giovedì 14 aprile 2022

Vagabond - La perfezione dell'incompiutezza

di Alberto Tollini


Vagabond

Avevo sempre sentito parlare di Vagabond, senza però sapere di cosa trattasse fino a un paio di anni fa. Da buon videogiocatore Sonaro infatti, trepidavo per l’uscita di Ghost of Tsushima, titolo Sucker Punch che rivisita l’invasione dell’isola di Tsushima da parte dei mongoli a fine 1200. Tra un articolo e l’altro, mi sono imbattuto in un approfondimento dove si suggerivano alcune opere (film e manga) sui samurai. Oltre ai film di Kurosawa e l’allora introvabile Lone Wolf and Cub, veniva suggerito Vagabond di Takehiko Inoue, celebre per Slam Dunk. Dopo una breve ricerca su trama ed edizioni, e pur sapendo che la serie non è mai stata portata a termine, decido di recuperare il primo volume dell’edizione Viz Big, contenente i primi 3 tankobon, e se siamo qui a parlarne penso possiate intuire come sia andata a finire.

Il manga di Inoue, liberamente tratto dal romanzo di Eiji Yoshikawa, racconta la storia di Miyamoto Musashi, ronin, filosofo, poeta e artista giapponese realmente esistito, autore de “Il Libro dei Cinque Anelli”, nonché considerato il miglior spadaccino del Giappone. Ancora scosso dalla sconfitta durante la battaglia di Sekigahara del 1600, il giovane Shinmen Takezō decide di lasciare il suo villaggio alla ricerca di affermazione e diventare “Invincibile sotto il sole”. Nel suo vagabondare per il Giappone feudale, Miyamoto Musashi, questo il nuovo nome dato a Takezō, affinerà le sue tecniche, scontrandosi con avversari sempre più forti che lo faranno crescere come uomo e come guerriero, accrescendo ad ogni vittoria la reputazione in ogni angolo del Giappone. 

327 capitoli raccolti in 37 volumi, con i quali Takehiko Inoue racconta il viaggio di formazione di Takezo e la conseguente nascita della figura di Musashi Miyamoto. Nel prendere come modello di riferimento il romanzo di Yoshikawa, il manga di Inoue muta da un fedele adattamento ad una libera interpretazione dove, poco a poco, i personaggi, per quanto già ottimamente scritti, sono sempre più il frutto della matita del mangaka. Questo cambiamento, se così vogliamo chiamarlo, coincide con l’introduzione di Sasaki Kojirō a metà dell’opera. Nello spostare momentaneamente il focus narrativo da Musashi al suo più celebre rivale, Vagabond diviene finalmente il racconto del mito di Miyamoto Musashi secondo Inoue, il quale non solo si prenderà delle libertà artistiche divergenti dalla realtà storica, come rendere sordomuto Sasaki Kojirō, ma inserirà anche un sempre maggior numero di siparietti comici sulla falsariga di quelli visti sulle pagine di Slam Dunk. Espedienti per nulla invasivi o divergenti rispetto alla seriosità della prima parte, ma che anzi danno una maggiore profondità al racconto, rendendolo concreto e spogliandolo di quell’aura austera e mitica vista nei primi capitoli. Senza alcun dubbio la scelta di Inoue, creativamente parlando, lo libera dal rendere giustizia al romanzo di Yoshikawa, potendo rappresentare al meglio il Giappone di Musashi, di Otsū e di Matahachi, gli amici di infanzia di Takezō, ma anche quello di Takuan, monaco errante amico di Musashi, e quello di tutti gli altri personaggi del manga che compongono un mosaico sfaccettato e per nulla derivativo del Giappone del 1600.

