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lunedì 21 febbraio 2022

Intervista a Dan Panosian

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)




PAPER APES: Come è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti e come sei arrivato a Slots, probabilmente il tuo lavoro più personale e introspettivo? 

DAN PANOSIAN: Volevo disegnare fin da quando avevo 14 anni, quando mi divertivo a inventare personaggi di Dungeons & Dragons per amici e conoscenti. Loro mi mandavano le descrizioni dei loro eroi e io li mettevo su carta. La mia passione per il role play gaming è continuata anche alle superiori, quando illustravo manuali di gioco. Quell’esperienza mi è servita poi per entrare a 21 anni in Marvel… e dopo tutto questo tempo ancora oggi non sono contento del mio lavoro, quando siedo vicino ad altri artisti durante le convention sento molta pressione addosso e sono molto invidioso del loro livello![RIDE] La gestazione di Slots è durata probabilmente 10 anni, durante i quali ho lavorato alla stesura della storia e allo sviluppo di tutti i personaggi. Circa 3 anni fa ho proposto il progetto a Robert (Kirkman, ndr) che si è dimostrato sin da subito molto entusiasta ed ha deciso di proporlo sotto l’etichetta Skybound



PA: Durante le riprese del film Logan hai partecipato a un esperimento molto strano per quanto riguarda il mondo della Nona Arte: la realizzazione di diversi comic book (scritti e disegnati da te) che vediamo sfogliare dai personaggi durante la pellicola ma che in realtà non esistono. Cosa ci puoi raccontare di quell’esperienza? 

DP: La proposta è arrivata 3 anni fa, proprio mentre Skybound aveva deciso di produrre Slots. Mi sono occupato delle storie, dei disegni, dei colori e del lettering; anche se ogni storia ha una sua identità completa, durante tutto il film non vedi mai l’albo sfogliato interamente. Non sapendo come sarebbe
stato inquadrato, insieme a Joe Quesada abbiamo realizzato addirittura delle finte pubblicità tra le pagine così da renderlo più realistico possibile. Spesso le persone sulle chat si divertono a dire “Ah anche io ho quel volume, ho anche io quelle storie” invece non ci sono possibilità di averli, garantito al 100% da me. Marvel Comics ha  addirittura chiamato la Fox dicendo “Ehi, non potete usare i nostri volumi nei vostri film!” ma si tratta degli studi legali, che non conoscono bene i meccanismi dietro queste cose. Io l’ho preso come un complimento, perché significa che avevamo fatto proprio un bel lavoro! [RIDE] 

PA: In passato (come affermi anche nella postfazione al volume di Slots) hai espresso la tua volontà di mollare il mondo dei fumetti, magari per dedicarti alla boxe. Hai davvero intenzione di lasciare prima o poi questo mondo? C’è il rischio di non rivedere il tuo nome sulle pagine di qualche fumetto nel prossimo futuro? 

DP: Oh no ho molte idee per il futuro! Ho un progetto segreto con Marvel Comics e poi tornerò di nuovo alla Image. Non potete fermarmi, sarò sempre in giro pronto a disegnare e scrivere fumetti. [RIDE]

PA: La boxe -una delle tue passioni più viscerali- e i fumetti sembrano essere due mondi profondamente distanti. D’altra parte se si collabora con qualcuno (in questo caso con uno sceneggiatore) troviamo lo stesso concetto di “dare e avere” che caratterizza questo sport...

DP: Sì, forse si assomigliano un pochino. Beh, in ogni caso, come disegnatore o come autore completo, spero di vincere! [RIDE] I disegnatori spesso sono quelli che vincono , ma anche quando mi trovo nel ruolo di autore completo lo sento come un "match" con me stesso. Amo l’idea di scrivere anche perché ti permette di produrre all’infinito senza fermarti praticamente mai. 

PA: Slots sembra rifarsi anche a molti film di genere. Hai qualche titolo in particolare che ti ha aiutato durante il lavoro? 

DP: Sicuramente tra i film a cui l’opera si ispira c’è L’eroe della strada (Hard Times) di Walter Hill con Charles Bronson… anche se il mio fumetto ha delle tinte molto più comiche mentre nel film si trovano toni più cinici e oscuri. In un certo senso si potrebbe quasi dire che il protagonista assomiglia molto di più a Speed (il manager, interpretato da James Coburn, ndr) che a Chaney (il pugile, interpretato da Charles Bronson), anche se lui non può combattere [RIDE].

Si tratta di una delle pellicole che preferisco e che ho visto e rivisto con mio padre più volte e a cui sono legato per molteplici motivi. Adoro poi altri film, molto differenti fra loro, ma ugualmente influenti per la mia opera come Gli Spietati e Conan il barbaro

PA: Hai dei punti di riferimento nel mondo dei fumetti? 

DP: Sicuramente uno dei miei numi tutelari è quello di Mark Drakkar, un autore che ha collaborato spesso con la rivista Mad Magazine. Poi ci sono i grandi maestri come Wally Wood e Frank Frazetta. Uno degli autori che più ha sconvolto la mia carriera è Enrico Marini (autore di Gipsy, Scorpions e del recente Batman-ndr). Ero in America mentre disegnavo i miei progetti e vedevo i suoi lavori pensando “cavolo, vorrei proprio disegnare come lui!” e con il tempo siamo diventati amici sui social, spesso infatti ci troviamo a parlare e a scambiare opinioni… proprio di recente sono finito a scrivere una prefazione per il suo Gipsy

PA: Puoi parlarci del tuo progetto "Drink and Draw"? Sembra un’iniziativa meravigliosa… 

DP: Si tratta di un progetto internazionale, ci sono infatti sedi a Honk Kong, a Tokyo, a Parigi e in molti altre posti.  E… beh, non lo stiamo facendo anche adesso? (si riferisce al fatto che sorseggiamo birra in un pub mentre lui disegna una bellissima dedica… -ndr) ? [RIDE]
L’iniziativa è nata da Dave Johnson che ha deciso di coinvolgere me e Jeff Johnson dicendoci “Siete entrambi sposati, come posso tirarvi fuori di casa senza che le vostre mogli siano arrabbiate con me?” e così abbiamo deciso di concentrarci sul nostro lavoro: il disegno. Ma credo che sia tutto un piano di Dave per coinvolgere ragazze durante l’evento e conoscerle, o almeno è quello che credo sia il suo desiderio… [RIDE] 

PA: Domanda di rito: a cosa stai lavorando al momento? 

DP: Sto lavorando ad una serie scritta e disegnata da me per il rilancio di Conan con Marvel e poi ho in mente una nuova serie per Skybound dove vado a pescare in un’altra delle mie passioni: la science fiction. Ci sarà infatti molta violenza alla Simon Bisley mescolata alla poetica di Moebius e a tutta la corrente di Heavy Metal Magazine. Per il futuro (anche se non riesco mai a darmi delle date esatte) ho in mente altri 9 numeri per Slots!


E noi non vediamo l’ora. 

 Ringraziamo SaldaPress, Lucca Comics & Games e Dan per la disponibilità e la possibilità; Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.

sabato 5 febbraio 2022

Slots: la ballata di Stanley Dance

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente recensione risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)

"Sei tornato?"
"Sì, Les. Sono tornato."

Al grido di “I believe in comics!” la missione di Robert Kirkman è sempre stata quella di dare agli autori di fumetti che stima la totale libertà creativa e la possibilità di esprimersi al meglio, senza limiti di generi o sotto-generi. Ed ecco che in mezzo a supereroi, morti viventi, super-dinosauri, lupi mannari, cloni, esorcismi, mostri interdimensionali, vampiri texani, futuri distopici, fantasy scatenati, sci-fi ad alto voltaggio e intricate crime-story, la storia semplice di Slots potrebbe lasciare perplessi.

