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lunedì 8 agosto 2022

Intervista a Chris Warner

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Romics dell'ottobre 2018)



Ospite d’onore dell’ultima edizione autunnale del Romics, dove ha vinto il Romics d’oro per il suo lavoro degli ultimi trent’anni sul personaggio di Predator (come autore e disegnatore), responsabile del concept di Alien Vs Predator ben prima del successo cinematografico e editor con esperienza pluriennale nelle schiere di Dark Horse Comics – una delle più importanti case editrici indipendenti americane – : Chris Warner è questo e molto di più! 

Paper Apes: Com’è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti? 

Chris Warner: Si tratta di una storia molto, molto, lunga. [RIDE] Molti anni fa mi occupavo della vendita di vinili e proprio in una fiera molto piccola – non come questa in cui siamo ora – stavo vendendo la mia collezione di dischi. Lì ho incontrato Mike Richardson [il fondatore di Dark Horse Comics, ndr] che in quel periodo aveva una piccola fumetteria. All’epoca ancora non avevo neanche lontanamente pensato di avvicinarmi a questo mondo, ma durante la fiera Mike ha mostrato i miei lavori ad alcuni autori della Marvel Comics presenti durante l’evento. Alcuni di loro si sono avvicinati al mio stand e hanno espresso parecchi apprezzamenti per i miei lavori; in particolare Luke McDonnell, che all’epoca disegnava Iron Man, si era offerto di mostrare alcuni schizzi al suo editor dell’epoca. Mark Gruenwald e Michael Carlin sono rimasti particolarmente colpiti e mi hanno invitato al successivo San Diego Comic-Con, così ho preparato una cartella con nuovi disegni, schizzi e bozzetti. All’epoca era molto più semplice riuscire a incontrare editori e mettersi in mostra, così sono andato all’incontro e mi hanno assegnato una storia molto semplice alla quale lavorare. Mi sono così trasferito in New Jersey a casa del collega che aveva scritto quella storia: Randy Stradley [ora vice-presidente di Dark Horse Comics], poiché all’epoca era molto importante lavorare vicino alla sede centrale della casa editrice. Nel 1986 il mio amico Mike mi ha contattato perché proprio in quel periodo era nata l’idea di Dark Horse e dato che grazie alla sua APA [Amateur Press Association] aveva radunato alcuni nomi molto importanti per l’epoca – come Paul Chadwick, Frank Miller, Mark Verheiden – abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura. Se riguardo indietro mi sembra assolutamente folle pensare che se non avessi conosciuto negli anni ’70 a un piccolissimo Comicon da poche decine di persone quel ragazzo probabilmente a quest’ora non sarei qui in Italia. 

PA: SaldaPress ha di recente riproposto il tuo lavoro sul personaggio iconico di Predator, su cui ti sei cimentato sia nel ruolo di disegnatore che in quello di autore. Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà dei diversi approcci a questo tipo di esperienza? Quale possibilità creativa preferisci? 

CW: Credo che in generale la cosa più difficile da fare sia quella di imparare a disegnare bene  il Predator, perché è così pieno di dettagli (anche se ora ho acquisito una sorta di “memoria muscolare”). L’elmetto ad esempio è così difficile da riprodurre, sembra diverso da ogni angolazione! [RIDE] 


In generale però come disegnatore e come autore cerco di muovermi sempre verso una forma di realismo, dove per esempio se una storia si muove in una certa regione geografica cerco di fare più studi possibile sul luogo e su tutte le sue caratteristiche. Adesso abbiamo la fortuna di avere Internet, ma prima mi ritrovavo letteralmente sommerso dai libri per riuscire a fare un lavoro del genere.
Per la scrittura cerco di non far immergere il lettore nella testa di questo personaggio (mentre spesso i miei colleghi la pensano diversamente), e questo perché la caratteristica più interessante di Predator secondo me è proprio questa: non sapere a cosa sta pensando e quale potrebbe essere la sua prossima mossa. Questo, proprio pensando anche ai film e a tutti gli altri media, permette l’interpretazione personale delle scelte e rende ogni creatura unica e differente dall’altra. Nella vita vera puoi incontrare qualcuno in un bar o in un pub, e tu e un tuo amico potete farvi idee completamente differenti su quel tale: questo mette l’interpretazione di gesti e fatti all’apparenza molto simili in una prospettiva tutta diversa. Credo che questa sia la chiave vincente del realismo di una storia. 

