domenica 18 dicembre 2022

Corto Maltese: Oceano Nero - Sui passi dei grandi dell'avventura

di Marco Matteini

Corto Maltese nasce nel 1967 sulle pagine della rivista Sgt. Kirk per mano di Hugo Pratt, che scriverà altre 28 storie in 24 anni (Mū – la città perduta termina la sua pubblicazione nel 1991). Sicuramente il più celebre dei personaggi di Pratt e uno dei più riconoscibili volti disegnati del fumetto mondiale, Corto sarà protagonista di altre tre vicende, tutte affidate a Juan Díaz Canales e Rubén Pellejero e pubblicate tra il 2015 e il 2019.

L’inossidabile leggenda di Corto Maltese continua ad appassionare ancora oggi e le sue storie rappresentano un caposaldo del fumetto di genere e di avventura ancora oggi: avete visto il recente The Suicide Squad di James Gunn? Ecco, appunto.

Ovvio, quindi, che su questo trentatreesima storia gravi non solo una pesante eredità, quella del nome di Corto Maltese, ma anche il peso di un’operazione difficile e controversa come il rilancio di un simile personaggio. Nonostante l’approccio certosino, canonico e quasi “ortodosso” dei due autori, infatti, l’accoglienza da parte dello zoccolo duro degli aficionados del vagabondo belta è stata piuttosto tiepida. Per questo ero così incuriosito di leggere Oceano Nero. L’uscita di Notturno Berlinese (che se ne sta ancora lì a guardarmi dalla “Pila di roba ancora da leggere”) lo scorso 22 Settembre mi ha dato una scusa per tuffarmi nuovamente nel (nuovo) mondo di Corto.

E ho deciso di parlarvene.
Partiamo da un assunto fondamentale: Oceano Nero non è un reboot, quindi togliamoci quest’idea dalla testa. Oceano Nero è un revamp e la differenza non è sottile, credetemi. Sì, perché l’opera di Martin Quenehen e Bastien Vivès prende una strada differente: gli autori hanno optato per una declinazione molto forte e personale dell’immaginario prattiano, una mossa che non va a sconsacrare minimamente quanto fatto dall’autore originale ma che, anzi, ci offre un Corto diverso e più moderno.

Oceano Nero è ambientato nel 2001: una modernità assai lontana, specialmente se pensiamo che il telefono più diffuso in quell’anno era il Nokia 3310, che ci restituisce un mondo a noi vicino, ma intriso di poetica e romantica avventura. Quenehen conosce Pratt e lo dimostra riprendendo con dovizia, senza mai replicare passivamente, la stocasticità del personaggio di Corto, che, come Alice nella tana del Bianconiglio, “cade” all’interno dell’avventura, facendo del destino e del caso i veri motori dell’avventura.

E proprio di avventura si parla, perché nella sua interpretazione più moderna, Corto ha due facce: quella del pirata avventuriero, alla disperata ricerca di un tesoro di cui sa poco o niente, che emula Nathan Drake e Indiana Jones in esasperate scene d’azione, e quella dell’eroe romantico. Su questo punto voglio soffermarmi un momento, perché la caratterizzazione romantica di Corto costituisce, probabilmente, il principale stacco dal personaggio di Pratt. Nelle opere originali, infatti, non esiste una netta dicotomia tra bene e male e raramente vediamo personaggi completamente buoni o completamente cattivi; piuttosto, Pratt definisce le situazioni su una scala di valori giusto/sbagliato e anche in altre opere mette in risalto come chiunque possa arrivare o essere costretto ad azioni moralmente discutibili o addirittura spregevoli, che nessun ideale può davvero giustificare. Pratt venne coscritto durante la seconda guerra mondiale e ha imparato a proprie spese questa terribile verità. L’occhio di Quenehen è un documentarista, abituato a mettere in luce le relazioni tra oppressori e oppressi, i primi sempre dalla parte del torto, i secondi sempre da quella della ragione.

In questa nuova iterazione, Corto potrebbe essere uscito da una canzone di De André: avventato e sfacciato nei confronti delle autorità, dei politici e degli oppressori, pronto a mettersi a disposizione degli oppressi e dei più deboli.

Concludo menzionando i disegni di Vivès, che con il suo tratto morbido, ci restituisce un mondo sospeso tra passato e modernità, quasi sfumato e sospeso nel tempo e nello spazio, nel pieno rispetto della tradizione prattiana.



Editore: Cong Sa
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 1 settembre 2021
Pagine: 168 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9782940552375

sabato 19 novembre 2022

Rorschach - La criptica serie di Tom King e Jorge Fornés

di Alberto Tollini

Rorschach è senza dubbio una delle letture più complesse di King, ma anche una delle più appaganti. Il titolo porta sulle spalle la pesante eredità del capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons senza però essere un prodotto derivativo. A differenza di altri lavori successivi, da Before Watchmen al più recente Doomsday Clock dove gli autori hanno abbracciato in toto il mood e l’estetica impartita da Moore e Gibbons, la serie di King e Fornés riprende solo l’iconografia del vigilante mascherato ponendola all’interno di un thriller politico e creando un nuovo tipo di estetica artistica che si distanzia nettamente da quella di Watchmen

L’idea originale della serie venne da Dan DiDio, allora publisher DC, il quale propose a King di lavorare ad una serie relativa all’universo di Watchmen in coppia con Mitch Gerads. Una proposta allettante, ma rifiutata dallo stesso King poiché preferì concentrarsi nello sviluppo del futuro Strange Adventures. Un progetto quello di Rorschach all’apparenza morto e sepolto, salvato solo dall’arte di Jorge Fornés. Durante un’intervista infatti, King ha affermato di essere rimasto folgorato dalle tavole realizzate dal talento spagnolo per alcuni numeri del suo Batman, rendendosi immediatamente conto di aver trovato l’artista giusto per realizzare un progetto così impegnativo. Rorschach quindi si colloca esattamente 35 anni dopo la fine di Watchmen. L’intreccio si sviluppa attorno al tentato omicidio di un candidato Repubblicano alla presidenza architettato da due figure mascherate, di cui una con indosso la maschera appartenuta a Rorschach. Ma se Rorschach è ormai morto da tempo, allora chi si nasconde sotto la maschera? Cosa si cela dietro al tentato omicidio di un candidato alla Casa Bianca? Ad indagare su questa cospirazione politica e sul legame con la figura del vigilante mascherato sarà un Detective senza nome, in viaggio per l’America di Watchmen per collegare i pezzi di questo intricato puzzle.

