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domenica 16 ottobre 2022

La Leonessa di Dordona: O di come l’epoca si riscopre moderna

di Marco Matteini

Parliamo dell’Orlando Furioso, vi va?

Tutti conoscono -o almeno dovrebbero- il poema cavalleresco di Ludovico Ariosto: pubblicato agli inizi del XVI secolo, si compone di 46 canti in ottave e riprende le vicende dell’incompiuto Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, di cui si pone come una continuazione filologica, pur venendo influenzato fortemente da altre fonti e dalle tradizioni letterarie epico-cavalleresche (in particolare la chanson de geste francese e il ciclo bretone). Tutto questo lo impariamo a scuola, alle scuole medie, ma in pochi sono davvero in grado di dire “di cosa parla l’Orlando Furioso”: all’interno del poema, infatti, esistono tre nuclei narrativi principali, che si intrecciano una fitta e intricatissima selva di trame e sottotrame:

  1. Il “nucleo epico”, rappresentato dalla guerra tra Franchi e Saraceni;
  2. Il “nucleo romantico”, rappresentato dal paladino Orlando e dalla sua ricerca di Angelica;
  3. ;Il “nucleo encomiastico”, rappresentato dall’amore tra Ruggero e Bradamante, che si realizzerà nella nascita di quella che diverrà la Casa d'Este. La stessa per cui lavorò lo stesso Ariosto, sì.

Adesso che abbiamo fatto un po’ di chiarezza sull’Orlando Furioso e sulla sua storia, parliamo di fumetti.

E dell’Orlando Furioso.

Ma senza Orlando.

O Angelica.

O della guerra tra Franchi e Saraceni.

O della casata d'Este…

Cosa ne rimane, dunque? Praticamente tutto.

Andiamo per gradi.

È il 2021 e Tunué pubblica La Leonessa di Dordona, per i testi di Enrico Orlandi e i disegni di Gaia Cardinali: un racconto epico che racconta le vicende di Bradamante, unica paladina donna al servizio di Carlo Magno, impegnata nella disperata ricerca di Ruggero, cavaliere del re d’Africa Agramante, di cui è follemente innamorata. Ad accompagnarla, la maga Melissa, sua amica. Bradamante è disposta a fare qualunque cosa per ritrovare il proprio amato: abbandona l’esercito di Carlo Magno, affronta il mago Atlante, patrigno di Ruggero, ed è pronta a imbarcarsi per l’isola della fata Alcina come la guerriera che è. Ma quando è lontana dal suo innamorato, il lettore si accorge che quella che ha davanti non è solo “un personaggio femminile con l’armatura da cavaliere”, ma una donna che non ha trovato sé stessa, non debole ma delicata, il cui dolore struggente ci appare fisico e reale. Dopo essersi ricongiunto alla duchessa di Dordona, Ruggero fuggirà, lasciando la nostra eroina da sola a combattere un sogno d’amore che, come la Bisanzio di Guccini, forse non è mai esistito.

Dilaniata dal conflitto tra i sentimenti e il dovere, Bradamante farà ritorno a casa. Se qui, nell’Orlando Furioso, i due si ritrovano e si sposano, ne La Leonessa di Dordona, la paladina dovrà fare i conti con i propri sogni e le proprie ambizioni e affronterà il più pericoloso dei nemici: quello dentro di lei.

Prima ho usato l’espressione “racconto epico”. Ma l’ho fatto con cognizione, fidatevi: La Leonessa di Dordona riprende abbastanza fedelmente le vicende narrate nel poema di Ariosto, ma fa un passo in più e ci racconta non di un personaggio femminile, ma di una donna. Perché di questo parliamo. E lo fa bene. Ho amato moltissimo La Leonessa di Dordona e non faccio fatica a consigliarlo: è una rilettura profonda e consapevole di un’opera classica, che vive di un’anima propria e non risente della pesante eredità letteraria che si porta dietro. Quando si parla di rielaborare un classico, quale che sia, un purista muore. Enrico Orlandi, lo sceneggiatore, riprende i tre nuclei narrativi principali dell’Orlando Furioso e li fa propri, ribaltando i punti di vista e stravolgendo le aspettative non solo del lettore, ma anche dei personaggi in gioco. I temi affrontati sono attuali e affrontati con dovizia e freschezza, risultando semplici, ma mai banali. A valorizzare la storia, troviamo i disegni e i colori (e che colori!) di Gaia Cardinali, che da vita a dei personaggi caratteristici e immediatamente riconoscibili. Il suo stile formidabile si sposa a una regia semplice ma funzionale, che dimostra gli enormi passi in avanti compiuti dal già ottimo lavoro svolto su Viktoria, pubblicato sempre da Tunué nel 2018 e di cui la Cardinali ha curato anche la sceneggiatura.


Editore: Tunué
Collana: Prospero's Books
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 15 aprile 2021
Pagine: 152 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788867904129



venerdì 3 giugno 2022

(Ri)leggere The Boys

di Guglielmo Favilla

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.

