Visualizzazione post con etichetta Panini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Panini. Mostra tutti i post

sabato 17 settembre 2022

Batman: Three Jokers - A ognuno il suo Joker

di Alberto Tollini

È il 2018 quando nasce Black Label, l’etichetta DC a me tanto cara con cui l'editore aveva deciso di proporre storie dal taglio più maturo e slegate dalla continuity. Seppur con un inizio in salita, la manovra della DC, a più di 3 anni di distanza, si è rivelata di successo poiché i titoli a marchio Black Label sono riusciti a slegarsi dal pesante bagaglio della continuity, risultando appetibili per i nuovi lettori. Non tutti i lavori pubblicati dall’etichetta risultano però a se stanti, proprio come Three Jokers, titolo legato fortemente agli ultimi trent’anni di continuity Batmaniana e protagonista di questa puntata del podcast.

La miniserie in tre numeri di Geoff Johns e Jason Fabok fu uno dei primi titoli ad essere annunciati creando aspettative altissime. Dall’annuncio alla sua effettiva uscita passarono diversi anni, una gestazione lenta dovuta sia ai numerosi impegni mediatici di Johns come figura di raccordo tra fumetti, adattamenti televisivi e cinematografici sia per la dovizia nell’arte di Fabok nel ricreare le atmosfere e le simmetrie viste sul finire degli anni’80 sulle pagine di The Killing Joke. Ciò si traduce non solo nel design dei personaggi, ma anche dall’impostazione della tavola che, come nell’opera a cui si ispira, propone sequenze racchiuse entro i confini di una griglia costante, molto spesso a 9, che scandisce con ordine e ritmo la narrazione.

Three Jokers si pone appunto come seguito ideale di The Killing Joke, l’albo di Alan Moore e Brian Bolland che fornisce delle possibili origini di Joker. Un albo consacrato come una delle migliori rappresentazioni della dicotomia tra Batman e Joker,  dove tra l’altro Barbara Gordon viene resa paraplegica da un proiettile sparato proprio dal clown. Il titolo di Johns e Fabok si pone come obiettivo quello di portare avanti alcuni spunti lasciati volutamente in sospeso da Moore e che inevitabilmente deve anche affrontare le conseguenze di A death in the Family, l’altra importantissima storyline che, a fine degli anni’80, sconvolse l’universo dell’Uomo Pipistrello per la morte di Jason Todd, il secondo Robin, avvenuta per mano del clown di Gotham. Three Jokers vuole essere quindi la terza tavola di questo trittico, un seguito derivativo e debitore delle opere di Moore e Starlin con cui chiudere finalmente un cerchio aperto più di trent’anni fa.

La miniserie getta le sue basi sulle pagine di Justice League durante Darkseid War, nel pieno del periodo New 52. Nel mezzo dell’ennesimo scontro tra il tiranno di Apokolips e la Justice League, Batman riuscirà ad appropriarsi della sedia di Metron che gli fornirà conoscenza infinita. In questo stato di onniscienza, il più grande detective del mondo domanderà alla sedia di Mobius il vero nome del Joker e la risposta lascerà Bruce attonito: sembrerebbe infatti che esistano 3 Joker differenti, riconoscibili per le differenze nel modus operandi, look e personalità. Una rivelazione sconvolgente quella suggerita da Johns nelle pagine finali di Darkseid War che otterrà delle risposte solo cinque anni più tardi. Solo nel 2020 infatti, grazie anche al marchio Black Label, Geoff Johns e Jason Fabok hanno avuto  finalmente la possibilità di fare chiarezza sul mistero dei Tre Joker e del loro legame con tre membri della Bat-family, Batman - Bruce Wayne, Batgirl - Barbara Gordon e Red Hood - Jason Todd, coloro che più di tutti sono rimasti segnati dalla pazzia del giullare.
Mi è difficile riassumere la trama di Three Jokers in poche righe, soprattutto senza scendere in particolari. Quella di Johns e Fabok è un’intrigante indagine volta a risolvere uno degli enigmi più affascinanti della storia recente e, in parallelo, rispondere alla madre di tutte le domande, ossia “Chi è veramente Joker?”. Per farlo, gli autori iniziano con il mostrare le cicatrici dei loro protagonisti in una sequenza di apertura ispiratissima. Nel ricordare i già citati The Killing Joke e A Death in the Family, si evidenzia come i traumi e le ferite più profonde di Bruce, Barbara e Jason siano state inflitte proprio dal Clown Principe del Crimine, intrecciando per sempre le loro vite a quelle di Joker… o meglio di un Joker.

Con l’entrata in scena dei tre joker quello che sembrava essere un mito diviene realtà, anzi un incubo. Il criminale, il clown e il comico, questi i nomi che li identificano, sono la rappresentazione di tre diversi aspetti della sua personalità indefinita e che  incarnano altrettanti fasi della storia del fumetto americano. Un trio mortale, il cui obiettivo è quello di dar vita a un nuovo Joker, un Joker migliore e che rappresenti la minaccia definitiva per il Cavaliere Oscuro.
A questo punto è necessario spostare il focus proprio sui Tre Joker, partendo dalla loro caratterizzazione grafica. Il character design di Jason Fabok è curatissimo, frutto di un minuzioso lavoro di documentazione dell’iconografia del personaggio nei suoi quasi ottant’anni di pubblicazione. Il criminale altri non è che il Joker classico della Golden Age, il cui aspetto ricorda in parte quello dei malavitosi degli anni’40 con l’aggiunta di un pizzico del look del Joker di Jack Nicholson. Oltre a essere il più vecchio, tra i tre il criminale è la mente del gruppo, quello più metodico e calcolatore e meno incline alle buffonate e all’ilarità in quanto il ridire gli causa del dolore fisico. Per il clown invece, l’artista canadese si è ispirato al look del Joker della Silver Age contraddistinto dal fucsia del completo, dal verde sgargiante della camicia e dal fiore spara-acido all’occhiello. Come intuibile dal nome, siamo di fronte al Joker degli anni’60, un personaggio frutto della vena camp del telefilm Batman e dell’interpretazione di Cesar Romero, incline alle pagliacciate e sempre con la battuta pronta. Un pagliaccio i cui folli piani talvolta sfociano nel ridicolo, ma capace delle peggiori atrocità e colpevole della morte di Jason Todd. A completare questo folle trio è il comico, ovvero il Joker di Alan Moore visto su The Killing Joke. Ancora una volta Jason Fabok riprende l’iconico look concepito da Brian Bolland, cappello da gangster e impermeabile viola che nasconde un completo dello stesso colore ma distinto da un panciotto color crema e da una cravatta a fiocco. Responsabile di aver confinato per anni Barbara Gordon su una sedia a rotelle, il comico è il Joker più enigmatico e indecifrabile, le cui azioni rispondono solo al caos che pervade la sua mente.

Definire il mio rapporto con Geoff Johns conflittuale credo sia riduttivo. Lo sceneggiatore ha dato nuova linfa  al personaggio di Green Lantern creando praticamente da zero un intero cosmo, ha ridefinito Barry Allen e con Flashpoint aveva plasmato il nuovo universo DC. Negli ultimi anni, l’autore ha deciso di riprendere alcuni dei lavori più influenti di Alan Moore inserendoli di prepotenza nella continuity DC: infatti, come è stato per Doomsday Clock, anche Three Jokers presenta un profondo rispetto per il materiale originale che si traduce in una cura a livello artistico ineccepibile. Ogni volta però che Johns si è trovato a dover scrivere Batman ho sempre avuto l’impressione che non capisse il personaggio. Forse perché inconsciamente spalleggia per Hal Jordan oppure semplicemente perché Bruce non è un personaggio nelle corde, fatto sta che ogni volta che si è cimentato con il Pipistrello il risultato è stato pessimo o nel migliore dei casi anonimo. In questa miniserie però sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ad eccezione di quanto si potrebbe pensare, in Three Jokers, Batman non è il protagonista poiché il rapporto con la sua nemesi è stato definito proprio in The Killing Joke. Questo ruolo, quasi di supporto, ricalca pedissequamente lo stereotipo del Batman sempre pronto e preparato a qualsiasi evenienza, ma allo stesso tempo riesce ad aggiungere alcune interessanti sfumature al personaggio. In particolare, senza scendere nei dettagli per questioni di trama, è interessante come Johns metta di fronte Bruce alla sua paura più grande e come riesca a superarla, donando un senso di chiusura ad una ferita aperta da ottant’anni.

