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domenica 4 aprile 2021

Intervista a Ryan Ottley

di Guglielmo Favilla


(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games. All'epoca, per Ryan Ottley l'avventura su Amazing Spider-Man era appena iniziata. Oggi, nel 2021, dopo 3 anni sulla serie, Ottley ha terminato il suo incarico per dedicarsi ad altri progetti in casa Marvel-e non solo...)


La serie animata di Invincible ha debuttato da poco su Prime Video e sta già mietendo successo e critiche entusiastiche, anche dai più scettici o da coloro che non avevano mai  dato una chance al capolavoro di Robert Kirkman (insieme a The Walking Dead). 
Un traguardo importantissimo per la saga, un meritato successo che travalica i confini della carta stampata (qui, in questa chiacchierata sul Friday Comic Book Podcast, insieme ad Alberto Tollini vi spieghiamo - se ancora ce ne fosse bisogno- perché leggere Invincible)

Ma oltre a Kirkman e a Cory Walker, che svilupparono la serie nel lontano 2003, è a un'altra persona  che si deve gran parte del successo dell'epopea di Mark Grayson. 

Nel 2018, dopo ben 14 anni si è concluso il suo lungo lavoro su Invincible; poi, per tre anni ha affrontato la sfida più importante per un disegnatore americano: disegnare la serie regolare di Amazing Spider-Man (con Nick Spencer ai testi). 
Si tratta di Ryan Ottley, una delle matite più talentuose ed energiche dell’ultimo millennio. 

Grazie a saldaPress lo abbiamo raggiunto a Lucca Comics & Games 2018 e abbiamo chiacchierato con lui  di di fumetto, creatività, botte di fortuna, grizzly e squali, sbranando pizza alle sei del pomeriggio.
La seguente intervista è ciò che è stato estrapolato tra una  masticata, una bevuta,  un  rutto sommesso e una  risata. Buona lettura.



PAPER APES: In Italia arriva in questi giorni la conclusione del tuo lavoro più importante: Invincible. Raccontaci di questa esperienza pluriennale e se avresti mai pensato, subentrando a serie iniziata, di contribuire alla creazione di un’iconografia così importante e imponente. 


RYAN OTTLEY: Sono entrato dal numero 8 succedendo a Cory Walker e da lì sono divenuto l’artista principale della serie. Non sapevo davvero come il pubblico avrebbe potuto recepirlo ma di giorno in giorno i lettori sono cresciuti sempre di più e siamo arrivati al punto in cui il nostro lavoro è stato celebrato in diversi Paesi! È stato meraviglioso lavorare a quest’opera, svilupparla graficamente. Nella mia mente ho sempre pensato di poter realizzare 15-20 numeri al massimo ma poi Image Comics ha apprezzato il mio lavoro e mi ha chiesto di rimanere a bordo. Adoro lavorare con Robert Kirkman, si tratta di uno dei miei autori preferiti; e ho amato ogni singolo personaggio della serie, mi sono innamorato di ognuno di loro… Debbie è come se fosse diventata la mia vera mamma e ogni volta in cui dovevo disegnare una scena in cui qualcuno le faceva violenza pensavo “Cavolo sto per fare del male a mia madre!” [Ride]. Ho anche molto apprezzato la libertà assoluta che Robert e gli editor mi hanno concesso nel corso degli anni: amo disegnare scene dalla forte carica gore quindi è stato assolutamente eccitante non avere nessuno alle spalle pronto a dire “non fare questo, non fare quello”. Ho speso tutto me stesso su queste pagine per oltre 14 anni e infine sono arrivato alla conclusione di volere qualcosa di diverso. Quindi ho chiamato Robert e gli ho detto “Ehi, credo sia arrivato il momento.” Anche lui era d’accordo così mi ha detto cosa aveva in mente per il numero 144 e abbiamo compiuto questo passo. Sono rimasto per un po’ a pensare a cosa volevo fare dopo: magari lavorare a un volume scritto e disegnato da me o affidarmi alle mani di qualche altro sceneggiatore… Fino a quando la Marvel mi ha chiamato proponendomi di lavorare su Spider-Man. Lì ho pensato “cavolo, questa potrebbe essere una bella sfida e un bel salto per la  mia carriera” [RIDE] e così eccomi qui. 

