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venerdì 3 giugno 2022

(Ri)leggere The Boys

di Guglielmo Favilla

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.

E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?

Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.

Potrebbe bastare?

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. 

O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.

Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.

Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.

Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.

Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.


Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.

Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.

Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.


Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-



(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)

sabato 7 novembre 2020

Punisher: The Platoon - A proposito di Garth Ennis pt.2

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 06/08/2018)

(Nota: per leggere la prima parte di "A proposito di Garth Ennis" potete usare questo link)

"Vedete non si tratta solo della guerra e di quel che abbiamo perso, e nemmeno solo del paese. Si tratta degli uomini che tornarono a casa."

MATRIMONI FELICI

Ci sono matrimoni meravigliosi e di natura diversa nel mondo del fumetto. Tra disegnatore e inchiostratore, tra disegnatore e colorista, tra sceneggiatore e disegnatore (ci torneremo dopo) e tra autore/sceneggiatore e personaggio. Magari questi matrimoni avvengono quando una casa editrice (Marvel) affida a un autore già ampiamente affermato e con uno stile fortemente personale (Garth Ennis), uno dei suoi personaggi di culto (il Punitore), di fatto in un momento di appannamento (il Punitore trasformato in angelo vendicatore dalle schiere celesti…).

Da più di quarant’anni nella storia editoriale della Casa delle Idee ci sono stati esempi illustri di gestioni rivoluzionarie per longevità e qualità assoluta: Chris Claremont con gli X-Men, Frank Miller con Daredevil (e in seguito Bendis), Walt Simonson e poi Jason Aaron con Thor, Byrne e poi Hickman con i Fantastici Quattro, Brubaker con Capitan America… Ma forse uno dei matrimoni più felici e indiscussi per rapporto durata/rivoluzione/eccellenza è stato quello di Peter David con Hulk.

Una gestione incredibile (ehm) durata più di 10 anni – con innumerevoli ritorni – dove l’autore ha fatto suo il personaggio, immergendolo in ossessioni personali, rivoluzionandone lo status quo e rafforzandone la mitologia. Per farla breve: ci sarà sempre un prima e un dopo Peter David nella vita editoriale di Hulk. E, sicuramente, ci sarà sempre un prima e un dopo Garth Ennis nella vita editoriale del Punisher.

WHAT A WONDERFUL ELSEWORLD

Il Punitore, the Punisher, Frank Castle, Francis Castiglione

: figlio diretto degli USA anni ‘70, del post Watergate, del post Vietnam. Sono anni in cui in America soffia fortissimo un vento di antieroismo, al cinema come nella letteratura. Creato dal veterano Marvel Gerry Conway e nato come comprimario sulle pagine di Amazing Spiderman nel ‘74, il Nostro farà presto breccia nel cuore dei lettori. Nei decenni successivi autori fondamentali come Mike Baron, Steven Grant, Carl Potts, il duo inglese Abnett & Lanning e soprattutto Chuck Dixon, lasceranno un segno indelebile nella storia del personaggio e la sua avventura editoriale è nota fra gli appassionati.

Ma nessuno farà meglio di Ennis. Ecco, Ennis sul Punitore ha avuto lo stesso approccio radicale e senza precedenti di David su Hulk, ma con un doveroso distinguo.

Peter David è stato, al pari dei grandi nomi citati prima, un abile architetto della Casa delle Idee pienamente innamorato della materia supereroica: la sua gestione del Golia Verde è stata sì rivoluzionaria, ma perfettamente in continuity con l’universo Marvel. La direzione di Ennis su Castle – e non poteva essere altrimenti - sarà invece libera e fieramente selvaggia, scevra da ogni Comicscode e gabbia narrativa. Dopo un primo memorabile incontro nel 1995 (il bellissimo one-shot Punisher kills the Marvel Universe) Ennis incrocia nuovamente la strada col personaggio alla fine del millennio, grazie al tandem artistico di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, sotto i quali nasceranno le collane Marvel Knights e MAX. Sotto queste due etichette elseworld (letteralmente “altromondo”, ovvero storie slegate dall’universo narrativo e da relativa continuity; in realtà Marvel Knights non lo è, né nasce come tale, ma sotto Ennis di fatto lo diventa&ìhellip;) l’autore avrà totale libertà creativa, riuscendo a sfruttare ogni potenzialità esplosiva del personaggio: in una serie più giocosa e grottesca sotto la linea Marvel Knights (perlopiù a fianco del sodale Steve Dillon) e in quella assolutamente seria e hard boiled sotto l’etichetta MAX (con disegnatori dal tratto più oscuro e realistico).

