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lunedì 30 gennaio 2023

(Ri)scoprire Arthur Adams – O dell’innamorarsi di uno Skrull

di Guglielmo Favilla

Ci si può innamorare di uno Skrull? A questa domanda così brutale e diretta si può rispondere unicamente in due modi:

  1. Beh, al cuore non si comanda.
  2. Certo, se lo ha disegnato Arthur Adams

Fu proprio un colpo di fulmine quello che colse il sottoscritto in un freddo autunno di 28 anni fa. A casa di un mio amico, poco più grande di me, parlavamo dei migliori disegnatori in attività nei comics. Io ero un novellino di Marvel e DC, cresciuto a pane e strips e da poco avvicinato ai supereroi: come molti coetanei, banalissimo fan di McFarlane e di tutto ciò che sembrava esasperare le anatomie.

Un adolescente folgorato sulla via di Frank Miller che, oltre a Silver, Bonvi, Jacovitti e Carl Barks, da un paio di anni leggeva qualche Batman della Glènat, Lobo, gli X-Men e tanto, tanto Uomo Ragno.

E in piena post sbronza Image (erano i 90, bellezza) il suddetto amico tagliò corto con un sibillino “dai un’occhiata a questo”, mettendomi davanti tre albi dei Fantastici Quattro editi da Star Comics, precisamente il trittico 105 -106 -107. Storie del ’90 e del ’91. Pubblicate in Italia nel ’93 e scoperte da me nel ’95.

L’Uomo Ragno, Hulk Grigio, Ghost Rider (all’epoca Danny Ketch) e Wolverine come nuovi Fantastici Quattro. L’Uomo Talpa, mostri enormi, una Cosa (anzi due!) mai disegnata in modo così accattivante. Anatomie plastiche ed espressioni inedite. Dettagli sopraffini nella tavola e personalità dirompente a ogni vignetta. Echi manga e derive cartoonesche. Donne sexy maliziosamente divertenti. E Skrull. Tanti, variegati, meravigliosi Skrull.
SBAM!
Fu così che scoprii Art Adams. E fu così che mi innamorai di uno Skrull.

CHI VA PIANO VA SANO E VOLA ALTISSIMO

Questo ex-ragazzone californiano nato nel ‘63, ispirato in primis da Michael Golden, amante dei manga e dei film Universal, non aveva mai studiato come fumettista ma si mosse da autodidatta, spronato unicamente da una ferrea volontà di fare fumetti e da un’incontenibile fantasia nel creare mostri. La sua voglia di disegnare quello che più gli piaceva non si è mai fermata in una carriera decennale, allergica a mode e imposizioni.

Persino dopo l’esplosione dal suo debutto, Adams è stato ben presto conscio della sua enorme influenza nel mondo dei comics ma non si è mai fatto intimidire da questo e anzi ci ha sempre scherzato su (esilarante in questo senso la storiella di 2 pag in b/n “How to draw comics the Art Adams way”…), proseguendo imperterrito nel suo lento ma appagante cammino artistico.

Jim lee, Todd McFarlane, e a seguire il compianto Mike Wieringo, Chris Bachalo, Joe Madureira, Nick Bradshaw… sono appena una parte della lunghissima lista di artisti che hanno risentito enormemente dell’influenza del nostro, che rivaleggia solo con Mike Mignola nell’essere esperto di vecchi e strampalati film di mostri e che, a detta dell’amico e mentore Walt Simonson, possiede almeno 342 statuine di Godzilla in giro per casa (ma la stima è del ‘97, non osiamo pensare alla cifra oggi…)

ART NOUVEAU

Insofferenza alle scadenze di casa editrici mainstream, lentezza, poca prolificità, riciclamento parziale come copertinista di razza, tratto inconfondibile e imitatissimo: ripercorrere la rinomata carriera di Adams vuol dire tutto questo, oltre che assistere a uno dei più fulgidi casi di consolidamento stilistico in un lasso di tempo assai breve.

Vederlo partire dalle acerbe matite (già di straripante personalità) sulla miniserie di Longshot tra l’85 e l’86, travalicare i 90 con uno spettacolare Godzilla Color Special e l’adattamento a fumetti del Mostro della Laguna nera per la Dark Horse e approdare alla nascita dell’etichetta Legends con Mignola, Chadwick, Byrne e Miller col suo Monkeyman & O’Brien, è impressionante: il suo è un tratto che evolve e si affina vignetta dopo vignetta, anche nella singola storia.

Un esempio lampante di questo aspetto si può notare proprio nella prima miniserie di Longshot, scritta dalla grande Ann Nocenti: è interessante osservare come il comprimario Pup, ovvero Gog Magog, lo strambo mostriciattolo peloso amico/nemico del protagonista, evolva fisicamente con il progredire degli eventi.

Pup è una creatura misteriosa finita per sbaglio nel nostro mondo e nutrendosi della magia della Terra comincerà a ingigantire e a mutare bizzarramente; assistere alla sua trasformazione attraverso i capitoli della storica miniserie è come assaggiare un anticipo del perfezionamento dello stile unico di Adams. Pup inizialmente sembra un buffo incrocio tra un cane e un piccolo leone con un che di scimmiesco; ma nel corso della storia, oltre ad aumentare in dimensioni, il suo aspetto si arricchirà di dettagli pittoreschi (coda con spunzoni, folta criniera, denti aguzzi, occhi più grandi…) e si trasformerà a poco a poco in una creatura plastica, ricchissima in espressioni dal piglio imprevedibile, affascinante e sconcertante al tempo stesso. Esattamente come lo stile di Adams, che negli anni successivi si arricchirà di dettagli e modalità espressive osando di più nei volumi, nelle forme e nelle proporzioni.