PA: E adesso stai lavorando su Spider-Man.. . Peter Parker e Mark Grayson sono due personaggi così simili e allo stesso tempo molto distanti: da una parte abbiamo un personaggio cresciuto nelle mani di molteplici autori, dall’altra uno che è stato plasmato soprattutto dalle tue mani, durante la sua splendida vita editoriale. Quali sono le differenze (se ci sono) nell’affrontare graficamente questo tipo di immaginario pop così consolidato? 



RO: In realtà sono mondi molto simili. Anche Invincible nella sua idea di fondo è molto iconico e pop allo stesso tempo. Per me questo passaggio è stato molto semplice: ho continuato a disegnare alla mia maniera e mi sembra quasi di non aver smesso con la serie alla quale sono ancora molto legato. Se ci pensi i personaggi principali (Peter e Mark, Mary Jane e Atom Eve) sono tutti molto simili tra loro. Potremmo dire quasi che ora sto disegnando un Mark Grayson castano [RIDE]. 



PA: Robert Kirkman in Invincible alterna lunghi dialoghi (come in The Walking Dead) a momenti action mozzafiato; pura esplosione muscolare che spesso diventa il centro della narrazione. Nick Spencer invece sembra in generale più concentrato sulla recitazione dei personaggi. E poi c'è la questione della violenza, fortissima e sorprendente in casa Skybound e molto più mitigata sul Ragno. In che modo affronti due sceneggiature così diverse? 

RO: Robert spesso si concentra sul puro e semplice dialogo: spesso ci sono diverse pagine con dialoghi molto lunghi e si passa facilmente da momenti di commedia a pura drammaticità. Ovviamente il lavoro su Spider-Man è condizionato da molte regole: non puoi “distruggere” il personaggio, io non posso certo rappresentare un Peter che va in giro per New York a massacrare di cazzotti chiunque gli capiti sotto tiro e chiaramente ho dovuto accantonare il mio caro gore. Non si tratta di intimidazione editoriale, semplicemente per alcuni aspetti sembra di lavorare a qualcosa di molto distante da quanto facevamo alla Image. Ma con Nick c'è un'ottima alchimia e, come Robert nelle sue sceneggiature, ha un ottimo senso dell'umorismo e un'ottima gestione del dramma...

PA: Sul tuo lavoro su Spider-Man hai mantenuto lo storico team di collaboratori (alle chine) che ti avevano accompagnato per anni su Invincible, mentre è  cambiato il team di coloristi. Pensi che questo cambio abbia influito in qualche modo sul tuo lavoro? 

RO: Ricordo perfettamente tutti coloro che hanno contribuito con i loro colori al mio lavoro su Invincible: Fco Plascencia, John Rauch, Jean-Francois Beaulieu, mentre per gli ultimi numeri ci siamo affidati a Nathan Faibarn. Tutti dei veri assi del settore che hanno contribuito a migliorare le mie tavole. Adesso su Spidey sono nelle mani di Laura Martin che sta facendo un ottimo lavoro e sta mettendo sotto una luce nuova le mie matite. Mi sto trovando molto bene. 


PA: Com’è nata la folle idea di GrizzlyShark? Quanto di te e del tuo modo di concepire i fumetti c’è in quest’opera? 

