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sabato 5 febbraio 2022

Slots: la ballata di Stanley Dance

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente recensione risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)

"Sei tornato?"
"Sì, Les. Sono tornato."

Al grido di “I believe in comics!” la missione di Robert Kirkman è sempre stata quella di dare agli autori di fumetti che stima la totale libertà creativa e la possibilità di esprimersi al meglio, senza limiti di generi o sotto-generi. Ed ecco che in mezzo a supereroi, morti viventi, super-dinosauri, lupi mannari, cloni, esorcismi, mostri interdimensionali, vampiri texani, futuri distopici, fantasy scatenati, sci-fi ad alto voltaggio e intricate crime-story, la storia semplice di Slots potrebbe lasciare perplessi.

La vicenda di uno scalcagnato pugile al declino – bastardo di razza ma sotto sotto dal cuore d’oro – in cerca di un ultimo riscatto personale e familiare è infatti il tipo di storia che l’inossidabile Kirkman ha permesso di pubblicare all’interno della sua Skybound (ormai fortissima etichetta all’ombra del colosso IMAGE). L’autore? Il “giovane” veterano dei comics Dan Panosian.


UNA LUNGA CARRIERA, UN ESORDIO IMPORTANTE

Americano di Cleveland ma di origini armene, Panosian inizia giovanissimo una gavetta in Marvel e DC e il suo nome diventa presto familiare a tutti lettori di comics agli albori degli anni '90. Il giovane Dan si fa le ossa come inchiostratore (soprattutto sugli X-Men) e poi disegnatore alla neonata Image, dove il suo stile ancora grezzo si adatta all’ infausta “estetica Liefeld” imperante all’epoca… seguono storie, copertine, ancora inchiostrazioni e un’importante carriera parallela come storyboarder e character designer per videogiochi, pubblicità, animazione e cinema. Infine un ritorno definitivo al fumetto, di nuovo in casa DC, Marvel, Image e BOOM! Studios e un miglioramento stilistico impressionante di cui Slots rappresenta la punta di diamante. Lontano dai supereroi con cui ha intrecciato la sua carriera e forte di una storia semplice e sentita, il suo stile deflagra finalmente in tutta la sua potenza.


"Mi sembra un po’ troppo vecchio per quel mostro. Sai qualcosa che io non so?"
"Se c’è di mezzo il mio vecchio, di sicuro non so un cazzo."

Sì, perché per Dan Panosian Slots non è solo un nuova pubblicazione, ma il suo esordio come autore completo (sceneggiatore, disegnatore e colorista). Una storia semplice, dicevamo, e tipicamente americana: Stanley Dance è un pugile semi-finito, sbruffone e simpatica canaglia che ha incasinato di brutto la sua vita. Cercherà di rimediare in qualche modo, tornando a Las Vegas dalla famiglia e dagli amori che ha lasciato per salvare la loro attività dal temibile Les Royal, con cui scopriremo avere una storia alle spalle piuttosto tormentata. In questa impresa apparentemente impossibile, la sfida più grande: cercare di riallacciare i rapporti con il figlio Lucy, abile combattente di MMA che nutre disprezzo per un padre che non ha mai davvero conosciuto. Il conflitto generazionale nella storia riecheggia i sentimenti contrastanti che lo stesso Panosian nutriva nei confronti del suo vecchio, ex pugile professionista divenuto poi grafico pubblicitario (come racconta l’autore nella postfazione del volume).

Slots risulta quindi un’opera prima dalla doppia rilevanza perché, oltre ad essere una graphic novel dove l’autore si scatena, -comprensibilmente-mettendo in un fumetto tutto ciò che ama (protagonisti magnetici e dolenti, incontri di boxe e MMA, donne bellissime, macchine polverose, pittoreschi comprimari), possiede anche una valenza catartica, rivelandosi una lettera d’amore malinconica a un padre che se n’è andato troppo presto.