Sarebbe un crimine addentrarsi maggiormente nella trama della serie. Il titolo Black Label è impostato come un crime-mystery, con un pizzico di hardboiled, la cui struttura narrativa è fortemente influenzata da Quarto Potere declinata però secondo i dettami di Watchmen. Con Rorschach, King architetta una trama complessa, a tratti criptica, sviluppata su più linee temporali con cui percorrere diverse piste fino alla rivelazione finale. La scelta di non dare un nome al Detective protagonista aiuta nell’immedesimarsi e nell’essere assorbiti dall’indagine per venirne a capo. Lo svelamento infatti avviene in maniera graduale, in sintonia con il protagonista con cui condivideremo lo smarrimento e la frustrazione del non riuscire a decifrare il quadro della situazione, ma anche la soddisfazione nello scoprire un dettaglio con cui avvicinarsi alla soluzione. In questo King è un maestro e seppur conscio dell’enorme eredità sulle sue spalle, il suo Rorschach diverge dalla strada tracciata da Moore e Gibbons.

Un cambio di rotta narrativo evidente anche nel ribaltamento delle tematiche. Accantonato il decostruzionismo dell’uomo sotto la maschera, Tom King riflette all’opposto sul potere derivante dall’indossare una maschera. Se Watchmen quindi racconta le contraddizioni degli uomini che vestono i panni dei supereroi, Rorschach mette in scena il fascino esercitato da questo archetipo (dalla maschera stessa), l’influenza esercitata da un ideale sulle persone. Sullo sfondo di questa cospirazione politica, la serie mette in luce le contraddizioni di un sistema di cui fa parte, iniziando proprio dalla maschera di cui porta il nome. Se in Watchmen Rorschach nasce come rielaborazione del personaggio The Question creato dalla matita di  Steve Ditko sul finire degli anni’60, nel titolo di King Rorschach diviene una rielaborazione dello stesso Ditko. L’artista famoso per aver co-creato Spider-Man, per anni ha vissuto nell’ombra non ottenendo il giusto riconoscimento per il suo lavoro, ritirandosi a vita privata fino alla triste morte solitaria nel 2018. Romanzando e adattando la sua storia per esigenze narrative, la serie Rorschach è un sincero tributo di Tom King verso Steve Ditko proprio come Mister Miracle lo era per Jack Kirby. In bilico su una linea sottile tra realtà e finzione, il titolo evidenzia il ruolo sempre più preponderante dei fumetti nella cultura di massa senza però che gli artisti dietro la loro creazione ottengano il giusto riconoscimento. Nel prendere come metafora il successo di Captain Pontius, eroe della fittizia serie a fumetti di Rorschach, lo sceneggiatore ancora una volta si ricollega alla storia di Steve Ditko, in questo caso al ruolo dell’artista nell’ideazione del personaggio di Spider-Man, criticando aspramente un sistema che tende a dimenticare i creatori di questi personaggi.

Da questa breve riflessione su alcuni dei punti nodali di Rorschach, senza dubbio i più attenti di voi sicuramente avranno colto alcune assonanze tra i lavori di King e Moore. Il sottotesto politico, uomini mascherati, serie a fumetti sui pirati sono solo alcune delle analogie che accomunano le due opere. Richiami inseriti da King volontariamente per creare un legame familiare con l’opera originale e che non vogliono essere un semplice omaggio o una mera citazione. Pur realizzando un prodotto esteticamente e narrativamente differente da Watchmen, per King era necessario che a livello meta-testuale il suo Rorschach utilizzasse gli stessi stilemi di Watchmen. L’inserire certi elementi narrativi, l’usare un determinato tipo di vocabolario sono accortezze che Tom King usa per creare un prodotto narrativamente ed esteticamente originale, ma che suona sulle stesse note di quello di Moore.

Oltre a convincere dal punto di vista narrativo, Rorschach convince visivamente consacrando il talento di Jorge Fornés. Artista spagnolo dal tratto lineare che ricorda molto il Mazzucchelli di Batman: Year One, Fornés aveva già dato prova del suo talento su Daredevil e su Batman, qui in coppia proprio con King. Perfezionando questo suo tratto composto e pulito, Fornés prende le distanze dall’iconografia di Gibbons per virare verso un’estetica completamente originale per Rorschach, diversa da qualsiasi prodotto finora derivato da Watchmen.

Nella complessità di un intreccio enigmatico, sviluppato su più piani temporali, lo storytelling dell’artista risulta di una chiarezza cristallina, capace di scandire la narrazione senza incertezze. Una regia raffinata che si sofferma in più di un’occasione su dettagli fondamentali per la progressione dell’indagine, permettendoci di stare al passo con il ragionamento del Detective. Come poi per King, anche Fornés recupera alcuni dettami artistici dell’opera originale ma, anche in questo caso, vengono rielaborati per non essere una mera copia carbone, penso su tutti alla griglia a 9 o all’iconico smile della serie. Una prova maiuscola che sancisce la maturità artistica di un artista in ascesa. 

Distaccandosi dalla matrice originale, Rorschach è un titolo criptico, ambiguo ma dall’indubbio fascino. Forti delle loro idee e scelte artistiche, King e Fornés realizzano un prodotto originale, un crime mystery appassionante e dall’estetica folgorante che senza dubbio spicca tra le produzioni recenti. In Italia Rorschach dopo essere stato pubblicato in albi spillati, è stato recentemente ristampato da Panini Comics in un unico volume cartonato; mentre in America DC Black Label ha recentemente distribuito l’edizione deluxe contenente l’intera miniserie.


Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST su RORSCHACH 

domenica 16 ottobre 2022

La Leonessa di Dordona: O di come l’epoca si riscopre moderna

di Marco Matteini

Parliamo dell’Orlando Furioso, vi va?

Tutti conoscono -o almeno dovrebbero- il poema cavalleresco di Ludovico Ariosto: pubblicato agli inizi del XVI secolo, si compone di 46 canti in ottave e riprende le vicende dell’incompiuto Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, di cui si pone come una continuazione filologica, pur venendo influenzato fortemente da altre fonti e dalle tradizioni letterarie epico-cavalleresche (in particolare la chanson de geste francese e il ciclo bretone). Tutto questo lo impariamo a scuola, alle scuole medie, ma in pochi sono davvero in grado di dire “di cosa parla l’Orlando Furioso”: all’interno del poema, infatti, esistono tre nuclei narrativi principali, che si intrecciano una fitta e intricatissima selva di trame e sottotrame:

  1. Il “nucleo epico”, rappresentato dalla guerra tra Franchi e Saraceni;
  2. Il “nucleo romantico”, rappresentato dal paladino Orlando e dalla sua ricerca di Angelica;
  3. ;Il “nucleo encomiastico”, rappresentato dall’amore tra Ruggero e Bradamante, che si realizzerà nella nascita di quella che diverrà la Casa d'Este. La stessa per cui lavorò lo stesso Ariosto, sì.