E proprio sul Punisher MaxvEnnis arriva alla sua piena maturità espressiva d’autore, raggiungendo vette assolute. In circa dieci anni lo scrittore sembra dire tutto sul personaggio, ne scandaglia la psiche contorta e arriva a raccontarne Genesi (l’epocale Born in coppia col fido Darick Robertson) e addirittura Morte (The End, distopica storia futuristica disegnata dal leggendario Richard Corben). La follia di Castle, il demone della guerra che alberga in lui, il rapporto con Nick Fury, la dipendenza omicida: in mano ad Ennis tutto viene trattato con un’incisività e un vigore da mozzare il fiato.

Praticamente impossibile fare meglio dello scrittore dell’Ulster. Praticamente superfluo cercare di dare un seguito e una conclusione al suo ciclo di storie (ne sa qualcosa l’ottimo Jason Aaron, autore solitamente gigantesco che però proprio sul Punitore, cercando di chiudere la “continuity ennisiana MAX", sembra quasi spersonalizzarsi risultando assai meno efficace). Ma che cosa ha il Punisher da elettrizzare tanto Ennis?

"Non… Non starà cominciando a piacerti, eh? "
"Certo che no. Ma… risponde a qualcosa dentro di me, tutto qui."

Semplicemente Frank Caste è un uomo, un uomo solo condannato alla sua ossessione. E a differenza degli altri personaggi Marvel con super poteri e super problemi, lo scrittore occupandosi dell’Uomo può raccontare al meglio la sua ferma follia.

Come afferma lo stesso Ennis in un’intervista del 2007, Castle “vede il mondo in termini di bianco e nero, risolve i propri problemi con assoluta finalità […] La sua risposta a qualsiasi problema: in caso di dubbio, colpire forte”.

Non c’è nient’altro, o meglio, c’è molto di più: perché Castle ha attraversato un pezzo oscuro e sofferto di storia americana e (insieme a Nick Fury) diventa il personaggio attraverso il quale lo scrittore nordirlandese (ormai naturalizzato newyorchese) non solo traduce superbamente in fumetto alcune delle sue tematiche ricorrenti (la violenza fra gli uomini, l’avversione per lo Stato, i poteri corrotti, l’amicizia tradita) ma riesce a teorizzare le contraddizioni dell’America moderna come e più che in altre sue opere. Non si limita (solo) a giocare col personaggio, ma ne fa veicolo per affrontare di petto le origini della violenza congenita nel Sogno Americano. Sotto la linea MAX, Ennis tratta (ancora) della eterna questione Irlandese (Massacro all’irlandese), mostra squarci del conflitto afghano (L’uomo di Pietra) o echi della Guerra Fredda (Madre Russia). Ma soprattutto, attraverso il passato di Castle, lo scrittore affronta una della macchie più indelebili della Storia Americana: il Vietnam.

"Sa, una cosa che non ho mai capito è questa idea di un’America innocente che hanno quelli come lei. Quando mai siamo stati innocenti?"

Ennis crede nel fumetto. E utilizza il medium non solo per ridare dignità al racconto bellico, ma perché crede che col fumetto di guerra si possa dare un senso al mondo. O quantomeno provarci. Attraverso Frank Castle, l’autore affronta appieno il dramma vietnamita (solo lambito precedentemente in altri suoi lavori, come Unknown Soldier o Preacher

