sabato 10 giugno 2023

DŌMU - Il precursore di AKIRA

di Alberto Tollini

In occasione del 35° anniversario dell'uscita nelle sale cinematografiche di Akira, ripercorriamo a ritroso la bibliografia del suo autore per soffermarci su Dōmu il primo grande successo internazionale di Katsuhiro Ōtomo.

Dōmu è stato serializzato tra il 1980 e il 1981, pochi anni prima del ben più celebre Akira con cui condivide molteplici tematiche, e fu il primo manga a vincere nel 1983 il prestigioso Japanese Science Fiction Award.

Per parlare di Dōmu dobbiamo necessariamente partire dalla sua etimologia. Il titolo è l’unione di due kanji 童夢 do e mu, rispettivamente bambino e sogno, che racchiudono e in qualche modo anticipano l’essenza stessa del manga. Inoltre, come giustamente sottolineato nel redazionale di apertura della versione italiana, la parola Dōmu è simile per assonanza al vocabolo latino domususato per indicare la casa, casa che si rivela un altro elemento fondamentale dell’intreccio. Il manga infatti segue una serie di strani eventi avvenuti in un enorme complesso residenziale popolare della periferia di Tokyo. Incidenti insoliti, suicidi inspiegabili e morti improvvise alimentano tra i residenti un clima di angoscia e paura sempre più opprimente all’interno delle mura claustrofobiche di questi casermoni. Un mistero avvincente, tinto di quell’elemento soprannaturale tipico del mangaka che, dopo un inizio criptico, esplode in un finale frenetico e coinvolgente.

È molto difficile parlare di Dōmu senza entrare nei particolari della storia. Parte del fascino della opera è data dall’alone di mistero, a tratti ermetico, nella parte iniziale dove non appare chiaro chi sia effettivamente il protagonista. In questa fase l’autore costruisce il mondo della sua storia, un’operazione di world building fondamentale con cui evidenzia l’aspetto realistico del suo manga che andrà a controbilanciare la sfera onirica citata in apertura. I personaggi di Dōmu descrivono uno spaccato della società giapponese, dei suoi usi e costumi. Al pari dei personaggi in carne ed ossa, il complesso residenziale non è il mero teatro della vicenda, ma ricopre un ruolo centrale ed è a tutti gli effetti un personaggio imprescindibile. Sono proprio le architetture imponenti e opprimenti di questo casermone a rimarcare il carattere popolare del titolo: tra le mura asfissianti degli appartamenti e gli ampi terrazzi, Ōtomo descrive la classe operaia del suo Giappone, nascondendo dietro la solenne facciata di questo complesso tutte le loro frustrazioni, ossessioni e squilibri, in un ritratto sociologico profondamente veritiero.

Dal momento in cui i personaggi gettano però la maschera, emerge la natura soprannaturale del titolo. Anticipando diverse tematiche che troveranno una loro maturazione nel successivo Akira, Dōmu presenta un intenso scontro psichico tra due figure, che per ragioni di trama lasceremo indefinite, che ricordano molto Tetsuo e lo stesso Akira. Un confronto mentale intenso, gestito splendidamente dall’artista con l'alternarsi di campo&controcampo e primissimi piani in una sorta di stallo alla messicana, culminante nello spettacolare finale. Il coup de théâtre imbastito da Ōtomo coincide con un cambio nel ritmo del racconto, molto più incalzante e diretto rispetto a prima. Probabilmente l’aspetto che meglio evidenzia questo cambio di regia è la messa in scena della violenza, celata nella prima parte in favore del mistero, mentre ora esplode in tutto il suo brutale realismo.

Realismo rimarcato dalle matite del maestro. Pur essendo uno dei suoi primissimi lavori, la linea sicura e pulita definisce la realtà del giappone del suo tempo. Anatomie, forme e volumi degli individui e degli spazi che animano Dōmu non sono per nulla accentuati o deformati come spesso accade nel fumetto, ma tendono al reale come se l’autore stesse osservando il mondo fuori dalla finestra. Il risultato è sbalorditivo soprattutto in relazione alla compostezza delle pagine anche negli attimi più caotici. Nel fondere la sua formazione come architetto con il suo estro creativo, le tavole di Ōtomo si caratterizzano per la precisione della loro composizione che, pur rispettose dei rigidi confini della griglia, sono capaci di trasmettere un senso di vastità smisurato.