La vicenda di uno scalcagnato pugile al declino – bastardo di razza ma sotto sotto dal cuore d’oro – in cerca di un ultimo riscatto personale e familiare è infatti il tipo di storia che l’inossidabile Kirkman ha permesso di pubblicare all’interno della sua Skybound (ormai fortissima etichetta all’ombra del colosso IMAGE). L’autore? Il “giovane” veterano dei comics Dan Panosian.


UNA LUNGA CARRIERA, UN ESORDIO IMPORTANTE

Americano di Cleveland ma di origini armene, Panosian inizia giovanissimo una gavetta in Marvel e DC e il suo nome diventa presto familiare a tutti lettori di comics agli albori degli anni '90. Il giovane Dan si fa le ossa come inchiostratore (soprattutto sugli X-Men) e poi disegnatore alla neonata Image, dove il suo stile ancora grezzo si adatta all’ infausta “estetica Liefeld” imperante all’epoca… seguono storie, copertine, ancora inchiostrazioni e un’importante carriera parallela come storyboarder e character designer per videogiochi, pubblicità, animazione e cinema. Infine un ritorno definitivo al fumetto, di nuovo in casa DC, Marvel, Image e BOOM! Studios e un miglioramento stilistico impressionante di cui Slots rappresenta la punta di diamante. Lontano dai supereroi con cui ha intrecciato la sua carriera e forte di una storia semplice e sentita, il suo stile deflagra finalmente in tutta la sua potenza.


"Mi sembra un po’ troppo vecchio per quel mostro. Sai qualcosa che io non so?"
"Se c’è di mezzo il mio vecchio, di sicuro non so un cazzo."

Sì, perché per Dan Panosian Slots non è solo un nuova pubblicazione, ma il suo esordio come autore completo (sceneggiatore, disegnatore e colorista). Una storia semplice, dicevamo, e tipicamente americana: Stanley Dance è un pugile semi-finito, sbruffone e simpatica canaglia che ha incasinato di brutto la sua vita. Cercherà di rimediare in qualche modo, tornando a Las Vegas dalla famiglia e dagli amori che ha lasciato per salvare la loro attività dal temibile Les Royal, con cui scopriremo avere una storia alle spalle piuttosto tormentata. In questa impresa apparentemente impossibile, la sfida più grande: cercare di riallacciare i rapporti con il figlio Lucy, abile combattente di MMA che nutre disprezzo per un padre che non ha mai davvero conosciuto. Il conflitto generazionale nella storia riecheggia i sentimenti contrastanti che lo stesso Panosian nutriva nei confronti del suo vecchio, ex pugile professionista divenuto poi grafico pubblicitario (come racconta l’autore nella postfazione del volume).

Slots risulta quindi un’opera prima dalla doppia rilevanza perché, oltre ad essere una graphic novel dove l’autore si scatena, -comprensibilmente-mettendo in un fumetto tutto ciò che ama (protagonisti magnetici e dolenti, incontri di boxe e MMA, donne bellissime, macchine polverose, pittoreschi comprimari), possiede anche una valenza catartica, rivelandosi una lettera d’amore malinconica a un padre che se n’è andato troppo presto.


L’(ANTI) EROE DELLA STRADA

"Ah, he sure was something…" (in italiano “Certo che era speciale…”) Sono le parole di James Coburn nel ruolo di Speed, gambler organizzatore di incontri clandestini, mentre osserva andarsene sullo stesso treno fantasma con il quale era venuto il solitario Chaney, interpretato da Charles Bronson. La scena chiude la pellicola di culto ed esordio del grande Walter Hill, “Hard Times” (da noi “L’eroe della strada”, 1975) mentre sale l’indimenticabile tema musicale di Barry De Vorzon. In qualche modo, “speciale” lo è anche lo Stanley Dance di Slots, sbruffone dalla faccia di bronzo e irresistibile figlio di una buona donna, caratteristiche che lo fanno assomigliare molto di più al personaggio di Speed rispetto al combattente Chaney. “L’eroe della strada” è stata una pellicola fondamentale per Panosian, amata da lui e da suo padre ed è interessante notare quanto le due opere, seppur fondamentalmente nate e ambientate in epoche e contesti diversi (il film di Hill è ambientato nel ‘29 tra la New Orleans e le terre bayou dell’America della crisi economica, Slots è ambientato ai giorni nostri in una Las Vegas dai “turbolenti bassifondi”) abbiano forti affinità. Sono esordi di due autori già a loro modo veterani dell’industria e con tanta voglia di mettersi in gioco: Hill arriva al suo esordio solista a “soli” 32 anni ma già con una lunga e densa gavetta da sceneggiatore e regista della seconda unità, Panosian alla soglia dei 50 anni dopo la gavetta importante di cui abbiamo parlato. Entrambe sono storie profondamente americane e hanno il sapore di una ballata dolceamara dove vige una perpetua atmosfera crepuscolare: ultime occasioni, combattimenti, irriducibili loser e piccola criminalità. Nel film fabbriche abbandonate, ferrovie fantasma, bar desolati; in Slots diner scalcagnati in mezzo al deserto, chioschi fumosi e appiccicosi di tacos, squallide palestre e casinò pacchiani in una Las Vegas accecante. Ma il primo film di Hill è fatto di “piani lenti, tristi e liquidi, che si trascinano come la stranezza della notte, come un sogno malato” (Giuseppe Turroni “Americana 2”, Bulzoni ed., 1978), di immagini dalla bellezza scarna e di un’ essenzialità assoluta (mai più così assoluta nei film successivi di Hill); si avvale inoltre di un montaggio chirurgico per le scene d’azione, assoggettato alle coreografie degli incontri e alle mosse del combattimento.

Panosian invece sfrutta le tavole con uno storytelling fresco e audace, divertendosi come può in piani ravvicinati, dettagli, controcampi improvvisi e primi piani insistiti giocando abilmente con le espressioni dei personaggi. Il suo “osare” tanto graficamente lo accomuna quindi al Walter Hill della seconda parte della carriera, quello dalle stile più fiammeggiante e barocco. Certe scelte di scansione ritmica delle vignette ricordano il montaggio musicale e alternato di uno “Strade di Fuoco”, i corpo a corpo sembrano la versione fumettistica di certe sequenze di “Johnny il Bello”, “Danko”, “Undisputed” o “Bullet to the Head”. In definitiva, a pensarci bene, Slots sembra essere un’opera hilliana nel profondo, il miglior distillato di una storia americana. E al pari di un film di Hill, come sottofondo durante la lettura starebbe divinamente la musica di Ry Cooder. O in mancanza, Barry De Vorzon.