) con la stessa forza e spietata lucidità dei suoi racconti di guerra migliori (spesso ambientati durante i due conflitti mondiali). L’ultimo incontro tra Ennis e il Punitore era avvenuto con la miniserie capolavoro Fury – My war gone by (in Italia pubblicate da Panini in due volumi, Guerre perdute e Guerriero Freddo), sempre per i disegni di Goran Parlov e sempre sotto l’etichetta MAX; Castle appariva come comprimario in una sequenza indimenticabile (in Vietnam, ça va sans dire). Tutto questo tra il 2012 e il2013. Poi più nulla. Forse il commiato definitivo. Ma nel corso del 2017 la grande notizia: il ritorno dello scrittore irlandese su Frank Castle. Un altro racconto di guerra. Un altro episodio della sporca battaglia vietnamita. La storia raccontata dai reduci del quarto plotone, compagnia Kilo, terzo battaglione del ventiseiesimo reggimento dei marine. In altre parole, il primo comando di Frank Castle.

BENTORNATO FRANK, BENTORNATO GARTH.

Ideale terza parte (anche se racconta un Frank mai così giovane) di una trilogia che approfondisce il passato di Castle durante il conflitto vietnamita, dopo il già citato Born e Valley Forge, è in questo The Platoon che Ennis compie il salto decisivo da narratore: così come David scelse di “prendere le sembianze” dello psicologo Doc Samson nel suo fine scavo interiore di Hulk/Bruce Banner, Ennis da semplice narratore “diventa” Michael Goodwin, scrittore di “war tales” e fratello di quello Stevie Goodwin soldato semplice presentato in Born (non è un caso che già dalla terza vignetta del primo capitolo l’autore ricorra alla soggettiva). Ossessionato dalla figura del Punitore, cercherà di scoprire e raccontare la vita dell’uomo prima che diventasse Punisher. Perché se Goodwin “non ha fatto che scrivere la fine, non è lui che ha scritto la storia”.

"Sa che cos’era? Erano soltanto affari loro."

Ci sono delle costanti nei fumetti di guerra scritti da Garth Ennis: la totale assenza di onomatopee, il sovente utilizzo di vignette orizzontali, l’alternanza sublime di didascalie/pensiero e balloon/dialogo o l’utilizzo sopraffino del primo piano (talvolta per introdurre un personaggio o talvolta per mostrarcelo in un momento rivelatorio). E anche stavolta l’autore non tradirà il suo stile: anzi con una radicalità e maturità espressiva commoventi lo porterà addirittura a un livello più alto.

Le vignette orizzontali, mai assidue come questa volta, rendono l’implacabile lentezza di un’attesa o lo spossante e straniante incedere dell’azione guerresca; Ennis ci guida con somma e delicata maestria attraverso fumosi campi di battaglia, in momenti di tesa veglia notturna, nella calura di una giungla ostile o in un tranquillo bar di New York. Dialoghi musicalmente secchi, frammentati, accavallati, resi ancora più vivi dalle pause di riflessione, dalle ripetizioni, da ripensamenti e esitazioni: Ennis non è mai stato così realistico negli scambi dialogici, così mostruosamente abile nel rendere dinamiche fra esseri umani.

In questo ritmo anomalo, improvvisi stacchi di montaggio ci catapultano in mezzo all’azione e questa volta la violenza urlata altrove nelle sue opere è (quasi) sempre fuori campo, tranne in qualche inevitabile esplosione di ferocia: contano i personaggi, gli uomini, le loro azioni, le loro relazioni e spetta al lettore riempire vuoti, i silenzi, gli indugi. Perché in guerra, come in amore, ci sono scambi, momenti, sguardi che non si possono mostrare o raccontare. Attimi di cruda intimità, parole sussurrate, istanti definitivi davanti ai quali è giusto mantenere un sacro rispetto.