RO: Ho messo tutto me stesso in quell’opera, si tratta di qualcosa di completamente fuori di testa. L’idea iniziale è venuta fuori dalla mia mente e da quella di Jason Howard [disegnatore della serie Trees di Warren Ellis, pubblicata da saldaPress, ndr]. Ci trovavamo tutti e due ad una convention a Las Vegas, siamo usciti dopo un’intensa giornata di lavoro ed eravamo tutti e due molto stanchi, così abbiamo incominciato a sparare idee stupide [RIDE]. A un certo punto è uscita l’idea di mescolare squali e orsi grizzly e abbiamo pensato di realizzarla per una 24h Comic Day [idea nata dalla mente di Scott McCloud nel 1990, ndr] e così abbiamo deciso di dividerci i compiti: a lui sarebbero toccati gli orsi e a me gli squali. Abbiamo deciso di non rivelarci nulla sulle nostre idee per la rispettiva “metà” e avremmo poi mescolato tutto in un secondo momento. Ovviamente in 24 ore è molto difficile realizzare un progetto come questo e alla fine mi sono ritrovato con un soggetto completo e 10 pagine disegnate. Hai presente quando rimani in piedi per 15 ore dedicandoti quasi solo al lavoro? La tua mente comincia a vagare, sembra quasi come se tu fossi fatto, o potremmo dire “ubriaco di fatica". Ho visto il mio lavoro e ho cominciato a ridere senza controllo, poi ho mostrato il risultato alle persone che erano con me e, dopo averle viste reagire al mio stesso modo, mi sono detto “facciamolo!”. Ho scritto come un ossesso, trascinato dal divertimento che provavo, e proprio mentre lavoravo a Invincible ho passato i miei weekend di riposo su GrizzlyShark. Una volta che il primo numero era pronto, e dopo averlo riletto con gli editor, ho deciso di andare avanti. Jason con il tempo mi ha abbandonato ma alla fine è venuta fuori una miniserie di 3 numeri che saldaPress ha deciso di stampare in questo volume cartonato… E il risultato è strabiliante, fanno volumi veramente meravigliosi! 


PA: Con il tuo lavoro stai ispirando generazioni di artisti a venire. Ma da dove provengono le tue influenze maggiori? 

RO: Sono cambiate molto nel corso degli anni. Arthur Adams è sicuramente una delle mie pietre miliari ma adoro anche artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo. Molti artisti francesi ma anche mangakaAlita è uno dei miei fumetti preferiti, ma amo moltissimo anche Berserk o Akira che è uno dei migliori manga che io abbia avuto il piacere di leggere. Anche se poi a ogni convention qualcuno viene da me e da Robert dicendo “Sono sicuro che voi adorate Dragonball” perché nella serie ci sono molte similitudini (Mark che viene sconfitto e ritorna ogni volta più forte, alcune razze aliene) e anche Monhax mi dicono tutti assomigli a uno dei personaggi principali (Piccolo, ndr) ma non ho ancora mai letto la serie di Akira Toriyama, anche se possiedo tutti i numeri. Non siamo noi che abbiamo copiato Dragonball, sono loro che hanno copiato noi… forse usando una macchina del tempo! [RIDE].



Grazie a Ryan Ottley per le risate,  la  simpatia e la disponibilità, a Jacopo Masini e saldaPress per la cortesia e possibilità e a Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.


domenica 3 gennaio 2021

Intervista a Erik Larsen

di Guglielmo Favilla



Alla fine è il tempo a stabilire i vincitori. O, semplicemente, il valore di un artista.
 
Dei 7 moschettieri dell'Image Comics(Todd MacFarlane, Rob Liefeld, Jim Lee, Mark Silvestri, Jim Valentino e Whilce Portacio, il wild bunch in fuga dal duopolio editoriale Marvel/DC), Erik Larsen è stato l'unico a vincere la sfida del tempo, l'unico capace di mantenere una visione artistica coerente (seppur in continua evoluzione) associata a un'impressionante costanza mensile per quasi trent'anni di pubblicazioni.

Se inizialmente MacFarlane fu l'unico del gruppo ad avere un'intuizione tanto semplice quanto potente per attirare anche lettori più sofisticati- ovvero invitare la crème degli scrittori dell'epoca a lavorare sui primi numeri del suo Spawn (ricordiamo, tra gli altri, Moore, Miller, Morrison, Gaiman ed Ennis)-  Larsen è sempre stato l'unico fabbro nella sua officina, con poche concessioni ad altri autori (oltre agli innumerevoli camei nelle sue e in altre collane, l'unica storia del dragonverso degna di nota fuori dalla  gestione Larseniana è la "Blood  & Guts" - "Pioggia di Sangue" in Italia- del talentuoso Jason Pearson...)