IL DIAVOLO NEI DETTAGLI

Una storia semplice, quindi, ma con il diavolo nei dettagli, quelli attraverso cui un disegnatore sa creare un’atmosfera, un mondo: il volto di una donna che mostra il tempo passato attraverso un riflesso deformato su un bicchiere di gin, lo sguardo perso di un ingenuo omuncolo per le grazie di una spogliarellista del casinò… Il corollario di umanità della storia è un mix di diversi incontri fatti dall’ autore nella sua vita tra la Florida e New York. Panosian si diverte a far recitare con mille espressioni il piccolo sottobosco criminale, i reietti di Las Vegas; trova il modo di inserire i volti di suoi amici personali e perfino la sua (bellissima) moglie. E da novello sceneggiatore, l’autore rivela un gran gusto nei dialoghi e nel ritmo di battute che piacerebbero a Hill o ai suoi storici collaboratori David Giler e Larry Gross. Unico neo, un finale un po’ frettoloso, come se la durata di soli 6 numeri avesse costretto l’autore una risoluzione rapida. La cosa risalta di più all’occhio proprio perché in un fumetto del genere egregiamente costellato di sospensioni, di notturni urbani, di ampi spazi silenziosi nel deserto, contano i preludi prima ancora delle azioni e dei meri meccanismi narrativi. Ma si tratta di una facezia che non inficia il puro godimento visivo. In Slots troviamo un mix di tante ispirazioni di Panosian: c’è Klaus Janson, Howard Chaykin, Neal Adams e Jorge Zaffino… un tocco disneyano nelle espressioni e una spolverata di Norman Rockwell. Per un artista autodidatta che si definisce “in un apprendistato continuo” è un risultato mica da poco. E sì, ormai possiamo parlare di uno stile alla “Dan Panosian”.



CONCLUSIONI

SaldaPress propone una splendida edizione cartonata disponibile anche in una prestigiosa variant limitata di 200 copie: una resa eccellente, approvata entusiasticamente dallo stesso autore. Il volume rende giustizia anche alla plasticità del colore e all’utilizzo classico e fantastico dei simil-retini che ben contribuiscono ai passaggi più emotivi della storia. Slots suona come una ballata conosciuta. Come un buon pezzo rock orecchiato in un bar o un vecchio film iniziato alla tv da cui non riesci più a staccarti. Magari immagini già il finale, ma stai lì lo stesso e non vorresti che arrivasse mai. E quando arriva, ti immagini che sarebbe perfetto chiudere il volume ascoltando un pezzo di Ry Cooder. O in mancanza, di Barry De Vorzon…


Autore:  Dan Panosian
Editore: saldaPress
Collana:  Skybound
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 8 novembre 2018
Pagine: 144 p., Rilegato
  • EAN: 9788869194016

domenica 4 aprile 2021

Intervista a Ryan Ottley

di Guglielmo Favilla


(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games. All'epoca, per Ryan Ottley l'avventura su Amazing Spider-Man era appena iniziata. Oggi, nel 2021, dopo 3 anni sulla serie, Ottley ha terminato il suo incarico per dedicarsi ad altri progetti in casa Marvel-e non solo...)


La serie animata di Invincible ha debuttato da poco su Prime Video e sta già mietendo successo e critiche entusiastiche, anche dai più scettici o da coloro che non avevano mai  dato una chance al capolavoro di Robert Kirkman (insieme a The Walking Dead). 
Un traguardo importantissimo per la saga, un meritato successo che travalica i confini della carta stampata (qui, in questa chiacchierata sul Friday Comic Book Podcast, insieme ad Alberto Tollini vi spieghiamo - se ancora ce ne fosse bisogno- perché leggere Invincible)

Ma oltre a Kirkman e a Cory Walker, che svilupparono la serie nel lontano 2003, è a un'altra persona  che si deve gran parte del successo dell'epopea di Mark Grayson. 

Nel 2018, dopo ben 14 anni si è concluso il suo lungo lavoro su Invincible; poi, per tre anni ha affrontato la sfida più importante per un disegnatore americano: disegnare la serie regolare di Amazing Spider-Man (con Nick Spencer ai testi). 
Si tratta di Ryan Ottley, una delle matite più talentuose ed energiche dell’ultimo millennio. 

Grazie a saldaPress lo abbiamo raggiunto a Lucca Comics & Games 2018 e abbiamo chiacchierato con lui  di di fumetto, creatività, botte di fortuna, grizzly e squali, sbranando pizza alle sei del pomeriggio.
La seguente intervista è ciò che è stato estrapolato tra una  masticata, una bevuta,  un  rutto sommesso e una  risata. Buona lettura.



PAPER APES: In Italia arriva in questi giorni la conclusione del tuo lavoro più importante: Invincible. Raccontaci di questa esperienza pluriennale e se avresti mai pensato, subentrando a serie iniziata, di contribuire alla creazione di un’iconografia così importante e imponente. 


RYAN OTTLEY: Sono entrato dal numero 8 succedendo a Cory Walker e da lì sono divenuto l’artista principale della serie. Non sapevo davvero come il pubblico avrebbe potuto recepirlo ma di giorno in giorno i lettori sono cresciuti sempre di più e siamo arrivati al punto in cui il nostro lavoro è stato celebrato in diversi Paesi! È stato meraviglioso lavorare a quest’opera, svilupparla graficamente. Nella mia mente ho sempre pensato di poter realizzare 15-20 numeri al massimo ma poi Image Comics ha apprezzato il mio lavoro e mi ha chiesto di rimanere a bordo. Adoro lavorare con Robert Kirkman, si tratta di uno dei miei autori preferiti; e ho amato ogni singolo personaggio della serie, mi sono innamorato di ognuno di loro… Debbie è come se fosse diventata la mia vera mamma e ogni volta in cui dovevo disegnare una scena in cui qualcuno le faceva violenza pensavo “Cavolo sto per fare del male a mia madre!” [Ride]. Ho anche molto apprezzato la libertà assoluta che Robert e gli editor mi hanno concesso nel corso degli anni: amo disegnare scene dalla forte carica gore quindi è stato assolutamente eccitante non avere nessuno alle spalle pronto a dire “non fare questo, non fare quello”. Ho speso tutto me stesso su queste pagine per oltre 14 anni e infine sono arrivato alla conclusione di volere qualcosa di diverso. Quindi ho chiamato Robert e gli ho detto “Ehi, credo sia arrivato il momento.” Anche lui era d’accordo così mi ha detto cosa aveva in mente per il numero 144 e abbiamo compiuto questo passo. Sono rimasto per un po’ a pensare a cosa volevo fare dopo: magari lavorare a un volume scritto e disegnato da me o affidarmi alle mani di qualche altro sceneggiatore… Fino a quando la Marvel mi ha chiamato proponendomi di lavorare su Spider-Man. Lì ho pensato “cavolo, questa potrebbe essere una bella sfida e un bel salto per la  mia carriera” [RIDE] e così eccomi qui. 

PA: E adesso stai lavorando su Spider-Man.. . Peter Parker e Mark Grayson sono due personaggi così simili e allo stesso tempo molto distanti: da una parte abbiamo un personaggio cresciuto nelle mani di molteplici autori, dall’altra uno che è stato plasmato soprattutto dalle tue mani, durante la sua splendida vita editoriale. Quali sono le differenze (se ci sono) nell’affrontare graficamente questo tipo di immaginario pop così consolidato? 



RO: In realtà sono mondi molto simili. Anche Invincible nella sua idea di fondo è molto iconico e pop allo stesso tempo. Per me questo passaggio è stato molto semplice: ho continuato a disegnare alla mia maniera e mi sembra quasi di non aver smesso con la serie alla quale sono ancora molto legato. Se ci pensi i personaggi principali (Peter e Mark, Mary Jane e Atom Eve) sono tutti molto simili tra loro. Potremmo dire quasi che ora sto disegnando un Mark Grayson castano [RIDE]. 



PA: Robert Kirkman in Invincible alterna lunghi dialoghi (come in The Walking Dead) a momenti action mozzafiato; pura esplosione muscolare che spesso diventa il centro della narrazione. Nick Spencer invece sembra in generale più concentrato sulla recitazione dei personaggi. E poi c'è la questione della violenza, fortissima e sorprendente in casa Skybound e molto più mitigata sul Ragno. In che modo affronti due sceneggiature così diverse? 