ALL YOU NEED IS PARLOV 

Si parlava di matrimoni felici. Abbiamo accennato a quelli tra autore e disegnatore: se per il primo ciclo più dissacrante sotto l’egida Marvel Knights Ennis si avvale perlopiù dello storico compagno Dillon, sotto l’etichetta MAX si affiderà a disegnatori dal tratto più realistico (gli ottimi Leandro Fernandez, Doug Braitwhite e Lewis Larosa. Ma un nuovo sodalizio definitivo sarà con il croato Goran Parlov. Artista tra i più abili in circolazione, Parlov ha contribuito a rendere maestosamente e definitivamente le icone grafiche di Frank Castle e Nick Fury. Insieme a Ennis ha inoltre co-creato uno dei personaggi più indimenticabili nella storia del Punisher e del fumetto mainstream americano degli ultimi anni: il gigante nero Barracuda, ex berretto verde, mercenario/gangster perverso e imprevedibile, al tempo stesso divertente e terrificante. Parlov in The Platoon, come Ennis sembra ancora più essenziale nello stile: ancora un volta ci ricorda di essere un Maestro della nona arte, abilissimo come pochi a delineare i diversi personaggi, a mostrare il segno del tempo sui loro volti e sui loro corpi; unico nel rendere la scintilla di vita nei loro occhi stanchi, terrorizzati, placidi, sorpresi, stupidi, pacificati. Possiamo percepire la loro spossatezza, la rabbia, il vuoto che li circonda. Nessun dettaglio grafico è lasciato al caso. E insieme ad Ennis ci regala nuovamente almeno due nuovi personaggi magnifici: l’ufficiale superiore nord-vietnamita Letrong Giap e Sorella LyQuang, unica e straordinaria figura femminile della vicenda. I due nella storia sono il perfetto rovescio della medaglia della controparte americana: i loro pensieri, i loro dubbi, le loro speranze, i loro sbagli non sono così diversi da quelli dei nemici che combattono (in un contrappunto narrativo che ricorda il capolavoro bellico di Jason Aaron, la bellissima The Other Side, graphic novel ispirata dai racconti del cugino di Aaron, quel Gustav Hasford autore di Born to Kill da cui Kubrik trasse Full Metal Jacket)

IL VOLUME

La miniserie viene raccolta e pubblicata da Panini in un elegante volume cartonato, con il logo MAX ben visibile sulla costina. E’ la prima volta che la casa editrice modenese pubblica una storia del Punitore nel formato “Marvel Collection” e la resa è davvero ottima. Da segnalare in appendice le quattro copertine variant per il primo numero della mini, dove spicca quella particolarissima ed esilarante a opera del grande Chip Zdarsky

THIS IS THE END… MY ONLY FRIEND, THE END (?)

Magari fra altri 10 anni le strade di Ennis e il Punitore si incroceranno ancora: dopotutto le relazioni migliori, i grandi matrimoni, funzionano anche grazie a saltuari momenti di distacco. Ma se ciò non accadesse, l’ultimo polveroso saluto in lontananza da un elicottero sarà un commiato abbastanza forte da riempirci per sempre gli occhi e da spezzarci il cuore. Una “semplice” tavola diventa un’istantanea folgorante, il ricordo infinito di ciò che avrebbe potuto essere un uomo.

CONCLUSIONI

Ennis ci ha fatto ridere con Frank Castle. Ci ha fatto inorridire. Ci ha sinceramente shockati.
Ma non pensavamo arrivasse a farci commuovere.

Punisher  - The Platoon (Marvel Collection)
Autori: Garth Ennis, Goran Parlov
Data di uscita: 14 Giugno 2018
Tipo prodotto: Fumetti
Formato: 17×26
Contiene: Punisher: The Platoon (2017) #1/6
Rilegatura: Cartonato
Interni: Colori
ISBN: 9788891239617

venerdì 30 ottobre 2020

Jimmy's Bastards - A proposito di Garth Ennis pt.1

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 15/06/2018)

"Be’, perché dovrei difendere una Democrazia il cui cuore è il Parlamento, se non credessi all’idea di progresso sociale?"

ENNIS LA MINACCIA

Su Garth Ennis ormai è già stato scritto o detto di tutto.
Nordirlandese, giovanissimo irrompe con furore sulla scena del fumetto alla fine degli anni ottanta sull’onda lunga della “british invasion”, facendosi notare con memorabili cicli su Judge Dredd e Hellblazer e con miniserie come Goddess e True Faith; più avanti approderà come un pirata alle grandi case editrici americane (DC, Marvel e Image). Lo scrittore dell’Ulster, appena ventenne, rivela nei suoi primi lavori quelle che saranno le sue ossessioni: amicizia, guerra, blasfemia, contraddizioni politiche di Gran Bretagna e Stati Uniti tra ipocrisia e abusi di potere; contamina horror, western, noir, commedia grottesca e slapstick, iper-violenza e turpiloquio, parlando di sesso e fratellanza, amore puro e disincanto assoluto.