L'autore di Chicago è andato avanti indefesso, inarrestabile, in barba ai grandi numeri (Savage Dragon non è mai stata un campione di vendite come inizialmente furono Spawn, Wildcats o Youngblood) e alle mode editoriali del momento; ha creato un'unica opera creator owned  e ha reso il suo Savage Dragon un personaggio-mondo, dove sperimentare e crescere come artista completo (sia scrittore che disegnatore), sfogare le proprie passioni e realizzare un tributo alla Nona Arte tutta. 

Nel solco di Jack Kirby (suo mito assoluto e padre putativo)  attraverso Dragon, Larsen ha omaggiato la golden e la silver age dei comics, passando da Eisner a Gil Kane, Frank Miller e Walt Simonson, sprazzi di  Charles Shulz e Go Nagai, Kevin Eastman e Bill Watterson, Katsuiro Otomo e Walt Kelly (e mille altri)... ha parlato di politica, sesso, religione e di tutto quello che gli passa(va) per la mente. Ha parodiato colleghi (memorabili le sue polemiche con Peter David e John Byrne) e se stesso, ha riso, pianto, sudato ed è invecchiato coi suoi personaggi ma sempre mantenendo una freschezza sorprendente e un entusiasmo contagioso per il suo lavoro. 

Last but not least, Larsen è stato il mentore e principale ispiratore di Robert Kirkman (da sempre fan del Dragone, Kirkman ottenne un lavoro all'Image dopo aver accompagnato all'aereoporto il buon Erik, in ritardo per averso perso il taxi);  il capolavoro supereroico Invincible dello scrittore del Kentucky , col suo parterre di bizzarri personaggi, il suo tenace andamento orizzontale - dove gli anni scorrono davvero per i protagonisti-  e l'assoluta maestria nei cambi tonali del racconto, è debitore in tutto e per tutto all'opera Larseniana.

Insomma, Dragon gareggia per longevità con Cerebus  del grande Dave Sim (altro autore ospite nei primi numeri di Spawn...) e la sua corsa  in continua evoluzione prosegue senza sosta.

In Italia la sua vita editoriale è stata assai travagliata (Ony press, Lexy, BD) e ora grazie a Editoriale Cosmo, si riparte con la pubblicazione integrale delle sue avventure.

Gli incontri con Larsen sono stati una grande emozione per chi scrive: prima alla sua masterclass organizzata dalla Scuola Internazionale di Comics a Firenze; poi all'interno di Lucca Comics & Games 2019dove grazie a Editoriale Cosmo, siamo riusciti a bere un caffè con l'autore.


Paper Apes: Credo che tu sia uno degli autori più schietti e coraggiosi della storia del fumetto americano, uno dei pochi in grado di apprendere e portare avanti nel suo lavoro la grande lezione del maestro Jack Kirby. Quando hai creato Savage Dragon all'inizio degli anni '90,
avresti mai immaginato che sarebbe durato così a lungo?