Dalla lettura del manga è impossibile non notare gli echi con Akira. Le similitudini tra i due manga sono molteplici sia a livello tematico che figurativo. Possiamo definire infatti Dōmu un terreno di prova dove Ōtomo mette sotto osservazione la società giapponese attraverso gli occhi dei più giovani. InDōmuquesto avviene dal punto di vista dei bambini, gli eroi del racconto poiché gli unici in grado di distinguere il bene dal male e capaci ancora di sognare. Una visione idealizzata, forse un po’ naive, che pochi anni dopo diviene più cinica in Akira. Nella Tokyo distopica di Akira la gioventù di disillusi adolescenti teppisti pensa solo a vivere alla giornata tra una scorribanda e l’altra, ritagliandosi il proprio spazio nel degrado di una società dove il peso delle responsabilità ricade sugli adulti, figure costantemente assenti e marginali nei due titoli. Echi di due opere fortemente legate tra loro da un filo invisibile e che trova nella sfera onirica un altro punto in comune. In entrambe il mangaka si cimenta con personaggi che hanno sviluppato dei poteri mentali e sulle loro conseguenze. Ancora una volta però è interessante notare come Dōmu presenti una visione più positiva dell’uso dei poteri psichici, usati nel tentativo di fermare la minaccia, rispetto a quella più pessimista adottata in Akira, dove diventano la causa del deterioramento fisico e mentale di Tetsuo oltre che a discapito delle sue relazioni interpersonali.

Potremmo andare avanti ancora nell’elencare i parallelismi da quelli grafici fino al ruolo centrale ricoperto dal setting nell’economia dei due lavori, ma a questo punto credo sia ormai lampante quanto Dōmu sia stato importante per l’autore giapponese per arrivare alla realizzazione di Akira. Se quindi siete amanti del capolavoro di Katsuhiro Ōtomo , anime o manga che sia, Dōmu è un manga che non deve assolutamente mancare nella vostra libreria.



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domenica 30 aprile 2023

Mercurio Loi e la nuova anima di Bonelli

di Marco Matteini

Parto dalla conclusione: Mercurio Loi mi è piaciuto moltissimo e merita la lettura.
Recuperatelo.

Ora, se volete capire perché questo fumetto mi abbia colpito così tanto, potete proseguire con la recensione. Se non volete perdere altro tempo, invece, chiudete tutto e recuperate Roma dei Pazzi, il volume di cui vi voglio parlare oggi. Che poi sarebbe anche il primo.

Nato nel 2015 sulle pagine del mensile Le Storie dall’abile penna di Alessandro Bilotta, Mercurio Loi trova una sua forma definitiva solo nel 2017, con l’uscita del primo numero, Roma dei pazzi. Accanto ai testi dello sceneggiatore romano, troviamo qui i disegni di Matteo Mosca, i colori di Francesca Piscitelli e la copertina di Manuele Fior. Mercurio Loi rappresenta una creatura atipica, all’interno della storica scuderia Bonelli, quasi strana. Il che non è un male, vista la qualità dell’opera.

Sì, perché -ve lo ridico- Roma dei pazzi mi è piaciuto.
Mi è piaciuto davvero molto.

L’opera è solida in praticamente ogni suo aspetto, ma ce ne sono due in particolare, di cui voglio parlarvi. Il primo è lo storytelling: pur non essendo un vero e proprio “numero zero”, Roma dei pazzi è un pilot eccellente e ci racconta perfettamente gli intricati rapporti che legano i vari personaggi, soprattutto quello tra Mercurio Loi e la sua nemesi Tarcisio Spada. Il loro rapporto va ben oltre quello che lega due nemici giurati dei fumetti, ma è un confronto continuo tra due personaggi che hanno molto in comune e rappresentano due poli opposti. Il confronto più immediato, visto il genere della storia raccontata, è quello tra Sherlock Holmes e James Moriarty, soprattutto nella loro iterazione moffatiana, in cui sono portati a schermo in maniera a dir poco egregia da Benedict Cumberbatch e Andrew Scott.

Per numerosi aspetti, Mercurio Loi rappresenta un seguito spirituale della serie TV della BBC, che -nemmeno a farlo apposta- vede la sua conclusione proprio nel 2017, pochi mesi prima dell’uscita di Roma dei pazzi. Ma non c’è solo Sherlock: il modo in cui ci vengono raccontati il già citato rapporto tra Mercurio e Tarcisio riporta alla mente quello tra il Dottore e il Maestro, così come quello tra lo stesso Mercurio e Ottone, il suo fidato assistente, ci ricorda quello che intercorre tra il vagabondo di Gallifrey e i suoi numerosi companion.

Con questo non sto dicendo che Mercurio Loi sia un plagio di qualche genere, anzi. Bilotta ha preso il meglio da un certo tipo di narrazione e l’ha fatto suo, donando alla propria creatura una caratteristica che poche altre opere Bonelli hanno: la capacità di farsi leggere tutto d’un fiato. Attorno ad altri titoli della casa editrice milanese aleggia lo stigma che li cataloga come opere da leggere in più riprese: il Dylan Dog “da bagno” o il Tex “da riposo”. Storie magari eccellenti, ma pensate per essere fruite in tempi anche molto dilatati. Ecco, quello che fa Mercurio Loi, in questo senso, è quasi una rivoluzione copernicana. Ammetto di non essere un assiduo lettore Bonelli, ma devo ammettere che non mi era mai capitato di leggere un Tex, un Dylan Dog o un Nathan Never con la stessa voracità con cui ho letto Mercurio Loi.

