sabato 5 febbraio 2022

Slots: la ballata di Stanley Dance

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente recensione risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)

"Sei tornato?"
"Sì, Les. Sono tornato."

Al grido di “I believe in comics!” la missione di Robert Kirkman è sempre stata quella di dare agli autori di fumetti che stima la totale libertà creativa e la possibilità di esprimersi al meglio, senza limiti di generi o sotto-generi. Ed ecco che in mezzo a supereroi, morti viventi, super-dinosauri, lupi mannari, cloni, esorcismi, mostri interdimensionali, vampiri texani, futuri distopici, fantasy scatenati, sci-fi ad alto voltaggio e intricate crime-story, la storia semplice di Slots potrebbe lasciare perplessi.

La vicenda di uno scalcagnato pugile al declino – bastardo di razza ma sotto sotto dal cuore d’oro – in cerca di un ultimo riscatto personale e familiare è infatti il tipo di storia che l’inossidabile Kirkman ha permesso di pubblicare all’interno della sua Skybound (ormai fortissima etichetta all’ombra del colosso IMAGE). L’autore? Il “giovane” veterano dei comics Dan Panosian.


UNA LUNGA CARRIERA, UN ESORDIO IMPORTANTE

Americano di Cleveland ma di origini armene, Panosian inizia giovanissimo una gavetta in Marvel e DC e il suo nome diventa presto familiare a tutti lettori di comics agli albori degli anni '90. Il giovane Dan si fa le ossa come inchiostratore (soprattutto sugli X-Men) e poi disegnatore alla neonata Image, dove il suo stile ancora grezzo si adatta all’ infausta “estetica Liefeld” imperante all’epoca… seguono storie, copertine, ancora inchiostrazioni e un’importante carriera parallela come storyboarder e character designer per videogiochi, pubblicità, animazione e cinema. Infine un ritorno definitivo al fumetto, di nuovo in casa DC, Marvel, Image e BOOM! Studios e un miglioramento stilistico impressionante di cui Slots rappresenta la punta di diamante. Lontano dai supereroi con cui ha intrecciato la sua carriera e forte di una storia semplice e sentita, il suo stile deflagra finalmente in tutta la sua potenza.


"Mi sembra un po’ troppo vecchio per quel mostro. Sai qualcosa che io non so?"
"Se c’è di mezzo il mio vecchio, di sicuro non so un cazzo."

Sì, perché per Dan Panosian Slots non è solo un nuova pubblicazione, ma il suo esordio come autore completo (sceneggiatore, disegnatore e colorista). Una storia semplice, dicevamo, e tipicamente americana: Stanley Dance è un pugile semi-finito, sbruffone e simpatica canaglia che ha incasinato di brutto la sua vita. Cercherà di rimediare in qualche modo, tornando a Las Vegas dalla famiglia e dagli amori che ha lasciato per salvare la loro attività dal temibile Les Royal, con cui scopriremo avere una storia alle spalle piuttosto tormentata. In questa impresa apparentemente impossibile, la sfida più grande: cercare di riallacciare i rapporti con il figlio Lucy, abile combattente di MMA che nutre disprezzo per un padre che non ha mai davvero conosciuto. Il conflitto generazionale nella storia riecheggia i sentimenti contrastanti che lo stesso Panosian nutriva nei confronti del suo vecchio, ex pugile professionista divenuto poi grafico pubblicitario (come racconta l’autore nella postfazione del volume).

Slots risulta quindi un’opera prima dalla doppia rilevanza perché, oltre ad essere una graphic novel dove l’autore si scatena, -comprensibilmente-mettendo in un fumetto tutto ciò che ama (protagonisti magnetici e dolenti, incontri di boxe e MMA, donne bellissime, macchine polverose, pittoreschi comprimari), possiede anche una valenza catartica, rivelandosi una lettera d’amore malinconica a un padre che se n’è andato troppo presto.