E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?

Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.

Potrebbe bastare?

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. 

O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.

Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.

Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.

Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.

Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.


Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.

Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.

Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.


Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-



(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)

martedì 9 novembre 2021

Intervista a Declan Shalvey

di Guglielmo Favilla
(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)


Lo stile di Declan Shalvey non assomiglia a quello di nessun altro. Certo, nel suo lavoro si percepiscono influenze di grandi maestri, americani ed europei (su tutti il croato Goran Parlov),  ma il suo tratto essenziale e mai banale, sintetico ed evocativo, lo ha reso uno degli autori più interessanti e, appunto, unici degli ultimi anni. 


Durante lo scorso decennio ha formato una splendida partnership con il maestro inglese Warren Ellis (Moon Knight e poi Injection) e prima ancora ci sono stati brevi e fruttuosi sodalizi con abili sceneggiatori come Brian Wood (su ConanThe Massive e Northlanders) e Jeff Parker (Thunderbolts, suo primo incarico di peso alla Marvel).
Proprio da Ellis il buon Declan racconta di aver  ricevuto e assorbito diversi consigli e ispirazioni, nonché la spinta a mettersi alla prova come autore "completo". Così questo ragazzone di Dublino si è presto rivelato anche un ottimo sceneggiatore, firmando le due crime story in salsa irlandese pubblicate dalla Image -ancora inedite in Italia- Savage Town per i disegni di Philip Barrett e, più recentemente, Bog Bodies disegnata da Gavin Fullerton; senza contare gli exploit in casa Marvel come la sorprendente Immortal Hulk: Flatline)


Chi scrive scoprì il talento di Mr. Shalvey su uno splendido story arc della storica gestione di Deadpool di Duggan & Posehn e capitolò per il suo stile -come tutti- proprio al rilancio di Moon Knight per i testi esplosivi di  Ellis: in quei sei numeri, così diversi l'uno dall'altro, Shalvey ha dimostrato la sua versatilità  e il suo tocco unico nelle linee coincise, definite eppure sempre  nervose e vive. Da  notare come l'artista di Dublino prediliga il caro vecchio disegno su carta evitando il più possibile il digitale, come ha raccontato allo Spazio Bianco: "Ci sono molti strumenti incredibili, ma a me piace la consistenza, i piccoli errori che vanno oltre il disegno perfetto e ripulito. Quindi l’arte in digitale non mi esalta, anche se ci sono alcune opere molto belle e molto complesse fatte con queste tecniche. Io mi sono impegnato a disegnare solo su carta, poi scannerizzare e colorare al computer. Mi piacciono i piccoli incidenti felici che possono avvenire sulla carta, mi piace lavorare con quelli perché mi forzano a trovare soluzioni alternative. Se lavori già sapendo quale sarà l’effetto finale, per me tutto diventa noioso. Mi piacciono l’energia e la spontaneità."



Si dice spesso che i grandi disegnatori, dopo un lungo percorso artistico, ambiscano a raggiungere una sintesi: nel caso di Shalvey sembra che la sintesi sia un punto di partenza da cui sperimentare il più possibile le vie infinite del medium fumetto. 

Il trionfo di questa "visione" si può ammirare nell'ultimo lavoro per la Casa delle Idee, dove, affiancato da Jonathan Hickmanha lanciato una nuova X- Collana in esclusiva sulla piattaforma digitale Marvel Unlimited 

Superbo copertinista, abilissimo nel destreggiarsi tra indie e mainstream, Shalvey sembra guardare al futuro con un'energia ed entusiasmo prorompenti e  il suo tratto unico non smette di stupire, confermandosi una voce unica nel fumetto contemporaneo.

All'epoca di questa intervista (novembre 2018, durante Lucca Comics), stava uscendo negli USA la mini  "Return of Wolverine" con i testi di Charles Soule: Shalvey, oltre ad alternarsi ai disegni con un mostro sacro come Steve McNiven, si è occupato personalmente  del re-design del costume dell’iconico Artigliato Canadese.  Non senza polemiche a quanto pare... ce lo ha raccontato in una pausa tè.


PAPER APES: Injection e Moon Knight segnano il tuo sodalizio pluriennale con Warren Ellis. Da una parte abbiamo una storia che si concentra su una trama orizzontale, dall’altra una serie che sembra essere intenzionalmente formata da episodi slegati. Lavorando con lo stesso autore quali sono state le differenze e quale credi sia lo stile narrativo che preferisci per il tuo lavoro? 