Adesso che abbiamo fatto un po’ di chiarezza sull’Orlando Furioso e sulla sua storia, parliamo di fumetti.

E dell’Orlando Furioso.

Ma senza Orlando.

O Angelica.

O della guerra tra Franchi e Saraceni.

O della casata d'Este…

Cosa ne rimane, dunque? Praticamente tutto.

Andiamo per gradi.

È il 2021 e Tunué pubblica La Leonessa di Dordona, per i testi di Enrico Orlandi e i disegni di Gaia Cardinali: un racconto epico che racconta le vicende di Bradamante, unica paladina donna al servizio di Carlo Magno, impegnata nella disperata ricerca di Ruggero, cavaliere del re d’Africa Agramante, di cui è follemente innamorata. Ad accompagnarla, la maga Melissa, sua amica. Bradamante è disposta a fare qualunque cosa per ritrovare il proprio amato: abbandona l’esercito di Carlo Magno, affronta il mago Atlante, patrigno di Ruggero, ed è pronta a imbarcarsi per l’isola della fata Alcina come la guerriera che è. Ma quando è lontana dal suo innamorato, il lettore si accorge che quella che ha davanti non è solo “un personaggio femminile con l’armatura da cavaliere”, ma una donna che non ha trovato sé stessa, non debole ma delicata, il cui dolore struggente ci appare fisico e reale. Dopo essersi ricongiunto alla duchessa di Dordona, Ruggero fuggirà, lasciando la nostra eroina da sola a combattere un sogno d’amore che, come la Bisanzio di Guccini, forse non è mai esistito.

Dilaniata dal conflitto tra i sentimenti e il dovere, Bradamante farà ritorno a casa. Se qui, nell’Orlando Furioso, i due si ritrovano e si sposano, ne La Leonessa di Dordona, la paladina dovrà fare i conti con i propri sogni e le proprie ambizioni e affronterà il più pericoloso dei nemici: quello dentro di lei.

Prima ho usato l’espressione “racconto epico”. Ma l’ho fatto con cognizione, fidatevi: La Leonessa di Dordona riprende abbastanza fedelmente le vicende narrate nel poema di Ariosto, ma fa un passo in più e ci racconta non di un personaggio femminile, ma di una donna. Perché di questo parliamo. E lo fa bene. Ho amato moltissimo La Leonessa di Dordona e non faccio fatica a consigliarlo: è una rilettura profonda e consapevole di un’opera classica, che vive di un’anima propria e non risente della pesante eredità letteraria che si porta dietro. Quando si parla di rielaborare un classico, quale che sia, un purista muore. Enrico Orlandi, lo sceneggiatore, riprende i tre nuclei narrativi principali dell’Orlando Furioso e li fa propri, ribaltando i punti di vista e stravolgendo le aspettative non solo del lettore, ma anche dei personaggi in gioco. I temi affrontati sono attuali e affrontati con dovizia e freschezza, risultando semplici, ma mai banali. A valorizzare la storia, troviamo i disegni e i colori (e che colori!) di Gaia Cardinali, che da vita a dei personaggi caratteristici e immediatamente riconoscibili. Il suo stile formidabile si sposa a una regia semplice ma funzionale, che dimostra gli enormi passi in avanti compiuti dal già ottimo lavoro svolto su Viktoria, pubblicato sempre da Tunué nel 2018 e di cui la Cardinali ha curato anche la sceneggiatura.


Editore: Tunué
Collana: Prospero's Books
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 15 aprile 2021
Pagine: 152 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788867904129



sabato 17 settembre 2022

Batman: Three Jokers - A ognuno il suo Joker

di Alberto Tollini

È il 2018 quando nasce Black Label, l’etichetta DC a me tanto cara con cui l'editore aveva deciso di proporre storie dal taglio più maturo e slegate dalla continuity. Seppur con un inizio in salita, la manovra della DC, a più di 3 anni di distanza, si è rivelata di successo poiché i titoli a marchio Black Label sono riusciti a slegarsi dal pesante bagaglio della continuity, risultando appetibili per i nuovi lettori. Non tutti i lavori pubblicati dall’etichetta risultano però a se stanti, proprio come Three Jokers, titolo legato fortemente agli ultimi trent’anni di continuity Batmaniana e protagonista di questa puntata del podcast.

La miniserie in tre numeri di Geoff Johns e Jason Fabok fu uno dei primi titoli ad essere annunciati creando aspettative altissime. Dall’annuncio alla sua effettiva uscita passarono diversi anni, una gestazione lenta dovuta sia ai numerosi impegni mediatici di Johns come figura di raccordo tra fumetti, adattamenti televisivi e cinematografici sia per la dovizia nell’arte di Fabok nel ricreare le atmosfere e le simmetrie viste sul finire degli anni’80 sulle pagine di The Killing Joke. Ciò si traduce non solo nel design dei personaggi, ma anche dall’impostazione della tavola che, come nell’opera a cui si ispira, propone sequenze racchiuse entro i confini di una griglia costante, molto spesso a 9, che scandisce con ordine e ritmo la narrazione.

Three Jokers si pone appunto come seguito ideale di The Killing Joke, l’albo di Alan Moore e Brian Bolland che fornisce delle possibili origini di Joker. Un albo consacrato come una delle migliori rappresentazioni della dicotomia tra Batman e Joker,  dove tra l’altro Barbara Gordon viene resa paraplegica da un proiettile sparato proprio dal clown. Il titolo di Johns e Fabok si pone come obiettivo quello di portare avanti alcuni spunti lasciati volutamente in sospeso da Moore e che inevitabilmente deve anche affrontare le conseguenze di A death in the Family, l’altra importantissima storyline che, a fine degli anni’80, sconvolse l’universo dell’Uomo Pipistrello per la morte di Jason Todd, il secondo Robin, avvenuta per mano del clown di Gotham. Three Jokers vuole essere quindi la terza tavola di questo trittico, un seguito derivativo e debitore delle opere di Moore e Starlin con cui chiudere finalmente un cerchio aperto più di trent’anni fa.