PA: Avresti mai immaginato ai tempi di Concrete Jungle, con Mark Verheiden, che il personaggio di Predator sarebbe diventato così iconico? 

CW: Diciamo che era molto facile immaginare questo risultato. Si tratta di una pellicola che riesce a rapirmi e farmi staccare da qualsiasi cosa stia facendo (disegno o scrittura), probabilmente l’avrò visto un centinaio di volte. Per il suo scopo si tratta di una pellicola perfetta; questo ovviamente non significa che si tratta del miglior film di tutti i tempi, ma per quello che prova a raccontare e per come lo racconta è realizzato molto molto bene. La prima volta che ho visto la scena in cui il Predator si toglie l’elmetto e comincia a ruggire come un leone ricordo di aver pensato: “Cavolo, questa è la cosa più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita.” [RIDE]


In quel momento l’ho collegato ai grandi classici dell’horror: poteva accostarsi a grandi capolavori come Frankenstein, Godzilla. Lo stesso è successo per Alien, ma mentre con lo xenomorfo non c’è la minima possibilità di intuirne le ragioni, dato che ci troviamo difronte a un essere di pura bestialità, per Predator il discorso è differente e in qualche modo la sua razza si può accostare a quella umana. Ad esempio: nelle regioni settentrionali degli Stati Uniti c’erano 70 milioni di esemplari di bisonti americani e in poco più di un secolo la natura umana li ha ridotti a pochi centinaia di esemplari, portandoli sull’orlo dell’estinzione. Nel corso del tempo la gente li ha uccisi, con l’unico scopo di realizzare stupidi cimeli turistici: dai teschi da appendere, fino alle lingue. I Predator in un certo senso vedono noi esseri umani nel modo in cui noi vediamo gli animali, e in un certo senso si potrebbe pensare a quanto orribile possa essere tutto ciò; ma pensando alla natura umana, che così spesso cerca di eradicare altre culture, io mi chiedo: “Quanto siamo diversi da quella visione macabra?” 

PA: Quali sono le tue ispirazioni nel mondo dei fumetti? 

CW: Ci sono molti disegnatori e artisti che hanno influenzato il mio lavoro nel corso degli anni. Se ripenso a quando ero giovane e volevo entrare in questo mondo c’era un vero e proprio triumvirato che mi ha forgiato dal punto di vista artistico: Jack Kirby, Steve Ditko e Wally Wood. In seguito in questo mio pantheon immaginario sono entrati molti altri grandi disegnatori, come Neal Adams. Al giorno d’oggi probabilmente quello che mi dà maggior ispirazione è ciò che succede nel mondo. Sono da sempre un appassionato di science fiction, ma ne leggo sempre di meno perché sono arrivato alla conclusione che anche la più contorta delle idee provenienti dai libri di fantascienza non può neanche lontanamente avvicinarsi al mondo che ci circonda, sia per stranezza che per magnificenza. L’altro giorno ero in giro per Roma con Alessio [Danesi, ndr] e mi sono letteralmente ritrovato circondato dalla Storia. Quello che mi ha più stranito è stato quando ci siamo avvicinati alla Piramide e subito ho pensato “Ah sicuramente si tratterà di un edificio costruito 50 anni fa da qualche ricco uomo della zona.” Ma poi a cena mi hanno spiegato la sua storia, che non si trattava di qualche sorta di residuo del fallimento di un ristorante o di qualche parco giochi a tema, e ho scoperto che in effetti un uomo ricco l’aveva sì commissionata, ma circa due millenni fa. Questo è il tipo di cose che mi fa appassionare alla realtà, che tra le sue stranezze e le sue meraviglie spesso riesce a dare vita a storie che difficilmente riusciresti a sentire in qualsiasi altro libro o film. 