DECLAN SHALVEY: La cosa particolare di Moon Knight, come hai detto tu, è proprio il fatto che ogni episodio sia slegato dall’altro e quindi sei costantemente costretto a spingerti oltre i tuoi limiti (come disegnatore e come lettore).
Il passaggio da serie come Venom a Thunderbolts o da Thunderbolts a Northlanders è stato quasi naturale, mentre qui in un concentrato di 6 numeri ho lavorato soprattutto su questo aspetto. Non c’è uno sviluppo orizzontale dei personaggi, la trama è ai minimi storici: amo quella mini perché  è come un lungo “tour de force” sullo storytelling in tutte le sue forme. Nelle prime recensioni le persone sottolineavano il fatto di averlo letto in-tipo-5 minuti, ma secondo me non si tratta di un aspetto negativo perché probabilmente chiunque così si è trovato a leggerlo almeno 20-30 volte, scoprendo ogni volta qualche aspetto inedito! Injection invece rappresenta quello che ho sempre voluto fare: una lunga e complessa serie creator-owned (si tratta infatti del progetto più lungo sul cui io abbia mai lavorato). Durante la mia formazione come autore ho adorato opere come Preacher, Y: l’ultimo uomo o Planetary e quindi volevo finalmente realizzare qualcosa di simile. E grazie a Warren ho potuto farlo. Di più: oltre alla gioia di essere stato di nuovo scelto da lui, Warren mi sembrava la persona più adatta per conseguire il mio piccolo sogno perché ha un modo di scrivere e una certa “fede” in ogni storia che realizza. Sia questa una storia di pura azione o una bizzarra epopea fantascientifica.  Injection ha uno stile narrativo in qualche  modo in antitesi a tutto quello che è Moon Knight. Se in Moon Knight abbiamo un lavoro che è immediato in ogni sua piccola parte dall’altra abbiamo una storia dove ogni minimo tassello viene studiato attentamente e tutto viene pianificato perché germogli sulla lunga distanza. Per me si tratta di una sorta di “investimento”: amo le storie dove finisci per innamorarti dei protagonisti e temi per il loro futuro (penso a Scalped  di Jason Aaron per esempio). Devo aggiungere che, comunque, anche Injection ha archi narrativi "differenti", nel senso che Warren ci ha messo dentro tutto quello che mi sarebbe piaciuto disegnare: si passa da un thriller sci-fi a un crime investigativo, ad atmosfere decisamente à la Doctor Who... prossimamente vireremo su James Bond e poi... chissà!  

PA: In effetti ho sempre notato quanto Ellis sia  sempre stato uno dei più abili sceneggiatori nel valorizzare il disegnatore di turno per le proprie storie (penso ad esempio a  John Cassaday su Planetary)...

DS: Sono assolutamente d'accordo! Molti potrebbero pensare che i suoi script siano iper-descrittivi e blindati, ma la verità è che Warren capisce le tue potenzialità come disegnatore. Scrive fornendoti molte informazioni utili  ma rimanendo molto aperto al dialogo: in breve, è come se prevedesse le tue scelte artistiche senza importele, portandoti così a dare il meglioIn questo penso sia davvero un genio. Quando ho scritto Deapool vs Old Man Logan ho tentato di fare lo stesso, sono stato molto aperto con l'artista e sono riuscito ad avere una maggiore consapevolezza su diverse soluzioni grafiche e trovate visive. 
 
PA: SaldaPress ha proposto in anteprima mondiale la versione Deluxe di Injection. Il tuo disegno fa della sintesi il suo punto di forza. Preferisci vedere i tuoi lavori in formato Comic book/tp o trovi che venga esaltato di più nel formato Deluxe? 

DS: Si tratta di una domanda molto difficile perché, come ho già detto, è la prima volta che li vedo sotto questa nuova luce. Ho passato le mie ultime notti ad aspettare e aspettare e una volta che mi sono trovato davanti questa ristampa sono rimasto particolarmente soddisfatto! Penso che- come hai detto tu - il mio sia uno stile molto caratterizzato dalla sintesi, quindi non noto immediatamente chissà quali differenze nella resa grafica, però si tratta comunque di un oggetto che attendevo da molto tempo. Quando lo abbiamo realizzato Warren non era molto d’accordo, anzi si è abbastanza disinteressato [RIDE] ...ma io adoro quando posso inserire schizzi, sceneggiature e chicche sui "dietro le quinte" come extra e così gli ho detto che mi sarei occupato personalmente di ogni aspetto del
volume. 
Dopotutto sono uno di quelli che compra i volumi hardcover e che rimane molto deluso se non trova degli extra al loro interno... [RIDE] Il secondo tomo sarà di 380 pagine e ci saranno tutte le cover in bianco e nero, i layouts per tutti i numeri, le mie matite e le mie chine (ormai non scannerizzo più i miei disegni perché ho bisogno di lavorare più velocemente) e le tavole con i colori di Jordie Bellaire senza la mia inchiostrazione. Insomma qualcosa che da lettore vorrei proprio vedere sullo scaffale, anche per soddisfare quelli che hanno speso di più per un volume di tale portata. Aggiungo che in America nessun mio lavoro è mai stato raccolto in volume cartonato. In Italia con Moon Knight è già successo – perché voi sapete come stampare al meglio i volumi! – ma per la serie Image si tratta proprio della prima volta in cui mi trovo davanti ai miei lavori in formato deluxe. Ho aspettato circa 10 anni per avere qualcosa di simile e adesso la stringo fra le mani! Sono  decisamente molto soddisfatto! [ride]

PA: Da poco in Italia abbiamo potuto ammirare i tuoi primi lavori come sceneggiatore. Come affronti il lavoro con qualcuno che disegna le tue sceneggiature? Queste esperienze ti porteranno finalmente a lavorare anche come autore unico? 

