di Enrico Castagnoli
Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta: ho finalmente letto V for Vendetta.
Me l’ero ripromesso da decenni, letteralmente, ma per una
serie di motivi molto poco dignitosi non avevo mai voluto o potuto affondare i
denti in questo corposo volume dal sapore distopico e socio-politico tanto
anacronistico quanto familiare, ma tutt'altro che rassicurante.
Tutto per rispondere ad una domanda che mi facevo da un po’:
che cos’è V per un lettore del 2020?
Parliamone.
La Premessa
Sono passati più di vent’anni da quel 1997 quando, su un
parimenti usurato e amato volume Play
Press prestatomi da un amico, lessi per la prima volta Watchmen. Esattamente come è successo alla stragrande maggioranza
di chi lo ha letto, fu per me un’esperienza assolutamente folgorante. Watchmen,
scritto molti anni prima (tra il 1986 e l’87), premeva con forza inarrestabile
contro quelle barriere immaginarie che avevo sempre considerato i limiti del
medium fumetto. Sia in termini di linguaggio,
che di struttura, che di tematiche, Watchmen si dimostrava anni luce avanti a
tutto quello che avevo letto fino ad allora. Ecco, quello fu il momento in cui
conobbi Alan Moore.
Ma non dovevamo parlare di V for Vendetta?
Ci arriviamo subito.
L’uomo dei testi
Nato nel 1953 a Northampton, Alan Moore è stato uno dei
protagonisti della cosiddetta British
Invasion che a partire dagli anni ’80 portò nuova linfa, brillante e
dirompente, nel fumetto statunitense. Ad un lettore attento basterebbe dare uno
sguardo alla primissima bibliografia di Moore per rendersi conto dell’impatto
che quest’uomo strano, barbuto oltre i limiti della decenza, ha avuto non solo
sull’industry dell’epoca, ma come abbia contribuito a preparare il terreno dal
quale i migliori fumetti che leggiamo oggi germogliano rigogliosi. Capite bene
che se già nel 1982 ci parla di realtà parallele (Capitan Bretagna), nel 1984 ci racconta il sesso come fusione
metafisica (Swamp Thing), nel 1986
affronta lo spettro della guerra e le piccolezze dei grandi del mondo (Watchmen), o ancora nel 1988 ha solo
bisogno di una barzelletta per farci capire una volta per tutte che Batman è
fuori di testa (Batman: The Killing Joke)
non serve che sia io a farvi notare che Alan Moore ha sempre avuto, fin dall’inizio
della sua carriera, un talento eccezionale nel saper leggere e raccontare
l’Uomo e la società.
E V for Vendetta? Non dovevamo arrivarci subito?
Ancora un momento.
L’uomo dei volti
Di poco più vecchio, nato nel 1950 a Enfield, David Lloyd è il complice di Moore
nella creazione di V for Vendetta. Disegnatore talentuosissimo, seppure poco
prolifico, dallo stile estremamente sobrio e realistico, è il grande architetto
dell’estetica di V e del mondo in cui si muove. Nascono dalle sue mani i volti
fastidiosamente comuni e quotidiani degli antagonisti della storia,
potentissimi uomini dalle piccolissime e sudicie anime. È grazie al suo tratto
corposo e intenso che la storia di V ha un ritmo vibrante e molto preciso,
cadenzato e mai banale, pur nella totale assenza di onomatopee o effetti sonori
(una sua idea). Paradossalmente, fu proprio il suo stile così poco flamboyant (insieme al prezzo di
copertina dell’edizione all’epoca) che tenne lontano il giovane me, vittima
degli stessi preconcetti sui comics di cui vi parlavo poco sopra, da questa
storia. Bene, non fate il mio stesso errore.
Dunque, è dalla matita di Lloyd che V ha preso le sue
fattezze, il che è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che hanno
contribuito enormemente all’evoluzione della storia. Inizialmente, infatti,
nelle intenzioni di Moore V sarebbe dovuto essere un poliziotto del regime
britannico che segretamente lavorava per sabotarlo dall’interno.