L’(ANTI) EROE DELLA STRADA

"Ah, he sure was something…" (in italiano “Certo che era speciale…”) Sono le parole di James Coburn nel ruolo di Speed, gambler organizzatore di incontri clandestini, mentre osserva andarsene sullo stesso treno fantasma con il quale era venuto il solitario Chaney, interpretato da Charles Bronson. La scena chiude la pellicola di culto ed esordio del grande Walter Hill, “Hard Times” (da noi “L’eroe della strada”, 1975) mentre sale l’indimenticabile tema musicale di Barry De Vorzon. In qualche modo, “speciale” lo è anche lo Stanley Dance di Slots, sbruffone dalla faccia di bronzo e irresistibile figlio di una buona donna, caratteristiche che lo fanno assomigliare molto di più al personaggio di Speed rispetto al combattente Chaney. “L’eroe della strada” è stata una pellicola fondamentale per Panosian, amata da lui e da suo padre ed è interessante notare quanto le due opere, seppur fondamentalmente nate e ambientate in epoche e contesti diversi (il film di Hill è ambientato nel ‘29 tra la New Orleans e le terre bayou dell’America della crisi economica, Slots è ambientato ai giorni nostri in una Las Vegas dai “turbolenti bassifondi”) abbiano forti affinità. Sono esordi di due autori già a loro modo veterani dell’industria e con tanta voglia di mettersi in gioco: Hill arriva al suo esordio solista a “soli” 32 anni ma già con una lunga e densa gavetta da sceneggiatore e regista della seconda unità, Panosian alla soglia dei 50 anni dopo la gavetta importante di cui abbiamo parlato. Entrambe sono storie profondamente americane e hanno il sapore di una ballata dolceamara dove vige una perpetua atmosfera crepuscolare: ultime occasioni, combattimenti, irriducibili loser e piccola criminalità. Nel film fabbriche abbandonate, ferrovie fantasma, bar desolati; in Slots diner scalcagnati in mezzo al deserto, chioschi fumosi e appiccicosi di tacos, squallide palestre e casinò pacchiani in una Las Vegas accecante. Ma il primo film di Hill è fatto di “piani lenti, tristi e liquidi, che si trascinano come la stranezza della notte, come un sogno malato” (Giuseppe Turroni “Americana 2”, Bulzoni ed., 1978), di immagini dalla bellezza scarna e di un’ essenzialità assoluta (mai più così assoluta nei film successivi di Hill); si avvale inoltre di un montaggio chirurgico per le scene d’azione, assoggettato alle coreografie degli incontri e alle mosse del combattimento.

Panosian invece sfrutta le tavole con uno storytelling fresco e audace, divertendosi come può in piani ravvicinati, dettagli, controcampi improvvisi e primi piani insistiti giocando abilmente con le espressioni dei personaggi. Il suo “osare” tanto graficamente lo accomuna quindi al Walter Hill della seconda parte della carriera, quello dalle stile più fiammeggiante e barocco. Certe scelte di scansione ritmica delle vignette ricordano il montaggio musicale e alternato di uno “Strade di Fuoco”, i corpo a corpo sembrano la versione fumettistica di certe sequenze di “Johnny il Bello”, “Danko”, “Undisputed” o “Bullet to the Head”. In definitiva, a pensarci bene, Slots sembra essere un’opera hilliana nel profondo, il miglior distillato di una storia americana. E al pari di un film di Hill, come sottofondo durante la lettura starebbe divinamente la musica di Ry Cooder. O in mancanza, Barry De Vorzon.


IL DIAVOLO NEI DETTAGLI

Una storia semplice, quindi, ma con il diavolo nei dettagli, quelli attraverso cui un disegnatore sa creare un’atmosfera, un mondo: il volto di una donna che mostra il tempo passato attraverso un riflesso deformato su un bicchiere di gin, lo sguardo perso di un ingenuo omuncolo per le grazie di una spogliarellista del casinò… Il corollario di umanità della storia è un mix di diversi incontri fatti dall’ autore nella sua vita tra la Florida e New York. Panosian si diverte a far recitare con mille espressioni il piccolo sottobosco criminale, i reietti di Las Vegas; trova il modo di inserire i volti di suoi amici personali e perfino la sua (bellissima) moglie. E da novello sceneggiatore, l’autore rivela un gran gusto nei dialoghi e nel ritmo di battute che piacerebbero a Hill o ai suoi storici collaboratori David Giler e Larry Gross. Unico neo, un finale un po’ frettoloso, come se la durata di soli 6 numeri avesse costretto l’autore una risoluzione rapida. La cosa risalta di più all’occhio proprio perché in un fumetto del genere egregiamente costellato di sospensioni, di notturni urbani, di ampi spazi silenziosi nel deserto, contano i preludi prima ancora delle azioni e dei meri meccanismi narrativi. Ma si tratta di una facezia che non inficia il puro godimento visivo. In Slots troviamo un mix di tante ispirazioni di Panosian: c’è Klaus Janson, Howard Chaykin, Neal Adams e Jorge Zaffino… un tocco disneyano nelle espressioni e una spolverata di Norman Rockwell. Per un artista autodidatta che si definisce “in un apprendistato continuo” è un risultato mica da poco. E sì, ormai possiamo parlare di uno stile alla “Dan Panosian”.