PA: A cosa stai lavorando al momento?

CW: Ho da poco concluso la seconda serie di Predator: Hunters e sono al lavoro sulla terza. Proprio in questi giorni sto pensando alla location e sto cercando di utilizzarne una inedita per le storie del personaggio. Magari potrei ambientarla a Roma, ci sto pensando proprio in questi giorni. Avrei bisogno però di un’artista italiano che mi aiuti nella scelta delle diverse location [RIDE], ma sarebbe molto interessante. 


Quello che però spesso raccomando ai giovani artisti è “non pensate troppo al vostro prossimo progetto, mettete tutta la vostra energia in quello su cui state lavorando”. Sono diversi anni ormai che occupo il ruolo di editor per la Dark Horse e spesso vedo artisti fallire o mandare all’aria progetti per concentrarsi su troppe cose contemporaneamente. Proprio il mio, che è un lavoro fisso, mi permette di non dovermi preoccupare troppo del prossimo lavoro che ho da realizzare, posso scegliere tranquillamente su cosa concentrarmi, e finché mi vogliono a bordo delle serie di Predator avrò molte idee da offrire alla causa. Quando sei un uomo anziano come me il primo pensiero dopo una giornata di lavoro non è di certo: “Ehi cerchiamo di passare tutta la notte al tavolo da disegno”, ma piuttosto cerco di concedermi del riposo bevendo una buona birra e guardando la tv. 

Grazie a saldaPress, l’organizzazione del Romics Festival e Chris Warner per l’opportunità e la disponibilità.

mercoledì 24 febbraio 2021

Mondi a fumetti da scoprire: introduzione al Predator-verso (e non solo...)

di Guglielmo Favilla


PREDATOR: 30° ANNIVERSARIO


Una volta, prima di internet, si usava molto di più l’immaginazione. Quando usciva un grande film di genere al cinema (ovvero di grossa portata popolare, tanto da segnare l’immaginario di milioni di spettatori) potevano passare anni prima di un possibile seguito e in quel lasso di tempo gli appassionati immaginavano arditi prosegui e sviluppi di storie potenzialmente infiniti. Le storie a fumetti erano quindi ottimi tappabuchi narrativi, assai stimolanti nell’alimentare speranze, spunti e cosmogonie variegate (si pensi a Star Wars, su tutte,  ma anche Terminator o Robocop…)

In questo senso i film di Alien e Predator sono esemplari e un autore in particolare, Mark Verheiden, fu il responsabile che alla Dark Horse traghettò le due saghe sulla carta stampata con ipotetici seguiti delle fortunate pellicole. Le opere di Ridley Scott (1979) e James Cameron (1986) erano tanto differenti tra loro per ritmo e modalità narrative quanto perfettamente calate in unico universo riconoscibile per entrambe. Verheiden con Aliens ha quindi diligentemente (e brillantemente) “fatto i compiti”, approcciandosi all’universo degli xenomorfi con la “dovuta” seriosità e gravosità.

Con Predator invece, forte di una sola e recentissima pellicola alle spalle, lo scrittore si diverte e lascia andare molto di più, sfornando una serie che frulla senza pudori l’action e l’horror in voga ai tempi, per il suo e nostro sollazzo. Tre storie divise fra l’88, il ’90 e il ’96 che vedono protagonista il maggiore “Shaef” Shaefer (non sapremo mai il nome di battesimo) fratello cartaceo di quel Dutch Shaefer interpretato da Arnold Schwarzenegger, protagonista del primo fondamentale Predator dell’87 . Come lui (e più di lui) sbruffone, auto ironico e fisicamente imponente  ma anche assai più cinico e iracondo, Shaef si  ritroverà per ben tre volte faccia a faccia con i cacciatori alieni, bramoso di scoprire la verità sul destino del fratello e impulsivo ai limiti del suicidio.