I protagonisti di Three Jokers quindi non sono altro che Barbara Gordon e Jason Todd. Entrambi vittime della pazzia di Joker, i due alleati del Pipistrello sono la personificazione dei due modi di affrontare il dolore a seguito di un trauma subito. Dicevamo all’inizio che il primo numero si focalizza sulle cicatrici, ecco il secondo ci mostra le loro conseguenze ossia il lasciarsi il passato alle spalle e, letteralmente, allontanarsi da esso con le proprie gambe oppure l’essere succubi del proprio trauma e lasciare che il dolore, la paura e la violenza detti chi siamo.

In virtù di ciò, diviene lampante come il mistero sulla natura dei tre pagliacci sia solo una facciata per nascondere una riflessione sull’impatto di un trauma nella vita di una persona. I Joker sono quindi l’espediente con cui concretizzare il dolore dei due eroi e come la domanda di partenza “Chi è in realtà Joker?” sia secondaria. Non fraintendetemi, una risposta a questa domanda l’avremo, ma non nel modo in cui ce l’aspetteremmo. Non nego infatti che io in primis rimasi amareggiato terminata la lettura poiché le mie aspettative non erano state ripagate. Nel rileggere la serie sono invece riuscito a trovare quella che forse è la vera chiave di lettura, cogliendo molti aspetti offuscati dalla smania di avere risposte, e in grado di farmi rivalutare completamente il mio giudizio sul titolo. Three Jokers infatti è un fumetto ambizioso che nel legarsi profondamente al mito del Cavaliere Oscuro aggiunge alcuni importanti tasselli a questo splendido mosaico che ci appassiona ormai da più di ottant’anni. 

Pertanto, il mio consiglio è quello di approcciarvi alla lettura di Three Jokers con curiosità e senza pregiudizi e se, come nel mio caso, la prima lettura non vi appagasse, rileggete la miniserie di Johns e Fabok a distanza di qualche mese e vedrete come cambierete idea. In Italia Three Jokers è stato pubblicato da Panini Comics  -oltre che in un unico cartonato- anche in tre albi di maggiore foliazione speculari all’edizione originale americana; se voleste invece leggerlo in lingua inglese, DC Comics lo ha ristampato un un volume cartonato a marchio Black Label.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST su THREE JOKER

venerdì 3 giugno 2022

(Ri)leggere The Boys

di Guglielmo Favilla

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.

E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?

Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.

Potrebbe bastare?

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. 

O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.

Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.

Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.

Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.

Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.


Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.

Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.

Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.


Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-



(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)

giovedì 14 aprile 2022

Vagabond - La perfezione dell'incompiutezza

di Alberto Tollini


Vagabond

Avevo sempre sentito parlare di Vagabond, senza però sapere di cosa trattasse fino a un paio di anni fa. Da buon videogiocatore Sonaro infatti, trepidavo per l’uscita di Ghost of Tsushima, titolo Sucker Punch che rivisita l’invasione dell’isola di Tsushima da parte dei mongoli a fine 1200. Tra un articolo e l’altro, mi sono imbattuto in un approfondimento dove si suggerivano alcune opere (film e manga) sui samurai. Oltre ai film di Kurosawa e l’allora introvabile Lone Wolf and Cub, veniva suggerito Vagabond di Takehiko Inoue, celebre per Slam Dunk. Dopo una breve ricerca su trama ed edizioni, e pur sapendo che la serie non è mai stata portata a termine, decido di recuperare il primo volume dell’edizione Viz Big, contenente i primi 3 tankobon, e se siamo qui a parlarne penso possiate intuire come sia andata a finire.

Il manga di Inoue, liberamente tratto dal romanzo di Eiji Yoshikawa, racconta la storia di Miyamoto Musashi, ronin, filosofo, poeta e artista giapponese realmente esistito, autore de “Il Libro dei Cinque Anelli”, nonché considerato il miglior spadaccino del Giappone. Ancora scosso dalla sconfitta durante la battaglia di Sekigahara del 1600, il giovane Shinmen Takezō decide di lasciare il suo villaggio alla ricerca di affermazione e diventare “Invincibile sotto il sole”. Nel suo vagabondare per il Giappone feudale, Miyamoto Musashi, questo il nuovo nome dato a Takezō, affinerà le sue tecniche, scontrandosi con avversari sempre più forti che lo faranno crescere come uomo e come guerriero, accrescendo ad ogni vittoria la reputazione in ogni angolo del Giappone. 

327 capitoli raccolti in 37 volumi, con i quali Takehiko Inoue racconta il viaggio di formazione di Takezo e la conseguente nascita della figura di Musashi Miyamoto. Nel prendere come modello di riferimento il romanzo di Yoshikawa, il manga di Inoue muta da un fedele adattamento ad una libera interpretazione dove, poco a poco, i personaggi, per quanto già ottimamente scritti, sono sempre più il frutto della matita del mangaka. Questo cambiamento, se così vogliamo chiamarlo, coincide con l’introduzione di Sasaki Kojirō a metà dell’opera. Nello spostare momentaneamente il focus narrativo da Musashi al suo più celebre rivale, Vagabond diviene finalmente il racconto del mito di Miyamoto Musashi secondo Inoue, il quale non solo si prenderà delle libertà artistiche divergenti dalla realtà storica, come rendere sordomuto Sasaki Kojirō, ma inserirà anche un sempre maggior numero di siparietti comici sulla falsariga di quelli visti sulle pagine di Slam Dunk. Espedienti per nulla invasivi o divergenti rispetto alla seriosità della prima parte, ma che anzi danno una maggiore profondità al racconto, rendendolo concreto e spogliandolo di quell’aura austera e mitica vista nei primi capitoli. Senza alcun dubbio la scelta di Inoue, creativamente parlando, lo libera dal rendere giustizia al romanzo di Yoshikawa, potendo rappresentare al meglio il Giappone di Musashi, di Otsū e di Matahachi, gli amici di infanzia di Takezō, ma anche quello di Takuan, monaco errante amico di Musashi, e quello di tutti gli altri personaggi del manga che compongono un mosaico sfaccettato e per nulla derivativo del Giappone del 1600.

Vagabond

Libertà creativa che ha permesso a Inoue di conferire un respiro più ampio al suo racconto, virando verso territori inesplorati dai quali purtroppo non sembra però in grado di uscire. Se la storia testimonia il duello tra Musashi e Kojirō, altrettanto non si può dire per Vagabond: seppur inizialmente avviata in quella direzione, ad un certo punto la storia diverge, prende una direzione inaspettata forse anche per il suo autore. Un’evoluzione coerente con quanto narrato, ma che appunto non potrebbe mai portare al tanto agognato scontro tra i due. Spero vivamente che Takehiko Inoue riesca a concludere la sua storia perché Vagabond è un’opera meravigliosa, intima e appagante, capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Prima di trattare del comparto grafico, vorrei spendere ancora qualche parola sull’Inoue scrittore, in particolare sul ritratto dei suoi due protagonisti, Musashi e Kojirō. Fin dalle prime battute del manga, l’autore delinea il dualismo dei due personaggi che, per certi versi può essere riconducibile a quello visto su Slam Dunk con Sakuragi e Rukawa, senza che però i protagonisti di Vagabond arrivino allo scontro o interagiscano, se non in maniera fugace. Prima di essere conosciuto come Musashi Miyamoto, Shinmen Takezō è un ragazzo spavaldo e arrogante, la cui infanzia è stata terribilmente segnata dalla violenza. Violenza genera altra violenza, infatti all’inizio dell’opera il mangaka ci mostra un ragazzo feroce, sempre pronto allo scontro, ma animato da un’incrollabile determinazione.
Sarà proprio la determinazione a mitigare la ferocia di Takezō fino a cancellarla, senza lasciarne traccia in Musashi. Abbandonata la ferocia e l’arroganza che lo aveva contraddistinto nella vita precedente, Musashi Miyamoto percorrerà la Via della Spada con onore, spinto dal desiderio di diventare “Invincibile sotto il sole”. Un disperato bisogno di affermazione che porterà il samurai errante ad una crescita spirituale, realizzando come la sua ricerca di perfezione non sia altro che un titolo effimero, per il quale finora ha causato solo morte e sofferenza. Una presa di coscienza che determinerà un radicale cambio di prospettiva in Musashi, dove la Spada, dall’essere l’unica costante su cui fare affidamento, si tramuta in un oggetto di morte e distruzione.

