarna la vita e la morte del presente.

Il che ci porta all'ultima, fondamentale figura femminile di V for Vendetta, la più giovane delle Norne e co-protagonista dell'opera: Evey Hammond.
Evey è giovanissima, ha appena 15 anni quando la conosciamo. Eppure Evey non è una ragazzina innocente e pura in senso assoluto: quando V la incontra per la prima volta, nella sequenza che apre la nostra storia, Evey sta cercando di prostituirsi (per la prima volta) perché il suo misero lavoro, alla fabbrica di munizioni, è retribuito troppo poco.
Salvata da V da un gruppo di Fingermen intenzionato a giustiziarla sul posto, dopo averne abusato, Evey è la testimone dell'esplosione del Parlamento di cui abbiamo già parlato. Da quel momento, V la prenderà con sé, portandola nella sua casa, la Galleria delle Ombre, dove inizierà a condividere con lei i propri pensieri e le proprie intenzioni.

Immaginate di vedere un Botticelli 
in un mondo che ne ha cancellato ogni ricordo.

Evey, tuttavia, è in tutto e per tutto una bambina figlia del suo tempo, orfana di un padre nemico del regime, cresciuta in fabbrica al suono di marcette militari, che vede tutto in bianco e nero, che desidera (senza concepire) un mondo diverso da quello che ha di fronte, ma che fa obiezioni e considerazioni petulanti sui metodi utilizzati da V.

Questa ragazzina gli sarà complice nei primissimi attentati, quelli concernenti la brevissima Vendetta di cui parlavamo all'inizio, ma si allontanerà da V (o meglio sarà allontanata da lui) quando la violenza per lei sarà diventata insopportabile. Troverà poi, per breve tempo, conforto tra le braccia di un uomo molto più vecchio di lei, Gordon, un pesce piccolo di buon cuore ma di pessime amicizie, che perderà infine la vita in questo mondo che vive, come abbiamo già detto, di una spietata legge della giungla.

Che accade quindi a Evey? Viene arrestata e messa in cella, rasata a zero, torturata e interrogata per settimane sul suo coinvolgimento con i piani di V. È nella gelida disperazione della sua cella che Evey inizia a rivivere ogni passaggio della propria vita, a ripensare a ogni persona che ha incontrato e, grazie ad una fessura nel muro, a fare la conoscenza di Valerie, di cui vi ho già detto che non vi parlerò.

Quella che esce da quella cella, dopo un tempo apparentemente interminabile, è una donna distrutta nel corpo (sporca, denutrita e chiaramente invecchiata), ma resa indistruttibile nel cuore e nell'anima. Una donna che, nella difesa dei propri principi, nella volontà di non tradire V, è arrivata allo stesso stato di rivelazione di Rose Almond, uno stato di serenità assoluta in cui nessun rimpianto, nessun rimorso e neppure la paura della morte possono ormai raggiungerla

È a questo punto che Evey scopre che per tutto il tempo era stato proprio V, che si era sostituito ai Fingermen che avrebbero dovuto portarla in carcere, a tenerla prigioniera nella Galleria delle Ombre.
Come è ovvio, Evey non la prende benissimo, è furiosa con V ma, e questa è la cosa interessante, non tanto per la prigionia e le torture, ma per il fatto che ora Evey non teme più nulla. Perché vivere nella totale libertà, morale, personale e sociale è la cosa meno spontanea e più spaventosa in assoluto.

La gabbia è aperta.

È in questo momento che Evey diventa una donna e qualcosa di più, da spettatore a creatore, da vittima a padrona del proprio destino, da semplice testimone a erede dello spirito del futuro.

Non serve aggiungere altro.


Le conclusioni

Dunque, cos'è V for Vendetta letto oggi, nel 2020?

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in questa storia, proprio intorno a quel 1997 in cui è ambientata, ho trovato che il suo essere un'ipotesi di un futuro che non si era verificato le togliesse forza e significato.
Pensavo che parlare di un'Inghilterra proto-nazista, per me che amavo viaggiare in terra d'Albione e ammiravo immensamente il miscuglio di esoterismo e conservatorismo di cui quella terra è pregna, non avesse alcun senso. 
Ritenevo che avere un terrorista come protagonista fosse un pretesto per vendere l'ennesimo anti-eroe fico e tenebroso, ma che fondamentalmente fosse pericoloso dare un valore eroico a uno che faceva saltare in aria i palazzi storici.

Eppure, proprio perché ora ho qualche anno in più, finalmente capisco cosa voleva dire Alan Moore.

Capisco che cos'è l'anarchia di cui ho sentito tante volte parlare, e quanta sia la consapevolezza che richiederebbe un processo di rivoluzione sociale così totale.

Capisco quanto le parabole, anche di un mondo che non c'è, anche se parlano di filosofie che non mi appartengono, siano fondamentali per tenere alta la guardia contro il lato oscuro dell'Umanità, che mai come oggi sembra incombente.

Capisco, e qui farò sobbalzare qualcuno, che storia, politica, letteratura e religione possano parlare delle stesse cose e che V è una vera e propria figura cristica in salsa norrena, con il suo Pietro (che lo rinnegherà tre volte), il suo Giuda (che è l'esecutore materiale del martirio), il suo momento del giardino degli ulivi e il suo fato predeterminato dalla nascita (avvenuta in una cella con il numero V sulla porta).

Capisco come l'animo umano sia una costante orizzontale che ci unisce tutti quanti, vivi e morti, in un viaggio da costruire insieme con coscienza e amore, ma senza paura.

C'era una volta una scritta, su un muro davanti al quale sarò passato un milione di volte da quando ero bambino. Non so se è ancora lì, ma adesso lo spero con tutto il cuore.

Diceva: educhiamoci e ribelliamoci.

Adesso capisco.