Verheiden riprende inoltre dal film capostipite il personaggio dell’ambiguo Generale Phillips,  rendendolo un elemento chiave nelle tre vicende… dopodiché incomincia a giocare a suo piacimento. Tre storie semplici, tre avventure che contribuiscono ad alimentare il mito del temibile alieno, raccontandone nuove caratteristiche e peculiarità ma lasciando la giusta dose di mistero. Si parte con la seminale Giungla di Cemento, in una torrida New York dilaniata da guerriglie urbane fra bande di spacciatori e narcotrafficanti (con un ritorno lampo alla giungla del primo film); l’azione si sposterà poi nelle nevi della Siberia in Guerra Fredda (ambientazione assai inusuale per gli Yautja) dove

l’esercito sovietico e i servizi segreti americani si contendono tecnologia extraterrestre in seguito all’arrivo di una navicella aliena; infine si torna, con Fiume Oscuro, alla più classica e archetipica battaglia tribale tra l’Uomo e l’Alieno  nell’afosa giungla sudamericana.

Il tutto condito da amicizia virile (il rapporto da buddy cop comedy con Rasche, il sodale collega del protagonista) donne bellissime, vili uomini di potere e oscuri segreti.

Ah, e  invasioni aliene e ultraviolenza, of course.


Ma come risultano questi fumetti a distanza di 30 anni (e poco meno)?

Sono storie che hanno anticipato e largamente influenzato la mitologia dell’Alieno Cacciatore come lo conosciamo oggi.

Nel caso specifico di Giungla di Cemento, come racconta Verheiden nella postfazione al volume, diversi spunti e atmosfere sarebbero state usate in quel Predator 2 del 1990 , ancora oggi troppo sottovalutato. L’ambientazione urbana, le guerre fra gang, la sparatoria in metropolitana, il turpiloquio esasperato sono tutti elementi finiti nel secondo capitolo cinematografico del buon Stephen Hopkins.

E, a proposito di turpiloquio esasperato, sono storie dove si leggono ad un ritmo sostenutissimo raffiche di battute come:

“Bel colpo amico…ma avrei una domanda… hai un coltello nel petto o sei solo contento di vedermi?”

“Conosco Shaefer. La sua assicurazione copre la automobili che gli vanno a finire addosso.”

“A Sting sarebbe venuto un colpo alla notizia di un’intera tribù sterminata, ma, ehi… c’est la vie, cazzo!”

Una lettura divertente che fa provare nostalgia verso un certo cinema action testosteronico, rozzo e auto ironico come non si fa più, quello di gente come Mark Lester, Craig R. Baxley, Mark Goldblatt o il primo Renny Harlin:  l’impronta è  insomma sapientemente rude e sarcastica, sboccata, e, per chi ama il genere, assai avvincente. Graficamente (e non solo) la migliore del lotto è proprio Giungla di cemento, dove Chris Warner è affiancato da Ron Randall e ci regala tavole dal sapore semplice e accattivante, di brutale efficacia.

La seconda e terza storia vedono il solo Randall ai disegni, i quali risultano forse un po’ più figli della loro epoca, soprattutto in Fiume Oscuro dove è evidente l’influenza del “tratto Image” imperante in quegli anni. L’artista fa comunque un onesto e solido lavoro: dopotutto, come asserisce lo stesso Verheiden nella postfazione del volume, “Ron è stato abilissimo a immortalare sia scene d’azione che donne assolutamente stupende… sempre pronto ad affrontare tutte le sfide che gli lanciavo… e gliene ho lanciate parecchie!”



Un gioco al rilancio e una scommessa vinta. Un bellissimo volume da libreria edito da saldaPress, arricchito da un’interessante prefazione di Chris Warner e dalla postfazione dello stesso Verheiden.