A differenza di Musashi, per Sasaki Kojirō la Via della Spada è invece l’unico modo per comunicare con il mondo che lo circonda. Inoue ci mostra come fin da bambino, Kojiro abbia sviluppato una sorta di simbiosi con la sua katana, divenuta l’estensione dello stesso Kojiro. A causa del suo handicap, il giovane ronin ha sempre avuto difficoltà nell’esprimersi e nell’instaurare rapporti con le persone, come se vivesse dentro ad una bolla. Un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, buffo, impacciato e dai modi puerili, ma che riesce ad esprimersi solo tramite la sua katana. Ogni movimento, ogni affondo, ogni fendente mostrano la terribile grazia di Kojiro, rivelandosi più efficaci di qualsiasi parola.

Vagabond visivamente non ha eguali. L’arte di Takehiko Inoue è strepitosa, forte di un realismo nelle anatomie, della potenza degli sguardi e della cura degli ambienti, dei costumi e degli oggetti, frutto di una minuziosa ricerca da parte dell’autore. Un’accuratezza esaltata dalla scelta artistica del mangaka di realizzare l’epopea di Musashi Miyamoto adottando lo stile pittorico della scuole Ukiyo-e, tecnica pittorica nata a Edo nella seconda metà del XVII secolo, abbandonando matita e china in favore del pennello. Una scelta artistica sicuramente molto più impegnativa rispetto a quella più tradizionale in grado non solo di consacrare il talento di Inoue ma anche di differenziare Vagabond rispetto alla maggior parte dei manga coevi e non.

Anche se bruscamente interrotta, Vagabond di Takehiko Inoue è un'opera meravigliosa, la celebrazione di una delle figure più celebri della storia del Sol Levante attraverso un racconto di formazione che delinea un affresco accurato dei costumi e delle tradizioni del Giappone Feudale capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST dove si parla di VAGABOND

Vagabond

domenica 20 dicembre 2020

V per (duemila)Venti

di Enrico Castagnoli

Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta: ho finalmente letto V for Vendetta.

Me l’ero ripromesso da decenni, letteralmente, ma per una serie di motivi molto poco dignitosi non avevo mai voluto o potuto affondare i denti in questo corposo volume dal sapore distopico e socio-politico tanto anacronistico quanto familiare, ma tutt'altro che rassicurante.

Tutto per rispondere ad una domanda che mi facevo da un po’: che cos’è V per un lettore del 2020?

Parliamone.

La Premessa

Sono passati più di vent’anni da quel 1997 quando, su un parimenti usurato e amato volume Play Press prestatomi da un amico, lessi per la prima volta Watchmen. Esattamente come è successo alla stragrande maggioranza di chi lo ha letto, fu per me un’esperienza assolutamente folgorante. Watchmen, scritto molti anni prima (tra il 1986 e l’87), premeva con forza inarrestabile contro quelle barriere immaginarie che avevo sempre considerato i limiti del medium fumetto. Sia in termini di linguaggio, che di struttura, che di tematiche, Watchmen si dimostrava anni luce avanti a tutto quello che avevo letto fino ad allora. Ecco, quello fu il momento in cui conobbi Alan Moore.

Ma non dovevamo parlare di V for Vendetta?

Ci arriviamo subito.

L’uomo dei testi

Nato nel 1953 a Northampton, Alan Moore è stato uno dei protagonisti della cosiddetta British Invasion che a partire dagli anni ’80 portò nuova linfa, brillante e dirompente, nel fumetto statunitense. Ad un lettore attento basterebbe dare uno sguardo alla primissima bibliografia di Moore per rendersi conto dell’impatto che quest’uomo strano, barbuto oltre i limiti della decenza, ha avuto non solo sull’industry dell’epoca, ma come abbia contribuito a preparare il terreno dal quale i migliori fumetti che leggiamo oggi germogliano rigogliosi. Capite bene che se già nel 1982 ci parla di realtà parallele (Capitan Bretagna), nel 1984 ci racconta il sesso come fusione metafisica (Swamp Thing), nel 1986 affronta lo spettro della guerra e le piccolezze dei grandi del mondo (Watchmen), o ancora nel 1988 ha solo bisogno di una barzelletta per farci capire una volta per tutte che Batman è fuori di testa (Batman: The Killing Joke) non serve che sia io a farvi notare che Alan Moore ha sempre avuto, fin dall’inizio della sua carriera, un talento eccezionale nel saper leggere e raccontare l’Uomo e la società.

E V for Vendetta? Non dovevamo arrivarci subito?

Ancora un momento.

L’uomo dei volti

Di poco più vecchio, nato nel 1950 a Enfield, David Lloyd è il complice di Moore nella creazione di V for Vendetta. Disegnatore talentuosissimo, seppure poco prolifico, dallo stile estremamente sobrio e realistico, è il grande architetto dell’estetica di V e del mondo in cui si muove. Nascono dalle sue mani i volti fastidiosamente comuni e quotidiani degli antagonisti della storia, potentissimi uomini dalle piccolissime e sudicie anime. È grazie al suo tratto corposo e intenso che la storia di V ha un ritmo vibrante e molto preciso, cadenzato e mai banale, pur nella totale assenza di onomatopee o effetti sonori (una sua idea). Paradossalmente, fu proprio il suo stile così poco flamboyant (insieme al prezzo di copertina dell’edizione all’epoca) che tenne lontano il giovane me, vittima degli stessi preconcetti sui comics di cui vi parlavo poco sopra, da questa storia. Bene, non fate il mio stesso errore.

Dunque, è dalla matita di Lloyd che V ha preso le sue fattezze, il che è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che hanno contribuito enormemente all’evoluzione della storia. Inizialmente, infatti, nelle intenzioni di Moore V sarebbe dovuto essere un poliziotto del regime britannico che segretamente lavorava per sabotarlo dall’interno.


Un grande richiamo ai fumetti pulp,
ma che mancava di una personalità forte.


Fu appunto di Lloyd l’idea di dare a V le fattezze di una maschera di Guy Fawkes, celebre terrorista ante litteram della Londra del XVII secolo, su cui tornerò tra un attimo per la terza e, vi assicuro, ultima piccola premessa.


Non vi preoccupate se la calligrafia vi risulta illeggibile.
Lo è tuttora anche per Moore.

Ed è dunque così che, dopo qualche ritocco al cappello, V ha acquisito il suo look iconico e inconfondibile, costringendo per altro Alan Moore a ripensare buona parte del materiale già scritto per adattarlo alla nuova persona (intesa come personaggio, alla latina) del suo protagonista.

Finite le premesse?

Ancora una, chiedo perdono.

L’uomo della Maschera

L’ultima cosa di cui vi vorrei parlare, prima di tentare di rispondere alla domanda iniziale, è proprio Guy Fawkes. Perché non so voi, ma io mi ero sempre chiesto chi fosse esattamente e perché Moore avesse scelto proprio lui come non-volto di V. Ok, abbiamo appena scoperto che l’idea è stata di Lloyd, ma Moore c’è andato a nozze senza esitazioni. Quindi chi è?

Tutto quello che sapevo è che Fawkes era uno che nel Seicento voleva far saltare il Parlamento inglese, che era stato beccato prima di riuscirci ed era stato giustiziato. Bene. La nostra storia si apre proprio con V che fa la stessa cosa. Benissimo. Eppure sentivo che mi mancava un pezzo, c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ecco, dunque, che dopo un salto su Wikipedia, imparo qualcosa di nuovo. Sì, Fawkes è stato membro di una congiura di cinque cattolici inglesi che nel 1605, il 5 novembre, aveva pianificato di far saltare in aria il re Giacomo I Stuart (protestante) insieme a tutto il Parlamento inglese, allo scopo di traghettare l’Inghilterra sì verso una monarchia assoluta, ma cattolica, sul modello di Francia, Spagna e Austria.