L’(ANTI) EROE DELLA STRADA

"Ah, he sure was something…" (in italiano “Certo che era speciale…”) Sono le parole di James Coburn nel ruolo di Speed, gambler organizzatore di incontri clandestini, mentre osserva andarsene sullo stesso treno fantasma con il quale era venuto il solitario Chaney, interpretato da Charles Bronson. La scena chiude la pellicola di culto ed esordio del grande Walter Hill, “Hard Times” (da noi “L’eroe della strada”, 1975) mentre sale l’indimenticabile tema musicale di Barry De Vorzon. In qualche modo, “speciale” lo è anche lo Stanley Dance di Slots, sbruffone dalla faccia di bronzo e irresistibile figlio di una buona donna, caratteristiche che lo fanno assomigliare molto di più al personaggio di Speed rispetto al combattente Chaney. “L’eroe della strada” è stata una pellicola fondamentale per Panosian, amata da lui e da suo padre ed è interessante notare quanto le due opere, seppur fondamentalmente nate e ambientate in epoche e contesti diversi (il film di Hill è ambientato nel ‘29 tra la New Orleans e le terre bayou dell’America della crisi economica, Slots è ambientato ai giorni nostri in una Las Vegas dai “turbolenti bassifondi”) abbiano forti affinità. Sono esordi di due autori già a loro modo veterani dell’industria e con tanta voglia di mettersi in gioco: Hill arriva al suo esordio solista a “soli” 32 anni ma già con una lunga e densa gavetta da sceneggiatore e regista della seconda unità, Panosian alla soglia dei 50 anni dopo la gavetta importante di cui abbiamo parlato. Entrambe sono storie profondamente americane e hanno il sapore di una ballata dolceamara dove vige una perpetua atmosfera crepuscolare: ultime occasioni, combattimenti, irriducibili loser e piccola criminalità. Nel film fabbriche abbandonate, ferrovie fantasma, bar desolati; in Slots diner scalcagnati in mezzo al deserto, chioschi fumosi e appiccicosi di tacos, squallide palestre e casinò pacchiani in una Las Vegas accecante. Ma il primo film di Hill è fatto di “piani lenti, tristi e liquidi, che si trascinano come la stranezza della notte, come un sogno malato” (Giuseppe Turroni “Americana 2”, Bulzoni ed., 1978), di immagini dalla bellezza scarna e di un’ essenzialità assoluta (mai più così assoluta nei film successivi di Hill); si avvale inoltre di un montaggio chirurgico per le scene d’azione, assoggettato alle coreografie degli incontri e alle mosse del combattimento.

Panosian invece sfrutta le tavole con uno storytelling fresco e audace, divertendosi come può in piani ravvicinati, dettagli, controcampi improvvisi e primi piani insistiti giocando abilmente con le espressioni dei personaggi. Il suo “osare” tanto graficamente lo accomuna quindi al Walter Hill della seconda parte della carriera, quello dalle stile più fiammeggiante e barocco. Certe scelte di scansione ritmica delle vignette ricordano il montaggio musicale e alternato di uno “Strade di Fuoco”, i corpo a corpo sembrano la versione fumettistica di certe sequenze di “Johnny il Bello”, “Danko”, “Undisputed” o “Bullet to the Head”. In definitiva, a pensarci bene, Slots sembra essere un’opera hilliana nel profondo, il miglior distillato di una storia americana. E al pari di un film di Hill, come sottofondo durante la lettura starebbe divinamente la musica di Ry Cooder. O in mancanza, Barry De Vorzon.