La miniserie getta le sue basi sulle pagine di Justice League durante Darkseid War, nel pieno del periodo New 52. Nel mezzo dell’ennesimo scontro tra il tiranno di Apokolips e la Justice League, Batman riuscirà ad appropriarsi della sedia di Metron che gli fornirà conoscenza infinita. In questo stato di onniscienza, il più grande detective del mondo domanderà alla sedia di Mobius il vero nome del Joker e la risposta lascerà Bruce attonito: sembrerebbe infatti che esistano 3 Joker differenti, riconoscibili per le differenze nel modus operandi, look e personalità. Una rivelazione sconvolgente quella suggerita da Johns nelle pagine finali di Darkseid War che otterrà delle risposte solo cinque anni più tardi. Solo nel 2020 infatti, grazie anche al marchio Black Label, Geoff Johns e Jason Fabok hanno avuto  finalmente la possibilità di fare chiarezza sul mistero dei Tre Joker e del loro legame con tre membri della Bat-family, Batman - Bruce Wayne, Batgirl - Barbara Gordon e Red Hood - Jason Todd, coloro che più di tutti sono rimasti segnati dalla pazzia del giullare.
Mi è difficile riassumere la trama di Three Jokers in poche righe, soprattutto senza scendere in particolari. Quella di Johns e Fabok è un’intrigante indagine volta a risolvere uno degli enigmi più affascinanti della storia recente e, in parallelo, rispondere alla madre di tutte le domande, ossia “Chi è veramente Joker?”. Per farlo, gli autori iniziano con il mostrare le cicatrici dei loro protagonisti in una sequenza di apertura ispiratissima. Nel ricordare i già citati The Killing Joke e A Death in the Family, si evidenzia come i traumi e le ferite più profonde di Bruce, Barbara e Jason siano state inflitte proprio dal Clown Principe del Crimine, intrecciando per sempre le loro vite a quelle di Joker… o meglio di un Joker.

Con l’entrata in scena dei tre joker quello che sembrava essere un mito diviene realtà, anzi un incubo. Il criminale, il clown e il comico, questi i nomi che li identificano, sono la rappresentazione di tre diversi aspetti della sua personalità indefinita e che  incarnano altrettanti fasi della storia del fumetto americano. Un trio mortale, il cui obiettivo è quello di dar vita a un nuovo Joker, un Joker migliore e che rappresenti la minaccia definitiva per il Cavaliere Oscuro.
A questo punto è necessario spostare il focus proprio sui Tre Joker, partendo dalla loro caratterizzazione grafica. Il character design di Jason Fabok è curatissimo, frutto di un minuzioso lavoro di documentazione dell’iconografia del personaggio nei suoi quasi ottant’anni di pubblicazione. Il criminale altri non è che il Joker classico della Golden Age, il cui aspetto ricorda in parte quello dei malavitosi degli anni’40 con l’aggiunta di un pizzico del look del Joker di Jack Nicholson. Oltre a essere il più vecchio, tra i tre il criminale è la mente del gruppo, quello più metodico e calcolatore e meno incline alle buffonate e all’ilarità in quanto il ridire gli causa del dolore fisico. Per il clown invece, l’artista canadese si è ispirato al look del Joker della Silver Age contraddistinto dal fucsia del completo, dal verde sgargiante della camicia e dal fiore spara-acido all’occhiello. Come intuibile dal nome, siamo di fronte al Joker degli anni’60, un personaggio frutto della vena camp del telefilm Batman e dell’interpretazione di Cesar Romero, incline alle pagliacciate e sempre con la battuta pronta. Un pagliaccio i cui folli piani talvolta sfociano nel ridicolo, ma capace delle peggiori atrocità e colpevole della morte di Jason Todd. A completare questo folle trio è il comico, ovvero il Joker di Alan Moore visto su The Killing Joke. Ancora una volta Jason Fabok riprende l’iconico look concepito da Brian Bolland, cappello da gangster e impermeabile viola che nasconde un completo dello stesso colore ma distinto da un panciotto color crema e da una cravatta a fiocco. Responsabile di aver confinato per anni Barbara Gordon su una sedia a rotelle, il comico è il Joker più enigmatico e indecifrabile, le cui azioni rispondono solo al caos che pervade la sua mente.

Definire il mio rapporto con Geoff Johns conflittuale credo sia riduttivo. Lo sceneggiatore ha dato nuova linfa  al personaggio di Green Lantern creando praticamente da zero un intero cosmo, ha ridefinito Barry Allen e con Flashpoint aveva plasmato il nuovo universo DC. Negli ultimi anni, l’autore ha deciso di riprendere alcuni dei lavori più influenti di Alan Moore inserendoli di prepotenza nella continuity DC: infatti, come è stato per Doomsday Clock, anche Three Jokers presenta un profondo rispetto per il materiale originale che si traduce in una cura a livello artistico ineccepibile. Ogni volta però che Johns si è trovato a dover scrivere Batman ho sempre avuto l’impressione che non capisse il personaggio. Forse perché inconsciamente spalleggia per Hal Jordan oppure semplicemente perché Bruce non è un personaggio nelle corde, fatto sta che ogni volta che si è cimentato con il Pipistrello il risultato è stato pessimo o nel migliore dei casi anonimo. In questa miniserie però sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ad eccezione di quanto si potrebbe pensare, in Three Jokers, Batman non è il protagonista poiché il rapporto con la sua nemesi è stato definito proprio in The Killing Joke. Questo ruolo, quasi di supporto, ricalca pedissequamente lo stereotipo del Batman sempre pronto e preparato a qualsiasi evenienza, ma allo stesso tempo riesce ad aggiungere alcune interessanti sfumature al personaggio. In particolare, senza scendere nei dettagli per questioni di trama, è interessante come Johns metta di fronte Bruce alla sua paura più grande e come riesca a superarla, donando un senso di chiusura ad una ferita aperta da ottant’anni.

I protagonisti di Three Jokers quindi non sono altro che Barbara Gordon e Jason Todd. Entrambi vittime della pazzia di Joker, i due alleati del Pipistrello sono la personificazione dei due modi di affrontare il dolore a seguito di un trauma subito. Dicevamo all’inizio che il primo numero si focalizza sulle cicatrici, ecco il secondo ci mostra le loro conseguenze ossia il lasciarsi il passato alle spalle e, letteralmente, allontanarsi da esso con le proprie gambe oppure l’essere succubi del proprio trauma e lasciare che il dolore, la paura e la violenza detti chi siamo.