Quello che è interessante e che ci porta alla maschera di Guy Fawkes è quello che è successo dopo.

Nel gennaio 1606, due mesi dopo l’arresto dei congiurati, il Governo inglese stabilisce l’ Observance of the 5th November Act, una festività nazionale per ringraziare Dio per aver salvato la vita al re. Da quel momento, il 5 novembre diventa una festività annuale, dove si fanno durissimi sermoni anti-cattolici, fuochi d’artificio e si bruciano effigi con la maschera, ecco che ci siamo, di Guy Fawkes.

Nell’arco di tre secoli la festività ha subito innumerevoli cambiamenti: dal filomonarchico Gunpowder Treason Day, dove si bruciavano appunto immagini di Fawkes e del Papa, si arriva gradualmente al popolarissimo Guy Fawkes Day, dove bambini e mendicanti mascherati chiedono la carità, pur sotto la luce dei tradizionali fuochi d’artificio e dei falò (talvolta rinforzati con piccole cariche di polvere da sparo, con somma preoccupazione delle autorità).

Ecco quindi il grande cambiamento di paradigma: in quello stranissimo Paese che è l’Inghilterra, sempre combattuto tra tradizione e ribellione, Guy Fawkes cambia, da figura eretica da bruciare, a simbolo di carità e assistenza ai più bisognosi.

Se ve lo steste chiedendo, il Guy Fawkes Day (che dalla Prima Guerra Mondiale è stato ribattezzato Firework Night) esiste ancora e viene ancora festeggiato ogni 5 novembre, sebbene in modo più modesto, dato che il suo legame con la politica e la religione oggigiorno è molto meno sentito.

Bene, sperando a questo punto di non avervi persi tutti nella ricerca spasmodica di cosplayer zozze con la maschera di V, arriviamo alle tanto agognate riflessioni sull’opera.

Finalmente!

Lo so, scusate.

V for ‘Venti


Riassumere la trama è facilissimo: V for Vendetta è la storia di un terrorista mascherato conosciuto solo come V che si muove all’interno di un mondo distopico in cui l’Inghilterra non è solo l’unico Paese sopravvissuto alla guerra nucleare globale, ma è anche diventato un regime da incubo, oppressivo e totalitario.

Ecco, partiamo dal titolo: V for Vendetta.

La V è un po’ il tema portante dell’opera, ogni capitolo del volume ha un nome che comincia per V e il nostro protagonista prende il nome dalla cella 5 (in numeri romani) dalla quale esce forgiato e trasformato, nel corpo e nella mente, dal campo di concentramento del Governo nel quale viene scelto come cavia per esperimenti disumani.

Eppure anche questo piccolo guizzo di penna ha un significato duplice. Rovesciate il simbolo che il nostro Zorro distopico lascia sui manifesti del regime e troverete un segno stranamente simile a quello di Anarchia.

Manca solo una stanghetta orizzontale per comporre la canonica A.

Poi c’è la Vendetta. La grande distrazione. Perché in effetti di vendetta in questo libro ne troverete pochissima. Il nostro protagonista, lo scopriamo insieme agli investigatori che si mettono sulle sue tracce, ha portato avanti segretamente la sua personale vendetta contro gli aguzzini del campo di concentramento da decenni, ben prima che iniziasse la nostra storia. Noi, come i suoi inseguitori, ne vediamo solo le ultime propaggini, con il rapimento e la riduzione alla catatonia di Lewis Prothero (allora ufficiale del campo e ora a capo della Bocca, l’organo televisivo di propaganda del regime), del Vescono di Londra Anthony Lilliman (allora supporto spirituale per i detenuti, ora massima carica religiosa in questa Inghilterra da incubo, pedofilo e predatore sessuale) e infine della dottoressa Delia Surridge (ricercatrice medica, responsabile all’epoca degli esperimenti sui detenuti).

Dopo questi tre ultimi omicidi la Vendetta è compiuta, ma siamo appena al primo libro (su tre) che compongono l’opera. E il resto? Come supposto, a ragione, dall’investigatore Finch, il vero scopo di V è un altro. E riguarda la sua Inghilterra quanto riguarda noi.

Ad un’analisi attenta, V è quasi una non-persona, le cui intenzioni e i cui ragionamenti sono del tutto avulsi dalla storia in cui si muove. V vive ad uno stadio di consapevolezza superiore rispetto ai qualunque altro personaggio e per tutto il tempo porta avanti il suo vero proposito: ricordare al popolo inglese quale responsabilità ha regalato a questo regime di omini meschini e che è il momento di riprendersela, quella responsabilità.

V, complice il pretesto narrativo degli esperimenti che gli hanno distorto la mente, vive la storia come una serie di tasselli del domino, che devono essere allineati per poi mettere in moto, o ri-mettere in moto, la coscienza delle persone.



V, nonostante la teatralità e l’eloquio, è sempre terribilmente lucido, inarrestabile e inflessibile, nelle sue decisioni. V ha sempre qualcosa da insegnare ai suoi comprimari, una nuova consapevolezza da regalare, un ricordo da risvegliare, spesso a costo di un pezzo di sé. Per questo dico che V è una non-persona. Perché alla fine di lui non sappiamo nulla al di là del suo scopo, ma questo è il gioco di Alan Moore: V è un simbolo che si auto-crea e si auto-determina quasi come se scrivesse un personaggio altro da sé. Pazzo o illuminato, terrorista o Messia, V è e resta un propulsore della narrazione più che un personaggio in carne e ossa.

In termini letterari, direi che V è un meta-personaggio, che crea consapevolmente il proprio ruolo nella storia, sa che dovrà prendere delle decisioni specifiche prima di arrivare alla conclusione, che conosce e che sa quando arriverà, ma senza mai superare il limite della quarta parete. 

Tuttavia è comunque affascinante notare come Moore, che come dicevo è un maestro nel racconto dell’animo umano, inserisca all’interno dell’opera dettagli, momenti e battute che ci fanno intravedere il lato umano di V. 

Ecco perché dicevo che quasi una non-persona: le rose, la lettera trovata nella cella, la pietà dimostrata nei confronti della dottoressa Surridge, fino alla consapevolezza del sacrificio finale che egli sa di dover compiere, ma che affronta con la tristezza e il senso di fatalità che colpirebbe chiunque sa di essere prossimo alla fine della propria storia. V non è uno zelota fanatico, ma un uomo che ha deciso di diventare altro. Non per sé ma per gli altri.

Sì, ma qual è questo scopo?

V vuole ricordare al popolo inglese che è suo il diritto di auto-governarsi. Che questo diritto è stato ceduto, per un sacco di ragioni comprensibili e umane, a un’élite di persone che si sono rivelate indegne di tale potere, e che questo è il momento di riprendersi quel diritto.

Questo diritto si può recuperare solo con un processo in due parti: la prima è la distruzione di ciò che c’è, la seconda è la ricostruzione di ciò che si vuole.

Il Parlamento (ormai vuoto e inutile da decenni) è il primo simbolo
che viene sacrificato per risvegliare le coscienze.


Dunque, V for Vendetta è un manuale su cos'è l'Anarchia, che spiega con chirurgica lucidità quello che vuol dire giungere alla Terra di Fa’-Ciò-Che-Ti-Aggrada e non, come è facile fraintendere, alla Terra di Prendi-Ciò-Che-Vuoi.

Non è un processo piacevole, né rapido. Prima di tutto ci vuole uno spirito distruttivo, bisogna rinunciare a tutto ciò che si conosce, persino alla propria felicità.

La cosa peggiore? E' vero.