Il secondo elemento su cui voglio porre l’attenzione è Roma. Come la New York del mitico Ghostbusters del 1984, la Città Eterna del 1826 messa in scena da Bilotta & Co. è viva, respira e ha un ruolo di primissimo piano. È il campo su cui Mercurio e Tarcisio giocano la loro spietata partita, ma è anche la terza grande protagonista della storia. La visione degli autori è quasi intimista e mette la città a nudo, sia nei suoi panorami più famosi che nei suoi vicoli più misteriosi; Roma diventa una comprimaria costante e lo scorcio che ne viene fuori è quasi neorealista. Volendo dirla in maniera molto volgare e poco poetica, mi ha restituito la stessa sensazione che provo sbirciando in un vicolo che non conosco o un cortile che non è il mio. Una meraviglia quasi voyeuristica che, mischiandosi alla curiosità, mi fa chiedere come sia la vita tra quelle mura, oltre quel cancello o dietro quell’angolo, come se mi aspettassi di trovare un mondo esotico e completamente alieno.

Come ho detto, l’opera è solidissima. Non credo ci sia bisogno di spendere ulteriori parole per raccontarvi i dialoghi o i disegni. Questa recensione arriva in ogni caso molto lunga e decine di persone, magari anche più esperte, ne avranno già parlato sicuramente meglio. Quello che ho cercato di restituire, qui, è l’esperienza di lettura di questo primo numero di Mercurio Loi, di riportare quello che ho provato leggendolo e della sua importanza all’interno della linea editoriale di Bonelli.

Per un responso finale, vi rimando all’introduzione dell'articolo.

mercoledì 8 febbraio 2023

Intervista ad Arthur Adams

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Lucca Comics & Games 2018)

 Nato e cresciuto come artista autodidatta, Arthur Adams approda in Marvel Comics nel 1985 con la leggendaria run Longshot, scritta da una semi-esordiente Ann Nocenti. Amante della perfezione e del dettaglio, Art non ha mai fatto mistero di essere un disegnatore che punta più alla qualità che alla quantità (e la breve serie di opere che gli sono accreditate nel corso della sua lunga carriera sono la testimonianza più sincera di questa sua volontà). Panini Comics, che ringraziamo, ci ha permesso di incontrarlo per parlare con lui dei suoi lavori leggendari per la Casa delle Idee, di Gorilla e di perfezionismo…

Paper Apes: Panini di recente ha ristampato alcuni dei tuoi lavori più celebri su personaggi iconici del mondo Marvel. Una delle tue caratteristiche più apprezzate è la capacità di “rinnovare graficamente” tali personaggi con semplicità e stile unico. Qual è il tuo metodo? Segui quello che trovi scritto in sceneggiatura o ti lasci ispirare da altri fattori?

Arthur Adams: Principalmente cerco di rubare da altri artisti. Quando vedo qualcosa che mi piace cerco di copiarla e spero che ciò che mi ha ispirato possa piacere anche al pubblico… e forse è perché non sono molto bravo a riprodurla che il mio stile sembra così “unico”. Questo probabilmente è il mio segreto: so rubare in maniera professionale. [RIDE]

Paper Apes: La tua memorabile run su Fantastic Four con Walt Simonson è la summa di tutto ciò che prediligi disegnare (scontri, mostri, bizzarre creature). Che ricordi hai di quella saga?

Arthur Adams: Mi sono divertito un sacco a realizzarla! Ricordo quando Walter mi ha chiamato per chiedermi di aiutarlo con le deadline… ho riso molto forte perché uno come lui chiedeva aiuto a me! (Art Adams è conosciuto per la sua lentezza proverbiale, ndr). Non ho ancora capito perché la Marvel mi ha voluto per quel fumetto dato che anche loro in quel periodo non se la passavano troppo bene… Walt poi mi ha chiesto cosa mi piaceva dei Fantastici 4 e io ho risposto semplicemente: “TUTTO!” … dopodiché lui è riuscito a piazzarli tutti nel primo numero, ancora mi chiedo come abbia fatto! [RIDE] Siamo andati al reparto vendite della Casa delle Idee e abbiamo chiesto quali fossero i personaggi che vendevano di più al momento. Erano Wolverine, Spider-Man, Ghost Rider e The Punisher. Ma a me il Punitore non piaceva così ho chiesto di sostituirlo con Hulk e mi hanno risposto che avrebbe funzionato anche meglio!

Paper Apes: In occasione di Lucca Comics quest’anno è stato riproposto da Editoriale Cosmo anche Monkeyman and O’ Brien, uno dei tuoi lavori più apprezzati e riconosciuti. Quali sono state le tue ispirazioni per la creazione di quest’opera? Il gorilla è una figura ricorrente come super-intelligenza del fumetto sci-fi (tu e il tuo sodale Mike Mignola in questo avete un altro punto- e passione- in comune). Perché secondo te?