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Un grande richiamo ai fumetti pulp, ma che mancava di una personalità forte. |
Fu appunto di Lloyd
l’idea di dare a V le fattezze di una maschera di Guy Fawkes, celebre
terrorista ante litteram della Londra del XVII secolo, su cui tornerò tra un
attimo per la terza e, vi assicuro, ultima piccola premessa.
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Non vi preoccupate se la calligrafia vi risulta illeggibile. Lo è tuttora anche per Moore. |
Ed è dunque così che,
dopo qualche ritocco al cappello, V ha acquisito il suo look iconico e
inconfondibile, costringendo per altro Alan Moore a ripensare buona parte del
materiale già scritto per adattarlo alla nuova persona (intesa come personaggio,
alla latina) del suo protagonista.
Finite le premesse?
Ancora una, chiedo
perdono.
L’uomo della Maschera
L’ultima cosa di cui vi vorrei parlare, prima di tentare di
rispondere alla domanda iniziale, è proprio Guy Fawkes. Perché non so voi, ma
io mi ero sempre chiesto chi fosse esattamente e perché Moore avesse scelto
proprio lui come non-volto di V. Ok, abbiamo appena scoperto che l’idea è stata
di Lloyd, ma Moore c’è andato a nozze senza esitazioni. Quindi chi è?
Tutto quello che sapevo è che Fawkes era uno che nel
Seicento voleva far saltare il Parlamento inglese, che era stato beccato prima
di riuscirci ed era stato giustiziato. Bene. La nostra storia si apre proprio
con V che fa la stessa cosa. Benissimo. Eppure sentivo che mi mancava un pezzo,
c’era qualcosa che mi sfuggiva.
Ecco, dunque, che dopo un salto su Wikipedia, imparo
qualcosa di nuovo. Sì, Fawkes è stato membro di una congiura di cinque cattolici
inglesi che nel 1605, il 5 novembre, aveva pianificato di far saltare in aria
il re Giacomo I Stuart (protestante) insieme a tutto il Parlamento inglese, allo
scopo di traghettare l’Inghilterra sì verso una monarchia assoluta, ma
cattolica, sul modello di Francia, Spagna e Austria.
Quello che è interessante e che ci porta alla maschera di
Guy Fawkes è quello che è successo dopo.
Nel gennaio 1606, due mesi dopo l’arresto dei congiurati, il
Governo inglese stabilisce l’ Observance
of the 5th November Act, una festività nazionale per ringraziare Dio per
aver salvato la vita al re. Da quel momento, il 5 novembre diventa una
festività annuale, dove si fanno durissimi sermoni anti-cattolici, fuochi
d’artificio e si bruciano effigi con la maschera,
ecco che ci siamo, di Guy Fawkes.
Nell’arco di tre secoli la festività ha subito innumerevoli
cambiamenti: dal filomonarchico Gunpowder
Treason Day, dove si bruciavano appunto immagini di Fawkes e del Papa, si
arriva gradualmente al popolarissimo Guy
Fawkes Day, dove bambini e mendicanti mascherati chiedono la carità, pur
sotto la luce dei tradizionali fuochi d’artificio e dei falò (talvolta
rinforzati con piccole cariche di polvere da sparo, con somma preoccupazione
delle autorità).
Ecco quindi il grande cambiamento di paradigma: in quello
stranissimo Paese che è l’Inghilterra, sempre combattuto tra tradizione e
ribellione, Guy Fawkes cambia, da figura
eretica da bruciare, a simbolo di carità e assistenza ai più bisognosi.
Se ve lo steste chiedendo, il Guy Fawkes Day (che dalla Prima Guerra Mondiale è stato
ribattezzato Firework Night) esiste
ancora e viene ancora festeggiato ogni 5 novembre, sebbene in modo più modesto,
dato che il suo legame con la politica e la religione oggigiorno è molto meno
sentito.
Bene, sperando a questo punto di non avervi persi tutti
nella ricerca spasmodica di cosplayer zozze con la maschera di V, arriviamo
alle tanto agognate riflessioni sull’opera.