Bisogna uccidere i tiranni e i loro lacchè, bisogna demolire i simboli dell’oppressione, bisogna imparare a non avere paura per sé e non temere neppure la morte. Poi, dopo che tutto questo è stato compiuto, questo spirito deve cessare di esistere e lasciare spazio ad un altro spirito, puro, gentile, che aborrisce l’omicidio, che vuole solo costruire un futuro luminoso per tutti. Uno spirito di comunità, dove ognuno è responsabile per sé e non soggiogato ad altri.

Attenzione, però. Vi parlavo di spirito, non di persone. V questo lo sa, ed ecco il vero motivo per cui non toglie mai la maschera.

Eppure il sangue scorre lo stesso.

Tuttavia, all'interno di questo processo dalla logica essenziale e all'apparenza elementare, ci sono le persone. Ed ecco che ci imbattiamo nei personaggi che gravitano intorno a V e alla sua missione.

Gli Uomini

Diciamolo: gli uomini in V for Vendetta non fanno una gran figura. Vi parlo prima di loro perché, di nuovo, contrariamente a quello che si può pensare di un fumetto scritto da un maschio bianco caucasico alla fine degli anni '80, le donne sono molto più interessanti e importanti ai fini della storia. Ecco, in un mondo post-nucleare, totalitario e oppressivo gli uomini sono fondamentalmente di due categorie: i soldati e i generali

I soldati sono persone comuni, diremmo per bene, che fanno il proprio dovere, che obbediscono alle regole, che sanno di agire all'interno di una struttura sociale aberrante, ma che continuano a credere di muoversi nel migliore dei mondi possibili, date le circostanze. L'ordine è meglio dei disordine, non importa a quale prezzo.

Esemplare è la figura dell'Ispettore Finch, uomo acuto ed estremamente intelligente, ma gregario e assoggettato a tutti gli ingranaggi del regime. E' lui che capisce il legame tra V e il campo di concentramento di Larkhill, dove si reca e dove, grazie al piccolo contributo di due compresse di LSD (Moore non ha mai fatto mistero della sua fascinazione per le sostanze psicoattive e il loro ruolo nelle pratiche sciamaniche), cerca di ricostruire i processi mentali di V. Il risultato vedrà Finch ottenere le risposte che cercava, ma anche espandere la propria coscienza fino a ricordare ciò che ha accettato di sacrificare sull'altare della pace sociale: la propria famiglia, perché di colore

Il ricordo della felicità perduta.

Sì, non ve l'ho detto per non interrompere il filo del racconto, ma nell'Inghilterra di V il partito al governo (l'unico), chiamato Fuoco Norreno, ha usato i campi di concentramento per cancellare ogni etnia che non fosse caucasica, ogni idea che non fosse approvata e ogni identità (sessuale, politica o personale) che non combaciasse con il modello da esso determinato. Un mondo senza colori, dunque. Senza musica, senza arte, senza pensiero.

Come immaginerete, in questa distesa di macerie umane, il resto dei soldati sono canaglie, a volte in buona fede, altre volte molto meno, che fanno ciò che devono per restare al proprio posto nella spietata catena alimentare della società.

Poi ci sono i generali, biechi oligarchi che si sono spartiti la torta del potere. 

È tramite costoro che Moore ci racconta ciò che pensa: il potere, in uno governo assoluto, finisce in mano a persone senza alcun merito che non sia ottusa fermezza e mancanza di coscienza. Malvagi, meschini, freudianamente allucinanti, deboli, corrotti, arroganti e immaturi, i capi dell'Inghilterra di V sono quanto di peggio ci si possa aspettare da un governo fallocentrico proto-nazista di un fumetto che parla di Anarchia. 

Adesso, scusate la pausa ad effetto, io non vi dirò di accendere la televisione e fare un giro per i telegiornali, perché è contrario alla politica di questo blog, ma sono certo che se per un attimo vi fermate a pensare ai potenti del nostro mondo, nel civilissimo e moderno 2020, troverete (come ho trovato io) delle similitudini più che spaventose. Non delle identità, grazie al Cielo, ma similitudini molto evidenti con personaggi di un fumetto, ricordiamolo, finito di pubblicare nel 1988. Ed ecco quello che scrivevo all'inizio: Moore ha un talento smisurato nel raccontare l'Uomo e la società.

Tra questi generali vi parlo solo del capo del partito, l'intoccabile uomo al vertice del Fuoco Norreno: Adam Susan. Se la sua figura e il suo cognome sono patetici e ridicoli, è il suo assoluto distacco dalla realtà a renderlo realmente spaventoso. Susan è un personaggio imperscrutabile, taciturno e immobile, tanto da lambire i limiti della catatonia. È il capo dell'intero sistema politico, eppure non sembra prenderne parte attivamente, al di là di esigere risultati (sulla ricerca di V) e minacciare ritorsioni. 

Ebbene, dalle poche e sparse pagine di monologo interiore che gli sono dedicate scopriamo che Susan è un mitomane assoluto, convinto di parlare con Dio, suo unico compagno di viaggio e consigliere. Di più: Susan si vanta con sé stesso di essere l'unico ad aver scoperto com'è fatto il corpo di Dio e, per questo, di amarlo. Ciò che intende è il super-computer chiamato Fato che consulta ogni giorno - tutto il giorno - dal proprio ufficio.

Questo pensa il capo del partito.

Nota a margine, trovo interessante che il computer, che all'insaputa di tutti è il vero punto di riferimento per l'uomo più potente del mondo, sia stato chiamato proprio Fato, come l'unica forza che nella mitologia greca è più potente persino degli dei.

Dunque, V viola il sistema di Fato e fa credere a Susan che il suo amore sia corrisposto. Dopodiché sospende ogni comunicazione, portando rapidamente l'uomo ad uno stato di ansia totalizzante, una sorta di sindrome dell'abbandono che lo porterà a staccarsi completamente dalle sue mansioni politiche. V, in questo modo, a tutti gli effetti ha decapitato il partito.

Un uomo distrutto.

Perché vi racconto questo? Perché quello che apprendiamo dall'ultimo monologo interiore di Susan, durante la stessa parata in cui verrà assassinato (ci torniamo subito), è che l'uomo più potente del mondo, omosessuale represso, sente di appartenere, lui solo, ad un piano dell'esistenza del tutto diverso rispetto a tutti gli altri. Egli guarda la folla accalcata lungo la strada e non prova nulla per loro, sa che solo il suo dio dalle forme nere, lucide e lisce lo può capire, ma ormai sa anche che quel dio non lo ama più. È a questo punto che nella fragile mente di Susan si fa largo l'idea che forse l'amore di quella folla festante è tutto ciò di cui ha bisogno. Non vede che la folla è minacciata dagli agenti del Dito (la Gestapo del mondo di V), non si accorge che è tutta una finzione e che anche lui è ormai un fantoccio in mano agli altri dirigenti del partito. Così come non si accorge, fino all'ultimo momento, di una donna che si sta avvicinando all'auto presidenziale sulla quale sta viaggiando. 

Prima di procedere a parlare di questa insignificante donna tra la folla, datemi un ultimo momento per sottolineare come, sebbene l'omosessualità di Adam Susan sia ai nostri occhi quanto di più stereotipato possibile, la sua fascinazione, ossessione e perfino amore nei confronti di ciò che gli restituisce lo schermo di un computer, invece sia qualcosa che oggigiorno suona quantomeno profetico e assolutamente spaventoso.

Manca ancora parecchio?

Il bello viene adesso, promesso.


Le Donne


Al contrario degli uomini, rozzi, bassi e fondamentalmente deprimenti, le donne in quest'opera, e tre donne in particolare, colpiscono per la complessità, modernità e importanza simbolica.
Anzi sarebbero quattro, ma la quarta, che è la prima in ordine d' importanza, è una figura talmente cara a V che non ve ne parlerò. Analizzandola in questo caos di considerazioni sparse mi sembrerebbe di farle un torto quindi, se volete saperne di più, l'unico modo sarà leggere questo libro. Il suo nome è Valerie.

Dunque torniamo alle nostre donne.
Queste tre figure sono fondamentali perché rappresentano tre declinazioni esemplari dell'animo umano nella sua accezione più complessa e sfaccettata, cioè quella femminile.
Sono donne tridimensionali e del tutto realistiche che, in un tutt'altro che casuale richiamo alle Norne della mitologia norrena, rappresentano anche le tre fasi del tempo: passato, presente e futuro.