Vagabond

Libertà creativa che ha permesso a Inoue di conferire un respiro più ampio al suo racconto, virando verso territori inesplorati dai quali purtroppo non sembra però in grado di uscire. Se la storia testimonia il duello tra Musashi e Kojirō, altrettanto non si può dire per Vagabond: seppur inizialmente avviata in quella direzione, ad un certo punto la storia diverge, prende una direzione inaspettata forse anche per il suo autore. Un’evoluzione coerente con quanto narrato, ma che appunto non potrebbe mai portare al tanto agognato scontro tra i due. Spero vivamente che Takehiko Inoue riesca a concludere la sua storia perché Vagabond è un’opera meravigliosa, intima e appagante, capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Prima di trattare del comparto grafico, vorrei spendere ancora qualche parola sull’Inoue scrittore, in particolare sul ritratto dei suoi due protagonisti, Musashi e Kojirō. Fin dalle prime battute del manga, l’autore delinea il dualismo dei due personaggi che, per certi versi può essere riconducibile a quello visto su Slam Dunk con Sakuragi e Rukawa, senza che però i protagonisti di Vagabond arrivino allo scontro o interagiscano, se non in maniera fugace. Prima di essere conosciuto come Musashi Miyamoto, Shinmen Takezō è un ragazzo spavaldo e arrogante, la cui infanzia è stata terribilmente segnata dalla violenza. Violenza genera altra violenza, infatti all’inizio dell’opera il mangaka ci mostra un ragazzo feroce, sempre pronto allo scontro, ma animato da un’incrollabile determinazione.
Sarà proprio la determinazione a mitigare la ferocia di Takezō fino a cancellarla, senza lasciarne traccia in Musashi. Abbandonata la ferocia e l’arroganza che lo aveva contraddistinto nella vita precedente, Musashi Miyamoto percorrerà la Via della Spada con onore, spinto dal desiderio di diventare “Invincibile sotto il sole”. Un disperato bisogno di affermazione che porterà il samurai errante ad una crescita spirituale, realizzando come la sua ricerca di perfezione non sia altro che un titolo effimero, per il quale finora ha causato solo morte e sofferenza. Una presa di coscienza che determinerà un radicale cambio di prospettiva in Musashi, dove la Spada, dall’essere l’unica costante su cui fare affidamento, si tramuta in un oggetto di morte e distruzione.

A differenza di Musashi, per Sasaki Kojirō la Via della Spada è invece l’unico modo per comunicare con il mondo che lo circonda. Inoue ci mostra come fin da bambino, Kojiro abbia sviluppato una sorta di simbiosi con la sua katana, divenuta l’estensione dello stesso Kojiro. A causa del suo handicap, il giovane ronin ha sempre avuto difficoltà nell’esprimersi e nell’instaurare rapporti con le persone, come se vivesse dentro ad una bolla. Un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, buffo, impacciato e dai modi puerili, ma che riesce ad esprimersi solo tramite la sua katana. Ogni movimento, ogni affondo, ogni fendente mostrano la terribile grazia di Kojiro, rivelandosi più efficaci di qualsiasi parola.

Vagabond visivamente non ha eguali. L’arte di Takehiko Inoue è strepitosa, forte di un realismo nelle anatomie, della potenza degli sguardi e della cura degli ambienti, dei costumi e degli oggetti, frutto di una minuziosa ricerca da parte dell’autore. Un’accuratezza esaltata dalla scelta artistica del mangaka di realizzare l’epopea di Musashi Miyamoto adottando lo stile pittorico della scuole Ukiyo-e, tecnica pittorica nata a Edo nella seconda metà del XVII secolo, abbandonando matita e china in favore del pennello. Una scelta artistica sicuramente molto più impegnativa rispetto a quella più tradizionale in grado non solo di consacrare il talento di Inoue ma anche di differenziare Vagabond rispetto alla maggior parte dei manga coevi e non.

Anche se bruscamente interrotta, Vagabond di Takehiko Inoue è un'opera meravigliosa, la celebrazione di una delle figure più celebri della storia del Sol Levante attraverso un racconto di formazione che delinea un affresco accurato dei costumi e delle tradizioni del Giappone Feudale capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST dove si parla di VAGABOND

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