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venerdì 3 giugno 2022

(Ri)leggere The Boys

di Guglielmo Favilla

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.

E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?

Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.

Potrebbe bastare?

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. 

O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.

Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.

Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.

Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.

Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.


Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.

Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.

Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.


Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-



(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)

venerdì 30 ottobre 2020

Jimmy's Bastards - A proposito di Garth Ennis pt.1

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 15/06/2018)

"Be’, perché dovrei difendere una Democrazia il cui cuore è il Parlamento, se non credessi all’idea di progresso sociale?"

ENNIS LA MINACCIA

Su Garth Ennis ormai è già stato scritto o detto di tutto.
Nordirlandese, giovanissimo irrompe con furore sulla scena del fumetto alla fine degli anni ottanta sull’onda lunga della “british invasion”, facendosi notare con memorabili cicli su Judge Dredd e Hellblazer e con miniserie come Goddess e True Faith; più avanti approderà come un pirata alle grandi case editrici americane (DC, Marvel e Image). Lo scrittore dell’Ulster, appena ventenne, rivela nei suoi primi lavori quelle che saranno le sue ossessioni: amicizia, guerra, blasfemia, contraddizioni politiche di Gran Bretagna e Stati Uniti tra ipocrisia e abusi di potere; contamina horror, western, noir, commedia grottesca e slapstick, iper-violenza e turpiloquio, parlando di sesso e fratellanza, amore puro e disincanto assoluto.

Suggestioni da Elmore Leonard e Cormac MacCarthy, Leone e Peckinpah, John Landis e i Pogues, Eastwood e John Wayne, i Python e Stanlio & Ollio (ma la lista potrebbe continuare…): Ennis è tutto questo e molto di più. Al pari del collega e amico inglese Warren Ellis (altro ex-enfant terrible del fumetto mainstream) il suo stile diventa presto fortemente riconoscibile per tematiche e spirito iconoclasta: come lui (e più di lui) spesso fa tremare i polsi e le aspettative dei lettori tradizionalisti Marvel o Dc, ogni volta che si approccia all’icona supereroica (la carrellata di Eroi apparsi nella Gotham di Hitman, la miniserie Thor: Vikings…).

Tendenza comune è ormai sostenere che Ennis sia stato un autore storico e rivoluzionario ma che ormai sia un po’ la maniera di se stesso, adagiato su una stile fattosi routine.

E invece.

LA CAPACITÀ DI SORPRENDERE ANCORA

Riconosciuto dialoghista formidabile, è però ancora sottovalutata la sua sopraffina capacità di narratore per pure immagini (la bellissima "Dear Billy" delle Battlefields Story, per esempio), nell’utilizzo del "silenzio su tavola", nello sfruttamento atipico della splash-page e nel valorizzare al meglio i disegnatori che lo accompagnano (spesso ricorrenti compagni di viaggio oltre che amici, dal mitico e compianto Steve Dillon, a John MCrea, Carlos Ezquerra, Darick Robertson, Goran Parlov…). Ennis ha sicuramente avuto momenti meno ispirati, spesso dettati da ritmi di produzione frenetici ma resta un autore gigantesco, capace di vette sorprendenti per profondità e umanità e senza dubbio, con voglia di sperimentare ancora: l’horror apocalittico del primo Crossed, il magnifico Rover Red Charlie, i vari Battlefields o le ultime collaborazioni con Alan Moore (per esempio all’interno dell’antologica Cinema Purgatorio) sono lì a dimostrarlo.

Insomma, il Nostro è uno scrittore maturo, completo e capace di attraversare generi e registri con grande disinvoltura e abilità. E soprattutto, ancora capacissimo di sorprendere. Altro che cool fine a sé stesso.

RIDERE E IRRIDERE

Hitman e  Preacher, il suo dittico imprescindibile degli anni ‘90, contenevano già embrionalmente tutto ciò che Ennis avrebbe affrontato nei decenni successivi. In queste due opere venivano miscelate con grande disinvoltura drammi umani e sparatorie da barzelletta, aberrazioni e dolcezza. Tra Storia (ritornano i drammi bellici, l’Ira, i soldati della SAS, il Vietnam), e Leggenda (vampiri, demoni, alieni), era evidente l’interesse dello scrittore per l’essere umano, le dinamiche interpersonali e le mostruosità nascoste in ognuno di noi, oltre che un’insofferenza cronica nel potere costituito e una forte avversione verso qualsiasi tipo di organizzazione politica e soprattutto religiosa. E una cosa è certa: tra lacrime e colpi di scena, spesso il pedale della narrazione premeva sull’assurdo e il ridicolo e spesso si rideva. Molto. Con e dei personaggi.