Art of Joy

Se si tratta di Adams, quasi sempre si tratta di gioia. Sì perché il segno di Adams ha sempre avuto una caratteristica preponderante: una gioia contagiosa. Le sue tavole, con quell’ibridazione caricaturale e vagamente nipponica (memorabili le sue splendide copertine per la versione americana di Appleseed di Masamune Shirow) hanno sempre una nota di allegrezza e un’ energia coinvolgenti. Come se il divertimento che l’autore ha nel ritrarre i suoi soggetti confluisse più o meno inconsciamente anche negli occhi, nella mente e nel cuore del lettore, magari in dettagli improvvisi o nella scintilla di energia che caratterizza da sempre le espressioni dei suoi personaggi.

Questo brio veicolato da un gusto assai personale nella messa in scena ad oggi non ha paragoni se non forse nella scanzonatezza di un Frank Cho (altro artista che “impone” sempre il suo sguardo e le sue passioni sui numeri disegnati da lui oltre che almeno una splash-page di mostri enormi dopo appena 4 tavole di storia, non importa chi sia lo sceneggiatore…)

Art of Sex

Se si è sempre messa in risalto l’unicità di Adams di risultare nel tratto simpatico, solare, cartoonesco quando non caricaturale, troppo poco è stata rimarcata la sua capacità di rendere sensuali e giocosamente erotici molti dei suoi personaggi femminili.

Certo, giocosamente, ma assolutamente sensuali: un esempio su tutti, il Jonni Future co-creato insieme allo scrittore Steve Moore per l’antologico Tom Strong’s Terrific Tales: il rapporto tra Jonni, sexy eroina assai discinta e il suo compagno di avventure Jermaal – sorta di ghepardo antropomorfo perdutamente innamorato di lei- contiene le più torride sequenze mai disegnate da Adams, sullo sfondo di un’ avventura colorata e camp che omaggia la Barbarella degli anni ‘60.

Da parte dell’autore, qui in forma smagliante, si vede un debito importante nei confronti dei nostri maestri italiani della sensualità come Milo Manara e soprattutto Paolo Eleutieri Serpieri, in un piccolo ciclo di storie ancora oggi ritenute dallo stesso Adams una delle sue vette stilistiche.

Speaking of Art

Nell’introduzione del piccolo e prezioso volumetto dei “Grandi Autori Marvel” di più di vent’anni fa, l’ottimo Andrea Plazzi faceva giustamente notare quanto fosse difficile e riduttivo cercare di definire lo stile di Arthur Adams, financo da parte degli esperti di fumetto: alla fine si arriva a ripetere più o meno sempre gli stessi aggettivi (provate a vedere in quest’articolo se ritrovate termini come “cartoonesco”, “unico”, “giocoso”, “caricaturale”… ci sono tutti) e si rimane con la sensazione di non essere stati esaustivi. Ragion per cui Plazzi, proprio in quell’introduzione, riportava direttamente le parole di un autorevole collega di Adams, il grande Paul Chadwick di Concrete; come a dire: per definire in modo esemplare un artista serve un altro artista, anche se dallo stile diametralmente opposto come in questo caso.

Riportiamo anche in questa sede la dichiarazione di Chadwick perché ancora oggi risulta meravigliosa e offre una debita prospettiva sull’autore:

“Quello che mi colpisce di più è la qualità del tratto di Arthur, che dal punto di vista del puro disegno è tra i più densi che si siano visti. Non si tratta della semplice cura per il dettaglio, anche se Arthur non ha problemi a tracciare ogni possibile putrella del Golden Gate o a disegnare uno sfondo con 50 persone quando ne basterebbero 10. Penso al tratteggio e alla forma soggiacente […] Arthur è cosciente di ciò fino all’ultimo capello […] Se può scegliere di lasciare un dettaglio “piatto” o di modellarlo in una forma, infondendogli profondità e spessore, Art farà quest’ultima cosa. E per fare ciò è necessaria una comprensione profonda e totale dell’anatomia, per evitare che, per esempio, gli abiti “appaiano” strani (come a volte capita nelle mie storie). Ma Art vi riesce – cosa davvero sorprendente – con uno dei tratti più puliti e cristallini che si siano mai visti, unito a una composizione e a un controllo del segno superbi”.

In occasione di Lucca Comics & Games 2018 dove Adams è stato uno degli ospiti d’onore, la Panini ha deciso di riproporre due storie fondamentali del suo periodo in casa Marvel. E ritrovarle in nuove ed eleganti vesti non può che essere occasione di GIOIA.