PREDATOR – HUNTERS

Il buon Chris Warner torna unicamente in veste di scrittore rilanciando alla grande il cacciatore alieno e imbastendo una trama semplice e galvanizzante: rimette in scena il caporale di sangue navajo Enoch Nakai, già protagonista della storica miniserie Big Game del grande John Arcudi datata 1991 e lo affianca ad un gruppo di combattenti sopravvissuti a precedenti scontri con la temibile razza aliena.

Tra piccoli colpi di scena che movimentano piacevolmente la lettura e personaggi egregiamente stereotipati (il vigliacco razzista, la rude e affascinante donna guerriera) Warner arriva addirittura a citare brillantemente (e ci piace pensare consapevolmente) il finale di Deliverance (Un tranquillo weekend di paura) già dopo poche pagine dall’inizio della miniserie. Ai disegni un talento come Francisco Luiz Velasco dal tratto molto dinamico e ultramoderno: già ottimo storyboarder e conceptual artist per Hollywood (Pacific Rim e Thor:Ragnarok per fare solo due esempi) dà il suo meglio nelle concitate sequenze d’azione e soprattutto nello splendido design delle armature dei Predator…


Prima parte di un'appassionante trilogia, rappresenta lo stimolo creativo definitivo per Chris Warner come cantore delle avventure dello Yautja: come ha raccontato lo stesso Chris, la sfida più grande e intrigante come autore è immaginare contesti storico-ambientali sempre diversi dove poter calare i temibili cacciatori alieni…

PREDATOR: LIFE AND DEATH

Primo capitolo di Life and Death, sequel dell’ottimo Fire and Stone, progetto a più mani che coinvolgeva e collegava gli universi narrativi di Aliens, Predator, Aliens vs Predator e Prometheus, si presenta come un nuova epopea entusiasmante orchestrata stavolta da un solo, grande, autore: il veterano Dan Abnett. L’autore inglese, ormai da anni in solitaria dopo il fortunato e consolidato team artistico con Andy Lanning, è abilissimo ad “apparecchiare” il sequel, sviluppando un primo capitolo (di quattro) ambientato circa un anno dopo gli eventi di Fire and Stone. E lo fa scegliendo di partire proprio con i temibili Yautja sviluppando una trama tanto semplice quanto elettrizzante: l’apparente missione di routine di un manipolo di marine coloniali sul planetoide LV-797 viene sconvolta dal ritrovamento di una misteriosa nave a forma di ferro di cavallo che fa gola anche a un gruppo di feroci cacciatori alieni…

Abnett mixa con grande abilità le atmosfere di Aliens di James Cameron (la presenza dei marines coloniali, le relazioni tra loro, gli scontri col bieco rappresentante di turno della Weyland-Yutani) e l’approccio del primo Predator dell’87, riportando di nuovo protagonista la componente horror da anni un po’ svanita nelle storie degli Yautja, a favore dell’aspetto puramente sci-fi/action.

Ai disegni l’efficace Brian Albert Thies, talento americano già autore di svariati numeri di Star Wars Legacy, dal tratto scuro, affilato ed energico. Ottimi dialoghi, senso del pericolo incombente e splendidi presupposti narrativi. Siete pronti ad affrontare l’abisso?


E questo è solo un assaggio di mondi oscuri e affascinanti, tutti da scoprire. 

Non ci resta che affidarvi alle parole della saldaPress:

"ALIEN & PREDATOR: FUORI TUTTO!

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Da oggi e fino al 31 marzo 2021, trovate nel nostro shop online, nella categoria ALIENS & PREDATOR tantissime offerte da non perdere.
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Potete acquistare gli albi dei mensili ALIENS e PREDATOR a metà prezzo, la collezione completa degli albi a prezzo speciale, così come i cicli completi di FIRE AND STONE e LIFE AND DEATH, o tutti i cartonati usciti in questi anni in un colpo solo e altro ancora.

Insomma, se avevate intenzione di recuperare i fumetti di questi due eccezionali universi a fumetti, è arrivato il vostro momento.

Fuori tutto!
Ora."