Un'iconografia ricorrente attraverso i secoli. 
Questa la versione di Tiziano conservata alla National Gallery di Londra.

La prima di cui vi voglio parlare è Helen Heyer, moglie del capo dell'Occhio, l'agenzia di sorveglianza (continua e capillare) con cui il governo controlla la popolazione.
La signora Heyer è ben più di una donna forte: vero e proprio carnefice, è spietata e priva di scrupoli morali. Usando il proprio bel corpo come un'arma, ha manovrato segretamente i fili dietro le quinte per ritagliarsi il suo spazio in cima alla catena alimentare del partito sin dall'indomani della guerra nucleare.

Quando le cose si faranno difficili, sotto la pressione di V e del crescente disordine sociale, userà di nuovo il proprio charme per circuire il peggiore degli esponenti del partito, Alistair Harper, tagliagole e fidato Fingerman (agente della polizia segreta), che secondo i suoi piani le garantirà di restare all'asciutto quando le cateratte della rivolta si apriranno.

E' chiaro chi comanda.

Hellen Heyer è una donna assolutamente incrollabile, adamantina, sicura di sé e affascinante. Sa come prendere un uomo per la gola (ci siamo capiti) e non ha problemi a farlo. Anche se concede il proprio corpo a uomini potenti, chiedo scusa ai lettori più sensibili, è lei quella che fotte
Non è un caso se l'opera si chiude proprio con una Hellen sporca e decaduta che, tra le macerie di una Londra devastata dalle rivolte, cerca penosamente di usare ancora una volta il proprio fascino per assoggettare una piccola comunità di derelitti riunita intorno ai bidoni in fiamme.
Tuttavia il suo mondo appartiene ormai al passato, anche lei non potrà mai accettarlo.

La seconda è invece la misteriosa donna di cui vi parlavo poco sopra che, ignorata da tutti, si avvicina all'auto presidenziale e assassina Adam Susan durante la parata. Il suo nome è Rose Almond. Moglie di un altro alto esponente del partito, Rose resta vedova quasi all'inizio della storia, quando suo marito ha la sfortunata idea di affrontare V da solo. Rose, dunque, perde istantaneamente il proprio status di moglie di qualcuno di importante e tanto basta, in questa società misogina, per farla precipitare in fondo alla catena alimentare. Vera e propria vittima, già all'apertura della nostra storia troviamo Rose picchiata da suo marito, che la tratta come un vuoto pezzo di carne, bello da mostrare e da possedere, ma degno di nessun rispetto. Lei lo ama comunque, tanto che anche dopo, da vedova, impiegherà molto a maledirne il nome. Le cicatrici delle catene, anche se mentali, sono dure a scomparire

Rose finisce a fare la ballerina di strip club, comunissimo luogo di ritrovo per gli uomini di quest' Inghilterra disumana. Viene ancora corteggiata da ex colleghi del marito, che fanno leva della propria posizione per prometterle sicurezza in cambio di sesso. Ogni promessa è disattesa e Rose cade sempre più in fondo a un baratro di disperazione che la inghiotte. Eppure, proprio in fondo a questo baratro, Rose trova la sua forza.

Il primo e ultimo momento
in cui Rose è libera dalle sue catene.

Ed ecco l'ultima lezione di Moore, sulla quale torneremo tra poche righe: solo una volta che hai rinunciato a tutto, persino alla paura di morire, puoi veramente cambiare il mondo.
Per questo, in tutto e per tutto, Rose incarna la vita e la morte del presente.

Il che ci porta all'ultima, fondamentale figura femminile di V for Vendetta, la più giovane delle Norne e co-protagonista dell'opera: Evey Hammond.
Evey è giovanissima, ha appena 15 anni quando la conosciamo. Eppure Evey non è una ragazzina innocente e pura in senso assoluto: quando V la incontra per la prima volta, nella sequenza che apre la nostra storia, Evey sta cercando di prostituirsi (per la prima volta) perché il suo misero lavoro, alla fabbrica di munizioni, è retribuito troppo poco.
Salvata da V da un gruppo di Fingermen intenzionato a giustiziarla sul posto, dopo averne abusato, Evey è la testimone dell'esplosione del Parlamento di cui abbiamo già parlato. Da quel momento, V la prenderà con sé, portandola nella sua casa, la Galleria delle Ombre, dove inizierà a condividere con lei i propri pensieri e le proprie intenzioni.

Immaginate di vedere un Botticelli 
in un mondo che ne ha cancellato ogni ricordo.

Evey, tuttavia, è in tutto e per tutto una bambina figlia del suo tempo, orfana di un padre nemico del regime, cresciuta in fabbrica al suono di marcette militari, che vede tutto in bianco e nero, che desidera (senza concepire) un mondo diverso da quello che ha di fronte, ma che fa obiezioni e considerazioni petulanti sui metodi utilizzati da V.

Questa ragazzina gli sarà complice nei primissimi attentati, quelli concernenti la brevissima Vendetta di cui parlavamo all'inizio, ma si allontanerà da V (o meglio sarà allontanata da lui) quando la violenza per lei sarà diventata insopportabile. Troverà poi, per breve tempo, conforto tra le braccia di un uomo molto più vecchio di lei, Gordon, un pesce piccolo di buon cuore ma di pessime amicizie, che perderà infine la vita in questo mondo che vive, come abbiamo già detto, di una spietata legge della giungla.

Che accade quindi a Evey? Viene arrestata e messa in cella, rasata a zero, torturata e interrogata per settimane sul suo coinvolgimento con i piani di V. È nella gelida disperazione della sua cella che Evey inizia a rivivere ogni passaggio della propria vita, a ripensare a ogni persona che ha incontrato e, grazie ad una fessura nel muro, a fare la conoscenza di Valerie, di cui vi ho già detto che non vi parlerò.

Quella che esce da quella cella, dopo un tempo apparentemente interminabile, è una donna distrutta nel corpo (sporca, denutrita e chiaramente invecchiata), ma resa indistruttibile nel cuore e nell'anima. Una donna che, nella difesa dei propri principi, nella volontà di non tradire V, è arrivata allo stesso stato di rivelazione di Rose Almond, uno stato di serenità assoluta in cui nessun rimpianto, nessun rimorso e neppure la paura della morte possono ormai raggiungerla

È a questo punto che Evey scopre che per tutto il tempo era stato proprio V, che si era sostituito ai Fingermen che avrebbero dovuto portarla in carcere, a tenerla prigioniera nella Galleria delle Ombre.
Come è ovvio, Evey non la prende benissimo, è furiosa con V ma, e questa è la cosa interessante, non tanto per la prigionia e le torture, ma per il fatto che ora Evey non teme più nulla. Perché vivere nella totale libertà, morale, personale e sociale è la cosa meno spontanea e più spaventosa in assoluto.

La gabbia è aperta.

È in questo momento che Evey diventa una donna e qualcosa di più, da spettatore a creatore, da vittima a padrona del proprio destino, da semplice testimone a erede dello spirito del futuro.

Non serve aggiungere altro.


Le conclusioni

Dunque, cos'è V for Vendetta letto oggi, nel 2020?

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in questa storia, proprio intorno a quel 1997 in cui è ambientata, ho trovato che il suo essere un'ipotesi di un futuro che non si era verificato le togliesse forza e significato.
Pensavo che parlare di un'Inghilterra proto-nazista, per me che amavo viaggiare in terra d'Albione e ammiravo immensamente il miscuglio di esoterismo e conservatorismo di cui quella terra è pregna, non avesse alcun senso. 
Ritenevo che avere un terrorista come protagonista fosse un pretesto per vendere l'ennesimo anti-eroe fico e tenebroso, ma che fondamentalmente fosse pericoloso dare un valore eroico a uno che faceva saltare in aria i palazzi storici.

Eppure, proprio perché ora ho qualche anno in più, finalmente capisco cosa voleva dire Alan Moore.

Capisco che cos'è l'anarchia di cui ho sentito tante volte parlare, e quanta sia la consapevolezza che richiederebbe un processo di rivoluzione sociale così totale.