FANTASTICI QUATTRO & X-MEN – FANTASTICHE AVVENTURE

In un ben rifinito quanto semplice cartonato per la collana Marvel History, la Panini ristampa due avventure indimenticabili. La prima parte del volume vede la mitica storia dei Fantastici Quattro citata in apertura: una mini gestione di 3 numeri, una run fulminante che fece epoca, dove il grande Simonson mettendosi da parte come disegnatore, imbastisce una trama perfetta per il tratto di Adams. I Fab Four cadono vittime di un complotto Skrull e toccherà a un inedito quanto improvvisato nuovo quartetto risolvere la faccenda…

Simonson lascia all’artista la scelta dei nuovi componenti del gruppo, infarcendo la storia con mostri enormi e irresistibili sequenze di interazione fra i personaggi; Adams risponde con entusiasmo e, aiutato dalle chine di Art Thibert e Al Milgrom, risulta impagabile nel presentare i membri del nuovo quartetto (occhio all’ingresso di Ghost Rider) e nel farli interagire tra loro; inoltre è già abilissimo nel tratteggiare graficamente ogni singolo comprimario, da Mr. Fantastic e soci fino al più sacrificabile (e meraviglioso) soldato Skrull.

I testi di Simonson si divertono a imbastire una trama fracassona che mette apparentemente i veri Fab Four sullo sfondo rendendoli in realtà più centrali e presenti che mai: le dinamiche fra i quattro nuovi protagonisti infatti non fanno che celebrare le caratteristiche che rendono unica la famiglia disfunzionale più amata nel mondo del fumetto. (nota aggiornata: la storia è stata recentemente ristampata da Panini all'interno del secondo volume della ristampa dei FQ di Walt Simonson)

La seconda parte del volume vede invece ai testi il veterano Chris Claremont in una serie di storie precedenti alla mini del quartetto. Una saga divisa in tre parti (due annual e uno special di Excalibur) per la prima vola ristampata integralmente in un’unica soluzione. Protagonisti gli X-Babies, irresistibili versioni bambine dei mutanti. Grazie a X- Chris, Adams ha qui l’occasione di riportare sotto i riflettori (è proprio il caso di dirlo) il folle Mojo, la sua letale alleata/nemica Spirale e l’ingenuo Longshot. Storie semplici e divertenti, quasi una vacanza per Claremont che però riesce comunque a scoccare diversi -e gustosi- strali avvelenati su uno showbusiness bulimico che inebetisce un pubblico generalista sempre più bovino e addormentato. Grazie (anche) al segno di Adams, Claremont porta in scena un nuovo personaggio memorabile: l’Agente, crudele e imprevedibile villain.

Menzione d’onore alla mitica Kitty Pryde, vero motore e cuore pulsante dell’ultima storia, e esilaranti i siparietti tra Mojo e i suoi collaboratori Major Domo e Minor Domo

X – MEN : GUERRE AD ASGARD

Nella gloriosa collana dei Grandi Tesori Marvel, un’altra gemma del passato. Il machiavellico Loki ambisce al trono di Asgard e approfittando dell’assenza di Thor e Odino ne ordirà di cotte e di crude: tra manipolazioni, raggiri e il rapimento di Tempesta- qui con la mitica capigliatura crestata- sarà una lotta all’ultimo inganno con X men, Alpha Flight e Nuovi Mutanti uniti per l’occasione.

Se la prima parte disegnata dal bravo Paul Smith, elegante e sobrio nello storytelling è un’ottima “apparecchiatura”, con la seconda storia del volume (e l’arrivo di Adams) il gioco si fa più interessante e la vicenda aumenta il voltaggio. Sarà un tripudio di “antichi incantesimi, maledizioni, ancora più antiche possessioni, liberazioni, altre ossessioni, cuori spezzati, poteri acquisiti, amore, morte, politica, disonore, troll, elfi oscuri, stregoneria, angoscia, apoteosi, tragedia e trionfo“ a detta dello stesso Claremont nell’intro (dell’epoca) al volume.

Un acerbo quanto sfrenato Adams ci regala una miriade di esseri stravaganti tra tumultuose relazioni, azioni pirotecniche e sofferenze, sudore, sensualità, divertimento e una delle migliori versioni di Wolfsbane di sempre; mai come stavolta lo scrittore britannico riesce ad accendere i motori della magia scatenata dal disegnatore e l’edizione in grande formato si rivela l’ideale per tuffarsi nelle iperboliche matite di Adams. Alle chine (o anche “rifiniture”) in aiuto al Nostro i veterani Terry Austin, Al Gordon e soprattutto un giovane – e futuro amico e compagno di avventure editoriali – Mike Mignola. (ndr: la storia è stata recentemente ripubblicata da Panini nel quinto volume delle ristampe dei Nuovi Mutanti)

Due volumi imprescindibili per ri-scoprire una leggenda; due eccellenti ristampe che vi faranno ri-apprezzare o scoprire per la prima volta un autore rivoluzionario come pochi, che ha sempre suonato la sua canzone al ritmo che voleva lui. E forse, senza neanche accorgervene, vi innamorerete di uno Skrull…

lunedì 8 agosto 2022

Intervista a Chris Warner

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Romics dell'ottobre 2018)



Ospite d’onore dell’ultima edizione autunnale del Romics, dove ha vinto il Romics d’oro per il suo lavoro degli ultimi trent’anni sul personaggio di Predator (come autore e disegnatore), responsabile del concept di Alien Vs Predator ben prima del successo cinematografico e editor con esperienza pluriennale nelle schiere di Dark Horse Comics – una delle più importanti case editrici indipendenti americane – : Chris Warner è questo e molto di più! 