CONCLUSIONI

SaldaPress propone una splendida edizione cartonata disponibile anche in una prestigiosa variant limitata di 200 copie: una resa eccellente, approvata entusiasticamente dallo stesso autore. Il volume rende giustizia anche alla plasticità del colore e all’utilizzo classico e fantastico dei simil-retini che ben contribuiscono ai passaggi più emotivi della storia. Slots suona come una ballata conosciuta. Come un buon pezzo rock orecchiato in un bar o un vecchio film iniziato alla tv da cui non riesci più a staccarti. Magari immagini già il finale, ma stai lì lo stesso e non vorresti che arrivasse mai. E quando arriva, ti immagini che sarebbe perfetto chiudere il volume ascoltando un pezzo di Ry Cooder. O in mancanza, di Barry De Vorzon…


Autore:  Dan Panosian
Editore: saldaPress
Collana:  Skybound
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 8 novembre 2018
Pagine: 144 p., Rilegato
  • EAN: 9788869194016

domenica 4 aprile 2021

Intervista a Ryan Ottley

di Guglielmo Favilla


(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games. All'epoca, per Ryan Ottley l'avventura su Amazing Spider-Man era appena iniziata. Oggi, nel 2021, dopo 3 anni sulla serie, Ottley ha terminato il suo incarico per dedicarsi ad altri progetti in casa Marvel-e non solo...)


La serie animata di Invincible ha debuttato da poco su Prime Video e sta già mietendo successo e critiche entusiastiche, anche dai più scettici o da coloro che non avevano mai  dato una chance al capolavoro di Robert Kirkman (insieme a The Walking Dead). 
Un traguardo importantissimo per la saga, un meritato successo che travalica i confini della carta stampata (qui, in questa chiacchierata sul Friday Comic Book Podcast, insieme ad Alberto Tollini vi spieghiamo - se ancora ce ne fosse bisogno- perché leggere Invincible)

Ma oltre a Kirkman e a Cory Walker, che svilupparono la serie nel lontano 2003, è a un'altra persona  che si deve gran parte del successo dell'epopea di Mark Grayson. 

Nel 2018, dopo ben 14 anni si è concluso il suo lungo lavoro su Invincible; poi, per tre anni ha affrontato la sfida più importante per un disegnatore americano: disegnare la serie regolare di Amazing Spider-Man (con Nick Spencer ai testi). 
Si tratta di Ryan Ottley, una delle matite più talentuose ed energiche dell’ultimo millennio. 

Grazie a saldaPress lo abbiamo raggiunto a Lucca Comics & Games 2018 e abbiamo chiacchierato con lui  di di fumetto, creatività, botte di fortuna, grizzly e squali, sbranando pizza alle sei del pomeriggio.
La seguente intervista è ciò che è stato estrapolato tra una  masticata, una bevuta,  un  rutto sommesso e una  risata. Buona lettura.



PAPER APES: In Italia arriva in questi giorni la conclusione del tuo lavoro più importante: Invincible. Raccontaci di questa esperienza pluriennale e se avresti mai pensato, subentrando a serie iniziata, di contribuire alla creazione di un’iconografia così importante e imponente. 