Finalmente!
Lo so, scusate.
V for ‘Venti
Riassumere la trama è facilissimo: V for Vendetta è la storia di un terrorista mascherato conosciuto
solo come V che si muove all’interno
di un mondo distopico in cui l’Inghilterra non è solo l’unico Paese
sopravvissuto alla guerra nucleare globale, ma è anche diventato un regime da
incubo, oppressivo e totalitario.
Ecco, partiamo dal titolo: V for Vendetta.
La V è un po’ il
tema portante dell’opera, ogni capitolo del volume ha un nome che comincia per
V e il nostro protagonista prende il nome dalla cella 5 (in numeri romani)
dalla quale esce forgiato e trasformato, nel corpo e nella mente, dal campo di
concentramento del Governo nel quale viene scelto come cavia per esperimenti
disumani.
Eppure anche questo piccolo guizzo di penna ha un
significato duplice. Rovesciate il simbolo che il nostro Zorro distopico lascia
sui manifesti del regime e troverete un segno stranamente simile a quello di
Anarchia.
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| Manca solo una stanghetta orizzontale per comporre la canonica A. |
Poi c’è la Vendetta. La grande distrazione. Perché
in effetti di vendetta in questo libro ne troverete pochissima. Il nostro
protagonista, lo scopriamo insieme agli investigatori che si mettono sulle sue
tracce, ha portato avanti segretamente la sua personale vendetta contro gli aguzzini
del campo di concentramento da decenni, ben prima che iniziasse la nostra
storia. Noi, come i suoi inseguitori, ne vediamo solo le ultime propaggini, con
il rapimento e la riduzione alla catatonia di Lewis Prothero (allora ufficiale
del campo e ora a capo della Bocca, l’organo televisivo di propaganda del
regime), del Vescono di Londra Anthony Lilliman (allora supporto spirituale per
i detenuti, ora massima carica religiosa in questa Inghilterra da incubo,
pedofilo e predatore sessuale) e infine della dottoressa Delia Surridge
(ricercatrice medica, responsabile all’epoca degli esperimenti sui detenuti).
Dopo questi tre ultimi
omicidi la Vendetta è compiuta, ma siamo appena al primo libro (su tre) che
compongono l’opera. E il resto? Come supposto, a ragione, dall’investigatore
Finch, il vero scopo di V è un altro. E riguarda la sua Inghilterra quanto
riguarda noi.
Ad un’analisi attenta, V è quasi una non-persona, le cui intenzioni
e i cui ragionamenti sono del tutto avulsi dalla storia in cui si muove. V vive
ad uno stadio di consapevolezza superiore rispetto ai qualunque altro personaggio
e per tutto il tempo porta avanti il suo vero proposito: ricordare al popolo
inglese quale responsabilità ha regalato a questo regime di omini meschini e
che è il momento di riprendersela, quella responsabilità.
V, complice il pretesto
narrativo degli esperimenti che gli hanno distorto la mente, vive la storia
come una serie di tasselli del domino, che devono essere allineati per poi
mettere in moto, o ri-mettere in moto, la coscienza delle persone.
V, nonostante la teatralità e l’eloquio, è sempre
terribilmente lucido, inarrestabile e inflessibile, nelle sue decisioni. V ha
sempre qualcosa da insegnare ai suoi comprimari, una nuova consapevolezza da
regalare, un ricordo da risvegliare, spesso a costo di un pezzo di sé. Per
questo dico che V è una non-persona. Perché alla fine di lui non sappiamo nulla
al di là del suo scopo, ma questo è il gioco di Alan Moore: V è un simbolo che
si auto-crea e si auto-determina quasi come se scrivesse un personaggio altro
da sé. Pazzo o illuminato, terrorista o Messia, V è e resta un propulsore della
narrazione più che un personaggio in carne e ossa.