RO: Robert spesso si concentra sul puro e semplice dialogo: spesso ci sono diverse pagine con dialoghi molto lunghi e si passa facilmente da momenti di commedia a pura drammaticità. Ovviamente il lavoro su Spider-Man è condizionato da molte regole: non puoi “distruggere” il personaggio, io non posso certo rappresentare un Peter che va in giro per New York a massacrare di cazzotti chiunque gli capiti sotto tiro e chiaramente ho dovuto accantonare il mio caro gore. Non si tratta di intimidazione editoriale, semplicemente per alcuni aspetti sembra di lavorare a qualcosa di molto distante da quanto facevamo alla Image. Ma con Nick c'è un'ottima alchimia e, come Robert nelle sue sceneggiature, ha un ottimo senso dell'umorismo e un'ottima gestione del dramma...

PA: Sul tuo lavoro su Spider-Man hai mantenuto lo storico team di collaboratori (alle chine) che ti avevano accompagnato per anni su Invincible, mentre è  cambiato il team di coloristi. Pensi che questo cambio abbia influito in qualche modo sul tuo lavoro? 

RO: Ricordo perfettamente tutti coloro che hanno contribuito con i loro colori al mio lavoro su Invincible: Fco Plascencia, John Rauch, Jean-Francois Beaulieu, mentre per gli ultimi numeri ci siamo affidati a Nathan Faibarn. Tutti dei veri assi del settore che hanno contribuito a migliorare le mie tavole. Adesso su Spidey sono nelle mani di Laura Martin che sta facendo un ottimo lavoro e sta mettendo sotto una luce nuova le mie matite. Mi sto trovando molto bene. 


PA: Com’è nata la folle idea di GrizzlyShark? Quanto di te e del tuo modo di concepire i fumetti c’è in quest’opera? 

RO: Ho messo tutto me stesso in quell’opera, si tratta di qualcosa di completamente fuori di testa. L’idea iniziale è venuta fuori dalla mia mente e da quella di Jason Howard [disegnatore della serie Trees di Warren Ellis, pubblicata da saldaPress, ndr]. Ci trovavamo tutti e due ad una convention a Las Vegas, siamo usciti dopo un’intensa giornata di lavoro ed eravamo tutti e due molto stanchi, così abbiamo incominciato a sparare idee stupide [RIDE]. A un certo punto è uscita l’idea di mescolare squali e orsi grizzly e abbiamo pensato di realizzarla per una 24h Comic Day [idea nata dalla mente di Scott McCloud nel 1990, ndr] e così abbiamo deciso di dividerci i compiti: a lui sarebbero toccati gli orsi e a me gli squali. Abbiamo deciso di non rivelarci nulla sulle nostre idee per la rispettiva “metà” e avremmo poi mescolato tutto in un secondo momento. Ovviamente in 24 ore è molto difficile realizzare un progetto come questo e alla fine mi sono ritrovato con un soggetto completo e 10 pagine disegnate. Hai presente quando rimani in piedi per 15 ore dedicandoti quasi solo al lavoro? La tua mente comincia a vagare, sembra quasi come se tu fossi fatto, o potremmo dire “ubriaco di fatica". Ho visto il mio lavoro e ho cominciato a ridere senza controllo, poi ho mostrato il risultato alle persone che erano con me e, dopo averle viste reagire al mio stesso modo, mi sono detto “facciamolo!”. Ho scritto come un ossesso, trascinato dal divertimento che provavo, e proprio mentre lavoravo a Invincible ho passato i miei weekend di riposo su GrizzlyShark. Una volta che il primo numero era pronto, e dopo averlo riletto con gli editor, ho deciso di andare avanti. Jason con il tempo mi ha abbandonato ma alla fine è venuta fuori una miniserie di 3 numeri che saldaPress ha deciso di stampare in questo volume cartonato… E il risultato è strabiliante, fanno volumi veramente meravigliosi! 


PA: Con il tuo lavoro stai ispirando generazioni di artisti a venire. Ma da dove provengono le tue influenze maggiori? 

RO: Sono cambiate molto nel corso degli anni. Arthur Adams è sicuramente una delle mie pietre miliari ma adoro anche artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo. Molti artisti francesi ma anche mangakaAlita è uno dei miei fumetti preferiti, ma amo moltissimo anche Berserk o Akira che è uno dei migliori manga che io abbia avuto il piacere di leggere. Anche se poi a ogni convention qualcuno viene da me e da Robert dicendo “Sono sicuro che voi adorate Dragonball” perché nella serie ci sono molte similitudini (Mark che viene sconfitto e ritorna ogni volta più forte, alcune razze aliene) e anche Monhax mi dicono tutti assomigli a uno dei personaggi principali (Piccolo, ndr) ma non ho ancora mai letto la serie di Akira Toriyama, anche se possiedo tutti i numeri. Non siamo noi che abbiamo copiato Dragonball, sono loro che hanno copiato noi… forse usando una macchina del tempo! [RIDE].



Grazie a Ryan Ottley per le risate,  la  simpatia e la disponibilità, a Jacopo Masini e saldaPress per la cortesia e possibilità e a Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.


domenica 10 gennaio 2021

Fire Power - Kung Fu e spensieratezza da Robert Kirkman e Chris Samnee

di Alberto Tollini

Ammetto di essere un fan di Robert Kirkman solo da qualche anno. Prima del 2017 infatti non nutrivo un particolare interesse verso le opere dello scrittore del Kentucky, riconoscendone però il talento. Tuttavia, dopo l’edizione di Lucca Comics di quell’anno, dove il creatore di The Walking Dead era ospite grazie a saldaPress, qualcosa cambia. Vedere uno degli autori più blasonati degli ultimi anni dispensare autografi seduto ad uno stand o in un tavolo al ristorante, sempre con il sorriso e pronto a ringraziare i suoi fan per supportare i suoi progetti, beh, ha fatto scattare in me qualcosa… e infatti pochi giorni dopo stavo leggendo il primo compendium di Invincible, maledicendomi per avere aspettato tanto ad innamorarmi della scrittura di Kirkman.

Potete quindi immaginare che non appena Fire Power venne annunciato, l’interesse nei confronti della nuova serie di Robertone, che per l’occasione richiama Chris Samnee al tavolo da disegno, era alle stelle.

Everybody is kung fu fighting cantava Carl Douglas nel 1974 e infatti dopo i supereroi e gli zombi, lo sceneggiatore del Kentucky decide di cimentarsi con il genere delle arti marziali per la sua nuova serie creator owned. Rimasto orfano fin dalla tenera età, il giovane Owen Johnson si spingerà fino ai confini della Cina per scoprire la verità sul suo passato e sui suoi veri genitori. Durante il suo viaggio Owen raggiungerà un antichissimo tempio shaolin, nascosto tra le cime delle montagne innevate, dove incontrerà e si scontrerà con l’eccentrico maestro Wei Lun, il quale lo prenderà sotto la sua ala protettrice per addestrarlo all’ arte perduta del pugno di fuoco.

I richiami all’Iron Fist di casa Marvel sono tanti, è innegabile. Ma nonostante la premessa da cui si sviluppa Fire Power abbia un nonsoché di già visto - caratteristica questa anche dei primi numeri di  Invincible - Kirkman dimostra (ancora una volta) di aver imparato la lezione impartita dal maestro Erik Larsen con Savage Dragon, rielaborando gli stilemi del genere per imbastire una trama ben strutturata, accattivante e soprattutto tutta da scoprire. In Fire Power infatti ritroviamo tutti gli elementi caratteristici della scrittura dell’autore: un protagonista alla scoperta di se stesso, un mentore eccentrico, un mondo con le sue regole e pericoli, tanta ironia, ma soprattutto tanti, e sottolineo tanti, colpi di scena come solo Kirkman sa fare.