DS: In realtà ci sarebbe già un lavoro come autore unico, Savage Town, ma nessuno vuole tradurlo perché si tratta di un lavoro lunghissimo… È scritto in dialetti locali inglesi e irlandesi, dato che volevo proprio sperimentare con il linguaggio. 

Per il grande pubblico il mio esordio come disegnatore e sceneggiatore in contemporanea  è comunque già avvenuto su una mini dedicata al (nuovo) Nick Fury durante Civil War II: Choosing Sides. Si tratta di 5 storie brevi, slegate, che però ho cercato di strutturare in maniera da avere più chiavi di lettura. Si possono leggere come semplici episodi, ma in fondo si tratta di una storia unica sul personaggio. 


Per Savage Town mi sono affidato ai disegni di Philip Barrett, un artista che da anni si fa notare nel campo del fumetto indipendente, ed è proprio leggendo i suoi lavori che ho capito come strutturare la sceneggiatura. Si tratta di un artista capace di realizzare molte vignette velocemente, con un tratto morbido, così ho deciso di “piegare” la mia sceneggiatura secondo le sue possibilità e i suoi punti di forza. 

Per Deadpool Vs Old Man Logan invece conoscevo molto bene il mio disegnatore,
Mike Henderson, che ha un senso dello storytelling che sento molto vicino al mio. Avevo già visto alcuni dei suoi sketch sui supereroi, che ritengo tutt’ora fantastici, poi un giorno lui mi ha detto “Sono stanco di disegnare persone nelle stanze”… Così ho deciso di scrivere per la storia qualcosa di sempre più grande e folle… e sono arrivato al punto che mentre lavoravo al numero 4 della miniserie ho pensato “Cavolo, avrei proprio voluto disegnarla io!” [RIDE]. In definitiva, come ti dicevo, in qualità di scrittore mi sono proprio voluto
ispirare al mio rapporto con Warren.
 
 
PA: Credo che "Deadpool Vs Old Man Logan"  rappresenti davvero qualcosa di molto diverso dai classici team-up del mercenario chiacchierone… 

DS: In quel lavoro ho deciso di inserire proprio qualcosa che non facesse pensare di trovarsi di fronte al classico "Deadpool Vs" perché secondo me si rischia di annoiare il pubblico. Volevo che la storia fosse carica di energia e di cambi di tono. Mi sono occupato delle cover e del design dei volumi, oltre che del logo: tutto molto diverso dalle altre uscite Marvel e per questa cosa mi sento di ringraziare il mio editor

PA: In America è uscita da poco "Return of Wolverine", nel quale lavori con Charles Soule. Ti sei anche occupato del re-design del costume di Logan: quali sono state le tue ispirazioni ? 

DS: Molte persone mi hanno già scritto per dirmi che il design che ho ideato non piace, ma va bene così [RIDE]. Non posso dire molto perché l’albo ancora non è uscito qui in Europa, ma abbiamo Logan che si risveglia in un luogo sconosciuto, senza sapere come e quando vi è stato catapultato… Il costume in sé è concepito come qualcosa di nuovo per rappresentare al meglio questo attesissimo ritorno, anche se siamo lontani dai classici “abiti” del personaggio.
Sicuramente per creare il design ho usato come spunto la Corporazione che sarà protagonista della storia: una società che presenta una struttura militare con delle tinte sci-fi.
Tra le mie ispirazioni ci sono anche le divise di Star Trek, all’epoca del capitano Kirk, che ho voluto mescolare con uno stile inventato per Wolverine da Sal Buscema ai tempi delle sue storie a  Madripoor. Poi diciamoci la verità: per me, fin da piccolo, disegnare tutti i dettagli realistici degli abiti nelle varie epoche è sempre stata la parte più noiosa, quindi ho deciso di premiare anche il "giovane me stesso del passato". [RIDE] 

PA: La miniserie si presenta con una formula inusuale: il numero di apertura e chiusura saranno realizzati da Steve McNiven, mentre il centro della storia è affidato a te. Quali esigenze narrative ci sono dietro questa scelta? La storia sembra seguire due linee parallele, una dalle immagini più “esplosive” e dettagliate (quella di McNiven) e una che fa dello storytelling più puro la sua forza (la tua). 