In termini letterari, direi che V è un meta-personaggio, che crea consapevolmente il proprio ruolo nella
storia, sa che dovrà prendere delle decisioni specifiche prima di arrivare alla
conclusione, che conosce e che sa quando arriverà, ma senza mai superare il
limite della quarta parete.
Tuttavia è comunque affascinante
notare come Moore, che come dicevo è un maestro nel racconto dell’animo umano,
inserisca all’interno dell’opera dettagli, momenti e battute che ci fanno
intravedere il lato umano di V.
Ecco perché dicevo che quasi una non-persona: le rose, la lettera trovata nella cella, la
pietà dimostrata nei confronti della dottoressa Surridge, fino alla
consapevolezza del sacrificio finale che egli sa di dover compiere, ma che
affronta con la tristezza e il senso di fatalità che colpirebbe chiunque sa di essere prossimo alla fine della propria storia. V non è uno zelota fanatico, ma un uomo che ha deciso di
diventare altro. Non per sé ma per gli altri.
Sì, ma qual è questo
scopo?
V vuole ricordare al
popolo inglese che è suo il diritto di auto-governarsi. Che questo diritto è
stato ceduto, per un sacco di ragioni comprensibili e umane, a un’élite di
persone che si sono rivelate indegne di tale potere, e che questo è il momento
di riprendersi quel diritto.
Questo diritto si può
recuperare solo con un processo in due parti: la prima è la distruzione di ciò
che c’è, la seconda è la ricostruzione di ciò che si vuole.
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Il Parlamento (ormai vuoto e inutile da decenni) è il primo simbolo che viene sacrificato per risvegliare le coscienze. |
Dunque, V for Vendetta è un manuale su cos'è l'Anarchia, che spiega con chirurgica
lucidità quello che vuol dire giungere alla Terra di Fa’-Ciò-Che-Ti-Aggrada e
non, come è facile fraintendere, alla Terra di Prendi-Ciò-Che-Vuoi.
Non è un processo piacevole, né rapido. Prima di tutto ci vuole
uno spirito distruttivo, bisogna rinunciare a tutto ciò che si conosce, persino
alla propria felicità.
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| La cosa peggiore? E' vero. |
Bisogna uccidere i
tiranni e i loro lacchè, bisogna demolire i simboli dell’oppressione, bisogna
imparare a non avere paura per sé e non temere neppure la morte. Poi, dopo che tutto
questo è stato compiuto, questo spirito deve cessare di esistere e lasciare spazio ad un
altro spirito, puro, gentile, che aborrisce l’omicidio, che vuole solo
costruire un futuro luminoso per tutti. Uno spirito di comunità, dove ognuno è
responsabile per sé e non soggiogato ad altri.
Attenzione, però. Vi parlavo di spirito, non di persone. V questo lo sa, ed ecco il vero motivo per cui non toglie mai la maschera.
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Eppure il sangue scorre lo stesso.
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Tuttavia, all'interno di questo processo dalla logica essenziale e all'apparenza elementare, ci sono le persone. Ed ecco che ci imbattiamo nei personaggi che gravitano intorno a V e alla sua missione.
Gli Uomini
Diciamolo: gli uomini in V for Vendetta non fanno una gran figura. Vi parlo prima di loro perché, di nuovo, contrariamente a quello che si può pensare di un fumetto scritto da un maschio bianco caucasico alla fine degli anni '80, le donne sono molto più interessanti e importanti ai fini della storia. Ecco, in un mondo post-nucleare, totalitario e oppressivo gli uomini sono fondamentalmente di due categorie: i soldati e i generali.
I soldati sono persone comuni, diremmo per bene, che fanno il proprio dovere, che obbediscono alle regole, che sanno di agire all'interno di una struttura sociale aberrante, ma che continuano a credere di muoversi nel migliore dei mondi possibili, date le circostanze. L'ordine è meglio dei disordine, non importa a quale prezzo.
