domenica 13 dicembre 2020

Una sorella - Istantanea sincera di un incontro indimenticabile

di Francesca Di Matteo

Un frammento d'estate sull'isola di Moines, in Bretagna

Antoine passa qui ogni anno le sue vacanze con la famiglia ma, questa volta, la quieta monotonia della villeggiatura verrà travolta dall'arrivo di Helene, poco più grande di lui...

Quasi mi dispiace aggiungere altri dettagli, come se facendolo negassi al nuovo lettore l'esperienza che ho avuto il piacere di vivere immergendomi in questo romanzo grafico dell'ex enfant prodige del fumetto franco-belga Bastien Vivès (Nei Miei occhi, Polina, Last Man...), pubblicato in Italia da BAO Publishing.

È la descrizione di quel prezioso momento, intorno ai 13 anni, in cui un bambino ha la possibilità di crescere; cresce non solo nel corpo ma anche e soprattutto nella consapevolezza di sé e di sé in relazione al mondo, agli altri.

La quasi totale assenza (necessaria) degli adulti, nella vicenda, dà spazio alla crescita. Non intervenendo permettono al lettore uno sguardo puro, lontano dalla malizia; uno sguardo rilassato e privo di giudizio. L'autore riesce a descrivere graficamente momenti di passione intensa con un tratto delicato, esplicito ma mai volgare, al quale conferisce però una potenza espressiva che travolge.

All'interno della storia il sesso sembra essere l'elemento preponderante, ma non fatevi ingannare; la sessualità mostrata da Vivès, con grazia e maestria, è solo un mezzo. Ciò che Antoine otterrà da questa esperienza va ben oltre la mera soddisfazione delle sue pulsioni, e lo stesso sarà per Helene.

Impossibile staccarsi dal racconto che rapisce sin dall'inizio e all'interno del quale riviviamo ricordi o rimpiangiamo sogni della nostra adolescenza.

I due ragazzi condividono un'assenza che, tramite questo intimo e fugace incontro estivo, riusciranno a colmare in un finale inaspettato che mozza il fiato.

Semplice, diretto e intenso come solo il periodo della pubertà sa essere.
Una crescita e una nuova consapevolezza. Tutto questo è Una sorella.




Editore: Bao Publishing
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 22 febbraio 2018
Pagine: 212 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788865439784

sabato 5 dicembre 2020

Deadpool: nel passato. Di cosa (s)parliamo quando (stra)parliamo di Deadpool

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 15/05/2018).

“Ehi! Come hai fatto? Che ci fai tu in questa scena?” 
“Ragazzo, io ero te prima che arrivassi tu.” 

Con questa risposta lapidaria, Howard il Papero zittisce Deadpool e ribadisce una volta per tutte un punto dato troppo per scontato se non dimenticato/sconosciuto: Howard, grande e irreverente creazione del compianto Steve Gerber aveva già in nuce tutto quello che Deadpool  avrebbe portato all’estremo. Entrambi sono nati come semplici comprimari e poi eletti protagonisti di culto, entrambi outsider cronici in cerca di un loro posto in un mondo che non li capisce, entrambi  strenuamente ironici e circondati da nemici e personaggi ai limiti dell’assurdo. Ma soprattutto entrambi consci di “vivere” in un fumetto (e a dire il vero, per quanto riguarda lo sfondamento della quarta parete, è doveroso citare anche l'adorabile She-Hulk di John Byrne...).
Howard in fin dei conti era un’estensione della personalità di Gerber (stropicciato sognatore allergico a qualsiasi moda ma fervido di idee e opinioni, autodefinitosi “di un’onestà compulsiva”) e aveva vissuto e si era sviluppato nei suoi anni d’oro con imprevedibile coerenza per poi ridursi a comprimario di lusso – e di culto – nei decenni successivi (anche se andrebbe considerato ed esaltato a dovere il recente e meraviglioso ciclo firmato da Chip Zdarsky). Ma era e resta un personaggio ben definito. E Deadpool? Deadpool ha una nascita e una storia più movimentata e ancora più casuale. 



NOTE GENERALI ARCI-NOTE

Deadpool, Wade Wilson, Wade Winston Wilson, il Mercenario Chiacchierone, il comprimario d’eccellenza, l’antieroe definitivo. La storia è arcinota per i lettori, anche occasionali: canadese, famiglia problematica, mercenario, colpito da tumore al cervello, poi volontario per progetto Arma X; dopo torture psicologiche e fisiche, acquisisce il fattore rigenerante tanto noto ai fan di Wolverine; in seguito sarà un tripudio di voci nella testa, personalità schizoidi, parlantina stordente, chimichanga, teledipendenza, meta-fumetto, ammazzamenti pirotecnici, amori sbagliati e tormentati, amicizie folli e nemici ancora più folli, passando da nemico a “scomodo alleato” in vari supergruppi (Thunderbolts, la nuova X -Force). Il personaggio si fa strada avanzando a colpi di katana, pistolettate e battute micidiali per due decenni, diventando oggetto di culto assoluto. Creato dall’incontenibile – e graficamente indifendibile – Rob Liefeld, in tandem con l’argentino Fabian Nicieza, Deadpool nasce come mix tra l’Uomo Ragno (si narra che il capriccioso Liefeld volesse avere l’occasione di disegnare Spider-Man o almeno qualcuno con un costume figo quanto Spider-Man) e il tenebroso Deathstroke della DC. Dopo di loro, vari autori si occuperanno di Wilson e contribuiranno a creargli frammenti di passato e comprimari significativi con innumerevoli miniserie, one shot, rilanci, team-up: da Mark Waid a Christopher Priest, da Gail Simone a Jimmy Palmiotti, dai romanzieri Duane Swierczynski Victor Gischler a David Lapham e Cullen Bunn; e soprattutto i due architetti principali della sua storia editoriale regolare, Joe Kelly e Daniel Way. Il fenomeno Deadpool scavalca il mondo dei comics e diventa presto campione di merchandising, videogiochi, e meme. Poi, l’inevitabile salto al cinema nel 2016 (dopo una lunga gestazione del progetto da parte della Fox) e la conseguente supremazia commerciale su (quasi) tutto l’universo Marvel che conta. Tutto molto cool, tutto molto irriverente, tutto molto troppo.
Per i dettagli della sua vita editoriale potete dare uno sguardo qui. Per il fenomeno esploso al cinema (e non solo) potete leggere qui altre specifiche interessanti. Per quel che riguarda il più recente corso editoriale e fare il punto sulla run più entusiasmante di sempre del personaggio, continuate a leggere.