RYAN OTTLEY: Sono entrato dal numero 8 succedendo a Cory Walker e da lì sono divenuto l’artista principale della serie. Non sapevo davvero come il pubblico avrebbe potuto recepirlo ma di giorno in giorno i lettori sono cresciuti sempre di più e siamo arrivati al punto in cui il nostro lavoro è stato celebrato in diversi Paesi! È stato meraviglioso lavorare a quest’opera, svilupparla graficamente. Nella mia mente ho sempre pensato di poter realizzare 15-20 numeri al massimo ma poi Image Comics ha apprezzato il mio lavoro e mi ha chiesto di rimanere a bordo. Adoro lavorare con Robert Kirkman, si tratta di uno dei miei autori preferiti; e ho amato ogni singolo personaggio della serie, mi sono innamorato di ognuno di loro… Debbie è come se fosse diventata la mia vera mamma e ogni volta in cui dovevo disegnare una scena in cui qualcuno le faceva violenza pensavo “Cavolo sto per fare del male a mia madre!” [Ride]. Ho anche molto apprezzato la libertà assoluta che Robert e gli editor mi hanno concesso nel corso degli anni: amo disegnare scene dalla forte carica gore quindi è stato assolutamente eccitante non avere nessuno alle spalle pronto a dire “non fare questo, non fare quello”. Ho speso tutto me stesso su queste pagine per oltre 14 anni e infine sono arrivato alla conclusione di volere qualcosa di diverso. Quindi ho chiamato Robert e gli ho detto “Ehi, credo sia arrivato il momento.” Anche lui era d’accordo così mi ha detto cosa aveva in mente per il numero 144 e abbiamo compiuto questo passo. Sono rimasto per un po’ a pensare a cosa volevo fare dopo: magari lavorare a un volume scritto e disegnato da me o affidarmi alle mani di qualche altro sceneggiatore… Fino a quando la Marvel mi ha chiamato proponendomi di lavorare su Spider-Man. Lì ho pensato “cavolo, questa potrebbe essere una bella sfida e un bel salto per la  mia carriera” [RIDE] e così eccomi qui. 

PA: E adesso stai lavorando su Spider-Man.. . Peter Parker e Mark Grayson sono due personaggi così simili e allo stesso tempo molto distanti: da una parte abbiamo un personaggio cresciuto nelle mani di molteplici autori, dall’altra uno che è stato plasmato soprattutto dalle tue mani, durante la sua splendida vita editoriale. Quali sono le differenze (se ci sono) nell’affrontare graficamente questo tipo di immaginario pop così consolidato? 



RO: In realtà sono mondi molto simili. Anche Invincible nella sua idea di fondo è molto iconico e pop allo stesso tempo. Per me questo passaggio è stato molto semplice: ho continuato a disegnare alla mia maniera e mi sembra quasi di non aver smesso con la serie alla quale sono ancora molto legato. Se ci pensi i personaggi principali (Peter e Mark, Mary Jane e Atom Eve) sono tutti molto simili tra loro. Potremmo dire quasi che ora sto disegnando un Mark Grayson castano [RIDE]. 



PA: Robert Kirkman in Invincible alterna lunghi dialoghi (come in The Walking Dead) a momenti action mozzafiato; pura esplosione muscolare che spesso diventa il centro della narrazione. Nick Spencer invece sembra in generale più concentrato sulla recitazione dei personaggi. E poi c'è la questione della violenza, fortissima e sorprendente in casa Skybound e molto più mitigata sul Ragno. In che modo affronti due sceneggiature così diverse? 

RO: Robert spesso si concentra sul puro e semplice dialogo: spesso ci sono diverse pagine con dialoghi molto lunghi e si passa facilmente da momenti di commedia a pura drammaticità. Ovviamente il lavoro su Spider-Man è condizionato da molte regole: non puoi “distruggere” il personaggio, io non posso certo rappresentare un Peter che va in giro per New York a massacrare di cazzotti chiunque gli capiti sotto tiro e chiaramente ho dovuto accantonare il mio caro gore. Non si tratta di intimidazione editoriale, semplicemente per alcuni aspetti sembra di lavorare a qualcosa di molto distante da quanto facevamo alla Image. Ma con Nick c'è un'ottima alchimia e, come Robert nelle sue sceneggiature, ha un ottimo senso dell'umorismo e un'ottima gestione del dramma...

PA: Sul tuo lavoro su Spider-Man hai mantenuto lo storico team di collaboratori (alle chine) che ti avevano accompagnato per anni su Invincible, mentre è  cambiato il team di coloristi. Pensi che questo cambio abbia influito in qualche modo sul tuo lavoro? 

RO: Ricordo perfettamente tutti coloro che hanno contribuito con i loro colori al mio lavoro su Invincible: Fco Plascencia, John Rauch, Jean-Francois Beaulieu, mentre per gli ultimi numeri ci siamo affidati a Nathan Faibarn. Tutti dei veri assi del settore che hanno contribuito a migliorare le mie tavole. Adesso su Spidey sono nelle mani di Laura Martin che sta facendo un ottimo lavoro e sta mettendo sotto una luce nuova le mie matite. Mi sto trovando molto bene. 


PA: Com’è nata la folle idea di GrizzlyShark? Quanto di te e del tuo modo di concepire i fumetti c’è in quest’opera? 