Esemplare è la figura dell'Ispettore Finch, uomo acuto ed estremamente intelligente, ma gregario e assoggettato a tutti gli ingranaggi del regime. E' lui che capisce il legame tra V e il campo di concentramento di Larkhill, dove si reca e dove, grazie al piccolo contributo di due compresse di LSD (Moore non ha mai fatto mistero della sua fascinazione per le sostanze psicoattive e il loro ruolo nelle pratiche sciamaniche), cerca di ricostruire i processi mentali di V. Il risultato vedrà Finch ottenere le risposte che cercava, ma anche espandere la propria coscienza fino a ricordare ciò che ha accettato di sacrificare sull'altare della pace sociale: la propria famiglia, perché di colore.
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| Il ricordo della felicità perduta. |
Sì, non ve l'ho detto per non interrompere il filo del racconto, ma nell'Inghilterra di V il partito al governo (l'unico), chiamato Fuoco Norreno, ha usato i campi di concentramento per cancellare ogni etnia che non fosse caucasica, ogni idea che non fosse approvata e ogni identità (sessuale, politica o personale) che non combaciasse con il modello da esso determinato. Un mondo senza colori, dunque. Senza musica, senza arte, senza pensiero.
Come immaginerete, in questa distesa di macerie umane, il resto dei soldati sono canaglie, a volte in buona fede, altre volte molto meno, che fanno ciò che devono per restare al proprio posto nella spietata catena alimentare della società.
Poi ci sono
i generali, biechi oligarchi che si sono spartiti la torta del potere.
È tramite costoro che Moore ci racconta ciò che pensa: il potere, in uno governo assoluto, finisce in mano a persone senza alcun merito che non sia ottusa fermezza e mancanza di coscienza. Malvagi, meschini, freudianamente allucinanti, deboli, corrotti, arroganti e immaturi, i capi dell'Inghilterra di V sono quanto di peggio ci si possa aspettare da un governo fallocentrico proto-nazista di un fumetto che parla di Anarchia.
Adesso, scusate la pausa ad effetto, io non vi dirò di accendere la televisione e fare un giro per i telegiornali, perché è contrario alla politica di questo blog, ma sono certo che se per un attimo vi fermate a pensare ai potenti del nostro mondo, nel civilissimo e moderno 2020, troverete (come ho trovato io) delle similitudini più che spaventose. Non delle identità, grazie al Cielo, ma similitudini molto evidenti con personaggi di un fumetto, ricordiamolo, finito di pubblicare nel 1988. Ed ecco quello che scrivevo all'inizio: Moore ha un talento smisurato nel raccontare l'Uomo e la società.
Tra questi generali vi parlo solo del capo del partito, l'intoccabile uomo al vertice del Fuoco Norreno: Adam Susan. Se la sua figura e il suo cognome sono patetici e ridicoli, è il suo assoluto distacco dalla realtà a renderlo realmente spaventoso. Susan è un personaggio imperscrutabile, taciturno e immobile, tanto da lambire i limiti della catatonia. È il capo dell'intero sistema politico, eppure non sembra prenderne parte attivamente, al di là di esigere risultati (sulla ricerca di V) e minacciare ritorsioni.
Ebbene, dalle poche e sparse pagine di monologo interiore che gli sono dedicate scopriamo che Susan è un mitomane assoluto, convinto di parlare con Dio, suo unico compagno di viaggio e consigliere. Di più: Susan si vanta con sé stesso di essere l'unico ad aver scoperto com'è fatto il corpo di Dio e, per questo, di amarlo. Ciò che intende è il super-computer chiamato Fato che consulta ogni giorno - tutto il giorno - dal proprio ufficio.
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| Questo pensa il capo del partito. |
Nota a margine, trovo interessante che il computer, che all'insaputa di tutti è il vero punto di riferimento per l'uomo più potente del mondo, sia stato chiamato proprio Fato, come l'unica forza che nella mitologia greca è più potente persino degli dei.
Dunque, V viola il sistema di Fato e fa credere a Susan che il suo amore sia corrisposto. Dopodiché sospende ogni comunicazione, portando rapidamente l'uomo ad uno stato di ansia totalizzante, una sorta di sindrome dell'abbandono che lo porterà a staccarsi completamente dalle sue mansioni politiche. V, in questo modo, a tutti gli effetti ha decapitato il partito.