In virtù di ciò, diviene lampante come il mistero sulla natura dei tre pagliacci sia solo una facciata per nascondere una riflessione sull’impatto di un trauma nella vita di una persona. I Joker sono quindi l’espediente con cui concretizzare il dolore dei due eroi e come la domanda di partenza “Chi è in realtà Joker?” sia secondaria. Non fraintendetemi, una risposta a questa domanda l’avremo, ma non nel modo in cui ce l’aspetteremmo. Non nego infatti che io in primis rimasi amareggiato terminata la lettura poiché le mie aspettative non erano state ripagate. Nel rileggere la serie sono invece riuscito a trovare quella che forse è la vera chiave di lettura, cogliendo molti aspetti offuscati dalla smania di avere risposte, e in grado di farmi rivalutare completamente il mio giudizio sul titolo. Three Jokers infatti è un fumetto ambizioso che nel legarsi profondamente al mito del Cavaliere Oscuro aggiunge alcuni importanti tasselli a questo splendido mosaico che ci appassiona ormai da più di ottant’anni. 

Pertanto, il mio consiglio è quello di approcciarvi alla lettura di Three Jokers con curiosità e senza pregiudizi e se, come nel mio caso, la prima lettura non vi appagasse, rileggete la miniserie di Johns e Fabok a distanza di qualche mese e vedrete come cambierete idea. In Italia Three Jokers è stato pubblicato da Panini Comics  -oltre che in un unico cartonato- anche in tre albi di maggiore foliazione speculari all’edizione originale americana; se voleste invece leggerlo in lingua inglese, DC Comics lo ha ristampato un un volume cartonato a marchio Black Label.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST su THREE JOKER

lunedì 8 agosto 2022

Intervista a Chris Warner

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Romics dell'ottobre 2018)



Ospite d’onore dell’ultima edizione autunnale del Romics, dove ha vinto il Romics d’oro per il suo lavoro degli ultimi trent’anni sul personaggio di Predator (come autore e disegnatore), responsabile del concept di Alien Vs Predator ben prima del successo cinematografico e editor con esperienza pluriennale nelle schiere di Dark Horse Comics – una delle più importanti case editrici indipendenti americane – : Chris Warner è questo e molto di più! 

Paper Apes: Com’è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti? 

Chris Warner: Si tratta di una storia molto, molto, lunga. [RIDE] Molti anni fa mi occupavo della vendita di vinili e proprio in una fiera molto piccola – non come questa in cui siamo ora – stavo vendendo la mia collezione di dischi. Lì ho incontrato Mike Richardson [il fondatore di Dark Horse Comics, ndr] che in quel periodo aveva una piccola fumetteria. All’epoca ancora non avevo neanche lontanamente pensato di avvicinarmi a questo mondo, ma durante la fiera Mike ha mostrato i miei lavori ad alcuni autori della Marvel Comics presenti durante l’evento. Alcuni di loro si sono avvicinati al mio stand e hanno espresso parecchi apprezzamenti per i miei lavori; in particolare Luke McDonnell, che all’epoca disegnava Iron Man, si era offerto di mostrare alcuni schizzi al suo editor dell’epoca. Mark Gruenwald e Michael Carlin sono rimasti particolarmente colpiti e mi hanno invitato al successivo San Diego Comic-Con, così ho preparato una cartella con nuovi disegni, schizzi e bozzetti. All’epoca era molto più semplice riuscire a incontrare editori e mettersi in mostra, così sono andato all’incontro e mi hanno assegnato una storia molto semplice alla quale lavorare. Mi sono così trasferito in New Jersey a casa del collega che aveva scritto quella storia: Randy Stradley [ora vice-presidente di Dark Horse Comics], poiché all’epoca era molto importante lavorare vicino alla sede centrale della casa editrice. Nel 1986 il mio amico Mike mi ha contattato perché proprio in quel periodo era nata l’idea di Dark Horse e dato che grazie alla sua APA [Amateur Press Association] aveva radunato alcuni nomi molto importanti per l’epoca – come Paul Chadwick, Frank Miller, Mark Verheiden – abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura. Se riguardo indietro mi sembra assolutamente folle pensare che se non avessi conosciuto negli anni ’70 a un piccolissimo Comicon da poche decine di persone quel ragazzo probabilmente a quest’ora non sarei qui in Italia. 

PA: SaldaPress ha di recente riproposto il tuo lavoro sul personaggio iconico di Predator, su cui ti sei cimentato sia nel ruolo di disegnatore che in quello di autore. Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà dei diversi approcci a questo tipo di esperienza? Quale possibilità creativa preferisci? 

CW: Credo che in generale la cosa più difficile da fare sia quella di imparare a disegnare bene  il Predator, perché è così pieno di dettagli (anche se ora ho acquisito una sorta di “memoria muscolare”). L’elmetto ad esempio è così difficile da riprodurre, sembra diverso da ogni angolazione! [RIDE] 


In generale però come disegnatore e come autore cerco di muovermi sempre verso una forma di realismo, dove per esempio se una storia si muove in una certa regione geografica cerco di fare più studi possibile sul luogo e su tutte le sue caratteristiche. Adesso abbiamo la fortuna di avere Internet, ma prima mi ritrovavo letteralmente sommerso dai libri per riuscire a fare un lavoro del genere.
Per la scrittura cerco di non far immergere il lettore nella testa di questo personaggio (mentre spesso i miei colleghi la pensano diversamente), e questo perché la caratteristica più interessante di Predator secondo me è proprio questa: non sapere a cosa sta pensando e quale potrebbe essere la sua prossima mossa. Questo, proprio pensando anche ai film e a tutti gli altri media, permette l’interpretazione personale delle scelte e rende ogni creatura unica e differente dall’altra. Nella vita vera puoi incontrare qualcuno in un bar o in un pub, e tu e un tuo amico potete farvi idee completamente differenti su quel tale: questo mette l’interpretazione di gesti e fatti all’apparenza molto simili in una prospettiva tutta diversa. Credo che questa sia la chiave vincente del realismo di una storia. 

PA: Avresti mai immaginato ai tempi di Concrete Jungle, con Mark Verheiden, che il personaggio di Predator sarebbe diventato così iconico? 