RO: Ho messo tutto me stesso in quell’opera, si tratta di qualcosa di completamente fuori di testa. L’idea iniziale è venuta fuori dalla mia mente e da quella di Jason Howard [disegnatore della serie Trees di Warren Ellis, pubblicata da saldaPress, ndr]. Ci trovavamo tutti e due ad una convention a Las Vegas, siamo usciti dopo un’intensa giornata di lavoro ed eravamo tutti e due molto stanchi, così abbiamo incominciato a sparare idee stupide [RIDE]. A un certo punto è uscita l’idea di mescolare squali e orsi grizzly e abbiamo pensato di realizzarla per una 24h Comic Day [idea nata dalla mente di Scott McCloud nel 1990, ndr] e così abbiamo deciso di dividerci i compiti: a lui sarebbero toccati gli orsi e a me gli squali. Abbiamo deciso di non rivelarci nulla sulle nostre idee per la rispettiva “metà” e avremmo poi mescolato tutto in un secondo momento. Ovviamente in 24 ore è molto difficile realizzare un progetto come questo e alla fine mi sono ritrovato con un soggetto completo e 10 pagine disegnate. Hai presente quando rimani in piedi per 15 ore dedicandoti quasi solo al lavoro? La tua mente comincia a vagare, sembra quasi come se tu fossi fatto, o potremmo dire “ubriaco di fatica". Ho visto il mio lavoro e ho cominciato a ridere senza controllo, poi ho mostrato il risultato alle persone che erano con me e, dopo averle viste reagire al mio stesso modo, mi sono detto “facciamolo!”. Ho scritto come un ossesso, trascinato dal divertimento che provavo, e proprio mentre lavoravo a Invincible ho passato i miei weekend di riposo su GrizzlyShark. Una volta che il primo numero era pronto, e dopo averlo riletto con gli editor, ho deciso di andare avanti. Jason con il tempo mi ha abbandonato ma alla fine è venuta fuori una miniserie di 3 numeri che saldaPress ha deciso di stampare in questo volume cartonato… E il risultato è strabiliante, fanno volumi veramente meravigliosi! 


PA: Con il tuo lavoro stai ispirando generazioni di artisti a venire. Ma da dove provengono le tue influenze maggiori? 

RO: Sono cambiate molto nel corso degli anni. Arthur Adams è sicuramente una delle mie pietre miliari ma adoro anche artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo. Molti artisti francesi ma anche mangakaAlita è uno dei miei fumetti preferiti, ma amo moltissimo anche Berserk o Akira che è uno dei migliori manga che io abbia avuto il piacere di leggere. Anche se poi a ogni convention qualcuno viene da me e da Robert dicendo “Sono sicuro che voi adorate Dragonball” perché nella serie ci sono molte similitudini (Mark che viene sconfitto e ritorna ogni volta più forte, alcune razze aliene) e anche Monhax mi dicono tutti assomigli a uno dei personaggi principali (Piccolo, ndr) ma non ho ancora mai letto la serie di Akira Toriyama, anche se possiedo tutti i numeri. Non siamo noi che abbiamo copiato Dragonball, sono loro che hanno copiato noi… forse usando una macchina del tempo! [RIDE].



Grazie a Ryan Ottley per le risate,  la  simpatia e la disponibilità, a Jacopo Masini e saldaPress per la cortesia e possibilità e a Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.


domenica 10 gennaio 2021

Fire Power - Kung Fu e spensieratezza da Robert Kirkman e Chris Samnee

di Alberto Tollini

Ammetto di essere un fan di Robert Kirkman solo da qualche anno. Prima del 2017 infatti non nutrivo un particolare interesse verso le opere dello scrittore del Kentucky, riconoscendone però il talento. Tuttavia, dopo l’edizione di Lucca Comics di quell’anno, dove il creatore di The Walking Dead era ospite grazie a saldaPress, qualcosa cambia. Vedere uno degli autori più blasonati degli ultimi anni dispensare autografi seduto ad uno stand o in un tavolo al ristorante, sempre con il sorriso e pronto a ringraziare i suoi fan per supportare i suoi progetti, beh, ha fatto scattare in me qualcosa… e infatti pochi giorni dopo stavo leggendo il primo compendium di Invincible, maledicendomi per avere aspettato tanto ad innamorarmi della scrittura di Kirkman.