AA: Beh, potrebbe essere una grande sorpresa… [RIDE] ma tra le ispirazioni per questo fumetto sicuramente c’è la figura di King Kong e tutta la serie di monster movie degli anni 30,40 e 50. I primi numeri sono letteralmente copiati dalla corrente supereroistica della Silver Age dei Fantastici 4 e Hulk. [RIDE] Questo proprio perché alla base del mio lavoro come autore unico c’è la volontà di presentare al pubblico numeri singoli da poter leggere nella loro interezza, non volevo che il pubblico dovesse comprare 6 numeri per avere una storia completa.

Poi, per quanto mi riguarda, i gorilla sono molto divertenti da disegnare e di solito non sono molto loquaci… quindi sei quasi obbligato a fare qualcosa per farli parlare e probabilmente quello che uscirà dalla loro bocca dovrà essere per forza folle! Si tratta di una vecchia idea della science fiction classica… nell’Hellboy di Mike c’è una sorta di Franken-Gorilla quindi credo che le nostre ispirazioni siano praticamente le stesse.

PA: Al giorno d’oggi il fumetto americano sembra affrettare sempre di più i tempi delle pubblicazioni... Tu, che in più occasioni ti sei dichiarato una persona particolarmente attenta ai dettagli più che alla velocità, come stai vivendo questo momento?

AA: Penso che sicuramente al giorno d’oggi per il pubblico sia sempre più difficile collezionare fumetti e affezionarsi a un artista. Al momento credo che ci sia molta più attenzione verso gli scrittori, anche perché è quasi impossibile stare dietro alla carriera attuale di un disegnatore che rimane su una serie per pochi numeri. Uno dei pochi esempi che mi viene in mente di costanza editoriale è quella di Charlie Adlard su The Walking Dead, uno dei pochi che riesce a mantenere una qualità e un ritmo di gran livello… ma quanti altri ve ne vengono in mente? Anche sotto un punto di vista meramente commerciale si tratta di pura follia, non so come sono i prezzi qui in Italia ma chi riesce a pagare 4 volte in un mese per lo stesso fumetto? “This is madness!” [RIDE] Per quanto mi riguarda: beh, io non voglio proprio farlo!

PA: Rivedremo ancora i tuoi disegni sugli albi di qualche testata regolare? Magari potresti ritornare proprio su Monkeyman…

One close-eyed Art

AA: Mi piacerebbe molto ritornare su Monkeyman, sono storie molto divertenti da disegnare e scrivere e ho ancora molte idee in merito. Allo stesso tempo sto lavorando ad un nuovo progetto creator owned di cui non posso ASSOLUTAMENTE parlare. [RIDE] Potrebbe non avere mostri al suo interno… Sto scherzando, ovviamente sarà zeppo di mostri che escono da ogni parete.

Both closed-eyed Art...

PA: Cosa stai leggendo al momento?

AA: non ho molto tempo per stare dietro alle serie regolari. Negli ultimi tempi viaggio molto… e girando il mondo senza tregua, quando torno a casa le deadline sono molto, molto strette. Al momento mi sto dedicando alla lettura di diversi fumetti giapponesi, da poco ho scoperto questo fantastico autore, Junji Ito (non appena abbiamo rivelato ad Arthur che il mangaka era in fiera ci ha subito chiesto informazioni con l’entusiasmo di un bambino – ndr). Poi ovviamente non posso mollare le mie passioni: i supereroi e i mostri giganti, quelli faranno sempre parte della mia reading list!

lunedì 30 gennaio 2023

(Ri)scoprire Arthur Adams – O dell’innamorarsi di uno Skrull

di Guglielmo Favilla

Ci si può innamorare di uno Skrull? A questa domanda così brutale e diretta si può rispondere unicamente in due modi:

  1. Beh, al cuore non si comanda.
  2. Certo, se lo ha disegnato Arthur Adams

Fu proprio un colpo di fulmine quello che colse il sottoscritto in un freddo autunno di 28 anni fa. A casa di un mio amico, poco più grande di me, parlavamo dei migliori disegnatori in attività nei comics. Io ero un novellino di Marvel e DC, cresciuto a pane e strips e da poco avvicinato ai supereroi: come molti coetanei, banalissimo fan di McFarlane e di tutto ciò che sembrava esasperare le anatomie.

Un adolescente folgorato sulla via di Frank Miller che, oltre a Silver, Bonvi, Jacovitti e Carl Barks, da un paio di anni leggeva qualche Batman della Glènat, Lobo, gli X-Men e tanto, tanto Uomo Ragno.

E in piena post sbronza Image (erano i 90, bellezza) il suddetto amico tagliò corto con un sibillino “dai un’occhiata a questo”, mettendomi davanti tre albi dei Fantastici Quattro editi da Star Comics, precisamente il trittico 105 -106 -107. Storie del ’90 e del ’91. Pubblicate in Italia nel ’93 e scoperte da me nel ’95.