Capisco quanto le parabole, anche di un mondo che non c'è, anche se parlano di filosofie che non mi appartengono, siano fondamentali per tenere alta la guardia contro il lato oscuro dell'Umanità, che mai come oggi sembra incombente.

Capisco, e qui farò sobbalzare qualcuno, che storia, politica, letteratura e religione possano parlare delle stesse cose e che V è una vera e propria figura cristica in salsa norrena, con il suo Pietro (che lo rinnegherà tre volte), il suo Giuda (che è l'esecutore materiale del martirio), il suo momento del giardino degli ulivi e il suo fato predeterminato dalla nascita (avvenuta in una cella con il numero V sulla porta).

Capisco come l'animo umano sia una costante orizzontale che ci unisce tutti quanti, vivi e morti, in un viaggio da costruire insieme con coscienza e amore, ma senza paura.

C'era una volta una scritta, su un muro davanti al quale sarò passato un milione di volte da quando ero bambino. Non so se è ancora lì, ma adesso lo spero con tutto il cuore.

Diceva: educhiamoci e ribelliamoci.

Adesso capisco.

sabato 7 novembre 2020

Punisher: The Platoon - A proposito di Garth Ennis pt.2

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 06/08/2018)

(Nota: per leggere la prima parte di "A proposito di Garth Ennis" potete usare questo link)

"Vedete non si tratta solo della guerra e di quel che abbiamo perso, e nemmeno solo del paese. Si tratta degli uomini che tornarono a casa."

MATRIMONI FELICI

Ci sono matrimoni meravigliosi e di natura diversa nel mondo del fumetto. Tra disegnatore e inchiostratore, tra disegnatore e colorista, tra sceneggiatore e disegnatore (ci torneremo dopo) e tra autore/sceneggiatore e personaggio. Magari questi matrimoni avvengono quando una casa editrice (Marvel) affida a un autore già ampiamente affermato e con uno stile fortemente personale (Garth Ennis), uno dei suoi personaggi di culto (il Punitore), di fatto in un momento di appannamento (il Punitore trasformato in angelo vendicatore dalle schiere celesti…).

Da più di quarant’anni nella storia editoriale della Casa delle Idee ci sono stati esempi illustri di gestioni rivoluzionarie per longevità e qualità assoluta: Chris Claremont con gli X-Men, Frank Miller con Daredevil (e in seguito Bendis), Walt Simonson e poi Jason Aaron con Thor, Byrne e poi Hickman con i Fantastici Quattro, Brubaker con Capitan America… Ma forse uno dei matrimoni più felici e indiscussi per rapporto durata/rivoluzione/eccellenza è stato quello di Peter David con Hulk.

Una gestione incredibile (ehm) durata più di 10 anni – con innumerevoli ritorni – dove l’autore ha fatto suo il personaggio, immergendolo in ossessioni personali, rivoluzionandone lo status quo e rafforzandone la mitologia. Per farla breve: ci sarà sempre un prima e un dopo Peter David nella vita editoriale di Hulk. E, sicuramente, ci sarà sempre un prima e un dopo Garth Ennis nella vita editoriale del Punisher.

WHAT A WONDERFUL ELSEWORLD

Il Punitore, the Punisher, Frank Castle, Francis Castiglione

: figlio diretto degli USA anni ‘70, del post Watergate, del post Vietnam. Sono anni in cui in America soffia fortissimo un vento di antieroismo, al cinema come nella letteratura. Creato dal veterano Marvel Gerry Conway e nato come comprimario sulle pagine di Amazing Spiderman nel ‘74, il Nostro farà presto breccia nel cuore dei lettori. Nei decenni successivi autori fondamentali come Mike Baron, Steven Grant, Carl Potts, il duo inglese Abnett & Lanning e soprattutto Chuck Dixon, lasceranno un segno indelebile nella storia del personaggio e la sua avventura editoriale è nota fra gli appassionati.

Ma nessuno farà meglio di Ennis. Ecco, Ennis sul Punitore ha avuto lo stesso approccio radicale e senza precedenti di David su Hulk, ma con un doveroso distinguo.

Peter David è stato, al pari dei grandi nomi citati prima, un abile architetto della Casa delle Idee pienamente innamorato della materia supereroica: la sua gestione del Golia Verde è stata sì rivoluzionaria, ma perfettamente in continuity con l’universo Marvel. La direzione di Ennis su Castle – e non poteva essere altrimenti - sarà invece libera e fieramente selvaggia, scevra da ogni Comicscode e gabbia narrativa. Dopo un primo memorabile incontro nel 1995 (il bellissimo one-shot Punisher kills the Marvel Universe) Ennis incrocia nuovamente la strada col personaggio alla fine del millennio, grazie al tandem artistico di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, sotto i quali nasceranno le collane Marvel Knights e MAX. Sotto queste due etichette elseworld (letteralmente “altromondo”, ovvero storie slegate dall’universo narrativo e da relativa continuity; in realtà Marvel Knights non lo è, né nasce come tale, ma sotto Ennis di fatto lo diventa&ìhellip;) l’autore avrà totale libertà creativa, riuscendo a sfruttare ogni potenzialità esplosiva del personaggio: in una serie più giocosa e grottesca sotto la linea Marvel Knights (perlopiù a fianco del sodale Steve Dillon) e in quella assolutamente seria e hard boiled sotto l’etichetta MAX (con disegnatori dal tratto più oscuro e realistico).

E proprio sul Punisher MaxvEnnis arriva alla sua piena maturità espressiva d’autore, raggiungendo vette assolute. In circa dieci anni lo scrittore sembra dire tutto sul personaggio, ne scandaglia la psiche contorta e arriva a raccontarne Genesi (l’epocale Born in coppia col fido Darick Robertson) e addirittura Morte (The End, distopica storia futuristica disegnata dal leggendario Richard Corben). La follia di Castle, il demone della guerra che alberga in lui, il rapporto con Nick Fury, la dipendenza omicida: in mano ad Ennis tutto viene trattato con un’incisività e un vigore da mozzare il fiato.

Praticamente impossibile fare meglio dello scrittore dell’Ulster. Praticamente superfluo cercare di dare un seguito e una conclusione al suo ciclo di storie (ne sa qualcosa l’ottimo Jason Aaron, autore solitamente gigantesco che però proprio sul Punitore, cercando di chiudere la “continuity ennisiana MAX", sembra quasi spersonalizzarsi risultando assai meno efficace). Ma che cosa ha il Punisher da elettrizzare tanto Ennis?

"Non… Non starà cominciando a piacerti, eh? "
"Certo che no. Ma… risponde a qualcosa dentro di me, tutto qui."

Semplicemente Frank Caste è un uomo, un uomo solo condannato alla sua ossessione. E a differenza degli altri personaggi Marvel con super poteri e super problemi, lo scrittore occupandosi dell’Uomo può raccontare al meglio la sua ferma follia.

Come afferma lo stesso Ennis in un’intervista del 2007, Castle “vede il mondo in termini di bianco e nero, risolve i propri problemi con assoluta finalità […] La sua risposta a qualsiasi problema: in caso di dubbio, colpire forte”.

Non c’è nient’altro, o meglio, c’è molto di più: perché Castle ha attraversato un pezzo oscuro e sofferto di storia americana e (insieme a Nick Fury) diventa il personaggio attraverso il quale lo scrittore nordirlandese (ormai naturalizzato newyorchese) non solo traduce superbamente in fumetto alcune delle sue tematiche ricorrenti (la violenza fra gli uomini, l’avversione per lo Stato, i poteri corrotti, l’amicizia tradita) ma riesce a teorizzare le contraddizioni dell’America moderna come e più che in altre sue opere. Non si limita (solo) a giocare col personaggio, ma ne fa veicolo per affrontare di petto le origini della violenza congenita nel Sogno Americano. Sotto la linea MAX, Ennis tratta (ancora) della eterna questione Irlandese (Massacro all’irlandese), mostra squarci del conflitto afghano (L’uomo di Pietra) o echi della Guerra Fredda (Madre Russia). Ma soprattutto, attraverso il passato di Castle, lo scrittore affronta una della macchie più indelebili della Storia Americana: il Vietnam.