DS: Credo che non ci siano esigenze narrative particolari in questa scelta: all’inizio Steve doveva disegnare tutti i numeri previsti. Semplicemente, credo di essere stato chiamato per aiutare tutto il team creativo a completare la miniserie in tempo. All’inizio anche io sono rimasto molto sorpreso di questa richiesta, perché, voglio dire, io non sono Steve McNiven! Non ho di certo disegnato Civil War! La gente quindi potrebbe chiedersi “Chi? Perché?” [RIDE] Ho saputo che Steve ha fatto il mio nome (grazie Steve!) e in seguito ho appreso da un paio di editor Marvel che cercare un disegnatore simil-McNiven per ottenere una coerenza stilistica a tutti i costi sarebbe stato impossibile... quindi l'idea di un  artista con una sensibilità completamente differente è sembrata la scelta giusta. Ho sempre pensato che nella mia carriera sarei finito solo su qualche strambo albo one-shot dedicato a Wolverine, invece ritrovarmi in un progetto così grande e atteso è stata una delle sorprese più gradite degli ultimi mesi! 

PA: Oltre al proseguo di Injection e alla tua attività di cover artist, quali sono i tuoi prossimi progetti?

DS: Come sceneggiatore dopo Savage Town ho in programma un'altra crime story. Dopotutto amo molto i lavori di Garth Ennis ed Ed Brubaker... Sarà ancora ambientata nella mia Irlanda e vedrà ai disegni un talento emergente ancora sconosciuto... [si riferisce a Gavin Fullerton N.d.A.].

In ambito mainstream ti posso dire cosa mi piacerebbe fare: oltre a Batman  (voglio dire, a chi non piace Batman?) il mio vero sogno sarebbe mettermi alla prova -magari come autore completo- con Darevedil, forse il mio personaggio preferito nella Casa delle Idee. Come ho già detto, sarà per la mia predilizione per le storie crime e urban, sarà che mi piace disegnare vicoli fatiscenti  e malfamati, ma Matt Murdock ha un posto speciale nel mio cuore.



Come dargli torto?

Grazie a Declan Shalvey per l'entusiasmo e la disponibilità, a Jacopo Masini e saldaPress per la cortesia e possibilità e a Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.


sabato 18 settembre 2021

Search and Destroy di Atsushi Kaneko - Eat the Rich

di Nicolò Beretta

                                                       Illustrazione tributo di Leonardo D'Angeli

Atsushi Kaneko si cimenta nel (gravoso) compito di riadattare uno dei grandi nomi del fumetto mondiale, vera e propria leggenda dei manga: Osamu Tezuka. Prendendo spunto dalla miniserie "Dororo" (pubblicata originariamente in Giappone nella seconda metà degli anni '60), Kaneko riplasma il mondo in cui è raccontata e le ridà nuova vita in Search and Destroy, proposto da J-Pop Manga in 3 volumi (raccolti anche in un'unica soluzione in cofanetto).

Fonte: Everyeye Anime

Dal Giappone feudale infestato dai malvagi yoka raccontato da Tezuka, dove i deboli vengono sottomessi dagli shogun senza scrupoli, l’autore di Wet Moon ci trasporta in quella che sembra in tutto e per tutto la fredda Russia di un prossimo futuro, intrisa nel cyberpunk più sfrenato.

Tezuka aveva raccontato le peripezie del povero Hiakkyamaru che, mutilato alla nascita dai demoni e privato della sua umanità, intraprende un viaggio di vendetta; allo stesso modo, Kaneko presenta una protagonista spietata, Hyaku, vittima in tenera età di un’operazione chirurgica che l’ha privata di 48 parti del corpo. La ragazza si ritrova occhi, orecchie e arti sostituiti con impianti tecnologici avanzati, lame e armi; la sua vita sarà dunque votata alla rivalsa e al riappropriarsi di ciò che le venne tolto quando ancora era in fasce.

Seguendo le vicende della protagonista, accompagnata dal ladruncolo Doro, Kaneko segue il solco tracciato da Tezuka, arricchendolo di dettagli, inquietanti digressioni e  una discreta dose di azione e violenza. 

Mentre Hyaku scopre poco a poco la verità dietro le sue origini e alle sue condizioni -percorso che lo stesso Doro dovrà seguire- il mondo attorno a loro si svela per come è: riappropriandosi gradualmente del suo corpo, la ragazza si trova a combattere con persone senza scrupoli, forti del loro potere economico e sociale, che per pura brama di vita o bellezza eterne sono arrivati a mutilare e  snaturare una bambina innocente. La metropoli in cui si muovono i protagonisti è stata costruita sulle spalle dei cittadini più poveri e sfortunati, ormai soffocati (anche) da immensi grattacieli sorti a seguito di un conflitto in cui macchine e androidi hanno vinto sull'uomo.