L’Uomo Ragno, Hulk Grigio, Ghost Rider (all’epoca Danny Ketch) e Wolverine come nuovi Fantastici Quattro. L’Uomo Talpa, mostri enormi, una Cosa (anzi due!) mai disegnata in modo così accattivante. Anatomie plastiche ed espressioni inedite. Dettagli sopraffini nella tavola e personalità dirompente a ogni vignetta. Echi manga e derive cartoonesche. Donne sexy maliziosamente divertenti. E Skrull. Tanti, variegati, meravigliosi Skrull.
SBAM!
Fu così che scoprii Art Adams. E fu così che mi innamorai di uno Skrull.

CHI VA PIANO VA SANO E VOLA ALTISSIMO

Questo ex-ragazzone californiano nato nel ‘63, ispirato in primis da Michael Golden, amante dei manga e dei film Universal, non aveva mai studiato come fumettista ma si mosse da autodidatta, spronato unicamente da una ferrea volontà di fare fumetti e da un’incontenibile fantasia nel creare mostri. La sua voglia di disegnare quello che più gli piaceva non si è mai fermata in una carriera decennale, allergica a mode e imposizioni.

Persino dopo l’esplosione dal suo debutto, Adams è stato ben presto conscio della sua enorme influenza nel mondo dei comics ma non si è mai fatto intimidire da questo e anzi ci ha sempre scherzato su (esilarante in questo senso la storiella di 2 pag in b/n “How to draw comics the Art Adams way”…), proseguendo imperterrito nel suo lento ma appagante cammino artistico.

Jim lee, Todd McFarlane, e a seguire il compianto Mike Wieringo, Chris Bachalo, Joe Madureira, Nick Bradshaw… sono appena una parte della lunghissima lista di artisti che hanno risentito enormemente dell’influenza del nostro, che rivaleggia solo con Mike Mignola nell’essere esperto di vecchi e strampalati film di mostri e che, a detta dell’amico e mentore Walt Simonson, possiede almeno 342 statuine di Godzilla in giro per casa (ma la stima è del ‘97, non osiamo pensare alla cifra oggi…)

ART NOUVEAU

Insofferenza alle scadenze di casa editrici mainstream, lentezza, poca prolificità, riciclamento parziale come copertinista di razza, tratto inconfondibile e imitatissimo: ripercorrere la rinomata carriera di Adams vuol dire tutto questo, oltre che assistere a uno dei più fulgidi casi di consolidamento stilistico in un lasso di tempo assai breve.

Vederlo partire dalle acerbe matite (già di straripante personalità) sulla miniserie di Longshot tra l’85 e l’86, travalicare i 90 con uno spettacolare Godzilla Color Special e l’adattamento a fumetti del Mostro della Laguna nera per la Dark Horse e approdare alla nascita dell’etichetta Legends con Mignola, Chadwick, Byrne e Miller col suo Monkeyman & O’Brien, è impressionante: il suo è un tratto che evolve e si affina vignetta dopo vignetta, anche nella singola storia.

Un esempio lampante di questo aspetto si può notare proprio nella prima miniserie di Longshot, scritta dalla grande Ann Nocenti: è interessante osservare come il comprimario Pup, ovvero Gog Magog, lo strambo mostriciattolo peloso amico/nemico del protagonista, evolva fisicamente con il progredire degli eventi.

Pup è una creatura misteriosa finita per sbaglio nel nostro mondo e nutrendosi della magia della Terra comincerà a ingigantire e a mutare bizzarramente; assistere alla sua trasformazione attraverso i capitoli della storica miniserie è come assaggiare un anticipo del perfezionamento dello stile unico di Adams. Pup inizialmente sembra un buffo incrocio tra un cane e un piccolo leone con un che di scimmiesco; ma nel corso della storia, oltre ad aumentare in dimensioni, il suo aspetto si arricchirà di dettagli pittoreschi (coda con spunzoni, folta criniera, denti aguzzi, occhi più grandi…) e si trasformerà a poco a poco in una creatura plastica, ricchissima in espressioni dal piglio imprevedibile, affascinante e sconcertante al tempo stesso. Esattamente come lo stile di Adams, che negli anni successivi si arricchirà di dettagli e modalità espressive osando di più nei volumi, nelle forme e nelle proporzioni.

Art of Joy

Se si tratta di Adams, quasi sempre si tratta di gioia. Sì perché il segno di Adams ha sempre avuto una caratteristica preponderante: una gioia contagiosa. Le sue tavole, con quell’ibridazione caricaturale e vagamente nipponica (memorabili le sue splendide copertine per la versione americana di Appleseed di Masamune Shirow) hanno sempre una nota di allegrezza e un’ energia coinvolgenti. Come se il divertimento che l’autore ha nel ritrarre i suoi soggetti confluisse più o meno inconsciamente anche negli occhi, nella mente e nel cuore del lettore, magari in dettagli improvvisi o nella scintilla di energia che caratterizza da sempre le espressioni dei suoi personaggi.