Erik Larsen: Sicuramente lo speravo! Ho creato il personaggio quando avevo 9 anni, era una sorta di versione personale di Batman, con un mix di Capitan Marvel e Speed Racer... La pelle verde e la cresta erano soltanto una maschera con un buco dal quale si vedeva la sua bocca. Ho disegnato le sue avventure -un sacco di fumetti! - con lui protagonista, quando ero molto piccolo. E ho continuato a farlo per parecchi anni... fino a quando non mi sono stancato di disegnare il suo mantello, la sua cintura multiuso e la sua maschera... [ride] Così l’ho separato dalla sua identità segreta e l’ho ripensato come due personaggi diversi. La sua identità segreta era quella di William Johnson, che poi è finito per essere uno dei poliziotti nella vera serie.  Ed è per questo che ad un certo punto, nel fumetto, Dragon e Johnson diventano un tutt’uno, in omaggio alle vecchie origini del personaggio!
Durante la mia adolescenza, Dragon era evoluto e cambiato; quando compii 19 anni io e un paio di miei amici pubblicammo indipendentemente una fanzine, per la quale scrissi una storia di Dragon nella forma che aveva raggiunto in quel momento. In seguito, ne ho pubblicata un’altra versione nei primi due numeri di una rivista amatoriale chiamata Graphic Fantasy. Quando ho iniziato a lavorare a Savage Dragon per la Image Comics, il mio obiettivo era arrivare a quello stesso punto visto in Graphic Fantasy ma partendo da un’altra parte, un altro spunto. Dopotutto non ero più un ragazzino ingenuo, non avevo più 8 anni, non avevo in mente le stesse stupide storie di allora. Così gli ho dato una figlia, l’ho reso un ex membro della S.O.S. e alla fine, mi sono ritrovato a raccontare di nuovo la storia che avevo presentato nei due albi della fanzine, stavolta nei numeri 63-65 della serie Image. Sono riuscito a raggiungere di nuovo quel punto della storia e da allora mi sono detto “Ora posso andare in qualsiasi direzione io voglia, vediamo per quanto riuscirò a portarlo ancora avanti”. Ed eccoci qui! [ride]


PA: Sei l'unico autore del gruppo Image Comics degli anni '90 ad aver usato la propria serie per esplorare e sperimentare il più possibile il linguaggio del fumetto. Perché pensi che Savage Dragon sia un personaggio in grado di darti l'opportunità di farlo? Lo hai creato come porta d'accesso a queste infinite possibilità di sperimentazione, o le sue avventure sono state create di volta in volta, per rinfrescare il suo status quo?

EK: Prima di tutto lasciami dire che io amo tutti i tipi di fumetto, e per tutti, intendo dire ogni genere e provenienza. Quindi non solo supereroi ma anche fumetti europei e giapponesi, per dire. Quindi per me questa serie doveva essere letteralmente piena di tutto ciò che mi colpisse, da qualunque tipo di esperienza di lettura. Inoltre, uno dei miei obbiettivi fin dall’inizio era di riuscire a far trascorrere il tempo in maniera realistica all’interno della serie. Se ci pensi, lo scorrere del tempo è qualcosa di cui i fan hanno sempre parlato in relazione a personaggi come Spider-Man: è bizzarro trovarsi a essere prima più piccoli, poi coetanei, poi più grandi di Spider-Man.  Ad un tratto ti viene voglia di dire “Non è che Spider-Man potrebbe invecchiare con me?”. La Marvel non potrebbe mai permetterlo, ucciderebbero i loro franchise, nessuno sarebbe in grado di sostituire i loro personaggi iconici con altri all’altezza. Quindi, l’unico modo per fare una cosa del genere è trovare un autore che dica “Ok, creerò roba nuova per sostituire la vecchia!”. E così in Savage Dragon i personaggi invecchiano, muoiono, ne arrivano di nuovi, è una serie in continua trasformazione.
Ripenso costantemente a quello che ho già fatto, a quello che non ho ancora fatto e sperimento molto con il format. Mi spingo a immaginare  cose che nessuno ha mai osato prima. 
Ad esempio un numero che inizia con una tavola composta da 20 vignette le quali, pagina dopo pagina, si uniscono in coppie fino a formare una pagina composta da un’unica, grande vignetta. Perché non provarci? Oppure, mi dico, facciamo un numero con tutte le pagine composte da sei vignette identiche, tutte le pagine che abbiano la stessa rigida composizione, e vediamo com’è raccontare una storia con questa limitazione grafica. Tutte cose che mi aiutano a cercare di rompere con il passato e le tradizioni legate al medium. Il tutto, ovviamente, mentre cerco anche di raccontare delle storie.

PA: E' molto interessante. E- credo- anche molto difficile da far funzionare...