 
NON DI SOLA COOLNESS VIVE L’UOMO 

Deadpool riesce a intercettare i gusti e l’interesse di un pubblico sempre più figlio dell’iperinformazione digitale, patito della citazione a tutti i costi (ora sottile, ora sfrontata), dell’ammiccamento fine a sé stesso (ora fastidioso, ora irresistibile) e dell’iperviolenza grafica, seppure cartoonesca


 
Insomma, Deadpool piace. Piace come guastafeste di un universo consolidato, piace come schiaffo all’ordine costituito del fumetto mainstream, piace perché può essere dappertutto senza essere legato a niente; o semplicemente, piace perché ha un costume strafico quanto Spider-Man Eppure, anche con queste peculiarità, il suo corso editoriale da protagonista è stato lambito dalla sensazione di simpatica pochade fine a sé stessa, spesso troppo figlia degli anni in cui veniva raccontata. Le storie, tranne qualche picco d’ eccellenza (In viaggio con la testaLa guerra di Wade Wilson) girano un po’ a vuoto, i disegnatori risultano troppo discontinui (non tutti sono Kyle Baker, Jason Pearson o Paul Chadwick). Comparendo su più testate simultaneamente, il Nostro satura il mercato affermandosi con un’identità ormai delineata ma non del tutto valorizzata e per questo limitata. ll personaggio si riduce a una palestra di cazzeggio per autori di passaggio e funziona quasi meglio nelle storie elseworld (Deadpool Pulp) o, ancora, come comprimario di lusso (la bellissima gestione di Uncanny X-Force di Rick Remender, uno dei pochi a dare a Wilson un’identità realmente complessa e affascinante). Manca uno sguardo autoriale forte, determinato a risollevarne le sorti senza vivere di rendita. La bulimia dell’offerta editoriale rischia di ritorcersi contro l’efficacia del personaggio e di farlo piacere a tutti, tranne forse a chi ama davvero i fumetti. La sua sfrontatezza può risultare vacua; l’irreverenza a tutti i costi, innocua e fugace. 
Ciononostante le vendite restano stratosferiche e la richiesta del personaggio assai alta. 
Daniel Way chiude la sua (comunque) fondamentale gestione dopo più di quattro anni e 65 episodi. Le aspettative sono alle stelle. E dopo? Who yo gonna call

IL DINAMICO DUO

Brian Posehn e Gerry Duggan sono la strana coppia a cui la Marvel Comics affida il rilancio del personaggio nel gennaio 2013 sotto l’egida Marvel NOW!: il primo è un comico apparso in serie di successo (come Seinfeld e Friends) e sceneggiatore per la tv, grande appassionato di fumetti ma che ha all’attivo solo la miniserie Last Christmas (co-scritta proprio con l’amico Duggan); Duggan è l’autore di un paio di miniserie osannate dalla critica ma praticamente sconosciuto al grande pubblico. 
Il loro esordio sul Mercenario Chiacchierone, disegnato da un Tony Moore in grandissima forma, è a dir poco esplosivo. I due riescono a imbastire un nuovo corso per il personaggio, circondandolo di nuovi comprimari memorabili (l’agente Preston, il negromante Michael), senza scordarsi il meglio delle gestioni passate e proiettandolo verso il futuro. Daranno a Wade prima una paternità (nel modo più semplice e sorprendente possibile) e poi una moglie (la più sorprendente possibile). Per la prima volta il divertimento si ammanta di spessore e il cinismo si fa meno gratuito; l’ironia è fortissima, le battute fioccano, sparatorie e violenza efferata rimangono ingredienti stabili e liberatori, ma una dichiarazione d’amore o un insulto fanno più male di una pallottola. Insomma Posehn e Duggan fanno crescere davvero il personaggio, rispettando la sua mitologia ma rafforzandola nella stravaganza quanto nell’umanità. Finalmente il lettore può avere un’empatia con Deadpool. 

I DISEGNATORI 

L’apporto grafico di questo ciclo narrativo è di tutto rispetto: oltre alla partecipazione iniziale dell’ottimo Tony Moore, oramai una conferma, si faranno notare il bravissimo Declan Shalvey (noto per il rilancio del Moon Knight di Warren Ellis), Mike Hawtorne e ultimo, ma non ultimo, 
Scott Koblish. Ed è proprio all'abile Koblish che il duo di scrittori affida il ciclo di storie ambientate “nel passato”


IL VOLUME 

E qui arriviamo al volume in questione, pubblicato dalla Panini Comics in un cartonato elegante e leggerissimo con una copertina irresistibilmente 70nties. "Deadpool: nel passato" raccoglie tutti gli episodi flashback a corredo della serie regolare di Posehn & Duggan, stampati qui in ordine cronologico: episodi “perduti negli archivi Marvel” a cavallo dei ‘50, ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90, ognuno perfettamente illustrato nello stile dell’epoca dal talentuoso Koblish. Questo gioco stilistico, reso alla grande anche dalla colorazione di Val Staples, contribuisce ad uno straniamento sublime nei momenti più drammatici. Sì, perché anche se gli episodi appaiono come semplici divertissement, non mancano squarci dolorosi inaspettati (la rivelazione della paternità di Wilson, l’incendio alla casa dei genitori). E letti nella gestione totale del duo, quello che appare come semplice cazzeggio retcon diventa una nuova, solidissima base per il futuro del personaggio. Battute fulminanti, citazioni e irriverenza non mancano, ma a lettura finita si rimane con un’inaspettata malinconia e con l’impressione che anche uno come Deadpool possa provare stanchezza. In questo senso è emblematico il pre-finale della storia più esilarante del volume, “Deadpool prende in giro l’universo Marvel- Un tie-in del Guanto dell’Infinito”) dove il nostro si rivolge al lettore con un’asprezza e amarezza mai vista sulle sue pagine, rivendicando la sua unicità di personaggio e rivelando un’identità finalmente stratificata e realmente affascinante. Il tutto con la “benedizione” di Howard il Papero (vedi lo scambio citato in apertura). Per un personaggio che ha tutta questa responsabilità editoriale non è poco. 


CONCLUSIONI 

Uno splendido volume che è anche un ottimo punto di partenza per chi si vuole avvicinare al personaggio nella maniera più gustosa e riuscita di sempre. Erede diretto di Howard il Papero, sosia schizzato e iperviolento di Spider-Man, anti-eroe di fine millennio dal costume strafico, spalla eterna di Cable, meme infinito. 
Deadpool è (stato) tutto questo, ma finalmente è semplicemente sé stesso.