Paper Apes: Com’è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti? 

Chris Warner: Si tratta di una storia molto, molto, lunga. [RIDE] Molti anni fa mi occupavo della vendita di vinili e proprio in una fiera molto piccola – non come questa in cui siamo ora – stavo vendendo la mia collezione di dischi. Lì ho incontrato Mike Richardson [il fondatore di Dark Horse Comics, ndr] che in quel periodo aveva una piccola fumetteria. All’epoca ancora non avevo neanche lontanamente pensato di avvicinarmi a questo mondo, ma durante la fiera Mike ha mostrato i miei lavori ad alcuni autori della Marvel Comics presenti durante l’evento. Alcuni di loro si sono avvicinati al mio stand e hanno espresso parecchi apprezzamenti per i miei lavori; in particolare Luke McDonnell, che all’epoca disegnava Iron Man, si era offerto di mostrare alcuni schizzi al suo editor dell’epoca. Mark Gruenwald e Michael Carlin sono rimasti particolarmente colpiti e mi hanno invitato al successivo San Diego Comic-Con, così ho preparato una cartella con nuovi disegni, schizzi e bozzetti. All’epoca era molto più semplice riuscire a incontrare editori e mettersi in mostra, così sono andato all’incontro e mi hanno assegnato una storia molto semplice alla quale lavorare. Mi sono così trasferito in New Jersey a casa del collega che aveva scritto quella storia: Randy Stradley [ora vice-presidente di Dark Horse Comics], poiché all’epoca era molto importante lavorare vicino alla sede centrale della casa editrice. Nel 1986 il mio amico Mike mi ha contattato perché proprio in quel periodo era nata l’idea di Dark Horse e dato che grazie alla sua APA [Amateur Press Association] aveva radunato alcuni nomi molto importanti per l’epoca – come Paul Chadwick, Frank Miller, Mark Verheiden – abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura. Se riguardo indietro mi sembra assolutamente folle pensare che se non avessi conosciuto negli anni ’70 a un piccolissimo Comicon da poche decine di persone quel ragazzo probabilmente a quest’ora non sarei qui in Italia. 

PA: SaldaPress ha di recente riproposto il tuo lavoro sul personaggio iconico di Predator, su cui ti sei cimentato sia nel ruolo di disegnatore che in quello di autore. Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà dei diversi approcci a questo tipo di esperienza? Quale possibilità creativa preferisci? 

CW: Credo che in generale la cosa più difficile da fare sia quella di imparare a disegnare bene  il Predator, perché è così pieno di dettagli (anche se ora ho acquisito una sorta di “memoria muscolare”). L’elmetto ad esempio è così difficile da riprodurre, sembra diverso da ogni angolazione! [RIDE] 


In generale però come disegnatore e come autore cerco di muovermi sempre verso una forma di realismo, dove per esempio se una storia si muove in una certa regione geografica cerco di fare più studi possibile sul luogo e su tutte le sue caratteristiche. Adesso abbiamo la fortuna di avere Internet, ma prima mi ritrovavo letteralmente sommerso dai libri per riuscire a fare un lavoro del genere.
Per la scrittura cerco di non far immergere il lettore nella testa di questo personaggio (mentre spesso i miei colleghi la pensano diversamente), e questo perché la caratteristica più interessante di Predator secondo me è proprio questa: non sapere a cosa sta pensando e quale potrebbe essere la sua prossima mossa. Questo, proprio pensando anche ai film e a tutti gli altri media, permette l’interpretazione personale delle scelte e rende ogni creatura unica e differente dall’altra. Nella vita vera puoi incontrare qualcuno in un bar o in un pub, e tu e un tuo amico potete farvi idee completamente differenti su quel tale: questo mette l’interpretazione di gesti e fatti all’apparenza molto simili in una prospettiva tutta diversa. Credo che questa sia la chiave vincente del realismo di una storia. 

PA: Avresti mai immaginato ai tempi di Concrete Jungle, con Mark Verheiden, che il personaggio di Predator sarebbe diventato così iconico? 

CW: Diciamo che era molto facile immaginare questo risultato. Si tratta di una pellicola che riesce a rapirmi e farmi staccare da qualsiasi cosa stia facendo (disegno o scrittura), probabilmente l’avrò visto un centinaio di volte. Per il suo scopo si tratta di una pellicola perfetta; questo ovviamente non significa che si tratta del miglior film di tutti i tempi, ma per quello che prova a raccontare e per come lo racconta è realizzato molto molto bene. La prima volta che ho visto la scena in cui il Predator si toglie l’elmetto e comincia a ruggire come un leone ricordo di aver pensato: “Cavolo, questa è la cosa più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita.” [RIDE]


In quel momento l’ho collegato ai grandi classici dell’horror: poteva accostarsi a grandi capolavori come Frankenstein, Godzilla. Lo stesso è successo per Alien, ma mentre con lo xenomorfo non c’è la minima possibilità di intuirne le ragioni, dato che ci troviamo difronte a un essere di pura bestialità, per Predator il discorso è differente e in qualche modo la sua razza si può accostare a quella umana. Ad esempio: nelle regioni settentrionali degli Stati Uniti c’erano 70 milioni di esemplari di bisonti americani e in poco più di un secolo la natura umana li ha ridotti a pochi centinaia di esemplari, portandoli sull’orlo dell’estinzione. Nel corso del tempo la gente li ha uccisi, con l’unico scopo di realizzare stupidi cimeli turistici: dai teschi da appendere, fino alle lingue. I Predator in un certo senso vedono noi esseri umani nel modo in cui noi vediamo gli animali, e in un certo senso si potrebbe pensare a quanto orribile possa essere tutto ciò; ma pensando alla natura umana, che così spesso cerca di eradicare altre culture, io mi chiedo: “Quanto siamo diversi da quella visione macabra?” 