Questo brio veicolato da un gusto assai personale nella messa in scena ad oggi non ha paragoni se non forse nella scanzonatezza di un Frank Cho (altro artista che “impone” sempre il suo sguardo e le sue passioni sui numeri disegnati da lui oltre che almeno una splash-page di mostri enormi dopo appena 4 tavole di storia, non importa chi sia lo sceneggiatore…)

Art of Sex

Se si è sempre messa in risalto l’unicità di Adams di risultare nel tratto simpatico, solare, cartoonesco quando non caricaturale, troppo poco è stata rimarcata la sua capacità di rendere sensuali e giocosamente erotici molti dei suoi personaggi femminili.

Certo, giocosamente, ma assolutamente sensuali: un esempio su tutti, il Jonni Future co-creato insieme allo scrittore Steve Moore per l’antologico Tom Strong’s Terrific Tales: il rapporto tra Jonni, sexy eroina assai discinta e il suo compagno di avventure Jermaal – sorta di ghepardo antropomorfo perdutamente innamorato di lei- contiene le più torride sequenze mai disegnate da Adams, sullo sfondo di un’ avventura colorata e camp che omaggia la Barbarella degli anni ‘60.

Da parte dell’autore, qui in forma smagliante, si vede un debito importante nei confronti dei nostri maestri italiani della sensualità come Milo Manara e soprattutto Paolo Eleutieri Serpieri, in un piccolo ciclo di storie ancora oggi ritenute dallo stesso Adams una delle sue vette stilistiche.

Speaking of Art

Nell’introduzione del piccolo e prezioso volumetto dei “Grandi Autori Marvel” di più di vent’anni fa, l’ottimo Andrea Plazzi faceva giustamente notare quanto fosse difficile e riduttivo cercare di definire lo stile di Arthur Adams, financo da parte degli esperti di fumetto: alla fine si arriva a ripetere più o meno sempre gli stessi aggettivi (provate a vedere in quest’articolo se ritrovate termini come “cartoonesco”, “unico”, “giocoso”, “caricaturale”… ci sono tutti) e si rimane con la sensazione di non essere stati esaustivi. Ragion per cui Plazzi, proprio in quell’introduzione, riportava direttamente le parole di un autorevole collega di Adams, il grande Paul Chadwick di Concrete; come a dire: per definire in modo esemplare un artista serve un altro artista, anche se dallo stile diametralmente opposto come in questo caso.

Riportiamo anche in questa sede la dichiarazione di Chadwick perché ancora oggi risulta meravigliosa e offre una debita prospettiva sull’autore:

“Quello che mi colpisce di più è la qualità del tratto di Arthur, che dal punto di vista del puro disegno è tra i più densi che si siano visti. Non si tratta della semplice cura per il dettaglio, anche se Arthur non ha problemi a tracciare ogni possibile putrella del Golden Gate o a disegnare uno sfondo con 50 persone quando ne basterebbero 10. Penso al tratteggio e alla forma soggiacente […] Arthur è cosciente di ciò fino all’ultimo capello […] Se può scegliere di lasciare un dettaglio “piatto” o di modellarlo in una forma, infondendogli profondità e spessore, Art farà quest’ultima cosa. E per fare ciò è necessaria una comprensione profonda e totale dell’anatomia, per evitare che, per esempio, gli abiti “appaiano” strani (come a volte capita nelle mie storie). Ma Art vi riesce – cosa davvero sorprendente – con uno dei tratti più puliti e cristallini che si siano mai visti, unito a una composizione e a un controllo del segno superbi”.

In occasione di Lucca Comics & Games 2018 dove Adams è stato uno degli ospiti d’onore, la Panini ha deciso di riproporre due storie fondamentali del suo periodo in casa Marvel. E ritrovarle in nuove ed eleganti vesti non può che essere occasione di GIOIA.

FANTASTICI QUATTRO & X-MEN – FANTASTICHE AVVENTURE

In un ben rifinito quanto semplice cartonato per la collana Marvel History, la Panini ristampa due avventure indimenticabili. La prima parte del volume vede la mitica storia dei Fantastici Quattro citata in apertura: una mini gestione di 3 numeri, una run fulminante che fece epoca, dove il grande Simonson mettendosi da parte come disegnatore, imbastisce una trama perfetta per il tratto di Adams. I Fab Four cadono vittime di un complotto Skrull e toccherà a un inedito quanto improvvisato nuovo quartetto risolvere la faccenda…

Simonson lascia all’artista la scelta dei nuovi componenti del gruppo, infarcendo la storia con mostri enormi e irresistibili sequenze di interazione fra i personaggi; Adams risponde con entusiasmo e, aiutato dalle chine di Art Thibert e Al Milgrom, risulta impagabile nel presentare i membri del nuovo quartetto (occhio all’ingresso di Ghost Rider) e nel farli interagire tra loro; inoltre è già abilissimo nel tratteggiare graficamente ogni singolo comprimario, da Mr. Fantastic e soci fino al più sacrificabile (e meraviglioso) soldato Skrull.