IL DIAVOLO NEI DETTAGLI

Una storia semplice, quindi, ma con il diavolo nei dettagli, quelli attraverso cui un disegnatore sa creare un’atmosfera, un mondo: il volto di una donna che mostra il tempo passato attraverso un riflesso deformato su un bicchiere di gin, lo sguardo perso di un ingenuo omuncolo per le grazie di una spogliarellista del casinò… Il corollario di umanità della storia è un mix di diversi incontri fatti dall’ autore nella sua vita tra la Florida e New York. Panosian si diverte a far recitare con mille espressioni il piccolo sottobosco criminale, i reietti di Las Vegas; trova il modo di inserire i volti di suoi amici personali e perfino la sua (bellissima) moglie. E da novello sceneggiatore, l’autore rivela un gran gusto nei dialoghi e nel ritmo di battute che piacerebbero a Hill o ai suoi storici collaboratori David Giler e Larry Gross. Unico neo, un finale un po’ frettoloso, come se la durata di soli 6 numeri avesse costretto l’autore una risoluzione rapida. La cosa risalta di più all’occhio proprio perché in un fumetto del genere egregiamente costellato di sospensioni, di notturni urbani, di ampi spazi silenziosi nel deserto, contano i preludi prima ancora delle azioni e dei meri meccanismi narrativi. Ma si tratta di una facezia che non inficia il puro godimento visivo. In Slots troviamo un mix di tante ispirazioni di Panosian: c’è Klaus Janson, Howard Chaykin, Neal Adams e Jorge Zaffino… un tocco disneyano nelle espressioni e una spolverata di Norman Rockwell. Per un artista autodidatta che si definisce “in un apprendistato continuo” è un risultato mica da poco. E sì, ormai possiamo parlare di uno stile alla “Dan Panosian”.



CONCLUSIONI

SaldaPress propone una splendida edizione cartonata disponibile anche in una prestigiosa variant limitata di 200 copie: una resa eccellente, approvata entusiasticamente dallo stesso autore. Il volume rende giustizia anche alla plasticità del colore e all’utilizzo classico e fantastico dei simil-retini che ben contribuiscono ai passaggi più emotivi della storia. Slots suona come una ballata conosciuta. Come un buon pezzo rock orecchiato in un bar o un vecchio film iniziato alla tv da cui non riesci più a staccarti. Magari immagini già il finale, ma stai lì lo stesso e non vorresti che arrivasse mai. E quando arriva, ti immagini che sarebbe perfetto chiudere il volume ascoltando un pezzo di Ry Cooder. O in mancanza, di Barry De Vorzon…


Autore:  Dan Panosian
Editore: saldaPress
Collana:  Skybound
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 8 novembre 2018
Pagine: 144 p., Rilegato
  • EAN: 9788869194016

sabato 29 gennaio 2022

Jodi Taylor e i suoi storici curiosi

di Francesca Di Matteo


Ho scoperto i primi due romanzi di Jodi Taylor sugli storici curiosi per caso. Imbattendomi nei post instagram in cui la Corbaccio ne parlava, mi sono subito incuriosita. 




La cosa curiosa era che la sinossi risultava stringata, come se affannasse nel cercare di irretire il lettore.

Dopo aver recuperato e letto poche pagine del primo volume la motivazione mi era chiara: è impossibile imbrigliare la genialità dell’autrice in un unico stile letterario.

La confraternita degli storici curiosi” e “Le allegre scorribande degli storici curiosi” sono sì romanzi d’avventura e fantascienza dal ritmo vertiginoso, ma anche storie d’amore che si scontrano con svolte thriller e impennate -addirittura- horror ma sempre innervati dalla comicità e l'ironia irresistibilmente british dell'autrice.

Si entra a far parte della compagnia  ridendo, piangendo e soffrendo con i personaggi, meravigliandosi e strabiliando insieme a loro di fantastiche scoperte o dolorose perdite, avvertendo sempre un senso di precarietà che ci insegue a ogni pagina: l’impossibile diventa possibile e l’inaspettato una costante, con un ritmo che incalza e mai stanca e che –perdonate il francesismo- morde le chiappe motivando il lettore a correre e scorrere con la storia.

Jodi Taylor riesce a creare un mondo nuovo, decorandolo in ogni piccolo dettaglio; niente è lasciato al caso, ogni evento ha una conseguenza e ogni azione ha una finalità. L’immaginazione dell’autrice sembra non avere limiti eppure non si perde, riesce con maestria a tessere un intreccio di storie che risulta sempre perfetto.

In piena crisi d’astinenza dopo aver divorato i due libri, non ho potuto fare a meno di contattare la Corbaccio chiedendo quando e se tradurrà e pubblicherà i prossimi volumi di questa epopea (la saga è arrivata a ben 12 capitoli, senza contare i racconti brevi...)