PA: Quali sono le tue ispirazioni nel mondo dei fumetti? 

CW: Ci sono molti disegnatori e artisti che hanno influenzato il mio lavoro nel corso degli anni. Se ripenso a quando ero giovane e volevo entrare in questo mondo c’era un vero e proprio triumvirato che mi ha forgiato dal punto di vista artistico: Jack Kirby, Steve Ditko e Wally Wood. In seguito in questo mio pantheon immaginario sono entrati molti altri grandi disegnatori, come Neal Adams. Al giorno d’oggi probabilmente quello che mi dà maggior ispirazione è ciò che succede nel mondo. Sono da sempre un appassionato di science fiction, ma ne leggo sempre di meno perché sono arrivato alla conclusione che anche la più contorta delle idee provenienti dai libri di fantascienza non può neanche lontanamente avvicinarsi al mondo che ci circonda, sia per stranezza che per magnificenza. L’altro giorno ero in giro per Roma con Alessio [Danesi, ndr] e mi sono letteralmente ritrovato circondato dalla Storia. Quello che mi ha più stranito è stato quando ci siamo avvicinati alla Piramide e subito ho pensato “Ah sicuramente si tratterà di un edificio costruito 50 anni fa da qualche ricco uomo della zona.” Ma poi a cena mi hanno spiegato la sua storia, che non si trattava di qualche sorta di residuo del fallimento di un ristorante o di qualche parco giochi a tema, e ho scoperto che in effetti un uomo ricco l’aveva sì commissionata, ma circa due millenni fa. Questo è il tipo di cose che mi fa appassionare alla realtà, che tra le sue stranezze e le sue meraviglie spesso riesce a dare vita a storie che difficilmente riusciresti a sentire in qualsiasi altro libro o film. 

PA: A cosa stai lavorando al momento?

CW: Ho da poco concluso la seconda serie di Predator: Hunters e sono al lavoro sulla terza. Proprio in questi giorni sto pensando alla location e sto cercando di utilizzarne una inedita per le storie del personaggio. Magari potrei ambientarla a Roma, ci sto pensando proprio in questi giorni. Avrei bisogno però di un’artista italiano che mi aiuti nella scelta delle diverse location [RIDE], ma sarebbe molto interessante. 


Quello che però spesso raccomando ai giovani artisti è “non pensate troppo al vostro prossimo progetto, mettete tutta la vostra energia in quello su cui state lavorando”. Sono diversi anni ormai che occupo il ruolo di editor per la Dark Horse e spesso vedo artisti fallire o mandare all’aria progetti per concentrarsi su troppe cose contemporaneamente. Proprio il mio, che è un lavoro fisso, mi permette di non dovermi preoccupare troppo del prossimo lavoro che ho da realizzare, posso scegliere tranquillamente su cosa concentrarmi, e finché mi vogliono a bordo delle serie di Predator avrò molte idee da offrire alla causa. Quando sei un uomo anziano come me il primo pensiero dopo una giornata di lavoro non è di certo: “Ehi cerchiamo di passare tutta la notte al tavolo da disegno”, ma piuttosto cerco di concedermi del riposo bevendo una buona birra e guardando la tv. 

Grazie a saldaPress, l’organizzazione del Romics Festival e Chris Warner per l’opportunità e la disponibilità.

lunedì 8 febbraio 2021

L’Universo a fumetti di Black Hammer

di Nicolò Beretta

Tra tutte le proposte originali che il mondo del fumetto ha offerto negli ultimi anni, quella che più mi ha appassionato e stregato è sicuramente Black Hammer dell'autore canadese Jeff Lemire: un progetto in cui lo scrittore riversa tutto il suo amore per la nona arte e che ha preso sempre più vita, articolandosi e dipanandosi in prequel, sequel e spin-off (addirittura ottenendo un crossover con la Justice League), coinvolgendo i migliori artisti e sceneggiatori in circolazione. 

L'intento di questo articolo è di raccontarvi tutte le sfaccettature dell'universo Black Hammer, presentandovelo in ordine di pubblicazione italiana e integrandovi le uscite americane con quelle già pubblicate nel nostro paese da Bao Publishing



Le Origini

L’idea di dare vita a un proprio universo a fumetti che omaggiasse i grandi comics americani venne a Lemire mentre era al lavoro sull'intimo Essex County (2007): convinto che non sarebbe mai riuscito a realizzare questo ambizioso desiderio, si limitò a riversare tutto il suo amore per il fumetto di supereroi proprio in quelle pagine così personali. 