La lettura di Fire Power mi ha fatto provare le stesse sensazioni di quando ho letto per la prima volta Invincible. A differenza di Oblivion Song o di Die Die Die, in Fire Power ho ritrovato la stessa leggerezza vista nei 144 numeri dell’epopea di Mark Grayson, quella leggerezza che ti stampa un sorriso e che ti invoglia a proseguire nella lettura e a volerne sempre di più. Se ciò non fosse sufficiente per spingervi a dare una possibilità alla serie, sappiate che il pregio di questo primo arco narrativo è proprio quello di presentare e introdurre gradualmente il lettore nel mondo di Fire Power e dei suoi protagonisti. Un preludio pubblicato in America direttamente in trade paperback e-tra l’altro- distribuito poche settimane prima dell’uscita del numero 1 della serie regolare (n.d.r numero disponibile in Italia in occasione del Free Comic Book Day 2020 del 03 Dicembre). Una scelta particolare, atipica, ma fortemente voluta dai due autori al fine di poter raccontare le origini di Owen Johnson con l’ampio respiro di una graphic novel e costruire le basi su cui si svilupperà la serie.

In aggiunta, come affermato più volte dallo stesso Kirkman, l’unica buona ragione per comprare Fire Power è Chris Samnee. Artista di punta della Casa delle Idee, negli ultimi anni il disegnatore del Missuri ha fatto coppia fissa con Mark Waid prima sul cornetto di Hell’s Kitchen, poi su Black Widow e concludendo in bellezza la sua decade in Marvel sulle pagine di Captain America 700 nel 2018. Quindi, dopo una pausa di due anni, dove ha continuato a deliziare gli occhi dei fan con inktober a tema Batman, Samnee ritorna al tavolo da disegno più in forma che mai e colorato da Matthew Wilson. In Fire Power lo stile classico e senza tempo di Samnee trova una nuova dimensione nel coreografare le scene di lotta. Perfezionando quanto già visto su Daredevil, in special modo nello scontro tra il Diavolo Rosso e Ikari, l’artista porta il lettore al centro dello scontro, riuscendo a trasmettere tutta la tensione e la fisicità dei combattimenti grazie all’abile e massiccio uso d inquadrature a mezzo busto e di virtuosissimi close-up che vanno a caratterizzare la griglia delle tavole con risultati superlativi.


A conti fatti, Fire Power è una lettura consigliatissima. Una serie con tutte le carte in regola per diventare la next big thing in comics a marchio Kirkman, portata in Italia da saldaPress con la consueta cura editoriale (disponibile anche con copertina variant e variant slipcase, entrambe a tiratura limitata).

Traduttore: Andrea Toscani
Editore: SaldaPress
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 22 ottobre 2020
Pagine: 160 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788869197642

domenica 3 gennaio 2021

Intervista a Erik Larsen

di Guglielmo Favilla



Alla fine è il tempo a stabilire i vincitori. O, semplicemente, il valore di un artista.
 
Dei 7 moschettieri dell'Image Comics(Todd MacFarlane, Rob Liefeld, Jim Lee, Mark Silvestri, Jim Valentino e Whilce Portacio, il wild bunch in fuga dal duopolio editoriale Marvel/DC), Erik Larsen è stato l'unico a vincere la sfida del tempo, l'unico capace di mantenere una visione artistica coerente (seppur in continua evoluzione) associata a un'impressionante costanza mensile per quasi trent'anni di pubblicazioni.

Se inizialmente MacFarlane fu l'unico del gruppo ad avere un'intuizione tanto semplice quanto potente per attirare anche lettori più sofisticati- ovvero invitare la crème degli scrittori dell'epoca a lavorare sui primi numeri del suo Spawn (ricordiamo, tra gli altri, Moore, Miller, Morrison, Gaiman ed Ennis)-  Larsen è sempre stato l'unico fabbro nella sua officina, con poche concessioni ad altri autori (oltre agli innumerevoli camei nelle sue e in altre collane, l'unica storia del dragonverso degna di nota fuori dalla  gestione Larseniana è la "Blood  & Guts" - "Pioggia di Sangue" in Italia- del talentuoso Jason Pearson...)

L'autore di Chicago è andato avanti indefesso, inarrestabile, in barba ai grandi numeri (Savage Dragon non è mai stata un campione di vendite come inizialmente furono Spawn, Wildcats o Youngblood) e alle mode editoriali del momento; ha creato un'unica opera creator owned  e ha reso il suo Savage Dragon un personaggio-mondo, dove sperimentare e crescere come artista completo (sia scrittore che disegnatore), sfogare le proprie passioni e realizzare un tributo alla Nona Arte tutta. 

Nel solco di Jack Kirby (suo mito assoluto e padre putativo)  attraverso Dragon, Larsen ha omaggiato la golden e la silver age dei comics, passando da Eisner a Gil Kane, Frank Miller e Walt Simonson, sprazzi di  Charles Shulz e Go Nagai, Kevin Eastman e Bill Watterson, Katsuiro Otomo e Walt Kelly (e mille altri)... ha parlato di politica, sesso, religione e di tutto quello che gli passa(va) per la mente. Ha parodiato colleghi (memorabili le sue polemiche con Peter David e John Byrne) e se stesso, ha riso, pianto, sudato ed è invecchiato coi suoi personaggi ma sempre mantenendo una freschezza sorprendente e un entusiasmo contagioso per il suo lavoro. 

Last but not least, Larsen è stato il mentore e principale ispiratore di Robert Kirkman (da sempre fan del Dragone, Kirkman ottenne un lavoro all'Image dopo aver accompagnato all'aereoporto il buon Erik, in ritardo per averso perso il taxi);  il capolavoro supereroico Invincible dello scrittore del Kentucky , col suo parterre di bizzarri personaggi, il suo tenace andamento orizzontale - dove gli anni scorrono davvero per i protagonisti-  e l'assoluta maestria nei cambi tonali del racconto, è debitore in tutto e per tutto all'opera Larseniana.

Insomma, Dragon gareggia per longevità con Cerebus  del grande Dave Sim (altro autore ospite nei primi numeri di Spawn...) e la sua corsa  in continua evoluzione prosegue senza sosta.

In Italia la sua vita editoriale è stata assai travagliata (Ony press, Lexy, BD) e ora grazie a Editoriale Cosmo, si riparte con la pubblicazione integrale delle sue avventure.

Gli incontri con Larsen sono stati una grande emozione per chi scrive: prima alla sua masterclass organizzata dalla Scuola Internazionale di Comics a Firenze; poi all'interno di Lucca Comics & Games 2019dove grazie a Editoriale Cosmo, siamo riusciti a bere un caffè con l'autore.


Paper Apes: Credo che tu sia uno degli autori più schietti e coraggiosi della storia del fumetto americano, uno dei pochi in grado di apprendere e portare avanti nel suo lavoro la grande lezione del maestro Jack Kirby. Quando hai creato Savage Dragon all'inizio degli anni '90,
avresti mai immaginato che sarebbe durato così a lungo?