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| Un uomo distrutto. |
Perché vi racconto questo? Perché quello che apprendiamo dall'ultimo monologo interiore di Susan, durante la stessa parata in cui verrà assassinato (ci torniamo subito), è che l'uomo più potente del mondo, omosessuale represso, sente di appartenere, lui solo, ad un piano dell'esistenza del tutto diverso rispetto a tutti gli altri. Egli guarda la folla accalcata lungo la strada e non prova nulla per loro, sa che solo il suo dio dalle forme nere, lucide e lisce lo può capire, ma ormai sa anche che quel dio non lo ama più. È a questo punto che nella fragile mente di Susan si fa largo l'idea che forse l'amore di quella folla festante è tutto ciò di cui ha bisogno. Non vede che la folla è minacciata dagli agenti del Dito (la Gestapo del mondo di V), non si accorge che è tutta una finzione e che anche lui è ormai un fantoccio in mano agli altri dirigenti del partito. Così come non si accorge, fino all'ultimo momento, di una donna che si sta avvicinando all'auto presidenziale sulla quale sta viaggiando.
Prima di procedere a parlare di questa insignificante donna tra la folla, datemi un ultimo momento per sottolineare come, sebbene l'omosessualità di Adam Susan sia ai nostri occhi quanto di più stereotipato possibile, la sua fascinazione, ossessione e perfino amore nei confronti di ciò che gli restituisce lo schermo di un computer, invece sia qualcosa che oggigiorno suona quantomeno profetico e assolutamente spaventoso.
Manca ancora parecchio?
Il bello viene adesso, promesso.
Le Donne
Al contrario degli uomini, rozzi, bassi e fondamentalmente deprimenti, le donne in quest'opera, e tre donne in particolare, colpiscono per la complessità, modernità e importanza simbolica.
Anzi sarebbero quattro, ma la quarta, che è la prima in ordine d' importanza, è una figura talmente cara a V che non ve ne parlerò. Analizzandola in questo caos di considerazioni sparse mi sembrerebbe di farle un torto quindi, se volete saperne di più, l'unico modo sarà leggere questo libro. Il suo nome è Valerie.
Dunque torniamo alle nostre donne.
Queste tre figure sono fondamentali perché rappresentano tre declinazioni esemplari dell'animo umano nella sua accezione più complessa e sfaccettata, cioè quella femminile.
Sono donne tridimensionali e del tutto realistiche che, in un tutt'altro che casuale richiamo alle Norne della mitologia norrena, rappresentano anche le tre fasi del tempo: passato, presente e futuro.
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Un'iconografia ricorrente attraverso i secoli. Questa la versione di Tiziano conservata alla National Gallery di Londra. |
La prima di cui vi voglio parlare è Helen Heyer, moglie del capo dell'Occhio, l'agenzia di sorveglianza (continua e capillare) con cui il governo controlla la popolazione.
La signora Heyer è ben più di una donna forte: vero e proprio carnefice, è spietata e priva di scrupoli morali. Usando il proprio bel corpo come un'arma, ha manovrato segretamente i fili dietro le quinte per ritagliarsi il suo spazio in cima alla catena alimentare del partito sin dall'indomani della guerra nucleare.
Quando le cose si faranno difficili, sotto la pressione di V e del crescente disordine sociale, userà di nuovo il proprio charme per circuire il peggiore degli esponenti del partito, Alistair Harper, tagliagole e fidato Fingerman (agente della polizia segreta), che secondo i suoi piani le garantirà di restare all'asciutto quando le cateratte della rivolta si apriranno.
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| E' chiaro chi comanda. |
Hellen Heyer è una donna assolutamente incrollabile, adamantina, sicura di sé e affascinante. Sa come prendere un uomo per la gola (ci siamo capiti) e non ha problemi a farlo. Anche se concede il proprio corpo a uomini potenti, chiedo scusa ai lettori più sensibili, è lei quella che fotte.