Editore: Panini Comics
Collana: Marvel Now!
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 4 aprile 2018
Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788891237484


sabato 28 novembre 2020

Intervista a Simone D'Armini

di Guglielmo Favilla


(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2019 del Comicon di Napoli ed è stata pubblicata precedentemente il 24/05/19)

Uscita in Italia in un bellissimo volume edito da saldaPress, The Spider King è la divertente ed epica serie IDW scritta dall’australiano Josh Vann, che vede al tavolo da disegno il talentuosissimo Simone D'Armini.

Romano trapiantato a Edimburgo, classe '88, D'Armini è un talento raro:  charachter e costume designer per videogame (World War Toons per PS4 e League of Legends per Riot Game), all'attivo ha già diverse collaborazioni con importanti casa editrici (Marvel, Dark Horse, Albatross Funnybooks, Boom! Studios) e interessantissimi progetti indipendenti (oltre che essere autore di strabilianti cover o alternative cover per i più svariati personaggi: date un'occhiata alla sua pagina instagram "buonaseraukulele"...).  

In Spider King, la sua "vera" opera prima, si giostra magistralmente tra le atmosfere fantasy e fantascientifiche dell’opera, già forte di uno stile personalissimo. 
Abbiamo raggiunto Simone per parlare con lui di questo suo progetto, della sua collaborazione con Eric Powell e di molto altro ancora.  



Paper Apes: Come nasce l’idea di The Spider King? La genesi sembra lunga e ricca di aneddoti interessanti… 

Simone D’Armini: Nel 2013, Josh Vann (lo sceneggiatore) mi ha contattato su DeviantArt e mi ha commissionato una serie di character design e una storia breve che parlava di un gruppo di vichinghi che si trovavano ad affrontare un coniglio mutante. Ci siamo trovati subito in completa sintonia artistica e abbiamo quindi deciso di espandere la storia e di tentare la via del crowdfunding che poi per fortuna è andato molto bene e ci ha permesso di essere anche più ambiziosi del previsto dal punto di vista narrativo fino a diventare la storia di 112 pagine che è The Spider King. Cosa interessante è che io e Josh abbiamo lavorato a strettissimo contatto per due anni senza mai incontrarci, la prima volta che ci siamo visti dal vivo è stato al New York Comic Con nel 2016.

PA: Ci sono cose (situazioni, personaggi, modifiche) nella storia totalmente create da te? Magari nell’ampliamento del progetto dal crowdfounding fino alla sua forma definitiva? 

SDA: Fra le cose attriuibili a me ci sono delle piccole backstory che si intravedono in maniera sottile nel racconto, in particolar modo in quella splashpage nella quale Sveni riceve la conoscenza della razza aliena di Frodi ed abbiamo un piccolo flash di quello che è il suo passato. Poi in generale tendo sempre molto ad ampliare ciò che leggo in sceneggiatura ed aggiungere del mio a quello che è il racconto, anche se solo con un’idea di design o con qualche piccola easter egg nel background. Per quanto riguarda le idee che si sono sviluppate in seguito al crowdfunding spicca il personaggio di Helga. Inizialmente la sua presenza era prevista solo in Fluffy the Barbarian, la storiella “non-canon” che abbiamo realizzato per promuovere la campagna e vedere cosa funzionasse e cosa no. Tuttavia abbiamo ricevuto un grosso riscontro di pubblico nei suoi riguardi e quindi abbiamo deciso che fosse il caso di renderla uno dei personaggi della storia. 


PA: Il tuo stile mi colpisce molto: ricorda tanti meravigliosi artisti come Mike Mignola, David Rubín e Andrew MacLean, ma risulta comunque assolutamente personale, fresco ed energico. Quali sono gli artisti che più ti influenzano? 

SDA: Sicuramente oltre a quelli che hai elencato hanno avuto su di me una grossa influenza Stuart Immonen con la sua perfetta sintesi grafica e il suo inchiostratore di fiducia Wade Von Growbadger, così come Duncan Fegredo, James Harren, Jason Latour, Cam Kennedy, Jake Wyatt. Ultimamente sto studiando molto illustratori della fine del 1800/primi ‘900 come Edmund Dulac, Ivan Bilibin, Charles Robinson

PA: Come hai lavorato con Adrian Bloch per i colori? La resa è eccezionale. 

SDA: Con Adrian c’è stata subito una forte intesa dal punto di vista dell’atmosfera e dei contrasti che volevo in The Spider King. Abbiamo deciso di utilizzare tinte piatte e gradienti e devo dire che Adrian merita davvero una medaglia per la pazienza che ha avuto per le mie continue richieste di piccoli cambiamenti in minuscoli dettaglini. In generale per definire il mood di diverse sequenze gli ho fornito qualche reference tratta da foto, film o anche quadri o altri fumetti. 

PA: Nelle note del volume affermi che per definire la figura di Hrolf ti sei ispirato persino a Robin, il tuo cane. Trovo che il risultato sia una bellissima ed efficace sintesi (pur non avendo mai visto Robin…). Quali sono state le maggiori sfide per te nel creare questo mondo e i suoi disparati personaggi e quanto ti ha aiutato la tua esperienza come character designer applicata a una “storia lunga”?

SDA: Sicuramente avere un po’ di esperienza nel campo del character design mi ha permesso di realizzare dei personaggi che volevo fossero immediatamente riconoscibili e che trasmettessero il loro modo di essere e il loro carattere tramite il loro aspetto. La sfida più grande è stata forse quella di studiare un modo di rendere interessante la trasformazione e unione dei personaggi di Aarek e Slarpax l’alieno per creare il Re. Bisognava mantenere riconoscibile Aarek pur stravolgendolo e aggiungendo il 50% delle caratteristiche aliene togliendo parte della sua umanità. Potevo spingere di più il lato aracnide ma doveva essere in grado di avere un duello con Hrolf e volevo evitare l’effetto “Re Scorpione”, quindi ho aggiunto le quattro zampe sull’addome (che con gambe e braccia fanno otto) aggiunto un altro paio di occhi tenendo il volto invariato e il cranio ho dato una vaga forma di corona. In più dalla schiena escono quelle protuberanze che gli servono ad infettare la popolazione e renderla schiava al suo volere. 

PA: Ci puoi parlare della tua esperienza nel Regno Unito  (prima in Irlanda e adesso in Scozia)? Da “talento italiano all’estero” come pensi che venga recepito il mondo del fumetto laggiù? 