Erik Larsen: Sicuramente lo speravo! Ho creato il personaggio quando avevo 9 anni, era una sorta di versione personale di Batman, con un mix di Capitan Marvel e Speed Racer... La pelle verde e la cresta erano soltanto una maschera con un buco dal quale si vedeva la sua bocca. Ho disegnato le sue avventure -un sacco di fumetti! - con lui protagonista, quando ero molto piccolo. E ho continuato a farlo per parecchi anni... fino a quando non mi sono stancato di disegnare il suo mantello, la sua cintura multiuso e la sua maschera... [ride] Così l’ho separato dalla sua identità segreta e l’ho ripensato come due personaggi diversi. La sua identità segreta era quella di William Johnson, che poi è finito per essere uno dei poliziotti nella vera serie.  Ed è per questo che ad un certo punto, nel fumetto, Dragon e Johnson diventano un tutt’uno, in omaggio alle vecchie origini del personaggio!
Durante la mia adolescenza, Dragon era evoluto e cambiato; quando compii 19 anni io e un paio di miei amici pubblicammo indipendentemente una fanzine, per la quale scrissi una storia di Dragon nella forma che aveva raggiunto in quel momento. In seguito, ne ho pubblicata un’altra versione nei primi due numeri di una rivista amatoriale chiamata Graphic Fantasy. Quando ho iniziato a lavorare a Savage Dragon per la Image Comics, il mio obiettivo era arrivare a quello stesso punto visto in Graphic Fantasy ma partendo da un’altra parte, un altro spunto. Dopotutto non ero più un ragazzino ingenuo, non avevo più 8 anni, non avevo in mente le stesse stupide storie di allora. Così gli ho dato una figlia, l’ho reso un ex membro della S.O.S. e alla fine, mi sono ritrovato a raccontare di nuovo la storia che avevo presentato nei due albi della fanzine, stavolta nei numeri 63-65 della serie Image. Sono riuscito a raggiungere di nuovo quel punto della storia e da allora mi sono detto “Ora posso andare in qualsiasi direzione io voglia, vediamo per quanto riuscirò a portarlo ancora avanti”. Ed eccoci qui! [ride]


PA: Sei l'unico autore del gruppo Image Comics degli anni '90 ad aver usato la propria serie per esplorare e sperimentare il più possibile il linguaggio del fumetto. Perché pensi che Savage Dragon sia un personaggio in grado di darti l'opportunità di farlo? Lo hai creato come porta d'accesso a queste infinite possibilità di sperimentazione, o le sue avventure sono state create di volta in volta, per rinfrescare il suo status quo?

EK: Prima di tutto lasciami dire che io amo tutti i tipi di fumetto, e per tutti, intendo dire ogni genere e provenienza. Quindi non solo supereroi ma anche fumetti europei e giapponesi, per dire. Quindi per me questa serie doveva essere letteralmente piena di tutto ciò che mi colpisse, da qualunque tipo di esperienza di lettura. Inoltre, uno dei miei obbiettivi fin dall’inizio era di riuscire a far trascorrere il tempo in maniera realistica all’interno della serie. Se ci pensi, lo scorrere del tempo è qualcosa di cui i fan hanno sempre parlato in relazione a personaggi come Spider-Man: è bizzarro trovarsi a essere prima più piccoli, poi coetanei, poi più grandi di Spider-Man.  Ad un tratto ti viene voglia di dire “Non è che Spider-Man potrebbe invecchiare con me?”. La Marvel non potrebbe mai permetterlo, ucciderebbero i loro franchise, nessuno sarebbe in grado di sostituire i loro personaggi iconici con altri all’altezza. Quindi, l’unico modo per fare una cosa del genere è trovare un autore che dica “Ok, creerò roba nuova per sostituire la vecchia!”. E così in Savage Dragon i personaggi invecchiano, muoiono, ne arrivano di nuovi, è una serie in continua trasformazione.
Ripenso costantemente a quello che ho già fatto, a quello che non ho ancora fatto e sperimento molto con il format. Mi spingo a immaginare  cose che nessuno ha mai osato prima. 
Ad esempio un numero che inizia con una tavola composta da 20 vignette le quali, pagina dopo pagina, si uniscono in coppie fino a formare una pagina composta da un’unica, grande vignetta. Perché non provarci? Oppure, mi dico, facciamo un numero con tutte le pagine composte da sei vignette identiche, tutte le pagine che abbiano la stessa rigida composizione, e vediamo com’è raccontare una storia con questa limitazione grafica. Tutte cose che mi aiutano a cercare di rompere con il passato e le tradizioni legate al medium. Il tutto, ovviamente, mentre cerco anche di raccontare delle storie.

PA: E' molto interessante. E- credo- anche molto difficile da far funzionare...

EK: Beh, a volte questo approccio funziona e altre, con un certo tipo di storia, non funziona per niente. Ma anche questo fa parte di quanto c’è di interessante in questa metodica: se provi a scrivere un numero composto solamente da splash pages, hai a disposizione soltanto dieci vignette su due pagine per raccontare la tua storia. Quindi cosa puoi scrivere per giustificare l’utilità di quelle dieci splash pages? Sono queste le cose sulle quali mi piace sperimentare. Sono scelte dietro alle quali devo trovare un senso, non soltanto per il gusto di provocare. Tornando alla continua evoluzione della serie, al fatto che il tempo della storia corrisponda a quello del mondo reale, beh, con il passare del tempo le cose cambiano: i figli del protagonista nascono, crescono, diventano personaggi, e con loro cambiano le dinamiche e le situazioni. Grazie a questo la serie può reinventarsi continuamente. 

PA: Penso che sotto questo punto di vista - e non solo- Robert Kirkman debba tantissimo alla tua serie.  

EK: In effetti, se guardi a Invincible, puoi trovarci elementi che derivano direttamente da Savage Dragon, come la composizione di alcune pagine! E so per certo che all'epoca Robert lo facesse da fan, per rendere omaggio al mio lavoro. Robert aveva 12 anni, quando è nata la Image. Quando tutti mi chiedono qual è la vera golden age dei fumetti, io rispondo “12 anni”, quando tutto ti sembra fantastico e meraviglioso...

PA: Sei tornato di recente per raccontare una nuova storia di Spider-Man, sulle pagine di "Amazing Spider-Man: Going Big #1". Ti è piaciuta questa nuova opportunità di scrivere e disegnare un personaggio che è stato una parte fondamentale della tua carriera? Com'è stata questa nuova esperienza?

EK: Adoro Spider-Man, sono cresciuto con lui. Inizialmente, quando mi proposero di lavorare sul Tessiragnatele mi reputai un scelta azzardata per il personaggio... Nel senso, sono sempre stato  più un fan di Jack Kirby e dei suoi lavori rispetto a Steve Ditko - che comunque ammiro- e al suo tratto spigoloso. Quindi all'epoca mi sembrò un’idea rischiosa mettermi a disegnare un personaggio così smilzo al posto di personaggi più “in carne” e  corpulenti con cui mi trovavo più agio a inizio carriera. Ma mi ci sono appassionato in pochissimo tempo, rendendomi conto che mi piaceva davvero molto raffigurarlo. Tornare a lavorare sul personaggio per questa nuova storia è stato semplice come indossare un comodo paio di vecchie scarpe, è come non aver mai smesso di lavorare su Spidey, sapevo esattamente come fare tutto quanto! C’è la possibilità che torni presto a lavorare su Spider-Man, sarò felice di farlo fino a quando ne sarò in grado...


PA: È un grande momento per l'industria dei comics, ci sono molti autori di talento che lavorano per tutte le aziende del settore. Chi sono alcuni dei tuoi nuovi talenti preferiti che lavorano oggi, come artisti?

EK: Aw, ecco, sono una frana con i nomi... Adoro il lavoro di Bill Sienkievicz... e poi direi Humberto Ramos, Chris Bachalo... Anche se non sono nomi così nuovi! [ride] Hai ragione però, ci sono molti artisti più giovani di cui ammiro il lavoro, ma sono davvero tremendo con i nomi, non saprei chi citarti! Comunque, in genere leggo molti vecchi fumetti, continuo a cercare e collezionare vecchi albi.  Jack Kirby per me resta sempre il numero uno.