In seguito Ennis (diciamo con l’inizio del nuovo millennio) avrebbe affrontato storie con un pessimismo glaciale (anche se uno sguardo beffardo era sempre in agguato) e un mood mortalmente serio e efficacissimo (tutte le Storie di guerra, ma anche le incursioni Marvel su Ghost Rider e la seconda gestione del suo Punisher Max.

Tuttavia dividere attualmente la produzione di Garth Ennis in due semplici tronconi come “seria” e “cazzara” è abbastanza riduttivo e superficiale. Leggere Garth Ennis è come ritrovare un amico al pub che, davanti a una pinta (dieci pinte) di Guinnes, è pronto a raccontarti meravigliose storie di guerra, di persone, di mostri, di vicende atroci e commoventi, di amicizie e amori più forti della vita stessa.

Con il passare delle ore le storie e gli umori si intrecceranno, i racconti si faranno riflessivi e ironici, spaventosi e grotteschi, personali e fuori dagli schemi. Ma una volta salito il grado alcolico, prima della sbronza triste, per il nostro compagno di bevute la voglia di sbeffeggiare qualcosa si farà fortissima e dopo aver scelto un genere forte di grandi tradizioni lo demistificherà senza alcuna vergogna per il suo e nostro divertimento.
Insomma, il volume di voce si farà alto, la serietà verrà definitivamente meno e lo spasso esploderà senza pudore.

E’ sicuramente questo il caso di Jimmy’s Bastards.

Cin Cin. 

“CAZZO, SEI SERIO?” “CERTO CHE NO. A VOI.”

Nella lunga lista dei generi destrutturati e parodiati da Ennis mancava uno dei miti britannici per eccellenza, la spy story; meglio ancora se veicolata dal suo personaggio simbolo James Bond. Jimmy Regent, un mix tra il giovane Sean Connery e Rock Hudson al top della sua prestanza fisica, è il miglior agente al servizio segreto di sua Maestà. Spavaldo, arrogante, donnaiolo, alcolizzato e infallibile in missione, affiancato dalla nuova (e tosta) collega Nancy McEwan dovrà vedersela con una misteriosa organizzazione terroristica che ha scelto proprio lui come bersaglio… (non spoiler: nel titolo c’è già tutta la chiave della vicenda).

La storia si apre in perfetto stile bondiano, benché imbevuto dalla follia dello scrittore: una sequenza d’azione pirotecnica e paradossale che, in appena otto tavole, smitizza tutti i cliché del genere spystory in salsa fanta-thriller (occhio ai due villain…). Dopodiché, ritmo, battute e irriverenza accompagnano il lettore fino alla fine del volume e si rimane con una gran voglia di conoscerne la conclusione.

“LA SOLUZIONE GENDER ESISTE DAVVERO”

Ennis affronta la sua personale parodia di 007 con la stessa sfrontata irriverenza con cui ha trattato il mito del supereroe. Semplicemente: non ci sono limiti né situazioni implausibili o assai imbarazzanti dove far muovere i personaggi con risultati inaspettati e esilaranti. La soluzione Gender in questo senso sarà uno dei picchi dissacranti con il quale Ennis si diverte un sacco a giocare (qualcuno ha detto il Russo nella prima serie del Punisher?). L’intera storia per situazioni, trovate e sviluppo ricorda l’autore agli esordi, quando si divertiva a colpire più duro; ma grazie alla maturità acquisita, il tutto ormai è scritto con una scioltezza che ha del prodigioso. E supportato da un artista in forma smagliante.

Per questa sua nuova fatica Ennis si ritrova a fianco dell’ottimo Russ Braun (già con lui su alcuni numeri di The Boys, Battlefields e Where monsters dwell per le Secret Wars marvelliane) mai così ispirato: il suo stile assai personale qui sembra un abbraccio amorevole fra il Darick Robertson più scatenato e la grande plasticità espressiva di un Kevin Maguire. Il lavoro minuzioso sulla comunicatività dei volti di tutti i personaggi è semplicemente esilarante.

IL VOLUME

Il primo volume edito da saldaPress, è offerto in un elegante cartonato (con una bellissima copertina vintage a opera di Joe Jusko) e raccoglie i primi 5 numeri della serie prodotta da AfterShock Comics.

CONCLUSIONI

Aspettiamo impazienti il secondo volume per vedere dove si spingeranno Ennis e Braun, ma ovunque sarà, saremo pronti a tutto, anche a precipitare sul parlamento inglese a bordo di un dirigibile in fiamme con un clown-scimmia dal cervello umano che impreca al mondo.

Titolo: Jimmy's Bastards vol. 1
Sottotitolo: Una cascata di bastardi
Autore: Garth Ennis, Russ Braun
Collana: Aftershock
ISBN: 9788869194399
Dati: 2018, 168×256mm — 136 pagine — colore, cartonato