I testi di Simonson si divertono a imbastire una trama fracassona che mette apparentemente i veri Fab Four sullo sfondo rendendoli in realtà più centrali e presenti che mai: le dinamiche fra i quattro nuovi protagonisti infatti non fanno che celebrare le caratteristiche che rendono unica la famiglia disfunzionale più amata nel mondo del fumetto. (nota aggiornata: la storia è stata recentemente ristampata da Panini all'interno del secondo volume della ristampa dei FQ di Walt Simonson)

La seconda parte del volume vede invece ai testi il veterano Chris Claremont in una serie di storie precedenti alla mini del quartetto. Una saga divisa in tre parti (due annual e uno special di Excalibur) per la prima vola ristampata integralmente in un’unica soluzione. Protagonisti gli X-Babies, irresistibili versioni bambine dei mutanti. Grazie a X- Chris, Adams ha qui l’occasione di riportare sotto i riflettori (è proprio il caso di dirlo) il folle Mojo, la sua letale alleata/nemica Spirale e l’ingenuo Longshot. Storie semplici e divertenti, quasi una vacanza per Claremont che però riesce comunque a scoccare diversi -e gustosi- strali avvelenati su uno showbusiness bulimico che inebetisce un pubblico generalista sempre più bovino e addormentato. Grazie (anche) al segno di Adams, Claremont porta in scena un nuovo personaggio memorabile: l’Agente, crudele e imprevedibile villain.

Menzione d’onore alla mitica Kitty Pryde, vero motore e cuore pulsante dell’ultima storia, e esilaranti i siparietti tra Mojo e i suoi collaboratori Major Domo e Minor Domo

X – MEN : GUERRE AD ASGARD

Nella gloriosa collana dei Grandi Tesori Marvel, un’altra gemma del passato. Il machiavellico Loki ambisce al trono di Asgard e approfittando dell’assenza di Thor e Odino ne ordirà di cotte e di crude: tra manipolazioni, raggiri e il rapimento di Tempesta- qui con la mitica capigliatura crestata- sarà una lotta all’ultimo inganno con X men, Alpha Flight e Nuovi Mutanti uniti per l’occasione.

Se la prima parte disegnata dal bravo Paul Smith, elegante e sobrio nello storytelling è un’ottima “apparecchiatura”, con la seconda storia del volume (e l’arrivo di Adams) il gioco si fa più interessante e la vicenda aumenta il voltaggio. Sarà un tripudio di “antichi incantesimi, maledizioni, ancora più antiche possessioni, liberazioni, altre ossessioni, cuori spezzati, poteri acquisiti, amore, morte, politica, disonore, troll, elfi oscuri, stregoneria, angoscia, apoteosi, tragedia e trionfo“ a detta dello stesso Claremont nell’intro (dell’epoca) al volume.

Un acerbo quanto sfrenato Adams ci regala una miriade di esseri stravaganti tra tumultuose relazioni, azioni pirotecniche e sofferenze, sudore, sensualità, divertimento e una delle migliori versioni di Wolfsbane di sempre; mai come stavolta lo scrittore britannico riesce ad accendere i motori della magia scatenata dal disegnatore e l’edizione in grande formato si rivela l’ideale per tuffarsi nelle iperboliche matite di Adams. Alle chine (o anche “rifiniture”) in aiuto al Nostro i veterani Terry Austin, Al Gordon e soprattutto un giovane – e futuro amico e compagno di avventure editoriali – Mike Mignola. (ndr: la storia è stata recentemente ripubblicata da Panini nel quinto volume delle ristampe dei Nuovi Mutanti)

Due volumi imprescindibili per ri-scoprire una leggenda; due eccellenti ristampe che vi faranno ri-apprezzare o scoprire per la prima volta un autore rivoluzionario come pochi, che ha sempre suonato la sua canzone al ritmo che voleva lui. E forse, senza neanche accorgervene, vi innamorerete di uno Skrull…

venerdì 6 gennaio 2023

Blacksad - Il noir dall'estetica disneyana

di Alberto Tollini

Anche se non sono particolarmente esperto del panorama fumettistico europeo, avevo già sentito parlare di Blacksad, (la serie noir di Juan Diaz Canales e Juanjo Guarnido pubblicata da Dargaud) poiché mi era stato consigliato da cari amici: ma, come spesso accadeva, il mio sguardo era sempre rivolto altrove, rimandando costantemente la lettura. Alla fine, un po' per gioco e un po' per allargare "i miei orizzonti", ho deciso di provare a leggere qualcosa di completamente diverso rispetto al solito e come prevedibile anche io ne sono rimasto stregato.