Nel 2014, mentre lavorava in DC Comics e in Marvel, il canadese sentì che poteva essere il momento giusto per dare finalmente forma al suo sogno, proponendolo a un editore (Dark Horse Comics). 
I suoi numerosi impegni per le due major (Green Arrow, parte dell’universo dark su Animal Man e la versione Earth One dei Teen Titans per la DC; prima All New Hawkeye e dopo Old Man Logan per il rilancio All New All Different per la Marvel) non gli avrebbero però permesso di dedicarsi contemporaneamente alla scrittura e ai disegni del suo progetto. È l’incontro con il disegnatore Dean Ormston a liberarlo da questa empasse: Lemire si era infatti molto appassionato allo stile dell’artista inglese visti suoi lavori per la Vertigo e sentì che sarebbe stato perfetto per il tipo di storia che aveva in mente, diversa dall’idea di supereroi tradizionali. 

Secondo i piani la serie sarebbe dovuta uscire nel Marzo del 2015, ma alcuni seri problemi di salute di Ormston costrinsero a far slittare l’esordio nell’estate del 2017
L’uscita avvenne infine a Luglio e il fumetto si aggiudicò subito il premio Eisner nello stesso anno come miglior nuova serie. Il lavoro continuò quindi a raccogliere premi e nomination fino all’acquisizione dei diritti da parte della Legendary per adattare Black Hammer sia per il cinema che la televisione, coinvolgendo- in caso di sviluppo- lo stesso Lemire nello staff creativo e di supervisione del progetto. 

Un sogno che si realizza e  un vero e proprio trionfo per l'autore canadese.

Ma scopriamo la serie nel dettaglio.

 BLACK HAMMER (2016)


I protagonisti del racconto sono un piccolo gruppo di eroi della fantomatica città di Spyral City: il forte Black Hammer, il lottatore Abraham Slam, l'alieno mutaforma esiliato dal suo popolo BarbalienGolden Gail che al grido di una parola magica può trasformarsi in una supereroina, il robot Talky-Walky, il folle esploratore spaziale Colonnello Weird e la sfuggente strega Madame Dragonfly. In seguito ad una disperata lotta contro l’onnipotente Anti Dio, arrivano a sacrificarsi per salvare la loro città. 

I protagonisti si ritrovano inspiegabilmente catapultati nel nostro mondo, nella fattoria di una piccola cittadina della provincia americana: sembrano impossibilitati a fuggirne e alcuni del gruppo hanno anche perso le loro abilità. L’unico di loro sparito nel nulla dopo il combattimento è proprio Black Hammer, il quale ha abbandonato la figlia Lucy Weber, giornalista di Spyral City fermamente intenzionata a scoprire cosa sia accaduto al                                                                                                 padre e ai suoi compagni... 

Lemire riversa già in queste pagine tutto il suo amore per il fumetto americano di supereroi, passando attraverso le ere dei comics, dalla Golden alla Silver e alla Bronze Age


Il suo appassionato omaggio prende forma già attraverso i character stessi, evidenti citazioni a figure Marvel, DC, Image; e si manifesta anche nella riproposta stilistica di copertine di riviste come Weird Tales o quella all'iconica cover del Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller. Ponendo questi protagonisti in un contesto a loro completamente avverso, le loro personalità, i dubbi e le insicurezze affiorano prepotentemente, arrivando a colpire con potenza il lettore. Esempio lampante è quello di Golden Gail, una donna i cui poteri ricordano quelli di Shazam ma al contrario: può trasformarsi in una ragazzina dotata di super abilità, ma bloccata in questa forma non può compiere azioni normali per un adulto, come ad esempio fumare una sigaretta. 
Dean Ormston si conferma una scelta più che azzeccata, ricordando molto lo stile del Lemire disegnatore, e il suo tratto fine evidenzia le fragilità dei personaggi.

SHERLOCK FRANKENSTEIN E LA LEGIONE DEL MALE (2017) con David Rubìn 


In seguito ad altri problemi di salute di Ormston, Lemire è costretto a rallentare la scrittura della serie e comincia a maturare il proposito di espandere il suo universo con degli spin-off. L'idea dell'autore canadese è di concentrarsi sui villain di Spyral City: per questa nuova storia viene scelto lo spagnolo David Rubìn, (autore del bellissimo L’Eroe) come  disegnatore dei cinque numeri della serie. 
Raccontando le indagini di Lucy Weber sulla sparizione del padre e degli altri eroi, la storia ci porta tra i vicoli e le strade di Spyral City, presentandoci alcuni dei più acerrimi nemici di Black Hammer e compagni. La profondità data a questi personaggi è la medesima osservata nei protagonisti: scoprendo le motivazioni che hanno portato questi cattivi a scontrarsi con i buoni, non possiamo fare a meno di empatizzare con essi (anche loro incarnazioni di altri fumetti e classici della letteratura horror). L’approccio grafico di Rubìn si discosta da quello di Ormston, dando una visione più colorata, quasi psichedelica di questo mondo, ma altrettanto suggestiva e meritevole. 