SDA: Per quanto riguarda la mia esperienza qui… non ha molto a che fare con il lavoro artistico ma più che altro con la vita privata, comunque penso che ci sia anche qui come in Italia un forte amore per l’arte sequenziale e ogni volta che partecipo ad una manifestazione (ad esempio il Thought Bubble di Leeds) il responso è sempre molto caloroso. L’unica differenza è forse nel modo in cui viene recepito il concetto di lavoro artistico qui... spesso in Italia si ha sempre l’impressione che non venga considerato un “vero lavoro” perché si fa da casa e perché disegnare è qualcosa che nasce da una passione, ma credo che anche da noi questo modo di recepirlo stia lentamente cambiando. 

PA: Come artista hai un genere preferito? 

SDA: Il mio genere preferito è sicuramente l’horror/fantasy ed ho un particolare amore per le storie che rimandano al folklore elle credenze popolari o religiose. Da qui nasce forse il mio amore per Hellboy. 

PA: Parlaci un po’ della tua esperienza con Eric Powell e il suo Hillbilly… com’è stato lavorare a un personaggio così legato al suo creatore? Hai avuto pressioni? 

SDA: L’unica pressione che ho avuto nel disegnare Hillbilly è l’ansia da prestazione nel lavorare con Eric Powell che è uno degli autori migliori in circolazione e completare una storia disegnata dal bravissimo Simone Di Meo che ha fatto un lavoro incredibile con i primi 3 episodi della miniserie Red Eyed Witchery from Beyond in collaborazione col colorista Brennan Wagner. Ho fatto un bel po’ di studi prima di iniziare a disegnare le tavole per trovare un mio modo di disegnare Rondel e il mondo nel quale vive e spero di essere stato all’altezza della situazione. 


PA: Tra i ringraziamenti importanti all’inizio del volume di The Spider King spicca il nome di Mike Mignola. Hai un tratto che si sposerebbe perfettamente al “mignolaverso” (Hellboy, BPRD). Sei mai entrato direttamente in contatto con lui e, magari, ti piacerebbe contribuire al suo mondo? 

SDA: Lavorare con Mignola e avere a che fare anche vagamente col suo universo ovviamente è un sogno nel cassetto, non ho ancora mai avuto modo di incontrarlo dal vivo ma ci siamo scambiati qualche messaggio e sapere che apprezza quello che faccio è impagabile. Per ora non ci sono collaborazioni all’orizzonte ma chissà, forse un giorno… 

PA: Domandone finale classico: progetti futuri? Approfittiamo di questo spazio per fare pubblicità al tuo nuovo progetto crowdfunding – e  non solo… 

SDA: Ho appena realizzato una storia su She-Hulk con la Marvel (in uscita il 19 Giugno in America) con la quale spero di iniziare una duratura collaborazione. Nel frattempo sto preparando un nuovo artbook previsto per il prossimo autunno e spero presto di poter riuscire a realizzare quell’adattamento di Macbeth con Stefano Ascari che tanto vorremmo. Vi terrò aggiornati su eventuali sviluppi. 


E noi non vediamo l’ora! Un grazie speciale a Simone D'Armini e a saldaPress per la cortesia e disponibilità.

sabato 21 novembre 2020

Consigli di lettura: Tanka di Sergio Toppi

di Pietro Lazzari


la copertina

Edizioni NPE ha recentemente portato sugli scaffali un altro volume del maestro italiano dell'arte sequenziale Sergio Toppi: Tanka.

L'opera si compone di cinque brevi storie che ci portano nell'antico Giappone, rendendoci partecipi di un'atmosfera culturale dalla forte identità e fierezza. I protagonisti di questi cinque haiku grafici sono resi vivi dai tratti dettagliati ma allo stesso tempo essenziali di Toppi: volti veri, provati da emozioni e sofferenze reali. 

I personaggi fuoriescono letteralmente dai confini della tavola (caratteristica tipica di Toppi), ora segnati e sofferenti per le prove a cui sono sottoposti, ora avvolti nelle loro splendide vesti o bardati in maestose armature, con una potenza espressiva che buca la pagina. Ogni tavola è un quadro che racchiude una narrazione completa, il cui ritmo è scandito da elementi nodali che guidano l'occhio da un punto all'altro della pagina.

Una tavola in particolare, nell'ultima storia, colpisce per questa caratteristica: divisa in tre vignette per il senso dell'altezza, descrive la vicenda di un "miserabile" ronin in cerca del suo nemico, "un guerriero grande e potente". 

Con animo calmo, il ronin cammina verso il luogo dello scontro; fronteggia il guerriero in una drammatica vignetta che irrompe al centro della pagina; infine ritorna, imperturbabile, portando la testa del nemico con sé.

La violenza dello scontro è solo evocata e lasciata all'intuito del lettore; eppure è lì, presente con tutta la sua forza nello spazio bianco tra le vignette. Il lettore, coinvolto, sobbalza per lo scontro come se fosse avvenuto davvero tra un battito di ciglia e l'altro. Il rapido movimento di estrazione della katana dal suo fodero e il suo baluginare fulmineo sono reali e potenti, eppure si delineano solo nell'immaginazione di chi legge.


il combattimento

Un volume che, attraverso brevi storie, rapisce e porta lontano.
In un' altra epoca, in un altro luogo.

Assolutamente consigliato.

Editore: NPE
Collana: Sergio Toppi
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 30 luglio 2020
Pagine: 112 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788894818390



venerdì 13 novembre 2020

Perché è impossibile non amare Pissarro: "Mio caro Lucien - Lettere al figlio su arte e anarchia"

di Francesca Di Matteo

PISSARRO: UNA PREMESSA

Pissarro è stato una figura speciale nel mondo impressionista; non si limitò al solo ruolo di primo piano nella costituzione della corrente artistica, ma fu uomo attento alla società e ai suoi mutamenti, rivelandosi maestro non solo per la tecnica ma anche in quanto abile pedagogo, vero e proprio punto di riferimento per gli artisti della sua epoca.

Seppur inserito a tutto tondo nel suo tempo, Pissarro con le sue idee, intuizioni, sogni e passioni, emerge e si eleva, divenendo una figura guida; prendendo in prestito le parole di Cézanne: "l'umile e colossale Pissarro fu per me un padre. È un uomo da consultare e qualcosa come il buon Dio."

Camille Pissarro, autoritratto (1898 circa)

La sua straordinaria personalità, il suo impegno politico, l'amore per l'arte, l'affetto per il figlio sono tutti elementi che, impossibili da contenere, esplodono nell'epistolario in un trionfo di passione per ogni aspetto della vita.

IL VOLUME

Lettera dopo lettera, Pissarro dipinge un quadro dettagliato del mondo artistico, culturale e politico del tempo; una pulsante passione anarchica e amore sconfinato per la pittura accompagnano, dal 1883 al 1903, questo sincero e intimo scambio di missive con il figlio Lucien.