Partiamo allora dal principio, cos’è Blacksad? Blacksad è un fumetto noir francese (nonostante i due autori siamo spagnoli, è stato scritto e realizzato in primis per il mercato francese) ambientato in un universo di animali antropomorfi. I racconti finora editi seguono le indagini di John Blacksad, detective privato della ruggente America degli anni’50. Il primo capitolo dell'opera ruota attorno ad un delitto passionale proprio sulla scia di un noir duro e crudo, dove è possibile ritrovare tutti gli stilemi tipici del genere. Le atmosfere di una New York cupa e fumosa che fanno da sfondo al delitto si intrecciano con i costanti monologhi del protagonista con cui gli autori fanno progredire l’indagine e in parallelo il racconto. Elementi che non aggiungono nulla di nuovo al genere, ma che qui assumono un carattere di unicità per la particolarità della loro rappresentazione visiva. Infatti, ciò che colpisce anche ad un rapido sguardo, è la rappresentazione del mondo di Blacksad, un mondo animato da animali antropomorfi dalle forme e dai colori disneyani. Una visione artistica decisamente peculiare, vista inizialmente poco attinente con il noir e che causò non poche difficoltà ai due autori nel proporre il progetto.

Fortunatamente Dargaud, uno degli editori francesi più importanti, ebbe fiducia nelle potenzialità di questo fumetto, riconoscendo come le anatomie di questi animali antropomorfi riescano in realtà a mettere in luce pregi e difetti dell’essere umano in uno specchio quanto mai veritiero della nostra società. Un risultato incredibile, frutto dell’eccellente lavoro di character design di Juanjo Guarnido, autore dal passato da animatore proprio alla Disney. L’artista riesce splendidamente a scegliere l’animale più adatto per catturare una precisa sfumatura della personalità umana, dalla risolutezza calcolatrice del rospo magnate di industria, all’opportunismo della iena avvocato, al fiuto della donnola reporter, solo per fare alcuni esempi. Dal punto di vista artistico, le tavole di Guarnido sono in costante evoluzione, mutando cromia a seconda del contesto e delle tematiche del racconto: sarà così che passeremo dal grigio de “Da Qualche Parte tra le ombre” al bianco algido di “Artic Nation”, all’esplosione di colori delle strade di New Orleans contrapposto al blu placebo de “L’inferno, il silenzio” fino al giallo caldo e rassicurante di “Amarillo”.

Ad un comparto grafico eccelso si affianca una sceneggiatura di altrettanto livello. Seppur l’episodio d’esordio di Blacksad abbia un’impostazione classica per temi e svolgimento, dagli episodi successivi Canales lega ogni nuova indagine di Blacksad ad una tematica che va quasi ad oscurare il semplice giallo. Probabilmente l’esempio più eclatante è messo in scena in Artic Nation, secondo capitolo della serie dove sullo sfondo di un rapimento di una piccola di orso bruno si dipana il tema del razzismo. Ci ritroveremo infatti davanti ad una cittadina in preda all’odio razziale, dove vengono perpetrati atti discriminatori e violenti da un gruppo di suprematisti bianchi, accettati da un sempre crescente favore popolare. Una rappresentazione terribilmente spietata di una piaga sociale che ancora oggi purtroppo affligge la nostra società.

Appare dunque ora chiaro come il pregio di Blacksad sia quello di porci davanti a situazioni controverse e tematiche profonde in un contesto da favola all’apparenza inconciliabile. Vi ho fatto l’esempio di "Artic Nation", ma avrei potuto parlarvi dell’oblio di dolore e disperazione causato dall’abuso di sostanze stupefacenti di cui è prigioniero il cane musicista Fletcher ne “L’inferno, Il silenzio” o dell’orrore nelle parole di Lazlo a testimonianza dell’olocausto in Anima Rossa. Una spirale di emozioni di rara intensità, culminante in "Amarillo", racconto in equilibrio tra la serenità appagante della libertà contrapposta all’opprimente peso esistenzialista della vita.

Quindi seppur apparentemente scollegati l’uno dall’altro, i cinque episodi di Blacksad costruiscono un universo narrativo forte, coeso e in evoluzione. Una sensazione di continuità suggerita inizialmente dal ritorno di personaggi secondari, primo tra tutti il divertentissimo Weekly, che diventa poi certezza se ci focalizziamo sul nostro protagonista: John parte come un personaggio tenebroso e solitario, logorato da un lavoro che non fa altro che mostrargli il peggio della vita, per poi aprirsi al mondo, all’amore, facendo emergere delle sfumature della sua personalità soffocate da troppo tempo. Un processo di maturazione graduale che prende il via proprio da "Artic Nation", perno di svolta dell’intera serie sotto molteplici punti di vista, che raggiunge  piena consapevolezza nelle pagine finali di "Amarillo".

Pertanto il mio consiglio è quello di lasciarvi conquistare dal fascino seducente di Blacksad, una commistione irripetibile di noir e design disneyano. Nel caso vi avessi convinto a dare una possibilità al fumetto di Canales e Guarnido, potete facilmente reperire tutti i primi cinque capitoli nella sontuosa edizione integrale edita da Rizzoli Lizard.

Ascolta il podcast dell'episodio a questo link

Editore: Rizzoli
Collana: Lizard
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 17 aprile 2018
Pagine: 312 p., ill. , Cartonato
  • EAN: 9788817099998