 DOCTOR ANDROMEDA (2018) con Max Fiumara


Nel corso della sua indagine, Lucy Weber si rivolge a un eroe che spesso si ritrovò al fianco di Black Hammer,
Doctor Andromeda. Inizialmente presentato come Doctor Star, Lemire dovette ribattezzarlo in seguito a problematiche di diritti: il personaggio è tributo evidente  allo Starman di James Robinson, non solo nelle sue fattezze ma anche nella sua identità smascherata (Jimmy Robinson). Il passato e il presente del protagonista vengono intrecciati, alternando il racconto delle sue origini con il suo tentativo di recuperare il rapporto con il figlio, malato di cancro. Il vecchio eroe, in cerca di una cura, percorre un viaggio nei meandri dello spazio, venendo in contatto con un esercito di alieni che, ispirati dalle sue imprese, hanno formato un vero e proprio corpo di eroi spaziali (ovvia citazione alle Lanterne Verdi, con tanto di una propria versione del “giuramento”). 

Ancora non pubblicato nel nostro paese, questo è uno degli spin-off più belli tra quelli usciti sinora: emozionante e commovente, narra del desiderio di un uomo di recuperare il rapporto con la sua famiglia, da cui si allontanò per perseguire le ricerche sulle possibilità dei suoi poteri.

 BLACK HAMMER L’ERA DEL TERRORE – PARTE 1 (2018)

Con L’Era del Terrore Lemire torna a raccontare la trama principale di Black Hammer: Lucy Weber, divenuta la nuova Black Hammer, è riuscita a raggiungere gli sperduti eroi di Spyral City, scoprendo anche la verità dietro alla loro sparizione. Sul punto di rivelarla agli eroi, ormai rassegnati, la ragazza sparisce improvvisamente davanti a loro. La figlia del precedente Black Hammer si risveglia letteralmente all’Inferno, e si trova costretta ad attraversarne i gironi, scontrandosi con demoni e dannati che faranno di tutto per fare propria l’anima della donna. 

Una parentesi ancora più oscura della precedente, a tratti onirica, che non solo mette (ancora) in scena nuovi personaggi ed entità che traggono ispirazione dai capisaldi della Vertigo -come Sandman e Hellblazer- ma riesce a insinuare il dubbio nei suoi protagonisti (e nel lettore) che dietro alle loro varie peripezie ci possa essere una volontà superiore.


 QUANTUM AGE (2018) con Wilfredo Torres 

L’universo di Black Hammer non si espande però solo verticalmente, raccontando le vicende dei singoli personaggi visti nella serie principale, ma si sposta anche avanti e indietro sulla linea temporale di questo mondo. E’ il caso di Quantum Age, disegnato da Wilfredo Torres, spin-off collocato decenni nel futuro del mondo di Lemire: 100 anni dopo lo scontro tra l’Anti Dio e la Quantum League, un gruppo di personaggi, ispirati dalle azioni degli eroi di Spyral City, decide di formare una nuova squadra. Trascorsi altri 25 anni, la città è diventata una metropoli buia, popolata dalle più disparate razze aliene e sottomessa a un dittatore; alcuni giovani, riuniti dal caso, si ritrovano ad unire le loro forze per difendere l’universo. 
Lemire mette in campo le versioni giovani e future dei suoi eroi, mettendo sulle loro spalle le responsabilità e gli errori commessi dai loro predecessori, intrecciando le vicende dei nuovi e dei vecchi personaggi. Forse è lo spin-off che ho gradito meno, anche per via del disegnatore scelto, molto (forse troppo) classico rispetto a Dean Ormston, caratteristica che invero aiuta a rafforzare lo stacco temporale tra la storia e la serie principale. 

 CTHU-LOUISE (2018) con Emi Lenox 

Breve parentesi nata dalle pagine di Sherlock Frankenstein, questo albo singolo è incentrata sulla giovane protagonista: figlia dell’idraulico Cthu-Lou (diventato per caso avatar di una antica divinità cosmica e nemico della Quantum League), la piccola ha visto ricadere sulle proprie fragili spalle la stessa maledizione del padre. Questo è fonte di non poche problematiche per Louise, già vessata dalla madre e vittima di scherzi e angherie dai suoi compagni di classe. In poche pagine, assistiamo al tormento della bambina sulla sua natura e sul perché non possa essere come tutti i suoi coetanei. 

 BLACK HAMMER: L’ERA DEL TERRORE – PARTE 2 (2019) 

Con la seconda parte de L’Era del Terrore, Lemire conclude anche la fase 1 del suo progetto. 
L’albo si apre con un'avventura in solitaria del Colonnello Weird, separato dai suoi compagni e ritrovatosi in un mondo in cui si trovano tutta una serie di personaggi scartati dall’autore: ciascuno di essi incarna un genere diverso proprio del fumetto Golden Age, da quello di guerra a quello fantasy, dal poliziesco a quello di avventura, ma si arriva anche alle esagerazioni tipiche degli anni ’90 (come le loro versioni animalesche). Questa parentesi è illustrata da Rich Tommaso, un’altra scelta assai azzeccata da parte di Lemire. 

Ritroviamo poi gli eroi della Quantum League, tornati misteriosamente a Spyral City, privi però di tutti i loro ricordi della vita nella fattoria; in un momento assai critico, in cui si palesano avvisaglie del ritorno dell’Anti Dio, i membri del gruppo scoprono che dietro tutti i loro trascorsi c’è -nientemeno-il tradimento di uno di loro. Ancora una volta, Lemire mette in luce le debolezze dei suoi protagonisti, minando la stabilità di questa famiglia; una famiglia piuttosto disfunzionale, ma che interagisce e reagisce esattamente come un vero e proprio nucleo famigliare. 

Rivedremo prima o poi questi personaggi? 