La gentile risposta non è tardata ad arrivare: il terzo volume (dal titolo "Un insospettabile ladro di specchi") è pre-ordinabile già da febbraio e entro il 2022 uscirà anche il quarto.

Correte in libreria e ordinate intanto il primo, vi prometto che vi innamorerete del St. Mary's.




Traduttore: Maria Elisabetta De Medio
Editore: Corbaccio
Anno edizione: febbraio 2020
In commercio dal: 2020
Pagine: 384 p., Rilegato
EAN: 9788867006489

domenica 21 novembre 2021

Hawkeye di Matt Fraction e David Aja | Come fare centro con l'essenziale

di Alberto Tollini



 

"Ok, this looks bad."

Con queste parole si apre Hawkeye di Fraction e Aja, con Clint Barton in caduta libera in una posa che ricorda molto una sequenza dell’Avengers cinematografico di Joss Whedon. Sono proprio il successo mondiale della pellicola diretta dal papà di Buffy - e l’entusiasmo dei lettori durante il Marvel Now- che spingono la Casa delle Idee a pensare ad una serie su Occhio di Falco, la quale però, come vedremo, condivide con la pellicola sugli Eroi più potenti della Terra solo il design del costume del suo protagonista.

Hawkeye infatti debutta in America nell’Agosto 2012, nel pieno della seconda ondata Marvel Now: per i meno avvezzi, con Marvel Now si intende un periodo editoriale iniziato nel 2011 dove tutte le serie sono ripartite dal numero 1 con nuovi team creativi, un gigantesco starting point per attrarre nuovi lettori, spinti anche dal sempre maggiore successo del Marvel Cinematic Universe. In questa cornice, si pone come detto la nuova serie su Clint Barton di Matt Fraction e David Aja, a cui si aggiungeranno Francesco Francavilla, Javier Pulido e Annie Wu, un team artistico capace dal 2012 al 2015 di stravolgere il concetto del fumetto di supereroi mainstream con una serie premiata con ben due Eisner Awards.

 

Ricordo l’iniziale scetticismo per questa serie di due dei tre autori artefici di The Immortal Iron Fist, l’apprezzatissima run del 2006, considerata ancora oggi uno dei migliori cicli su Danny Rand, da me recuperata solo in seguito. In quegli anni infatti Fraction, reduce da una run quadriennale su Iron Man e da una meno fortunata esperienza sul Tonante culminata con il maxi evento Fear Itself, è uno degli autori Marvel più quotati, un cosiddetto Architetto del Marvel Universe. Ora, io a Matt Fraction voglio un gran bene e lo apprezzo davvero molto come sceneggiatore, soprattutto per le sue serie indipendenti come Sex Criminals e Casanova, ma i lavori appena citati mi avevano (e continuano) a lasciarmi piuttosto indifferente; aggiungete poi che all’epoca ero estraneo all’arte di Aja ed ecco spiegato il mio iniziale scetticismo.

Il concetto alla base di Hawkeye è molto semplice: Clint Barton è un Avenger, ma quando non è impegnato a salvare il mondo è semplicemente un tizio con una mira infallibile che non può fare altro che aiutare gli altri. Una premessa semplice, non particolarmente accattivante sulla carta, ma vincente. Un unicum della produzione Marvel Comics, capace di creare un genere a sé stante. L’intento di Fraction è quello di portarci nella quotidianità di Clint Barton, dove salvare un cane da morte certa, riparare il videoregistratore del vicino o organizzare una grigliata collettiva sul tetto dello stabile diventano dei veri e propri atti di eroismo. Ovviamente però la serie non è solo questo: oltre alle problematiche di tutti i giorni, Clint si troverà a fare da mentore, o almeno così crede, a Kate Bishop, la Hawkeye degli Young Avengers, e a fronteggiare un’organizzazione criminale russa, la cosiddetta tracksuit mafia, che mira ad impadronirsi del quartiere dove risiede Clint.