    



Kaneko affronta di petto lo sviluppo esasperato della tecnologia- tema tanto caro ad altri illustri specialisti del genere distopico/cyberpunk tra letteratura e fumetto -come AsimovMasamune Shirow - e racconta (anche) dell'inevitabile ribellione delle macchine contro coloro che le hanno da sempre sfruttate per i loro scopi, per poi estrometterle dalla società ("ree" di prestazioni superiori agli umani). 
E proprio questo divario uomo/macchina è intrecciato alla caccia di Hyaku: tornare in possesso del proprio corpo, e di conseguenza delle propria "umanità", a discapito delle sue -potenziate- condizioni attuali sarà davvero ciò che la protagonista desidera?

Lo stile di Atsushi Kaneko è unico e  ben riconoscibile: titoli come Soil si rivelano thriller disturbanti  attraverso l’uso magistrale del nero, delle ombre, dei tagli delle inquadrature; e tutto questo, in Search and Destroy, si mixa sapientemente con splendidi design per una resa grafica efficacemente asciutta, fredda, perfettamente in linea come i personaggi che popolano la storia, dagli spietati governanti alle algide macchine. Una vera e propria epopea incalzante, arrabbiata, spiazzante e dolorosa.
Imperdibile.

Ringrazio di cuore Leonardo D'Angeli per avermi concesso di poter aprire questo pezzo con una sua splendida illustrazione dedicata proprio a Search and Destroy. Vi invito a seguire Leonardo sui suoi canali social e a supportarlo!

Autore: Osamu Tezuka - Atsushi Kaneko
Editore: EdizioniBD
Collana: J-Pop
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 25 novembre 2020
Pagine: 3 voll.,  Brossura
  • EAN: 9788834915271



domenica 7 marzo 2021

Consigli di lettura: Un drago a forma di nuvola di Ivo Milazzo e Ettore Scola

di Pietro Lazzari


  

 

"Un drago a forma di nuvola" potrebbe sembrare una storia "troppo piccola" per il curato cartonato della Edizioni NPE che, con la solita qualità che la contraddistingue, propone questa graphic novel frutto della fortuita collaborazione fra due grandi maestri: Ivo Milazzo e Ettore Scola.

Il protagonista, Pierre, possiede una libreria specializzata in libri antichi a Parigi. Vive una vita rassicurante tra la routine del lavoro, le sue piccole abitudini e la figlia paralitica, alloggiata al piano superiore del negozio. L'unico svago per entrambi sono le letture serali con cui Pierre cerca di distrarre la ragazza. Tutto ciò verrà sconvolto da un incontro casuale che perturberà la vita del protagonista e lo spingerà a riflettere e ripensare se stesso.

Gli acquerelli di Milazzo ci catapultano fin dalle prime tavole nell'atmosfera del primo mattino parigino. Una sequenza iniziale di vignette mute accompagna l'occhio del lettore dal panorama della città, alle ampie strade  semivuote fino ad introdurlo nella libreria, nella quale si ha la sensazione di non avere spazio fra le montagne di volumi accatastati ovunque. Qui incontriamo il protagonista in un paio di tavole e Scola sfrutta la "voce" della figlia per descrivere un piccolo momento di distrazione durante il lavoro che rende Pierre immediatamente vero ed umano. 

La narrazione è un crescendo che porta il lettore a parteggiare per Pierre in questa sua difficile vita, sospesa tra i propri desideri e gli obblighi di padre; si ride, ci stupiamo e sbuffiamo con lui.

Al di là della storia in sé, la caratteristica sorprendente di questa graphic novel è la sua genesi. Scola, ormai a fine carriera, aveva messo nel cassetto il progetto del film "Un drago a forma di nuvola" scritto per la Medusa Film di Silvio Berlusconi: questo perché la scesa in campo politico di quest'ultimo, viste le loro divergenti idee politiche avrebbe potuto generare commenti ostili. Ma grazie al comune amico dei due artisti, Tommaso D'Alessandro, che li ha messi in contatto è nata l'idea di trasformare la storia in un fumetto.

Lo sviluppo di questa graphic novel diventa il riscatto per il progetto di Scola e dimostra come la Nona Arte sia un valido supporto transmediale, capace di proporre efficacemente una vicenda pensata per il cinema, emozionando con la potenza delle immagini e offrendo una narrazione matura e di qualità.

(Nota: alla fine il progetto del film è stato ereditato da Sergio Castellitto, per una trasposizione cinematografica di prossima uscita intitolata "Il Materiale Emotivo", con la regia dello stesso Castellitto e la sceneggiatura di Margaret Mazzantini). 

Una storia assai coinvolgente quindi che merita senz'altro di essere letta.

Assolutamente consigliato.