 BLACK HAMMER ’45 (2019) con Ray Fawkes e Matt Kindt 

Se in Quantum Age siamo saltati avanti nel tempo, in Black Hammer ’45 scopriamo l’origine della Quantum League, in una precedente versione del gruppo di eroi; per la prima volta, Lemire si affianca alla scrittura con un altro sceneggiatore, Ray Fawkes. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un manipolo di aviatori contrasta le forze dell’Asse e dell’Unione Sovietica: un gruppo di soldati di colore che hanno vissuto sulla propria pelle le discriminazioni razziali e si batte contro leggendari aviatori nazisti ed enormi robot comandati dai russi. 
Si ritrovano qui una serie di divertenti cliché tipici delle storie che hanno romanzato il periodo, come l’impiego e la ricerca di armi sovrannaturali nel conflitto (qualcuno ha detto Hellboy o Società di Thule?); tra divinità nordiche e lupi mannari nazisti, fanno la loro comparsa anche personaggi che abbiamo già conosciuto, come Abe Slam o Wingman, reclutati dal Governo per impiegare le proprie abilità contro i tedeschi. Ancora una volta, la scelta del disegnatore è molto accurata: in Matt Kindt troviamo non solo un autore molto simile al tratto di Lemire e Ormston, ma anche l'artista ideale per restituire al lettore le atmosfere del fumetto d’epoca.

 BLACK HAMMER vs JUSTICE LEAGUE (2019) con Michael Walsh

Uno dei riconoscimenti alla serie dello scrittore canadese è sicuramente  la proposta della DC Comics di un crossover tra gli eroi di Spyral City e la loro Justice League. Collocato poco dopo l’inizio della serie principale, questo breve racconto vede i personaggi dei due gruppi vittime di un gioco misterioso: improvvisamente Batman, Superman, Wonder Woman e i loro compagni si ritrovano in una fattoria sperduta in mezzo alle campagne americane, mentre la Quantum League viene catapultata tra le strade di Metropolis, sotto assedio dell’alieno Starro
Personalmente ho trovato più interessante l’idea in sé che il suo sviluppo, piuttosto prevedibile nello svolgimento e nella risoluzione.
Magari in futuro un nuovo incontro tra i due schieramenti (lasciato intendere) potrebbe avere sviluppi più interessanti...

 SKULLDIGGER + SKELETONBOY (2019) con Tonci Zonjic 

Primo tassello della seconda fase dell'affresco di Lemire, questo spin-off è senza dubbio il mio preferito: abbiamo solo intravisto il vigilante Skulldigger nelle pagine di Doctor Andromeda (dettaglio che quindi collocherebbe questa storia più o meno in contemporanea con le indagini di Lucy Weber), un personaggio inquietante e dalla dubbia morale. 
Durante una delle sue ronde notturne, l'antieroe uccide un rapinatore che ha appena assassinato una coppia davanti agli occhi del loro figlio, testimone impotente della scena. Tra il giustiziere e il ragazzino nasce dunque un legame che -complice il forte trauma subito- avvicinerà sempre di più il giovane al giustiziere senza freni, in un rapporto molto simile a quello che c’è tra il vecchio Cavaliere Oscuro e la sua spalla nel Dark Knight Returns di Milleriana memoria. 
A peggiorare la situazione c’è anche l’evasione dal carcere di Grimjaw, anche lui già apparso in Sherlock Frankenstein, con cui Skulldigger ha ancora un conto aperto. Tra le atmosfere di Gotham City e la morale distorta del Punitore, vediamo svilupparsi il rapporto tra i due controversi protagonisti in una Spyral City buia e cupa, in piena campagna elettorale. Interessante è proprio la figura dell’aspirante sindaco, da poco rivelatosi essere un ex vigilante proprio come Skulldigger, che ha deciso di confessare il suo passato nelle sue memorie scritte (esattamente come fece Hollis Mason, il vecchio Gufo Notturno, in Watchmen). Lo stile e i colori densi di Tonci Zonjic mi hanno ricordato molto quello del David Mazzuchelli di Batman Anno Uno, dipingendo una Spyral City malfamata, abbandonata dai suoi eroi. 


In questo periodo stanno uscendo in America altri due nuove serie nate da Black Hammer. 
Colonel Weird: Cosmagog, disegnata da Tyler Crook, sarà un punto di raccordo tra le due fasi del progetto di Lemire e approfondirà uno dei personaggi più interessanti della vicenda, reso folle dai suoi continui viaggi tra le dimensioni; in Barbalien: Red Planet vedremo invece l’arrivo sulla Terra di Mark Martz, alieno mutaforma piombato sul nostro mondo negli anni’80, tra l’impazzare dell’AIDS e un pericoloso nemico che lo sta braccando. Ai disegni  di quest'ultima troviamo Gabriel Hernandez Walta, autore della pagine del Visione di Tom King
Inoltre, è già prevista per Marzo l’uscita di Black Hammer: Visions, una serie di albi singoli, ognuno incentrato su un singolo personaggio della Quantum League, ognuno realizzato da team artistici di altissimo livello (si parla di Geoff Johns, Chip Zdarsky, Scott Snyder, Kelly Thompson, Mariko Tamaki…). 


Insomma, un universo in continua espansione che non vedo l'ora di continuare a esplorare...