Non è un caso se l'opera si chiude proprio con una Hellen sporca e decaduta che, tra le macerie di una Londra devastata dalle rivolte, cerca penosamente di usare ancora una volta il proprio fascino per assoggettare una piccola comunità di derelitti riunita intorno ai bidoni in fiamme.
Tuttavia il suo mondo appartiene ormai al passato, anche lei non potrà mai accettarlo.
La seconda è invece la misteriosa donna di cui vi parlavo poco sopra che, ignorata da tutti, si avvicina all'auto presidenziale e assassina Adam Susan durante la parata. Il suo nome è Rose Almond. Moglie di un altro alto esponente del partito, Rose resta vedova quasi all'inizio della storia, quando suo marito ha la sfortunata idea di affrontare V da solo. Rose, dunque, perde istantaneamente il proprio status di moglie di qualcuno di importante e tanto basta, in questa società misogina, per farla precipitare in fondo alla catena alimentare. Vera e propria vittima, già all'apertura della nostra storia troviamo Rose picchiata da suo marito, che la tratta come un vuoto pezzo di carne, bello da mostrare e da possedere, ma degno di nessun rispetto. Lei lo ama comunque, tanto che anche dopo, da vedova, impiegherà molto a maledirne il nome. Le cicatrici delle catene, anche se mentali, sono dure a scomparire.
Rose finisce a fare la ballerina di strip club, comunissimo luogo di ritrovo per gli uomini di quest' Inghilterra disumana. Viene ancora corteggiata da ex colleghi del marito, che fanno leva della propria posizione per prometterle sicurezza in cambio di sesso. Ogni promessa è disattesa e Rose cade sempre più in fondo a un baratro di disperazione che la inghiotte. Eppure, proprio in fondo a questo baratro, Rose trova la sua forza.
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Il primo e ultimo momento in cui Rose è libera dalle sue catene.
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Ed ecco l'ultima lezione di Moore, sulla quale torneremo tra poche righe: solo una volta che hai rinunciato a tutto, persino alla paura di morire,
puoi veramente cambiare il mondo.
Per questo, in tutto e per tutto, Rose incarna la vita e la morte del presente.
Il che ci porta all'ultima, fondamentale figura femminile di V for Vendetta, la più giovane delle Norne e co-protagonista dell'opera: Evey Hammond.
Evey è giovanissima, ha appena 15 anni quando la conosciamo. Eppure Evey non è una ragazzina innocente e pura in senso assoluto: quando V la incontra per la prima volta, nella sequenza che apre la nostra storia, Evey sta cercando di prostituirsi (per la prima volta) perché il suo misero lavoro, alla fabbrica di munizioni, è retribuito troppo poco.
Salvata da V da un gruppo di Fingermen intenzionato a giustiziarla sul posto, dopo averne abusato, Evey è la testimone dell'esplosione del Parlamento di cui abbiamo già parlato. Da quel momento, V la prenderà con sé, portandola nella sua casa, la Galleria delle Ombre, dove inizierà a condividere con lei i propri pensieri e le proprie intenzioni.
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Immaginate di vedere un Botticelli in un mondo che ne ha cancellato ogni ricordo. |
Evey, tuttavia, è in tutto e per tutto una bambina figlia del suo tempo, orfana di un padre nemico del regime, cresciuta in fabbrica al suono di marcette militari, che vede tutto in bianco e nero, che desidera (senza concepire) un mondo diverso da quello che ha di fronte, ma che fa obiezioni e considerazioni petulanti sui metodi utilizzati da V.
Questa ragazzina gli sarà complice nei primissimi attentati, quelli concernenti la brevissima Vendetta di cui parlavamo all'inizio, ma si allontanerà da V (o meglio sarà allontanata da lui) quando la violenza per lei sarà diventata insopportabile. Troverà poi, per breve tempo, conforto tra le braccia di un uomo molto più vecchio di lei, Gordon, un pesce piccolo di buon cuore ma di pessime amicizie, che perderà infine la vita in questo mondo che vive, come abbiamo già detto, di una spietata legge della giungla.