La corrispondenza progredisce con la storia francese e ne accoglie i fatti, portando testimonianza degli eventi ma anche dei timori e dei pensieri del pittore come uomo, come artista -pronto a difendere e non svendere le sue creazioni- esoprattutto, come padre.
Un padre che ha saputo sviluppare  e valorizzare le capacità artistiche del figlio, al quale trasmette i valori dell'anarchismo in uno scritto mai privo del suo grande affetto, stima e identificazione empatetica.

Il mio amore per Pissarro nasce sui banchi di scuola e la scoperta di questa raccolta (egregiamente curata da Eva Civolani e Antonietta Gabellini, che nel volume edito da Eleuthera ci regalano un'introduzione esaustiva e propedeutica alla lettura delle lettere) è stata per me una sorpresa e una grande gioia.

Pissarro è artista, padre, anarchico; è marito, amico, collega e pedagogo; è un'armonia di molteplici figure che scalda il cuore  e culla il pensiero di chi legge.
Questo prezioso scambio epistolare è una finestra che ci dà la possibilità di entrare in contatto con i suoi pensieri e sentimenti più profondi. Ci immergiamo in un mondo altro, lontano eppure ancora vivo e vibrante.

Un viaggio attraverso il tempo, rientrati dal quale l'unica malinconia sarà quella di non aver vissuto davvero con lui.

Camille Pissarro, Boulevard Montmartre: martedì grasso (1897)

(Nota: nel testo faccio riferimento alla prima edizione del 1998, ancora titolata "Mio Caro Lucien- Lettere al figlio su arte e anarchia", ora rieditata col solo titolo "Lettere al figlio su arte e anarchia")

Editore: Elèuthera
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 1 marzo 2018
Pagine: 208 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788833020044



sabato 7 novembre 2020

Punisher: The Platoon - A proposito di Garth Ennis pt.2

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 06/08/2018)

(Nota: per leggere la prima parte di "A proposito di Garth Ennis" potete usare questo link)

"Vedete non si tratta solo della guerra e di quel che abbiamo perso, e nemmeno solo del paese. Si tratta degli uomini che tornarono a casa."

MATRIMONI FELICI

Ci sono matrimoni meravigliosi e di natura diversa nel mondo del fumetto. Tra disegnatore e inchiostratore, tra disegnatore e colorista, tra sceneggiatore e disegnatore (ci torneremo dopo) e tra autore/sceneggiatore e personaggio. Magari questi matrimoni avvengono quando una casa editrice (Marvel) affida a un autore già ampiamente affermato e con uno stile fortemente personale (Garth Ennis), uno dei suoi personaggi di culto (il Punitore), di fatto in un momento di appannamento (il Punitore trasformato in angelo vendicatore dalle schiere celesti…).

Da più di quarant’anni nella storia editoriale della Casa delle Idee ci sono stati esempi illustri di gestioni rivoluzionarie per longevità e qualità assoluta: Chris Claremont con gli X-Men, Frank Miller con Daredevil (e in seguito Bendis), Walt Simonson e poi Jason Aaron con Thor, Byrne e poi Hickman con i Fantastici Quattro, Brubaker con Capitan America… Ma forse uno dei matrimoni più felici e indiscussi per rapporto durata/rivoluzione/eccellenza è stato quello di Peter David con Hulk.

Una gestione incredibile (ehm) durata più di 10 anni – con innumerevoli ritorni – dove l’autore ha fatto suo il personaggio, immergendolo in ossessioni personali, rivoluzionandone lo status quo e rafforzandone la mitologia. Per farla breve: ci sarà sempre un prima e un dopo Peter David nella vita editoriale di Hulk. E, sicuramente, ci sarà sempre un prima e un dopo Garth Ennis nella vita editoriale del Punisher.

WHAT A WONDERFUL ELSEWORLD

Il Punitore, the Punisher, Frank Castle, Francis Castiglione

: figlio diretto degli USA anni ‘70, del post Watergate, del post Vietnam. Sono anni in cui in America soffia fortissimo un vento di antieroismo, al cinema come nella letteratura. Creato dal veterano Marvel Gerry Conway e nato come comprimario sulle pagine di Amazing Spiderman nel ‘74, il Nostro farà presto breccia nel cuore dei lettori. Nei decenni successivi autori fondamentali come Mike Baron, Steven Grant, Carl Potts, il duo inglese Abnett & Lanning e soprattutto Chuck Dixon, lasceranno un segno indelebile nella storia del personaggio e la sua avventura editoriale è nota fra gli appassionati.

Ma nessuno farà meglio di Ennis. Ecco, Ennis sul Punitore ha avuto lo stesso approccio radicale e senza precedenti di David su Hulk, ma con un doveroso distinguo.

Peter David è stato, al pari dei grandi nomi citati prima, un abile architetto della Casa delle Idee pienamente innamorato della materia supereroica: la sua gestione del Golia Verde è stata sì rivoluzionaria, ma perfettamente in continuity con l’universo Marvel. La direzione di Ennis su Castle – e non poteva essere altrimenti - sarà invece libera e fieramente selvaggia, scevra da ogni Comicscode e gabbia narrativa. Dopo un primo memorabile incontro nel 1995 (il bellissimo one-shot Punisher kills the Marvel Universe) Ennis incrocia nuovamente la strada col personaggio alla fine del millennio, grazie al tandem artistico di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, sotto i quali nasceranno le collane Marvel Knights e MAX. Sotto queste due etichette elseworld (letteralmente “altromondo”, ovvero storie slegate dall’universo narrativo e da relativa continuity; in realtà Marvel Knights non lo è, né nasce come tale, ma sotto Ennis di fatto lo diventa&ìhellip;) l’autore avrà totale libertà creativa, riuscendo a sfruttare ogni potenzialità esplosiva del personaggio: in una serie più giocosa e grottesca sotto la linea Marvel Knights (perlopiù a fianco del sodale Steve Dillon) e in quella assolutamente seria e hard boiled sotto l’etichetta MAX (con disegnatori dal tratto più oscuro e realistico).

E proprio sul Punisher MaxvEnnis arriva alla sua piena maturità espressiva d’autore, raggiungendo vette assolute. In circa dieci anni lo scrittore sembra dire tutto sul personaggio, ne scandaglia la psiche contorta e arriva a raccontarne Genesi (l’epocale Born in coppia col fido Darick Robertson) e addirittura Morte (The End, distopica storia futuristica disegnata dal leggendario Richard Corben). La follia di Castle, il demone della guerra che alberga in lui, il rapporto con Nick Fury, la dipendenza omicida: in mano ad Ennis tutto viene trattato con un’incisività e un vigore da mozzare il fiato.