Suggestioni da Elmore Leonard e Cormac MacCarthy, Leone e Peckinpah, John Landis e i Pogues, Eastwood e John Wayne, i Python e Stanlio & Ollio (ma la lista potrebbe continuare…): Ennis è tutto questo e molto di più. Al pari del collega e amico inglese Warren Ellis (altro ex-enfant terrible del fumetto mainstream) il suo stile diventa presto fortemente riconoscibile per tematiche e spirito iconoclasta: come lui (e più di lui) spesso fa tremare i polsi e le aspettative dei lettori tradizionalisti Marvel o Dc, ogni volta che si approccia all’icona supereroica (la carrellata di Eroi apparsi nella Gotham di Hitman, la miniserie Thor: Vikings…).

Tendenza comune è ormai sostenere che Ennis sia stato un autore storico e rivoluzionario ma che ormai sia un po’ la maniera di se stesso, adagiato su una stile fattosi routine.

E invece.

LA CAPACITÀ DI SORPRENDERE ANCORA

Riconosciuto dialoghista formidabile, è però ancora sottovalutata la sua sopraffina capacità di narratore per pure immagini (la bellissima "Dear Billy" delle Battlefields Story, per esempio), nell’utilizzo del "silenzio su tavola", nello sfruttamento atipico della splash-page e nel valorizzare al meglio i disegnatori che lo accompagnano (spesso ricorrenti compagni di viaggio oltre che amici, dal mitico e compianto Steve Dillon, a John MCrea, Carlos Ezquerra, Darick Robertson, Goran Parlov…). Ennis ha sicuramente avuto momenti meno ispirati, spesso dettati da ritmi di produzione frenetici ma resta un autore gigantesco, capace di vette sorprendenti per profondità e umanità e senza dubbio, con voglia di sperimentare ancora: l’horror apocalittico del primo Crossed, il magnifico Rover Red Charlie, i vari Battlefields o le ultime collaborazioni con Alan Moore (per esempio all’interno dell’antologica Cinema Purgatorio) sono lì a dimostrarlo.

Insomma, il Nostro è uno scrittore maturo, completo e capace di attraversare generi e registri con grande disinvoltura e abilità. E soprattutto, ancora capacissimo di sorprendere. Altro che cool fine a sé stesso.

RIDERE E IRRIDERE

Hitman e  Preacher, il suo dittico imprescindibile degli anni ‘90, contenevano già embrionalmente tutto ciò che Ennis avrebbe affrontato nei decenni successivi. In queste due opere venivano miscelate con grande disinvoltura drammi umani e sparatorie da barzelletta, aberrazioni e dolcezza. Tra Storia (ritornano i drammi bellici, l’Ira, i soldati della SAS, il Vietnam), e Leggenda (vampiri, demoni, alieni), era evidente l’interesse dello scrittore per l’essere umano, le dinamiche interpersonali e le mostruosità nascoste in ognuno di noi, oltre che un’insofferenza cronica nel potere costituito e una forte avversione verso qualsiasi tipo di organizzazione politica e soprattutto religiosa. E una cosa è certa: tra lacrime e colpi di scena, spesso il pedale della narrazione premeva sull’assurdo e il ridicolo e spesso si rideva. Molto. Con e dei personaggi.

In seguito Ennis (diciamo con l’inizio del nuovo millennio) avrebbe affrontato storie con un pessimismo glaciale (anche se uno sguardo beffardo era sempre in agguato) e un mood mortalmente serio e efficacissimo (tutte le Storie di guerra, ma anche le incursioni Marvel su Ghost Rider e la seconda gestione del suo Punisher Max.

Tuttavia dividere attualmente la produzione di Garth Ennis in due semplici tronconi come “seria” e “cazzara” è abbastanza riduttivo e superficiale. Leggere Garth Ennis è come ritrovare un amico al pub che, davanti a una pinta (dieci pinte) di Guinnes, è pronto a raccontarti meravigliose storie di guerra, di persone, di mostri, di vicende atroci e commoventi, di amicizie e amori più forti della vita stessa.

