di Alberto Tollini
In occasione del 35° anniversario dell'uscita nelle sale cinematografiche di Akira, ripercorriamo a ritroso la bibliografia del suo autore per soffermarci su Dōmu il primo grande successo internazionale di Katsuhiro Ōtomo.
Dōmu è stato serializzato tra il 1980 e il 1981, pochi anni prima del ben più celebre Akira con cui condivide molteplici tematiche, e fu il primo manga a vincere nel 1983 il prestigioso Japanese Science Fiction Award.
Per parlare di Dōmu dobbiamo necessariamente partire dalla sua etimologia. Il titolo è l’unione di due kanji 童夢 do e mu, rispettivamente bambino e sogno, che racchiudono e in qualche modo anticipano l’essenza stessa del manga. Inoltre, come giustamente sottolineato nel redazionale di apertura della versione italiana, la parola Dōmu è simile per assonanza al vocabolo latino domususato per indicare la casa, casa che si rivela un altro elemento fondamentale dell’intreccio. Il manga infatti segue una serie di strani eventi avvenuti in un enorme complesso residenziale popolare della periferia di Tokyo. Incidenti insoliti, suicidi inspiegabili e morti improvvise alimentano tra i residenti un clima di angoscia e paura sempre più opprimente all’interno delle mura claustrofobiche di questi casermoni. Un mistero avvincente, tinto di quell’elemento soprannaturale tipico del mangaka che, dopo un inizio criptico, esplode in un finale frenetico e coinvolgente.
È molto difficile parlare di Dōmu senza entrare nei particolari della storia. Parte del fascino della opera è data dall’alone di mistero, a tratti ermetico, nella parte iniziale dove non appare chiaro chi sia effettivamente il protagonista. In questa fase l’autore costruisce il mondo della sua storia, un’operazione di world building fondamentale con cui evidenzia l’aspetto realistico del suo manga che andrà a controbilanciare la sfera onirica citata in apertura. I personaggi di Dōmu descrivono uno spaccato della società giapponese, dei suoi usi e costumi. Al pari dei personaggi in carne ed ossa, il complesso residenziale non è il mero teatro della vicenda, ma ricopre un ruolo centrale ed è a tutti gli effetti un personaggio imprescindibile. Sono proprio le architetture imponenti e opprimenti di questo casermone a rimarcare il carattere popolare del titolo: tra le mura asfissianti degli appartamenti e gli ampi terrazzi, Ōtomo descrive la classe operaia del suo Giappone, nascondendo dietro la solenne facciata di questo complesso tutte le loro frustrazioni, ossessioni e squilibri, in un ritratto sociologico profondamente veritiero.
Dal momento in cui i personaggi gettano però la maschera, emerge la natura soprannaturale del titolo. Anticipando diverse tematiche che troveranno una loro maturazione nel successivo Akira, Dōmu presenta un intenso scontro psichico tra due figure, che per ragioni di trama lasceremo indefinite, che ricordano molto Tetsuo e lo stesso Akira. Un confronto mentale intenso, gestito splendidamente dall’artista con l'alternarsi di campo&controcampo e primissimi piani in una sorta di stallo alla messicana, culminante nello spettacolare finale. Il coup de théâtre imbastito da Ōtomo coincide con un cambio nel ritmo del racconto, molto più incalzante e diretto rispetto a prima. Probabilmente l’aspetto che meglio evidenzia questo cambio di regia è la messa in scena della violenza, celata nella prima parte in favore del mistero, mentre ora esplode in tutto il suo brutale realismo.
Realismo rimarcato dalle matite del maestro. Pur essendo uno dei suoi primissimi lavori, la linea sicura e pulita definisce la realtà del giappone del suo tempo. Anatomie, forme e volumi degli individui e degli spazi che animano Dōmu non sono per nulla accentuati o deformati come spesso accade nel fumetto, ma tendono al reale come se l’autore stesse osservando il mondo fuori dalla finestra. Il risultato è sbalorditivo soprattutto in relazione alla compostezza delle pagine anche negli attimi più caotici. Nel fondere la sua formazione come architetto con il suo estro creativo, le tavole di Ōtomo si caratterizzano per la precisione della loro composizione che, pur rispettose dei rigidi confini della griglia, sono capaci di trasmettere un senso di vastità smisurato.
Dalla lettura del manga è impossibile non notare gli echi con Akira. Le similitudini tra i due manga sono molteplici sia a livello tematico che figurativo. Possiamo definire infatti Dōmu un terreno di prova dove Ōtomo mette sotto osservazione la società giapponese attraverso gli occhi dei più giovani. InDōmuquesto avviene dal punto di vista dei bambini, gli eroi del racconto poiché gli unici in grado di distinguere il bene dal male e capaci ancora di sognare. Una visione idealizzata, forse un po’ naive, che pochi anni dopo diviene più cinica in Akira. Nella Tokyo distopica di Akira la gioventù di disillusi adolescenti teppisti pensa solo a vivere alla giornata tra una scorribanda e l’altra, ritagliandosi il proprio spazio nel degrado di una società dove il peso delle responsabilità ricade sugli adulti, figure costantemente assenti e marginali nei due titoli. Echi di due opere fortemente legate tra loro da un filo invisibile e che trova nella sfera onirica un altro punto in comune. In entrambe il mangaka si cimenta con personaggi che hanno sviluppato dei poteri mentali e sulle loro conseguenze. Ancora una volta però è interessante notare come Dōmu presenti una visione più positiva dell’uso dei poteri psichici, usati nel tentativo di fermare la minaccia, rispetto a quella più pessimista adottata in Akira, dove diventano la causa del deterioramento fisico e mentale di Tetsuo oltre che a discapito delle sue relazioni interpersonali.
Potremmo andare avanti ancora nell’elencare i parallelismi da quelli grafici fino al ruolo centrale ricoperto dal setting nell’economia dei due lavori, ma a questo punto credo sia ormai lampante quanto Dōmu sia stato importante per l’autore giapponese per arrivare alla realizzazione di Akira. Se quindi siete amanti del capolavoro di Katsuhiro Ōtomo , anime o manga che sia, Dōmu è un manga che non deve assolutamente mancare nella vostra libreria.
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