"Sa, una cosa che non ho mai capito è questa idea di un’America innocente che hanno quelli come lei. Quando mai siamo stati innocenti?"

Ennis crede nel fumetto. E utilizza il medium non solo per ridare dignità al racconto bellico, ma perché crede che col fumetto di guerra si possa dare un senso al mondo. O quantomeno provarci. Attraverso Frank Castle, l’autore affronta appieno il dramma vietnamita (solo lambito precedentemente in altri suoi lavori, come Unknown Soldier o Preacher

) con la stessa forza e spietata lucidità dei suoi racconti di guerra migliori (spesso ambientati durante i due conflitti mondiali). L’ultimo incontro tra Ennis e il Punitore era avvenuto con la miniserie capolavoro Fury – My war gone by (in Italia pubblicate da Panini in due volumi, Guerre perdute e Guerriero Freddo), sempre per i disegni di Goran Parlov e sempre sotto l’etichetta MAX; Castle appariva come comprimario in una sequenza indimenticabile (in Vietnam, ça va sans dire). Tutto questo tra il 2012 e il2013. Poi più nulla. Forse il commiato definitivo. Ma nel corso del 2017 la grande notizia: il ritorno dello scrittore irlandese su Frank Castle. Un altro racconto di guerra. Un altro episodio della sporca battaglia vietnamita. La storia raccontata dai reduci del quarto plotone, compagnia Kilo, terzo battaglione del ventiseiesimo reggimento dei marine. In altre parole, il primo comando di Frank Castle.

BENTORNATO FRANK, BENTORNATO GARTH.

Ideale terza parte (anche se racconta un Frank mai così giovane) di una trilogia che approfondisce il passato di Castle durante il conflitto vietnamita, dopo il già citato Born e Valley Forge, è in questo The Platoon che Ennis compie il salto decisivo da narratore: così come David scelse di “prendere le sembianze” dello psicologo Doc Samson nel suo fine scavo interiore di Hulk/Bruce Banner, Ennis da semplice narratore “diventa” Michael Goodwin, scrittore di “war tales” e fratello di quello Stevie Goodwin soldato semplice presentato in Born (non è un caso che già dalla terza vignetta del primo capitolo l’autore ricorra alla soggettiva). Ossessionato dalla figura del Punitore, cercherà di scoprire e raccontare la vita dell’uomo prima che diventasse Punisher. Perché se Goodwin “non ha fatto che scrivere la fine, non è lui che ha scritto la storia”.

"Sa che cos’era? Erano soltanto affari loro."

Ci sono delle costanti nei fumetti di guerra scritti da Garth Ennis: la totale assenza di onomatopee, il sovente utilizzo di vignette orizzontali, l’alternanza sublime di didascalie/pensiero e balloon/dialogo o l’utilizzo sopraffino del primo piano (talvolta per introdurre un personaggio o talvolta per mostrarcelo in un momento rivelatorio). E anche stavolta l’autore non tradirà il suo stile: anzi con una radicalità e maturità espressiva commoventi lo porterà addirittura a un livello più alto.

Le vignette orizzontali, mai assidue come questa volta, rendono l’implacabile lentezza di un’attesa o lo spossante e straniante incedere dell’azione guerresca; Ennis ci guida con somma e delicata maestria attraverso fumosi campi di battaglia, in momenti di tesa veglia notturna, nella calura di una giungla ostile o in un tranquillo bar di New York. Dialoghi musicalmente secchi, frammentati, accavallati, resi ancora più vivi dalle pause di riflessione, dalle ripetizioni, da ripensamenti e esitazioni: Ennis non è mai stato così realistico negli scambi dialogici, così mostruosamente abile nel rendere dinamiche fra esseri umani.

In questo ritmo anomalo, improvvisi stacchi di montaggio ci catapultano in mezzo all’azione e questa volta la violenza urlata altrove nelle sue opere è (quasi) sempre fuori campo, tranne in qualche inevitabile esplosione di ferocia: contano i personaggi, gli uomini, le loro azioni, le loro relazioni e spetta al lettore riempire vuoti, i silenzi, gli indugi. Perché in guerra, come in amore, ci sono scambi, momenti, sguardi che non si possono mostrare o raccontare. Attimi di cruda intimità, parole sussurrate, istanti definitivi davanti ai quali è giusto mantenere un sacro rispetto.

ALL YOU NEED IS PARLOV 

Si parlava di matrimoni felici. Abbiamo accennato a quelli tra autore e disegnatore: se per il primo ciclo più dissacrante sotto l’egida Marvel Knights Ennis si avvale perlopiù dello storico compagno Dillon, sotto l’etichetta MAX si affiderà a disegnatori dal tratto più realistico (gli ottimi Leandro Fernandez, Doug Braitwhite e Lewis Larosa. Ma un nuovo sodalizio definitivo sarà con il croato Goran Parlov. Artista tra i più abili in circolazione, Parlov ha contribuito a rendere maestosamente e definitivamente le icone grafiche di Frank Castle e Nick Fury. Insieme a Ennis ha inoltre co-creato uno dei personaggi più indimenticabili nella storia del Punisher e del fumetto mainstream americano degli ultimi anni: il gigante nero Barracuda, ex berretto verde, mercenario/gangster perverso e imprevedibile, al tempo stesso divertente e terrificante. Parlov in The Platoon, come Ennis sembra ancora più essenziale nello stile: ancora un volta ci ricorda di essere un Maestro della nona arte, abilissimo come pochi a delineare i diversi personaggi, a mostrare il segno del tempo sui loro volti e sui loro corpi; unico nel rendere la scintilla di vita nei loro occhi stanchi, terrorizzati, placidi, sorpresi, stupidi, pacificati. Possiamo percepire la loro spossatezza, la rabbia, il vuoto che li circonda. Nessun dettaglio grafico è lasciato al caso. E insieme ad Ennis ci regala nuovamente almeno due nuovi personaggi magnifici: l’ufficiale superiore nord-vietnamita Letrong Giap e Sorella LyQuang, unica e straordinaria figura femminile della vicenda. I due nella storia sono il perfetto rovescio della medaglia della controparte americana: i loro pensieri, i loro dubbi, le loro speranze, i loro sbagli non sono così diversi da quelli dei nemici che combattono (in un contrappunto narrativo che ricorda il capolavoro bellico di Jason Aaron, la bellissima The Other Side, graphic novel ispirata dai racconti del cugino di Aaron, quel Gustav Hasford autore di Born to Kill da cui Kubrik trasse Full Metal Jacket)

IL VOLUME

La miniserie viene raccolta e pubblicata da Panini in un elegante volume cartonato, con il logo MAX ben visibile sulla costina. E’ la prima volta che la casa editrice modenese pubblica una storia del Punitore nel formato “Marvel Collection” e la resa è davvero ottima. Da segnalare in appendice le quattro copertine variant per il primo numero della mini, dove spicca quella particolarissima ed esilarante a opera del grande Chip Zdarsky

THIS IS THE END… MY ONLY FRIEND, THE END (?)

Magari fra altri 10 anni le strade di Ennis e il Punitore si incroceranno ancora: dopotutto le relazioni migliori, i grandi matrimoni, funzionano anche grazie a saltuari momenti di distacco. Ma se ciò non accadesse, l’ultimo polveroso saluto in lontananza da un elicottero sarà un commiato abbastanza forte da riempirci per sempre gli occhi e da spezzarci il cuore. Una “semplice” tavola diventa un’istantanea folgorante, il ricordo infinito di ciò che avrebbe potuto essere un uomo.

CONCLUSIONI

Ennis ci ha fatto ridere con Frank Castle. Ci ha fatto inorridire. Ci ha sinceramente shockati.
Ma non pensavamo arrivasse a farci commuovere.

Punisher  - The Platoon (Marvel Collection)
Autori: Garth Ennis, Goran Parlov
Data di uscita: 14 Giugno 2018
Tipo prodotto: Fumetti
Formato: 17×26
Contiene: Punisher: The Platoon (2017) #1/6
Rilegatura: Cartonato
Interni: Colori
ISBN: 9788891239617