CW: Diciamo che era molto facile immaginare questo risultato. Si tratta di una pellicola che riesce a rapirmi e farmi staccare da qualsiasi cosa stia facendo (disegno o scrittura), probabilmente l’avrò visto un centinaio di volte. Per il suo scopo si tratta di una pellicola perfetta; questo ovviamente non significa che si tratta del miglior film di tutti i tempi, ma per quello che prova a raccontare e per come lo racconta è realizzato molto molto bene. La prima volta che ho visto la scena in cui il Predator si toglie l’elmetto e comincia a ruggire come un leone ricordo di aver pensato: “Cavolo, questa è la cosa più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita.” [RIDE]


In quel momento l’ho collegato ai grandi classici dell’horror: poteva accostarsi a grandi capolavori come Frankenstein, Godzilla. Lo stesso è successo per Alien, ma mentre con lo xenomorfo non c’è la minima possibilità di intuirne le ragioni, dato che ci troviamo difronte a un essere di pura bestialità, per Predator il discorso è differente e in qualche modo la sua razza si può accostare a quella umana. Ad esempio: nelle regioni settentrionali degli Stati Uniti c’erano 70 milioni di esemplari di bisonti americani e in poco più di un secolo la natura umana li ha ridotti a pochi centinaia di esemplari, portandoli sull’orlo dell’estinzione. Nel corso del tempo la gente li ha uccisi, con l’unico scopo di realizzare stupidi cimeli turistici: dai teschi da appendere, fino alle lingue. I Predator in un certo senso vedono noi esseri umani nel modo in cui noi vediamo gli animali, e in un certo senso si potrebbe pensare a quanto orribile possa essere tutto ciò; ma pensando alla natura umana, che così spesso cerca di eradicare altre culture, io mi chiedo: “Quanto siamo diversi da quella visione macabra?” 

PA: Quali sono le tue ispirazioni nel mondo dei fumetti? 

CW: Ci sono molti disegnatori e artisti che hanno influenzato il mio lavoro nel corso degli anni. Se ripenso a quando ero giovane e volevo entrare in questo mondo c’era un vero e proprio triumvirato che mi ha forgiato dal punto di vista artistico: Jack Kirby, Steve Ditko e Wally Wood. In seguito in questo mio pantheon immaginario sono entrati molti altri grandi disegnatori, come Neal Adams. Al giorno d’oggi probabilmente quello che mi dà maggior ispirazione è ciò che succede nel mondo. Sono da sempre un appassionato di science fiction, ma ne leggo sempre di meno perché sono arrivato alla conclusione che anche la più contorta delle idee provenienti dai libri di fantascienza non può neanche lontanamente avvicinarsi al mondo che ci circonda, sia per stranezza che per magnificenza. L’altro giorno ero in giro per Roma con Alessio [Danesi, ndr] e mi sono letteralmente ritrovato circondato dalla Storia. Quello che mi ha più stranito è stato quando ci siamo avvicinati alla Piramide e subito ho pensato “Ah sicuramente si tratterà di un edificio costruito 50 anni fa da qualche ricco uomo della zona.” Ma poi a cena mi hanno spiegato la sua storia, che non si trattava di qualche sorta di residuo del fallimento di un ristorante o di qualche parco giochi a tema, e ho scoperto che in effetti un uomo ricco l’aveva sì commissionata, ma circa due millenni fa. Questo è il tipo di cose che mi fa appassionare alla realtà, che tra le sue stranezze e le sue meraviglie spesso riesce a dare vita a storie che difficilmente riusciresti a sentire in qualsiasi altro libro o film. 

PA: A cosa stai lavorando al momento?

CW: Ho da poco concluso la seconda serie di Predator: Hunters e sono al lavoro sulla terza. Proprio in questi giorni sto pensando alla location e sto cercando di utilizzarne una inedita per le storie del personaggio. Magari potrei ambientarla a Roma, ci sto pensando proprio in questi giorni. Avrei bisogno però di un’artista italiano che mi aiuti nella scelta delle diverse location [RIDE], ma sarebbe molto interessante. 


Quello che però spesso raccomando ai giovani artisti è “non pensate troppo al vostro prossimo progetto, mettete tutta la vostra energia in quello su cui state lavorando”. Sono diversi anni ormai che occupo il ruolo di editor per la Dark Horse e spesso vedo artisti fallire o mandare all’aria progetti per concentrarsi su troppe cose contemporaneamente. Proprio il mio, che è un lavoro fisso, mi permette di non dovermi preoccupare troppo del prossimo lavoro che ho da realizzare, posso scegliere tranquillamente su cosa concentrarmi, e finché mi vogliono a bordo delle serie di Predator avrò molte idee da offrire alla causa. Quando sei un uomo anziano come me il primo pensiero dopo una giornata di lavoro non è di certo: “Ehi cerchiamo di passare tutta la notte al tavolo da disegno”, ma piuttosto cerco di concedermi del riposo bevendo una buona birra e guardando la tv. 

Grazie a saldaPress, l’organizzazione del Romics Festival e Chris Warner per l’opportunità e la disponibilità.

venerdì 3 giugno 2022

(Ri)leggere The Boys

di Guglielmo Favilla

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.

E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?

Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.

Potrebbe bastare?

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. 

O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.

Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.

Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.

Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.

Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.


Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.

Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.

Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.


Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-



(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)

giovedì 14 aprile 2022

Vagabond - La perfezione dell'incompiutezza

di Alberto Tollini


Vagabond

Avevo sempre sentito parlare di Vagabond, senza però sapere di cosa trattasse fino a un paio di anni fa. Da buon videogiocatore Sonaro infatti, trepidavo per l’uscita di Ghost of Tsushima, titolo Sucker Punch che rivisita l’invasione dell’isola di Tsushima da parte dei mongoli a fine 1200. Tra un articolo e l’altro, mi sono imbattuto in un approfondimento dove si suggerivano alcune opere (film e manga) sui samurai. Oltre ai film di Kurosawa e l’allora introvabile Lone Wolf and Cub, veniva suggerito Vagabond di Takehiko Inoue, celebre per Slam Dunk. Dopo una breve ricerca su trama ed edizioni, e pur sapendo che la serie non è mai stata portata a termine, decido di recuperare il primo volume dell’edizione Viz Big, contenente i primi 3 tankobon, e se siamo qui a parlarne penso possiate intuire come sia andata a finire.

Il manga di Inoue, liberamente tratto dal romanzo di Eiji Yoshikawa, racconta la storia di Miyamoto Musashi, ronin, filosofo, poeta e artista giapponese realmente esistito, autore de “Il Libro dei Cinque Anelli”, nonché considerato il miglior spadaccino del Giappone. Ancora scosso dalla sconfitta durante la battaglia di Sekigahara del 1600, il giovane Shinmen Takezō decide di lasciare il suo villaggio alla ricerca di affermazione e diventare “Invincibile sotto il sole”. Nel suo vagabondare per il Giappone feudale, Miyamoto Musashi, questo il nuovo nome dato a Takezō, affinerà le sue tecniche, scontrandosi con avversari sempre più forti che lo faranno crescere come uomo e come guerriero, accrescendo ad ogni vittoria la reputazione in ogni angolo del Giappone. 