PA: Hai già pianificato il prossimo futuro del personaggio? Hai altri progetti oltre alla tua creazione principale?


EK: Beh, al momento, oltre a un gradito ritorno in Marvel (Ndr: oltre a "Spider- Man - Going Big" Larsen ha realizzato anche il bellissimo one-shot dai toni Kirbyani "Captain America - The End") mi concentro sul mio universo. E non saprei darti troppe anticipazioni, sinceramente mi invento nuove stronzate per Savage Dragon mano a mano che ci lavoro sopra! [ride]. 

Grazie a Erik Larsen per la cortesia e disponibilità, a Editoriale Cosmo e Roberto Vezzali per l'opportunità  e a Michele Innocenti per il supporto e parte di traduzione del materiale.

venerdì 16 ottobre 2020

Intervista a Donny Cates

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2019 di Lucca Comics & Games)

Sei di Garland, un sobborgo di Dallas, Texas. Famiglia modesta. Ami i fumetti e hai imparato a leggere e parlare grazie ad essi. Sbarchi il lunario con tanti lavoretti occasionali, ma la tua massima ambizione è aprire una fumetteria.

Vieni assunto per un po' come commesso presso una catena di comicstore di Austin che però chiuderà presto i battenti per appropriazione indebita. Non ti dai per vinto e finalmente riesci ad aprire una tua fumetteria, ma un tipo ubriaco ti distrugge il negozio entrandoci con la macchina.

E così devi ricominciare da capo.

Ami i fumetti, ma non sei abbastanza abile nel disegno. In compenso ti diletti con la scultura, la batteria... ma, più di ogni altra cosa, ami i fumetti. Decidi di buttarti e iscriverti a un'Art School a Savannah, in Georgia; là, tra i compagni di corso, incontri artisti fuoriclasse come Tradd Moore e Geoff Shaw e questo ti rende ancora più insicuro sulle tue -già modeste- doti grafiche. 

Ma ami i fumetti e in quella scuola è obbligatorio anche seguire un corso di scrittura. Ed è lì che cominci a brillare e a trovare la tua strada: utilizzi la borsa di studio per pagare artisti che disegnino le tue storie (magari proprio i succitati compagni di corso) e non ti fermi più.

Qualche delusione e parziale sbandamento (la tua opera seconda, una bizzarra miniserie di 12 numeri previsti intitolata Ghostfleet, viene cancellata per scarse vendite e sei costretto a chiuderla in 8; nel 2015 per poco non rimani ucciso da una pancreatite a causa della tua esuberanza alcolica) non ti arrestano. E alla fine, dopo nemmeno 4 anni, vieni notato da Axel Alonso della Marvel.

L'(ex) editor in chief della Casa delle Idee resta colpito da una tua miniserie molto personale che fonde Texas, famiglia e giganteschi dèi à la Kirby (God Country). E ti commissiona una storia su, nientemeno, Thanos

Da lì diventi veramente inarrestabile: tra editori ed etichette indipendenti (Dark Horse, Aftershock, IDW Publishing, Image) arrivi a un contratto in esclusiva per la Marvel e in brevissimo tempo sei acclamato come il "golden boy" del colosso dei comics. Tutto quello che tocchi sembra trasformarsi in oro.

E oggi?

Sei invitato a Lucca Comics dove viene stampata in uno splendido formato per l'Italia da saldaPress che pubblica anche i tuoi Redneck e Baby Teeth) la tua sfortunata opera seconda, quel Ghostfleet realizzato con il talentuosissimo Daniel Warren Johnson; passi a salutare i lettori italiani della Marvel celebrando gli 80 anni della Casa delle Idee e i 25 anni di Marvel in Italia con la Panini; e in questa cornice trionfale trovi anche il tempo di sposarti con la collega e compagna Megan Hutchinson.

Tu ami i fumetti. E il tuo amore per i fumetti, un talento debordante e un pizzico di di spregiudicatezza ti hanno ricompensato.

Il tuo nome è Donny Cates. E la tua storia è appena cominciata.

NdR: l'intervista (o chiassosa chiacchierata, come sarebbe più giusto definirla) è stata attentamente editata e scremata perché condotta con un discreto tasso di birra in circolo e subito dopo una sessione importante di interviste in quel di Lucca, dove Donny aveva già raccontato e rivelato un sacco di aneddoti interessanti (tra i più gettonati il suo leggendario incontro con Alan Moore, la genesi di Ghostfleet, il resoconto del suo matrimonio-evento a Lucca e l'attesissimo e impegnativo passaggio di testimone- e di Martello- su Thor con il grande Jason Aaron, suo mentore, amico e "scrittore preferito"). Qui di seguito ho quindi lasciato le domande e le risposte più consone  e trascrivibili in questa sede (omettendo le chiacchierate fiume su serie televisive, musica e cibo, passando per una recensione -rigorosamente off-record, me lo ha fatto giurare- del film "Venom"...)


Paper Apes:  Una delle tue indiscutibili doti di scrittore è la musicalità e il ritmo dei tuoi dialoghi. Da dove nasce questo "orecchio"?

Donny Cates: Sono cresciuto con un problema di balbuzie, ho sempre avuto problemi a parlare. Adesso non si nota più molto, perché ho fatto un sacco di terapie negli anni, ma è come se attraverso i fumetti riuscissi a parlare alle persone come non mi è mai riuscito a voce. Avendo anche suonato la batteria per vent'anni, cerco di dare un certo ritmo ai dialoghi che scrivo. La voce con la quale preferisco scrivere è quella che uso in titoli come Thanos Vince o God Country: qui fondamentalmente utilizzo proprio la mia voce per raccontare la storia, cercando di darle una musicalità che cambia armonicamente da una pagina a quella successiva. (Nota: a questo punto Donny tamburella con le mani un ritmo sostenuto sul tavolo, accelerando e decelerando, passando per controtempi improvvisi e colpi sincopati: e lo fa mentre sfoglia i suoi fumetti davanti a me, passando da Ghostfleet a Thanos Vince, mostrandomi in diretta da pagina a pagina il ritmo dei dialoghi nei balloon, traslato al battito delle sue mani.)

PA: Wow! È quasi ipnotizzante... un'altra cosa che spicca dai tuoi lavori per grandi e piccole case editrici è il ritorno costante di disegnatori collaudati con cui alterni progetti mainstream a opere più personali...

DC: Beh, devo dire che sono stato molto fortunato ad aver lavorato finora con un sacco di ragazzi con i quali sono prima di tutto amico da molti anni... Gente come Geoff Shaw, che era con me al college con cui ho lavorato su Buzzkill, God Country, The Paybacks, Thanos, Guardiani della Galassia. Lo stesso vale per Tradd Moore (Silver Surfer: Black) e Ryan Stegman (Venom). Divento amico di questi disegnatori perché amo quello che fanno, credo sia per questo che è così evidente che ci divertiamo un sacco quando lavoriamo su qualche titolo insieme. In tutti i miei lavori cerco di fornire loro il modo di disegnare cose sulle quali desiderano impegnarsi, così da tirare fuori il meglio del loro talento. A volte sono io a chiedere a loro su cosa vorrebbero lavorare, per poi cercare il modo di scriverne.