Potete quindi immaginare che non appena Fire Power venne annunciato, l’interesse nei confronti della nuova serie di Robertone, che per l’occasione richiama Chris Samnee al tavolo da disegno, era alle stelle.

Everybody is kung fu fighting cantava Carl Douglas nel 1974 e infatti dopo i supereroi e gli zombi, lo sceneggiatore del Kentucky decide di cimentarsi con il genere delle arti marziali per la sua nuova serie creator owned. Rimasto orfano fin dalla tenera età, il giovane Owen Johnson si spingerà fino ai confini della Cina per scoprire la verità sul suo passato e sui suoi veri genitori. Durante il suo viaggio Owen raggiungerà un antichissimo tempio shaolin, nascosto tra le cime delle montagne innevate, dove incontrerà e si scontrerà con l’eccentrico maestro Wei Lun, il quale lo prenderà sotto la sua ala protettrice per addestrarlo all’ arte perduta del pugno di fuoco.

I richiami all’Iron Fist di casa Marvel sono tanti, è innegabile. Ma nonostante la premessa da cui si sviluppa Fire Power abbia un nonsoché di già visto - caratteristica questa anche dei primi numeri di  Invincible - Kirkman dimostra (ancora una volta) di aver imparato la lezione impartita dal maestro Erik Larsen con Savage Dragon, rielaborando gli stilemi del genere per imbastire una trama ben strutturata, accattivante e soprattutto tutta da scoprire. In Fire Power infatti ritroviamo tutti gli elementi caratteristici della scrittura dell’autore: un protagonista alla scoperta di se stesso, un mentore eccentrico, un mondo con le sue regole e pericoli, tanta ironia, ma soprattutto tanti, e sottolineo tanti, colpi di scena come solo Kirkman sa fare.

La lettura di Fire Power mi ha fatto provare le stesse sensazioni di quando ho letto per la prima volta Invincible. A differenza di Oblivion Song o di Die Die Die, in Fire Power ho ritrovato la stessa leggerezza vista nei 144 numeri dell’epopea di Mark Grayson, quella leggerezza che ti stampa un sorriso e che ti invoglia a proseguire nella lettura e a volerne sempre di più. Se ciò non fosse sufficiente per spingervi a dare una possibilità alla serie, sappiate che il pregio di questo primo arco narrativo è proprio quello di presentare e introdurre gradualmente il lettore nel mondo di Fire Power e dei suoi protagonisti. Un preludio pubblicato in America direttamente in trade paperback e-tra l’altro- distribuito poche settimane prima dell’uscita del numero 1 della serie regolare (n.d.r numero disponibile in Italia in occasione del Free Comic Book Day 2020 del 03 Dicembre). Una scelta particolare, atipica, ma fortemente voluta dai due autori al fine di poter raccontare le origini di Owen Johnson con l’ampio respiro di una graphic novel e costruire le basi su cui si svilupperà la serie.

In aggiunta, come affermato più volte dallo stesso Kirkman, l’unica buona ragione per comprare Fire Power è Chris Samnee. Artista di punta della Casa delle Idee, negli ultimi anni il disegnatore del Missuri ha fatto coppia fissa con Mark Waid prima sul cornetto di Hell’s Kitchen, poi su Black Widow e concludendo in bellezza la sua decade in Marvel sulle pagine di Captain America 700 nel 2018. Quindi, dopo una pausa di due anni, dove ha continuato a deliziare gli occhi dei fan con inktober a tema Batman, Samnee ritorna al tavolo da disegno più in forma che mai e colorato da Matthew Wilson. In Fire Power lo stile classico e senza tempo di Samnee trova una nuova dimensione nel coreografare le scene di lotta. Perfezionando quanto già visto su Daredevil, in special modo nello scontro tra il Diavolo Rosso e Ikari, l’artista porta il lettore al centro dello scontro, riuscendo a trasmettere tutta la tensione e la fisicità dei combattimenti grazie all’abile e massiccio uso d inquadrature a mezzo busto e di virtuosissimi close-up che vanno a caratterizzare la griglia delle tavole con risultati superlativi.


A conti fatti, Fire Power è una lettura consigliatissima. Una serie con tutte le carte in regola per diventare la next big thing in comics a marchio Kirkman, portata in Italia da saldaPress con la consueta cura editoriale (disponibile anche con copertina variant e variant slipcase, entrambe a tiratura limitata).

Traduttore: Andrea Toscani
Editore: SaldaPress
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 22 ottobre 2020
Pagine: 160 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788869197642