EK: Beh, a volte questo approccio funziona e altre, con un certo tipo di storia, non funziona per niente. Ma anche questo fa parte di quanto c’è di interessante in questa metodica: se provi a scrivere un numero composto solamente da splash pages, hai a disposizione soltanto dieci vignette su due pagine per raccontare la tua storia. Quindi cosa puoi scrivere per giustificare l’utilità di quelle dieci splash pages? Sono queste le cose sulle quali mi piace sperimentare. Sono scelte dietro alle quali devo trovare un senso, non soltanto per il gusto di provocare. Tornando alla continua evoluzione della serie, al fatto che il tempo della storia corrisponda a quello del mondo reale, beh, con il passare del tempo le cose cambiano: i figli del protagonista nascono, crescono, diventano personaggi, e con loro cambiano le dinamiche e le situazioni. Grazie a questo la serie può reinventarsi continuamente. 

PA: Penso che sotto questo punto di vista - e non solo- Robert Kirkman debba tantissimo alla tua serie.  

EK: In effetti, se guardi a Invincible, puoi trovarci elementi che derivano direttamente da Savage Dragon, come la composizione di alcune pagine! E so per certo che all'epoca Robert lo facesse da fan, per rendere omaggio al mio lavoro. Robert aveva 12 anni, quando è nata la Image. Quando tutti mi chiedono qual è la vera golden age dei fumetti, io rispondo “12 anni”, quando tutto ti sembra fantastico e meraviglioso...

PA: Sei tornato di recente per raccontare una nuova storia di Spider-Man, sulle pagine di "Amazing Spider-Man: Going Big #1". Ti è piaciuta questa nuova opportunità di scrivere e disegnare un personaggio che è stato una parte fondamentale della tua carriera? Com'è stata questa nuova esperienza?

EK: Adoro Spider-Man, sono cresciuto con lui. Inizialmente, quando mi proposero di lavorare sul Tessiragnatele mi reputai un scelta azzardata per il personaggio... Nel senso, sono sempre stato  più un fan di Jack Kirby e dei suoi lavori rispetto a Steve Ditko - che comunque ammiro- e al suo tratto spigoloso. Quindi all'epoca mi sembrò un’idea rischiosa mettermi a disegnare un personaggio così smilzo al posto di personaggi più “in carne” e  corpulenti con cui mi trovavo più agio a inizio carriera. Ma mi ci sono appassionato in pochissimo tempo, rendendomi conto che mi piaceva davvero molto raffigurarlo. Tornare a lavorare sul personaggio per questa nuova storia è stato semplice come indossare un comodo paio di vecchie scarpe, è come non aver mai smesso di lavorare su Spidey, sapevo esattamente come fare tutto quanto! C’è la possibilità che torni presto a lavorare su Spider-Man, sarò felice di farlo fino a quando ne sarò in grado...


PA: È un grande momento per l'industria dei comics, ci sono molti autori di talento che lavorano per tutte le aziende del settore. Chi sono alcuni dei tuoi nuovi talenti preferiti che lavorano oggi, come artisti?

EK: Aw, ecco, sono una frana con i nomi... Adoro il lavoro di Bill Sienkievicz... e poi direi Humberto Ramos, Chris Bachalo... Anche se non sono nomi così nuovi! [ride] Hai ragione però, ci sono molti artisti più giovani di cui ammiro il lavoro, ma sono davvero tremendo con i nomi, non saprei chi citarti! Comunque, in genere leggo molti vecchi fumetti, continuo a cercare e collezionare vecchi albi.  Jack Kirby per me resta sempre il numero uno.

PA: Hai già pianificato il prossimo futuro del personaggio? Hai altri progetti oltre alla tua creazione principale?


EK: Beh, al momento, oltre a un gradito ritorno in Marvel (Ndr: oltre a "Spider- Man - Going Big" Larsen ha realizzato anche il bellissimo one-shot dai toni Kirbyani "Captain America - The End") mi concentro sul mio universo. E non saprei darti troppe anticipazioni, sinceramente mi invento nuove stronzate per Savage Dragon mano a mano che ci lavoro sopra! [ride]. 

Grazie a Erik Larsen per la cortesia e disponibilità, a Editoriale Cosmo e Roberto Vezzali per l'opportunità  e a Michele Innocenti per il supporto e parte di traduzione del materiale.