Che accade quindi a Evey? Viene arrestata e messa in cella, rasata a zero, torturata e interrogata per settimane sul suo coinvolgimento con i piani di V. È nella gelida disperazione della sua cella che Evey inizia a rivivere ogni passaggio della propria vita, a ripensare a ogni persona che ha incontrato e, grazie ad una fessura nel muro, a fare la conoscenza di Valerie, di cui vi ho già detto che non vi parlerò.
Quella che esce da quella cella, dopo un tempo apparentemente interminabile, è una donna distrutta nel corpo (sporca, denutrita e chiaramente invecchiata), ma resa indistruttibile nel cuore e nell'anima. Una donna che, nella difesa dei propri principi, nella volontà di non tradire V, è arrivata allo stesso stato di rivelazione di Rose Almond, uno stato di serenità assoluta in cui nessun rimpianto, nessun rimorso e neppure la paura della morte possono ormai raggiungerla.
È a questo punto che Evey scopre che per tutto il tempo era stato proprio V, che si era sostituito ai Fingermen che avrebbero dovuto portarla in carcere, a tenerla prigioniera nella Galleria delle Ombre.
Come è ovvio, Evey non la prende benissimo, è furiosa con V ma, e questa è la cosa interessante, non tanto per la prigionia e le torture, ma per il fatto che ora Evey non teme più nulla. Perché vivere nella totale libertà, morale, personale e sociale è la cosa meno spontanea e più spaventosa in assoluto.
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La gabbia è aperta.
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È in questo momento che Evey diventa una donna e qualcosa di più, da spettatore a creatore, da vittima a padrona del proprio destino, da semplice testimone a erede dello spirito del futuro.
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| Non serve aggiungere altro. |
Le conclusioni
Dunque, cos'è V for Vendetta letto oggi, nel 2020?
Quando mi sono imbattuto per la prima volta in questa storia, proprio intorno a quel 1997 in cui è ambientata, ho trovato che il suo essere un'ipotesi di un futuro che non si era verificato le togliesse forza e significato.
Pensavo che parlare di un'Inghilterra proto-nazista, per me che amavo viaggiare in terra d'Albione e ammiravo immensamente il miscuglio di esoterismo e conservatorismo di cui quella terra è pregna, non avesse alcun senso.
Ritenevo che avere un terrorista come protagonista fosse un pretesto per vendere l'ennesimo anti-eroe fico e tenebroso, ma che fondamentalmente fosse pericoloso dare un valore eroico a uno che faceva saltare in aria i palazzi storici.
Eppure, proprio perché ora ho qualche anno in più, finalmente capisco cosa voleva dire Alan Moore.
Capisco che cos'è l'anarchia di cui ho sentito tante volte parlare, e quanta sia la consapevolezza che richiederebbe un processo di rivoluzione sociale così totale.
Capisco quanto le parabole, anche di un mondo che non c'è, anche se parlano di filosofie che non mi appartengono, siano fondamentali per tenere alta la guardia contro il lato oscuro dell'Umanità, che mai come oggi sembra incombente.
Capisco, e qui farò sobbalzare qualcuno, che storia, politica, letteratura e religione possano parlare delle stesse cose e che V è una vera e propria figura cristica in salsa norrena, con il suo Pietro (che lo rinnegherà tre volte), il suo Giuda (che è l'esecutore materiale del martirio), il suo momento del giardino degli ulivi e il suo fato predeterminato dalla nascita (avvenuta in una cella con il numero V sulla porta).
Capisco come l'animo umano sia una costante orizzontale che ci unisce tutti quanti, vivi e morti, in un viaggio da costruire insieme con coscienza e amore, ma senza paura.
C'era una volta una scritta, su un muro davanti al quale sarò passato un milione di volte da quando ero bambino. Non so se è ancora lì, ma adesso lo spero con tutto il cuore.
Diceva: educhiamoci e ribelliamoci.
Adesso capisco.