327 capitoli raccolti in 37 volumi, con i quali Takehiko Inoue racconta il viaggio di formazione di Takezo e la conseguente nascita della figura di Musashi Miyamoto. Nel prendere come modello di riferimento il romanzo di Yoshikawa, il manga di Inoue muta da un fedele adattamento ad una libera interpretazione dove, poco a poco, i personaggi, per quanto già ottimamente scritti, sono sempre più il frutto della matita del mangaka. Questo cambiamento, se così vogliamo chiamarlo, coincide con l’introduzione di Sasaki Kojirō a metà dell’opera. Nello spostare momentaneamente il focus narrativo da Musashi al suo più celebre rivale, Vagabond diviene finalmente il racconto del mito di Miyamoto Musashi secondo Inoue, il quale non solo si prenderà delle libertà artistiche divergenti dalla realtà storica, come rendere sordomuto Sasaki Kojirō, ma inserirà anche un sempre maggior numero di siparietti comici sulla falsariga di quelli visti sulle pagine di Slam Dunk. Espedienti per nulla invasivi o divergenti rispetto alla seriosità della prima parte, ma che anzi danno una maggiore profondità al racconto, rendendolo concreto e spogliandolo di quell’aura austera e mitica vista nei primi capitoli. Senza alcun dubbio la scelta di Inoue, creativamente parlando, lo libera dal rendere giustizia al romanzo di Yoshikawa, potendo rappresentare al meglio il Giappone di Musashi, di Otsū e di Matahachi, gli amici di infanzia di Takezō, ma anche quello di Takuan, monaco errante amico di Musashi, e quello di tutti gli altri personaggi del manga che compongono un mosaico sfaccettato e per nulla derivativo del Giappone del 1600.

Vagabond

Libertà creativa che ha permesso a Inoue di conferire un respiro più ampio al suo racconto, virando verso territori inesplorati dai quali purtroppo non sembra però in grado di uscire. Se la storia testimonia il duello tra Musashi e Kojirō, altrettanto non si può dire per Vagabond: seppur inizialmente avviata in quella direzione, ad un certo punto la storia diverge, prende una direzione inaspettata forse anche per il suo autore. Un’evoluzione coerente con quanto narrato, ma che appunto non potrebbe mai portare al tanto agognato scontro tra i due. Spero vivamente che Takehiko Inoue riesca a concludere la sua storia perché Vagabond è un’opera meravigliosa, intima e appagante, capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Prima di trattare del comparto grafico, vorrei spendere ancora qualche parola sull’Inoue scrittore, in particolare sul ritratto dei suoi due protagonisti, Musashi e Kojirō. Fin dalle prime battute del manga, l’autore delinea il dualismo dei due personaggi che, per certi versi può essere riconducibile a quello visto su Slam Dunk con Sakuragi e Rukawa, senza che però i protagonisti di Vagabond arrivino allo scontro o interagiscano, se non in maniera fugace. Prima di essere conosciuto come Musashi Miyamoto, Shinmen Takezō è un ragazzo spavaldo e arrogante, la cui infanzia è stata terribilmente segnata dalla violenza. Violenza genera altra violenza, infatti all’inizio dell’opera il mangaka ci mostra un ragazzo feroce, sempre pronto allo scontro, ma animato da un’incrollabile determinazione.
Sarà proprio la determinazione a mitigare la ferocia di Takezō fino a cancellarla, senza lasciarne traccia in Musashi. Abbandonata la ferocia e l’arroganza che lo aveva contraddistinto nella vita precedente, Musashi Miyamoto percorrerà la Via della Spada con onore, spinto dal desiderio di diventare “Invincibile sotto il sole”. Un disperato bisogno di affermazione che porterà il samurai errante ad una crescita spirituale, realizzando come la sua ricerca di perfezione non sia altro che un titolo effimero, per il quale finora ha causato solo morte e sofferenza. Una presa di coscienza che determinerà un radicale cambio di prospettiva in Musashi, dove la Spada, dall’essere l’unica costante su cui fare affidamento, si tramuta in un oggetto di morte e distruzione.

A differenza di Musashi, per Sasaki Kojirō la Via della Spada è invece l’unico modo per comunicare con il mondo che lo circonda. Inoue ci mostra come fin da bambino, Kojiro abbia sviluppato una sorta di simbiosi con la sua katana, divenuta l’estensione dello stesso Kojiro. A causa del suo handicap, il giovane ronin ha sempre avuto difficoltà nell’esprimersi e nell’instaurare rapporti con le persone, come se vivesse dentro ad una bolla. Un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, buffo, impacciato e dai modi puerili, ma che riesce ad esprimersi solo tramite la sua katana. Ogni movimento, ogni affondo, ogni fendente mostrano la terribile grazia di Kojiro, rivelandosi più efficaci di qualsiasi parola.

Vagabond visivamente non ha eguali. L’arte di Takehiko Inoue è strepitosa, forte di un realismo nelle anatomie, della potenza degli sguardi e della cura degli ambienti, dei costumi e degli oggetti, frutto di una minuziosa ricerca da parte dell’autore. Un’accuratezza esaltata dalla scelta artistica del mangaka di realizzare l’epopea di Musashi Miyamoto adottando lo stile pittorico della scuole Ukiyo-e, tecnica pittorica nata a Edo nella seconda metà del XVII secolo, abbandonando matita e china in favore del pennello. Una scelta artistica sicuramente molto più impegnativa rispetto a quella più tradizionale in grado non solo di consacrare il talento di Inoue ma anche di differenziare Vagabond rispetto alla maggior parte dei manga coevi e non.

Anche se bruscamente interrotta, Vagabond di Takehiko Inoue è un'opera meravigliosa, la celebrazione di una delle figure più celebri della storia del Sol Levante attraverso un racconto di formazione che delinea un affresco accurato dei costumi e delle tradizioni del Giappone Feudale capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST dove si parla di VAGABOND

Vagabond

lunedì 21 febbraio 2022

Intervista a Dan Panosian

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)




PAPER APES: Come è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti e come sei arrivato a Slots, probabilmente il tuo lavoro più personale e introspettivo? 