Praticamente impossibile fare meglio dello scrittore dell’Ulster. Praticamente superfluo cercare di dare un seguito e una conclusione al suo ciclo di storie (ne sa qualcosa l’ottimo Jason Aaron, autore solitamente gigantesco che però proprio sul Punitore, cercando di chiudere la “continuity ennisiana MAX", sembra quasi spersonalizzarsi risultando assai meno efficace). Ma che cosa ha il Punisher da elettrizzare tanto Ennis?

"Non… Non starà cominciando a piacerti, eh? "
"Certo che no. Ma… risponde a qualcosa dentro di me, tutto qui."

Semplicemente Frank Caste è un uomo, un uomo solo condannato alla sua ossessione. E a differenza degli altri personaggi Marvel con super poteri e super problemi, lo scrittore occupandosi dell’Uomo può raccontare al meglio la sua ferma follia.

Come afferma lo stesso Ennis in un’intervista del 2007, Castle “vede il mondo in termini di bianco e nero, risolve i propri problemi con assoluta finalità […] La sua risposta a qualsiasi problema: in caso di dubbio, colpire forte”.

Non c’è nient’altro, o meglio, c’è molto di più: perché Castle ha attraversato un pezzo oscuro e sofferto di storia americana e (insieme a Nick Fury) diventa il personaggio attraverso il quale lo scrittore nordirlandese (ormai naturalizzato newyorchese) non solo traduce superbamente in fumetto alcune delle sue tematiche ricorrenti (la violenza fra gli uomini, l’avversione per lo Stato, i poteri corrotti, l’amicizia tradita) ma riesce a teorizzare le contraddizioni dell’America moderna come e più che in altre sue opere. Non si limita (solo) a giocare col personaggio, ma ne fa veicolo per affrontare di petto le origini della violenza congenita nel Sogno Americano. Sotto la linea MAX, Ennis tratta (ancora) della eterna questione Irlandese (Massacro all’irlandese), mostra squarci del conflitto afghano (L’uomo di Pietra) o echi della Guerra Fredda (Madre Russia). Ma soprattutto, attraverso il passato di Castle, lo scrittore affronta una della macchie più indelebili della Storia Americana: il Vietnam.

"Sa, una cosa che non ho mai capito è questa idea di un’America innocente che hanno quelli come lei. Quando mai siamo stati innocenti?"

Ennis crede nel fumetto. E utilizza il medium non solo per ridare dignità al racconto bellico, ma perché crede che col fumetto di guerra si possa dare un senso al mondo. O quantomeno provarci. Attraverso Frank Castle, l’autore affronta appieno il dramma vietnamita (solo lambito precedentemente in altri suoi lavori, come Unknown Soldier o Preacher

) con la stessa forza e spietata lucidità dei suoi racconti di guerra migliori (spesso ambientati durante i due conflitti mondiali). L’ultimo incontro tra Ennis e il Punitore era avvenuto con la miniserie capolavoro Fury – My war gone by (in Italia pubblicate da Panini in due volumi, Guerre perdute e Guerriero Freddo), sempre per i disegni di Goran Parlov e sempre sotto l’etichetta MAX; Castle appariva come comprimario in una sequenza indimenticabile (in Vietnam, ça va sans dire). Tutto questo tra il 2012 e il2013. Poi più nulla. Forse il commiato definitivo. Ma nel corso del 2017 la grande notizia: il ritorno dello scrittore irlandese su Frank Castle. Un altro racconto di guerra. Un altro episodio della sporca battaglia vietnamita. La storia raccontata dai reduci del quarto plotone, compagnia Kilo, terzo battaglione del ventiseiesimo reggimento dei marine. In altre parole, il primo comando di Frank Castle.

BENTORNATO FRANK, BENTORNATO GARTH.

Ideale terza parte (anche se racconta un Frank mai così giovane) di una trilogia che approfondisce il passato di Castle durante il conflitto vietnamita, dopo il già citato Born e Valley Forge, è in questo The Platoon che Ennis compie il salto decisivo da narratore: così come David scelse di “prendere le sembianze” dello psicologo Doc Samson nel suo fine scavo interiore di Hulk/Bruce Banner, Ennis da semplice narratore “diventa” Michael Goodwin, scrittore di “war tales” e fratello di quello Stevie Goodwin soldato semplice presentato in Born (non è un caso che già dalla terza vignetta del primo capitolo l’autore ricorra alla soggettiva). Ossessionato dalla figura del Punitore, cercherà di scoprire e raccontare la vita dell’uomo prima che diventasse Punisher. Perché se Goodwin “non ha fatto che scrivere la fine, non è lui che ha scritto la storia”.

"Sa che cos’era? Erano soltanto affari loro."

Ci sono delle costanti nei fumetti di guerra scritti da Garth Ennis: la totale assenza di onomatopee, il sovente utilizzo di vignette orizzontali, l’alternanza sublime di didascalie/pensiero e balloon/dialogo o l’utilizzo sopraffino del primo piano (talvolta per introdurre un personaggio o talvolta per mostrarcelo in un momento rivelatorio). E anche stavolta l’autore non tradirà il suo stile: anzi con una radicalità e maturità espressiva commoventi lo porterà addirittura a un livello più alto.

Le vignette orizzontali, mai assidue come questa volta, rendono l’implacabile lentezza di un’attesa o lo spossante e straniante incedere dell’azione guerresca; Ennis ci guida con somma e delicata maestria attraverso fumosi campi di battaglia, in momenti di tesa veglia notturna, nella calura di una giungla ostile o in un tranquillo bar di New York. Dialoghi musicalmente secchi, frammentati, accavallati, resi ancora più vivi dalle pause di riflessione, dalle ripetizioni, da ripensamenti e esitazioni: Ennis non è mai stato così realistico negli scambi dialogici, così mostruosamente abile nel rendere dinamiche fra esseri umani.

In questo ritmo anomalo, improvvisi stacchi di montaggio ci catapultano in mezzo all’azione e questa volta la violenza urlata altrove nelle sue opere è (quasi) sempre fuori campo, tranne in qualche inevitabile esplosione di ferocia: contano i personaggi, gli uomini, le loro azioni, le loro relazioni e spetta al lettore riempire vuoti, i silenzi, gli indugi. Perché in guerra, come in amore, ci sono scambi, momenti, sguardi che non si possono mostrare o raccontare. Attimi di cruda intimità, parole sussurrate, istanti definitivi davanti ai quali è giusto mantenere un sacro rispetto.