Editore: NPE
Collana: Ivo Milazzo
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 16 gennaio 2020
Pagine: 104 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788894818840

mercoledì 24 febbraio 2021

Mondi a fumetti da scoprire: introduzione al Predator-verso (e non solo...)

di Guglielmo Favilla


PREDATOR: 30° ANNIVERSARIO


Una volta, prima di internet, si usava molto di più l’immaginazione. Quando usciva un grande film di genere al cinema (ovvero di grossa portata popolare, tanto da segnare l’immaginario di milioni di spettatori) potevano passare anni prima di un possibile seguito e in quel lasso di tempo gli appassionati immaginavano arditi prosegui e sviluppi di storie potenzialmente infiniti. Le storie a fumetti erano quindi ottimi tappabuchi narrativi, assai stimolanti nell’alimentare speranze, spunti e cosmogonie variegate (si pensi a Star Wars, su tutte,  ma anche Terminator o Robocop…)

In questo senso i film di Alien e Predator sono esemplari e un autore in particolare, Mark Verheiden, fu il responsabile che alla Dark Horse traghettò le due saghe sulla carta stampata con ipotetici seguiti delle fortunate pellicole. Le opere di Ridley Scott (1979) e James Cameron (1986) erano tanto differenti tra loro per ritmo e modalità narrative quanto perfettamente calate in unico universo riconoscibile per entrambe. Verheiden con Aliens ha quindi diligentemente (e brillantemente) “fatto i compiti”, approcciandosi all’universo degli xenomorfi con la “dovuta” seriosità e gravosità.

Con Predator invece, forte di una sola e recentissima pellicola alle spalle, lo scrittore si diverte e lascia andare molto di più, sfornando una serie che frulla senza pudori l’action e l’horror in voga ai tempi, per il suo e nostro sollazzo. Tre storie divise fra l’88, il ’90 e il ’96 che vedono protagonista il maggiore “Shaef” Shaefer (non sapremo mai il nome di battesimo) fratello cartaceo di quel Dutch Shaefer interpretato da Arnold Schwarzenegger, protagonista del primo fondamentale Predator dell’87 . Come lui (e più di lui) sbruffone, auto ironico e fisicamente imponente  ma anche assai più cinico e iracondo, Shaef si  ritroverà per ben tre volte faccia a faccia con i cacciatori alieni, bramoso di scoprire la verità sul destino del fratello e impulsivo ai limiti del suicidio.

Verheiden riprende inoltre dal film capostipite il personaggio dell’ambiguo Generale Phillips,  rendendolo un elemento chiave nelle tre vicende… dopodiché incomincia a giocare a suo piacimento. Tre storie semplici, tre avventure che contribuiscono ad alimentare il mito del temibile alieno, raccontandone nuove caratteristiche e peculiarità ma lasciando la giusta dose di mistero. Si parte con la seminale Giungla di Cemento, in una torrida New York dilaniata da guerriglie urbane fra bande di spacciatori e narcotrafficanti (con un ritorno lampo alla giungla del primo film); l’azione si sposterà poi nelle nevi della Siberia in Guerra Fredda (ambientazione assai inusuale per gli Yautja) dove

l’esercito sovietico e i servizi segreti americani si contendono tecnologia extraterrestre in seguito all’arrivo di una navicella aliena; infine si torna, con Fiume Oscuro, alla più classica e archetipica battaglia tribale tra l’Uomo e l’Alieno  nell’afosa giungla sudamericana.

Il tutto condito da amicizia virile (il rapporto da buddy cop comedy con Rasche, il sodale collega del protagonista) donne bellissime, vili uomini di potere e oscuri segreti.

Ah, e  invasioni aliene e ultraviolenza, of course.


Ma come risultano questi fumetti a distanza di 30 anni (e poco meno)?

Sono storie che hanno anticipato e largamente influenzato la mitologia dell’Alieno Cacciatore come lo conosciamo oggi.

Nel caso specifico di Giungla di Cemento, come racconta Verheiden nella postfazione al volume, diversi spunti e atmosfere sarebbero state usate in quel Predator 2 del 1990 , ancora oggi troppo sottovalutato. L’ambientazione urbana, le guerre fra gang, la sparatoria in metropolitana, il turpiloquio esasperato sono tutti elementi finiti nel secondo capitolo cinematografico del buon Stephen Hopkins.

E, a proposito di turpiloquio esasperato, sono storie dove si leggono ad un ritmo sostenutissimo raffiche di battute come:

“Bel colpo amico…ma avrei una domanda… hai un coltello nel petto o sei solo contento di vedermi?”

“Conosco Shaefer. La sua assicurazione copre la automobili che gli vanno a finire addosso.”

“A Sting sarebbe venuto un colpo alla notizia di un’intera tribù sterminata, ma, ehi… c’est la vie, cazzo!”

Una lettura divertente che fa provare nostalgia verso un certo cinema action testosteronico, rozzo e auto ironico come non si fa più, quello di gente come Mark Lester, Craig R. Baxley, Mark Goldblatt o il primo Renny Harlin:  l’impronta è  insomma sapientemente rude e sarcastica, sboccata, e, per chi ama il genere, assai avvincente. Graficamente (e non solo) la migliore del lotto è proprio Giungla di cemento, dove Chris Warner è affiancato da Ron Randall e ci regala tavole dal sapore semplice e accattivante, di brutale efficacia.