Con il passare delle ore le storie e gli umori si intrecceranno, i racconti si faranno riflessivi e ironici, spaventosi e grotteschi, personali e fuori dagli schemi. Ma una volta salito il grado alcolico, prima della sbronza triste, per il nostro compagno di bevute la voglia di sbeffeggiare qualcosa si farà fortissima e dopo aver scelto un genere forte di grandi tradizioni lo demistificherà senza alcuna vergogna per il suo e nostro divertimento.
Insomma, il volume di voce si farà alto, la serietà verrà definitivamente meno e lo spasso esploderà senza pudore.

E’ sicuramente questo il caso di Jimmy’s Bastards.

Cin Cin. 

“CAZZO, SEI SERIO?” “CERTO CHE NO. A VOI.”

Nella lunga lista dei generi destrutturati e parodiati da Ennis mancava uno dei miti britannici per eccellenza, la spy story; meglio ancora se veicolata dal suo personaggio simbolo James Bond. Jimmy Regent, un mix tra il giovane Sean Connery e Rock Hudson al top della sua prestanza fisica, è il miglior agente al servizio segreto di sua Maestà. Spavaldo, arrogante, donnaiolo, alcolizzato e infallibile in missione, affiancato dalla nuova (e tosta) collega Nancy McEwan dovrà vedersela con una misteriosa organizzazione terroristica che ha scelto proprio lui come bersaglio… (non spoiler: nel titolo c’è già tutta la chiave della vicenda).

La storia si apre in perfetto stile bondiano, benché imbevuto dalla follia dello scrittore: una sequenza d’azione pirotecnica e paradossale che, in appena otto tavole, smitizza tutti i cliché del genere spystory in salsa fanta-thriller (occhio ai due villain…). Dopodiché, ritmo, battute e irriverenza accompagnano il lettore fino alla fine del volume e si rimane con una gran voglia di conoscerne la conclusione.

“LA SOLUZIONE GENDER ESISTE DAVVERO”

Ennis affronta la sua personale parodia di 007 con la stessa sfrontata irriverenza con cui ha trattato il mito del supereroe. Semplicemente: non ci sono limiti né situazioni implausibili o assai imbarazzanti dove far muovere i personaggi con risultati inaspettati e esilaranti. La soluzione Gender in questo senso sarà uno dei picchi dissacranti con il quale Ennis si diverte un sacco a giocare (qualcuno ha detto il Russo nella prima serie del Punisher?). L’intera storia per situazioni, trovate e sviluppo ricorda l’autore agli esordi, quando si divertiva a colpire più duro; ma grazie alla maturità acquisita, il tutto ormai è scritto con una scioltezza che ha del prodigioso. E supportato da un artista in forma smagliante.

Per questa sua nuova fatica Ennis si ritrova a fianco dell’ottimo Russ Braun (già con lui su alcuni numeri di The Boys, Battlefields e Where monsters dwell per le Secret Wars marvelliane) mai così ispirato: il suo stile assai personale qui sembra un abbraccio amorevole fra il Darick Robertson più scatenato e la grande plasticità espressiva di un Kevin Maguire. Il lavoro minuzioso sulla comunicatività dei volti di tutti i personaggi è semplicemente esilarante.

IL VOLUME

Il primo volume edito da saldaPress, è offerto in un elegante cartonato (con una bellissima copertina vintage a opera di Joe Jusko) e raccoglie i primi 5 numeri della serie prodotta da AfterShock Comics.

CONCLUSIONI

Aspettiamo impazienti il secondo volume per vedere dove si spingeranno Ennis e Braun, ma ovunque sarà, saremo pronti a tutto, anche a precipitare sul parlamento inglese a bordo di un dirigibile in fiamme con un clown-scimmia dal cervello umano che impreca al mondo.

Titolo: Jimmy's Bastards vol. 1
Sottotitolo: Una cascata di bastardi
Autore: Garth Ennis, Russ Braun
Collana: Aftershock
ISBN: 9788869194399
Dati: 2018, 168×256mm — 136 pagine — colore, cartonato