ALL YOU NEED IS PARLOV 

Si parlava di matrimoni felici. Abbiamo accennato a quelli tra autore e disegnatore: se per il primo ciclo più dissacrante sotto l’egida Marvel Knights Ennis si avvale perlopiù dello storico compagno Dillon, sotto l’etichetta MAX si affiderà a disegnatori dal tratto più realistico (gli ottimi Leandro Fernandez, Doug Braitwhite e Lewis Larosa. Ma un nuovo sodalizio definitivo sarà con il croato Goran Parlov. Artista tra i più abili in circolazione, Parlov ha contribuito a rendere maestosamente e definitivamente le icone grafiche di Frank Castle e Nick Fury. Insieme a Ennis ha inoltre co-creato uno dei personaggi più indimenticabili nella storia del Punisher e del fumetto mainstream americano degli ultimi anni: il gigante nero Barracuda, ex berretto verde, mercenario/gangster perverso e imprevedibile, al tempo stesso divertente e terrificante. Parlov in The Platoon, come Ennis sembra ancora più essenziale nello stile: ancora un volta ci ricorda di essere un Maestro della nona arte, abilissimo come pochi a delineare i diversi personaggi, a mostrare il segno del tempo sui loro volti e sui loro corpi; unico nel rendere la scintilla di vita nei loro occhi stanchi, terrorizzati, placidi, sorpresi, stupidi, pacificati. Possiamo percepire la loro spossatezza, la rabbia, il vuoto che li circonda. Nessun dettaglio grafico è lasciato al caso. E insieme ad Ennis ci regala nuovamente almeno due nuovi personaggi magnifici: l’ufficiale superiore nord-vietnamita Letrong Giap e Sorella LyQuang, unica e straordinaria figura femminile della vicenda. I due nella storia sono il perfetto rovescio della medaglia della controparte americana: i loro pensieri, i loro dubbi, le loro speranze, i loro sbagli non sono così diversi da quelli dei nemici che combattono (in un contrappunto narrativo che ricorda il capolavoro bellico di Jason Aaron, la bellissima The Other Side, graphic novel ispirata dai racconti del cugino di Aaron, quel Gustav Hasford autore di Born to Kill da cui Kubrik trasse Full Metal Jacket)

IL VOLUME

La miniserie viene raccolta e pubblicata da Panini in un elegante volume cartonato, con il logo MAX ben visibile sulla costina. E’ la prima volta che la casa editrice modenese pubblica una storia del Punitore nel formato “Marvel Collection” e la resa è davvero ottima. Da segnalare in appendice le quattro copertine variant per il primo numero della mini, dove spicca quella particolarissima ed esilarante a opera del grande Chip Zdarsky

THIS IS THE END… MY ONLY FRIEND, THE END (?)

Magari fra altri 10 anni le strade di Ennis e il Punitore si incroceranno ancora: dopotutto le relazioni migliori, i grandi matrimoni, funzionano anche grazie a saltuari momenti di distacco. Ma se ciò non accadesse, l’ultimo polveroso saluto in lontananza da un elicottero sarà un commiato abbastanza forte da riempirci per sempre gli occhi e da spezzarci il cuore. Una “semplice” tavola diventa un’istantanea folgorante, il ricordo infinito di ciò che avrebbe potuto essere un uomo.

CONCLUSIONI

Ennis ci ha fatto ridere con Frank Castle. Ci ha fatto inorridire. Ci ha sinceramente shockati.
Ma non pensavamo arrivasse a farci commuovere.

Punisher  - The Platoon (Marvel Collection)
Autori: Garth Ennis, Goran Parlov
Data di uscita: 14 Giugno 2018
Tipo prodotto: Fumetti
Formato: 17×26
Contiene: Punisher: The Platoon (2017) #1/6
Rilegatura: Cartonato
Interni: Colori
ISBN: 9788891239617

venerdì 30 ottobre 2020

Jimmy's Bastards - A proposito di Garth Ennis pt.1

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 15/06/2018)

"Be’, perché dovrei difendere una Democrazia il cui cuore è il Parlamento, se non credessi all’idea di progresso sociale?"

ENNIS LA MINACCIA

Su Garth Ennis ormai è già stato scritto o detto di tutto.
Nordirlandese, giovanissimo irrompe con furore sulla scena del fumetto alla fine degli anni ottanta sull’onda lunga della “british invasion”, facendosi notare con memorabili cicli su Judge Dredd e Hellblazer e con miniserie come Goddess e True Faith; più avanti approderà come un pirata alle grandi case editrici americane (DC, Marvel e Image). Lo scrittore dell’Ulster, appena ventenne, rivela nei suoi primi lavori quelle che saranno le sue ossessioni: amicizia, guerra, blasfemia, contraddizioni politiche di Gran Bretagna e Stati Uniti tra ipocrisia e abusi di potere; contamina horror, western, noir, commedia grottesca e slapstick, iper-violenza e turpiloquio, parlando di sesso e fratellanza, amore puro e disincanto assoluto.

Suggestioni da Elmore Leonard e Cormac MacCarthy, Leone e Peckinpah, John Landis e i Pogues, Eastwood e John Wayne, i Python e Stanlio & Ollio (ma la lista potrebbe continuare…): Ennis è tutto questo e molto di più. Al pari del collega e amico inglese Warren Ellis (altro ex-enfant terrible del fumetto mainstream) il suo stile diventa presto fortemente riconoscibile per tematiche e spirito iconoclasta: come lui (e più di lui) spesso fa tremare i polsi e le aspettative dei lettori tradizionalisti Marvel o Dc, ogni volta che si approccia all’icona supereroica (la carrellata di Eroi apparsi nella Gotham di Hitman, la miniserie Thor: Vikings…).

Tendenza comune è ormai sostenere che Ennis sia stato un autore storico e rivoluzionario ma che ormai sia un po’ la maniera di se stesso, adagiato su una stile fattosi routine.

E invece.