DAN PANOSIAN: Volevo disegnare fin da quando avevo 14 anni, quando mi divertivo a inventare personaggi di Dungeons & Dragons per amici e conoscenti. Loro mi mandavano le descrizioni dei loro eroi e io li mettevo su carta. La mia passione per il role play gaming è continuata anche alle superiori, quando illustravo manuali di gioco. Quell’esperienza mi è servita poi per entrare a 21 anni in Marvel… e dopo tutto questo tempo ancora oggi non sono contento del mio lavoro, quando siedo vicino ad altri artisti durante le convention sento molta pressione addosso e sono molto invidioso del loro livello![RIDE] La gestazione di Slots è durata probabilmente 10 anni, durante i quali ho lavorato alla stesura della storia e allo sviluppo di tutti i personaggi. Circa 3 anni fa ho proposto il progetto a Robert (Kirkman, ndr) che si è dimostrato sin da subito molto entusiasta ed ha deciso di proporlo sotto l’etichetta Skybound



PA: Durante le riprese del film Logan hai partecipato a un esperimento molto strano per quanto riguarda il mondo della Nona Arte: la realizzazione di diversi comic book (scritti e disegnati da te) che vediamo sfogliare dai personaggi durante la pellicola ma che in realtà non esistono. Cosa ci puoi raccontare di quell’esperienza? 

DP: La proposta è arrivata 3 anni fa, proprio mentre Skybound aveva deciso di produrre Slots. Mi sono occupato delle storie, dei disegni, dei colori e del lettering; anche se ogni storia ha una sua identità completa, durante tutto il film non vedi mai l’albo sfogliato interamente. Non sapendo come sarebbe
stato inquadrato, insieme a Joe Quesada abbiamo realizzato addirittura delle finte pubblicità tra le pagine così da renderlo più realistico possibile. Spesso le persone sulle chat si divertono a dire “Ah anche io ho quel volume, ho anche io quelle storie” invece non ci sono possibilità di averli, garantito al 100% da me. Marvel Comics ha  addirittura chiamato la Fox dicendo “Ehi, non potete usare i nostri volumi nei vostri film!” ma si tratta degli studi legali, che non conoscono bene i meccanismi dietro queste cose. Io l’ho preso come un complimento, perché significa che avevamo fatto proprio un bel lavoro! [RIDE] 

PA: In passato (come affermi anche nella postfazione al volume di Slots) hai espresso la tua volontà di mollare il mondo dei fumetti, magari per dedicarti alla boxe. Hai davvero intenzione di lasciare prima o poi questo mondo? C’è il rischio di non rivedere il tuo nome sulle pagine di qualche fumetto nel prossimo futuro? 

DP: Oh no ho molte idee per il futuro! Ho un progetto segreto con Marvel Comics e poi tornerò di nuovo alla Image. Non potete fermarmi, sarò sempre in giro pronto a disegnare e scrivere fumetti. [RIDE]

PA: La boxe -una delle tue passioni più viscerali- e i fumetti sembrano essere due mondi profondamente distanti. D’altra parte se si collabora con qualcuno (in questo caso con uno sceneggiatore) troviamo lo stesso concetto di “dare e avere” che caratterizza questo sport...

DP: Sì, forse si assomigliano un pochino. Beh, in ogni caso, come disegnatore o come autore completo, spero di vincere! [RIDE] I disegnatori spesso sono quelli che vincono , ma anche quando mi trovo nel ruolo di autore completo lo sento come un "match" con me stesso. Amo l’idea di scrivere anche perché ti permette di produrre all’infinito senza fermarti praticamente mai. 

PA: Slots sembra rifarsi anche a molti film di genere. Hai qualche titolo in particolare che ti ha aiutato durante il lavoro? 

DP: Sicuramente tra i film a cui l’opera si ispira c’è L’eroe della strada (Hard Times) di Walter Hill con Charles Bronson… anche se il mio fumetto ha delle tinte molto più comiche mentre nel film si trovano toni più cinici e oscuri. In un certo senso si potrebbe quasi dire che il protagonista assomiglia molto di più a Speed (il manager, interpretato da James Coburn, ndr) che a Chaney (il pugile, interpretato da Charles Bronson), anche se lui non può combattere [RIDE].

Si tratta di una delle pellicole che preferisco e che ho visto e rivisto con mio padre più volte e a cui sono legato per molteplici motivi. Adoro poi altri film, molto differenti fra loro, ma ugualmente influenti per la mia opera come Gli Spietati e Conan il barbaro

PA: Hai dei punti di riferimento nel mondo dei fumetti? 

DP: Sicuramente uno dei miei numi tutelari è quello di Mark Drakkar, un autore che ha collaborato spesso con la rivista Mad Magazine. Poi ci sono i grandi maestri come Wally Wood e Frank Frazetta. Uno degli autori che più ha sconvolto la mia carriera è Enrico Marini (autore di Gipsy, Scorpions e del recente Batman-ndr). Ero in America mentre disegnavo i miei progetti e vedevo i suoi lavori pensando “cavolo, vorrei proprio disegnare come lui!” e con il tempo siamo diventati amici sui social, spesso infatti ci troviamo a parlare e a scambiare opinioni… proprio di recente sono finito a scrivere una prefazione per il suo Gipsy

PA: Puoi parlarci del tuo progetto "Drink and Draw"? Sembra un’iniziativa meravigliosa… 

DP: Si tratta di un progetto internazionale, ci sono infatti sedi a Honk Kong, a Tokyo, a Parigi e in molti altre posti.  E… beh, non lo stiamo facendo anche adesso? (si riferisce al fatto che sorseggiamo birra in un pub mentre lui disegna una bellissima dedica… -ndr) ? [RIDE]
L’iniziativa è nata da Dave Johnson che ha deciso di coinvolgere me e Jeff Johnson dicendoci “Siete entrambi sposati, come posso tirarvi fuori di casa senza che le vostre mogli siano arrabbiate con me?” e così abbiamo deciso di concentrarci sul nostro lavoro: il disegno. Ma credo che sia tutto un piano di Dave per coinvolgere ragazze durante l’evento e conoscerle, o almeno è quello che credo sia il suo desiderio… [RIDE] 

PA: Domanda di rito: a cosa stai lavorando al momento? 

DP: Sto lavorando ad una serie scritta e disegnata da me per il rilancio di Conan con Marvel e poi ho in mente una nuova serie per Skybound dove vado a pescare in un’altra delle mie passioni: la science fiction. Ci sarà infatti molta violenza alla Simon Bisley mescolata alla poetica di Moebius e a tutta la corrente di Heavy Metal Magazine. Per il futuro (anche se non riesco mai a darmi delle date esatte) ho in mente altri 9 numeri per Slots!


E noi non vediamo l’ora. 

 Ringraziamo SaldaPress, Lucca Comics & Games e Dan per la disponibilità e la possibilità; Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.