La seconda e terza storia vedono il solo Randall ai disegni, i quali risultano forse un po’ più figli della loro epoca, soprattutto in Fiume Oscuro dove è evidente l’influenza del “tratto Image” imperante in quegli anni. L’artista fa comunque un onesto e solido lavoro: dopotutto, come asserisce lo stesso Verheiden nella postfazione del volume, “Ron è stato abilissimo a immortalare sia scene d’azione che donne assolutamente stupende… sempre pronto ad affrontare tutte le sfide che gli lanciavo… e gliene ho lanciate parecchie!”



Un gioco al rilancio e una scommessa vinta. Un bellissimo volume da libreria edito da saldaPress, arricchito da un’interessante prefazione di Chris Warner e dalla postfazione dello stesso Verheiden.

PREDATOR – HUNTERS

Il buon Chris Warner torna unicamente in veste di scrittore rilanciando alla grande il cacciatore alieno e imbastendo una trama semplice e galvanizzante: rimette in scena il caporale di sangue navajo Enoch Nakai, già protagonista della storica miniserie Big Game del grande John Arcudi datata 1991 e lo affianca ad un gruppo di combattenti sopravvissuti a precedenti scontri con la temibile razza aliena.

Tra piccoli colpi di scena che movimentano piacevolmente la lettura e personaggi egregiamente stereotipati (il vigliacco razzista, la rude e affascinante donna guerriera) Warner arriva addirittura a citare brillantemente (e ci piace pensare consapevolmente) il finale di Deliverance (Un tranquillo weekend di paura) già dopo poche pagine dall’inizio della miniserie. Ai disegni un talento come Francisco Luiz Velasco dal tratto molto dinamico e ultramoderno: già ottimo storyboarder e conceptual artist per Hollywood (Pacific Rim e Thor:Ragnarok per fare solo due esempi) dà il suo meglio nelle concitate sequenze d’azione e soprattutto nello splendido design delle armature dei Predator…


Prima parte di un'appassionante trilogia, rappresenta lo stimolo creativo definitivo per Chris Warner come cantore delle avventure dello Yautja: come ha raccontato lo stesso Chris, la sfida più grande e intrigante come autore è immaginare contesti storico-ambientali sempre diversi dove poter calare i temibili cacciatori alieni…

PREDATOR: LIFE AND DEATH

Primo capitolo di Life and Death, sequel dell’ottimo Fire and Stone, progetto a più mani che coinvolgeva e collegava gli universi narrativi di Aliens, Predator, Aliens vs Predator e Prometheus, si presenta come un nuova epopea entusiasmante orchestrata stavolta da un solo, grande, autore: il veterano Dan Abnett. L’autore inglese, ormai da anni in solitaria dopo il fortunato e consolidato team artistico con Andy Lanning, è abilissimo ad “apparecchiare” il sequel, sviluppando un primo capitolo (di quattro) ambientato circa un anno dopo gli eventi di Fire and Stone. E lo fa scegliendo di partire proprio con i temibili Yautja sviluppando una trama tanto semplice quanto elettrizzante: l’apparente missione di routine di un manipolo di marine coloniali sul planetoide LV-797 viene sconvolta dal ritrovamento di una misteriosa nave a forma di ferro di cavallo che fa gola anche a un gruppo di feroci cacciatori alieni…

Abnett mixa con grande abilità le atmosfere di Aliens di James Cameron (la presenza dei marines coloniali, le relazioni tra loro, gli scontri col bieco rappresentante di turno della Weyland-Yutani) e l’approccio del primo Predator dell’87, riportando di nuovo protagonista la componente horror da anni un po’ svanita nelle storie degli Yautja, a favore dell’aspetto puramente sci-fi/action.

Ai disegni l’efficace Brian Albert Thies, talento americano già autore di svariati numeri di Star Wars Legacy, dal tratto scuro, affilato ed energico. Ottimi dialoghi, senso del pericolo incombente e splendidi presupposti narrativi. Siete pronti ad affrontare l’abisso?


E questo è solo un assaggio di mondi oscuri e affascinanti, tutti da scoprire. 

Non ci resta che affidarvi alle parole della saldaPress:

"ALIEN & PREDATOR: FUORI TUTTO!

Un’occasione UNICA e IRRIPETIBILE per portarvi a casa a prezzi incredibili il meglio dell’Aliens universe a fumetti!

Da oggi e fino al 31 marzo 2021, trovate nel nostro shop online, nella categoria ALIENS & PREDATOR tantissime offerte da non perdere.
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Potete acquistare gli albi dei mensili ALIENS e PREDATOR a metà prezzo, la collezione completa degli albi a prezzo speciale, così come i cicli completi di FIRE AND STONE e LIFE AND DEATH, o tutti i cartonati usciti in questi anni in un colpo solo e altro ancora.

Insomma, se avevate intenzione di recuperare i fumetti di questi due eccezionali universi a fumetti, è arrivato il vostro momento.

Fuori tutto!
Ora."