LA CAPACITÀ DI SORPRENDERE ANCORA

Riconosciuto dialoghista formidabile, è però ancora sottovalutata la sua sopraffina capacità di narratore per pure immagini (la bellissima "Dear Billy" delle Battlefields Story, per esempio), nell’utilizzo del "silenzio su tavola", nello sfruttamento atipico della splash-page e nel valorizzare al meglio i disegnatori che lo accompagnano (spesso ricorrenti compagni di viaggio oltre che amici, dal mitico e compianto Steve Dillon, a John MCrea, Carlos Ezquerra, Darick Robertson, Goran Parlov…). Ennis ha sicuramente avuto momenti meno ispirati, spesso dettati da ritmi di produzione frenetici ma resta un autore gigantesco, capace di vette sorprendenti per profondità e umanità e senza dubbio, con voglia di sperimentare ancora: l’horror apocalittico del primo Crossed, il magnifico Rover Red Charlie, i vari Battlefields o le ultime collaborazioni con Alan Moore (per esempio all’interno dell’antologica Cinema Purgatorio) sono lì a dimostrarlo.

Insomma, il Nostro è uno scrittore maturo, completo e capace di attraversare generi e registri con grande disinvoltura e abilità. E soprattutto, ancora capacissimo di sorprendere. Altro che cool fine a sé stesso.

RIDERE E IRRIDERE

Hitman e  Preacher, il suo dittico imprescindibile degli anni ‘90, contenevano già embrionalmente tutto ciò che Ennis avrebbe affrontato nei decenni successivi. In queste due opere venivano miscelate con grande disinvoltura drammi umani e sparatorie da barzelletta, aberrazioni e dolcezza. Tra Storia (ritornano i drammi bellici, l’Ira, i soldati della SAS, il Vietnam), e Leggenda (vampiri, demoni, alieni), era evidente l’interesse dello scrittore per l’essere umano, le dinamiche interpersonali e le mostruosità nascoste in ognuno di noi, oltre che un’insofferenza cronica nel potere costituito e una forte avversione verso qualsiasi tipo di organizzazione politica e soprattutto religiosa. E una cosa è certa: tra lacrime e colpi di scena, spesso il pedale della narrazione premeva sull’assurdo e il ridicolo e spesso si rideva. Molto. Con e dei personaggi.

In seguito Ennis (diciamo con l’inizio del nuovo millennio) avrebbe affrontato storie con un pessimismo glaciale (anche se uno sguardo beffardo era sempre in agguato) e un mood mortalmente serio e efficacissimo (tutte le Storie di guerra, ma anche le incursioni Marvel su Ghost Rider e la seconda gestione del suo Punisher Max.

Tuttavia dividere attualmente la produzione di Garth Ennis in due semplici tronconi come “seria” e “cazzara” è abbastanza riduttivo e superficiale. Leggere Garth Ennis è come ritrovare un amico al pub che, davanti a una pinta (dieci pinte) di Guinnes, è pronto a raccontarti meravigliose storie di guerra, di persone, di mostri, di vicende atroci e commoventi, di amicizie e amori più forti della vita stessa.

Con il passare delle ore le storie e gli umori si intrecceranno, i racconti si faranno riflessivi e ironici, spaventosi e grotteschi, personali e fuori dagli schemi. Ma una volta salito il grado alcolico, prima della sbronza triste, per il nostro compagno di bevute la voglia di sbeffeggiare qualcosa si farà fortissima e dopo aver scelto un genere forte di grandi tradizioni lo demistificherà senza alcuna vergogna per il suo e nostro divertimento.
Insomma, il volume di voce si farà alto, la serietà verrà definitivamente meno e lo spasso esploderà senza pudore.

E’ sicuramente questo il caso di Jimmy’s Bastards.

Cin Cin. 

“CAZZO, SEI SERIO?” “CERTO CHE NO. A VOI.”

Nella lunga lista dei generi destrutturati e parodiati da Ennis mancava uno dei miti britannici per eccellenza, la spy story; meglio ancora se veicolata dal suo personaggio simbolo James Bond. Jimmy Regent, un mix tra il giovane Sean Connery e Rock Hudson al top della sua prestanza fisica, è il miglior agente al servizio segreto di sua Maestà. Spavaldo, arrogante, donnaiolo, alcolizzato e infallibile in missione, affiancato dalla nuova (e tosta) collega Nancy McEwan dovrà vedersela con una misteriosa organizzazione terroristica che ha scelto proprio lui come bersaglio… (non spoiler: nel titolo c’è già tutta la chiave della vicenda).

La storia si apre in perfetto stile bondiano, benché imbevuto dalla follia dello scrittore: una sequenza d’azione pirotecnica e paradossale che, in appena otto tavole, smitizza tutti i cliché del genere spystory in salsa fanta-thriller (occhio ai due villain…). Dopodiché, ritmo, battute e irriverenza accompagnano il lettore fino alla fine del volume e si rimane con una gran voglia di conoscerne la conclusione.

“LA SOLUZIONE GENDER ESISTE DAVVERO”

Ennis affronta la sua personale parodia di 007 con la stessa sfrontata irriverenza con cui ha trattato il mito del supereroe. Semplicemente: non ci sono limiti né situazioni implausibili o assai imbarazzanti dove far muovere i personaggi con risultati inaspettati e esilaranti. La soluzione Gender in questo senso sarà uno dei picchi dissacranti con il quale Ennis si diverte un sacco a giocare (qualcuno ha detto il Russo nella prima serie del Punisher?). L’intera storia per situazioni, trovate e sviluppo ricorda l’autore agli esordi, quando si divertiva a colpire più duro; ma grazie alla maturità acquisita, il tutto ormai è scritto con una scioltezza che ha del prodigioso. E supportato da un artista in forma smagliante.

Per questa sua nuova fatica Ennis si ritrova a fianco dell’ottimo Russ Braun (già con lui su alcuni numeri di The Boys, Battlefields e Where monsters dwell per le Secret Wars marvelliane) mai così ispirato: il suo stile assai personale qui sembra un abbraccio amorevole fra il Darick Robertson più scatenato e la grande plasticità espressiva di un Kevin Maguire. Il lavoro minuzioso sulla comunicatività dei volti di tutti i personaggi è semplicemente esilarante.

IL VOLUME

Il primo volume edito da saldaPress, è offerto in un elegante cartonato (con una bellissima copertina vintage a opera di Joe Jusko) e raccoglie i primi 5 numeri della serie prodotta da AfterShock Comics.

CONCLUSIONI

Aspettiamo impazienti il secondo volume per vedere dove si spingeranno Ennis e Braun, ma ovunque sarà, saremo pronti a tutto, anche a precipitare sul parlamento inglese a bordo di un dirigibile in fiamme con un clown-scimmia dal cervello umano che impreca al mondo.

Titolo: Jimmy's Bastards vol. 1
Sottotitolo: Una cascata di bastardi
Autore: Garth Ennis, Russ Braun
Collana: Aftershock
ISBN: 9788869194399
Dati: 2018, 168×256mm — 136 pagine — colore, cartonato