PA: Il tuo lavoro su Venom è straordinario: non ti sei limitato a celebrare il culto legato a personaggio originario (Eddie Brock) ma gli hai donato un intenso background e una personale mitologia, rinnovandolo e dandogli uno spessore mai visto prima ... Con tutti i tuoi attuali impegni ti diverti ancora a scriverlo? Quanto rimarrai ancora in sua compagnia?

DC: Oh, ho intenzione di restare su Venom ancora per qualche anno... Ho tutt'ora grandi progetti per Eddie! L'evento Absolute Carnage è come la fine del primo atto della mia storia. Quando ho iniziato a scriverlo c'era molta attenzione sulla serie, visto che eravamo nel trentesimo anno dalla sua nascita e a ridosso dell'uscita del film a lui dedicato... ma la pressione era nulla rispetto all'eccitazione di poter lavorare sul personaggio! Mi sono innamorato di Venom quand'ero un ragazzino. Ero colpito perché tutti parlavano di Spider-Man ma io, invece, ero più affascinato da questa "ombra" con i denti aguzzi... trovavo strano che nessuno ne avesse mai scritto sfruttando quello che ho sempre pensato fosse il suo genere più naturale, l'horror fantastico. Dopotutto parla di un tipo che va in giro "indossando" un alieno! Inoltre, come hai detto tu, desideravo dargli una sua mitologia, un suo angolo del Marvel Universe che fosse soltanto suo, come è successo ad altri personaggi che sono nati come antagonisti ma che poi si sono sviluppati nelle loro storie indipendenti, come The Punisher o Wolverine. E mi sto divertendo un sacco a farlo...

PA: Il Texas è una cornice ricorrente nelle tue storie più personali. Di più, sembra un tema inevitabile, un luogo dell'anima. Una volta hai dichiarato "amo il Texas e non me ne andrei mai da lì. È da dove traggo il mio potere" e lo hai definito importante "come il Maine per Stephen King". È ancora così per te? Pensi che il Texas e le sue periferie rimarranno centrali nei tuoi lavori futuri?

DC: Assolutamente sì! Agli inizi della mia carriera ho scritto Buzzkill, The Ghostfleet, The Paybacks, tutti titoli che non vendettero per niente quando uscirono. Mi ricordo che a quel punto dissi alla mia ragazza dell'epoca: "D'ora in avanti cercherò di smettere di far finta di essere qualcun altro". È per questo che titoli come Redneck e God Country son opere molto personali, che parlano di cose vicino a me, più intime (nota: Redneck è fortemente ispirata dal nucleo famigliare di Cates, God Country è nata in seguito al grave ricovero in ospedale del Nostro e la quasi contemporanea nascita di sua nipote. " Unite queste cose... ovvero affrontare la mia mortalità e l'arrivo di questa nuova vita nella mia famiglia... e God Country è ciò che viene fuori"). Inoltre, non ho mai letto molte storie a fumetti di autori texani  che parlassero davvero del luogo da cui provenivano, anche per questo è stato bello vedere che i lettori da tutto il mondo hanno reagito con così tanta passione ai miei fumetti ambientati in Texas... spero voglia dire che hanno percepito l'onestà e l'amore viscerale che avevano alla base e magari hanno dato loro un'immagine meno stereotipata di una nazione unica, per la sua terra e le sue persone, così ricca e inclusiva. Un'immagine che vada oltre i suoi problemi più chiacchierati, le armi da fuoco, il fanatismo religioso, una politica disgustosa... Come dico sempre a riguardo: quella non è la mia nazione, il mio Texas. La politica non è il posto dove vivi. E credo sia giusto amare un posto e odiare i suoi politici (ride). Prima o poi mi prenderò una pausa dalle storie ambientate in Texas, ma al momento non ho ancora finito di scriverne... Anzi, ho intenzione di parlare presto del Texas in qualcuno dei titoli Marvel!

PA: A proposito di titoli Marvel, ho letto in rete aneddoti moto interessante sul dietro le quinte della tua "Morte degli Inumani"...

DC: Non sono un grande fan degli Inumani. non sono cresciuto leggendo le loro serie, infatti prima di La morte degli Inumani ho rifiutato di scriverne per due volte. Poi, durante uno dei raduni della Marvel, Will, uno degli editor, davanti a tutti ha annunciato che avevo idee da condividere riguardo agli Inumani. Il problema è che non era assolutamente vero, non avevo neanche accettato di scrivere la serie: mi aveva incastrato! Allora ho iniziato  a spiegare quali erano i miei problemi con gli Inumani: il fatto che tratti di una élite monarchica, che i due personaggi più famosi - Freccia Nera e Lockjaw- non parlino, che affronti temi quali politica e matriarcato... E allora ho detto: "Se dovessi scrivere questa serie, vorrei che fosse molto semplice, piena di azione e che parli di vendetta... una sorta di John Wick nello spazio!". A quel punto, Dan Slott, presente all'incontro, ha unito i puntini e mi ha praticamente urlato contro: "Aspetta un momento... no, NO! Non puoi uccidere Lockjaw!". La trovava un'idea inaccettabile (ride). Ma, a quel punto, alla Marvel interessava soltanto che si parlasse degli Inumani, così alla fine, hanno accolto la mia proposta e ho potuto scrivere la serie in totale libertà.


PA: Ghostfleet è dedicata a Kurt Russell. E la trama da bislacco e secco b-movie è permeata da un beffardo sguardo carpenteriano. E allora mi viene spontaneo chiederti: che tipo di film ti piacciono?

DC: Mi piace guardare un po' di tutto. Sono convinto che, nel cinema come negli altri media, le storie più leggere e di intrattenimento siano importanti quanto quelle più impegnate e drammatiche. Nessuno può mettere in discussione l'importanza e il valore di film come, per esempio, Schindler's List... Ma esistono anche i film di Fast And Furious, che sono dannatamente divertenti! Io stesso scrivo fumetti più personali e altri più commerciali... Sono convinto che questi due tipi di storie siano importanti alla stessa maniera, le prime perché riescono a farti riflettere su certi argomenti e a fare dell'introspezione, le seconde per come riescono a distrarti dai problemi del quotidiano e a farti divertire. È incredibile come possa essere gratificante guardare The Rock che combatte contro un elicottero! Tra i classici, amo film come Commando e soprattutto Grosso Guaio a Chinatown, forse il miglior film di sempre! John Carpenter è il mio regista preferito, fa una cosa che adoro: non perde mai tempo a spiegarti le cose, lascia che sia lo spettatore a riempire i buchi con la propria fantasia. Basti pensare al finale de Il Signore del Male,  a Michael Myers, che si trasforma in un'indistruttibile macchina assassina... Perché? Chi se ne frega! Goditelo! Se La Cosa fosse girato oggi, penserebbero subito a scrivere tre prequel per raccontare da dove viene quell'alieno, mentre invece è perfetto così com'è.

PA: Per finire, hai già fatto abbastanza dichiarazioni su cosa dobbiamo aspettarci dalla tua gestione su Thor. Non vedo l'ora e non ti chederò altro, giuro... solo questo: (Nota: gli mostro un'immagine di Beta Ray Bill in "Morte degli Inumani") per quanto mi riguarda, questa è una delle più belle entrate in scena che ho letto negli ultimi anni in un fumetto supereroico... ti prego dimmi che questo tipo tornerà e che hai grandi progetti per lui... è uno dei miei personaggi preferiti!

DC: Stai scherzando? Puoi scommetterci il culo, quello è il mio ragazzo!

Seguono highfive, tintinnare di birre, baci & abbracci.

Grazie, Donny.

Lucca  01/11/19. 

Un ringraziamento speciale a saldaPress per l'opportunità e a Michele Innocenti per la preziosa assistenza e la traduzione del materiale.