Hawkeye quindi rappresenta una boccata d’aria fresca nel panorama del fumetto mainstream che ancora oggi non conosce eguali. Senza dover ricorrere al paradigma decostruzionista dell’eroe, di solito accompagnato dalla relativa componente grim and gritty, con leggerezza, ironia e tanto sentimento Matt Fraction definisce un nuovo concetto di eroismo, molto più concreto e alla portata di tutti. Un percorso lungo 22 numeri, nei quali Fraction, a metà del racconto, divide il focus narrativo tra i due Hawkeye. Un espediente che consente allo sceneggiatore di Chicago di tratteggiare i limiti, le differenze e neanche a dirlo le similitudini tra i due arcieri. Dal rapporto e dalle dinamiche mentore-allieva dei primi numeri, si sviluppano due storyline distinte, grazie alle quali conosceremo meglio i due protagonisti. 

 

Kate è un’eroina forte ma allo stesso tempo è una ragazza insicura, costantemente alla ricerca di approvazione e di affermazione. Nel tentativo di dimostrare al mondo, ma principalmente a sé stessa, di non essere solo l'ennesimo Occhio di Falco, la giovane si allontanerà da Clint, spingendosi sulla Costa Ovest per trovare l’indipendenza tanto agognata. Clint Barton invece, cerca in tutti i modi di fare la cosa giusta, di aiutare il suo prossimo ma ciò ogni volta non è mai abbastanza. Il Clint Barton di Matt Fraction è la quintessenza dell’uomo comune, delle sue fragilità e della sua forza. Nella storyline dedicata all’eroe creato da Stan Lee e Don Heck, lo sceneggiatore dell’Illinois tratta tematiche importanti come l’abbandono, l’affrontare i propri handicap fisici e la depressione. Quest’ultimo è un argomento caro a Matt Fraction, il quale ha dichiarato più volte di aver sofferto di depressione da giovane e di essere giunto ad un passo dal suicidio. La sofferenza di Clint permette all’autore di sensibilizzare il grande pubblico sul delicato tema della depressione, mostrando come il chiedere aiuto e l’affetto dei propri cari rappresentino due soluzioni per affrontare, e perché no, sconfiggere questo grande nemico.

Dicevamo come Hawkeye rappresenti un unicum per il fumetto seriale supereroistico. Una produzione dall’animo indie che si distingue non solo per sceneggiatura ma anche per il comparto artistico. Nell’arco di 22 numeri la serie ha coinvolto artisti come Javier Pulido, Steve Lieber e Francesco Francavilla come guest artist, mentre Annie Wu si è occupata di realizzare gli albi incentrati su Kate Bishop, ma è innegabile come l’arte di David Aja abbia rubato la scena. La prova dell’artista spagnolo è maiuscola: un perfetto connubio tra la narrazione sequenziale del comic book e la sintesi dell’infografica. Una commistione insolita, atipica per il medium ma che funziona dannatamente bene. 

Se già le tavole di Iron Fist avevano convinto per sintesi e soluzioni, su Hawkeye Aja sublima queste due componenti in un perfetto minimalismo. La bidimensionalità delle tavole, l’abilità nell’uso della griglia a 9 per narrare, la rappresentazione grafica del linguaggio dei segni che si amalgama alla regia del racconto e tutta una serie di virtuosi accorgimenti adottati dal disegnatore rendono Hawkeye un fumetto carismatico e d’avanguardia. Una dimostrazione di stile e personalità senza eguali, che varranno a David Aja il premio Eisner come Miglior Artista del 2013. 

Una sinergia superlativa quella tra Fraction e Aja che riflette nella lettura della serie. Per il lettore infatti Hawkeye diventa una vera e propria esperienza, capace di coinvolgere i nostri sensi, anche grazie alla playlist suggerita dai due autori all’inizio di ogni numero.

Insomma, una lettura obbligatoria dove la vena autoriale di Fraction e la genialità dell’arte di Aja vengono declinati all’interno del contesto supereroistico, privato del suo elemento super; una sinergia perfetta che rende rende Hawkeye un’opera irripetibile. 

 Potete trovare i 22 albi americani raccolti in 4 tp, due oversize hardcover, oppure in un unico omnibus italiano recentemente ristampato da Panini Comics.

martedì 9 novembre 2021

Intervista a Declan Shalvey

di Guglielmo Favilla
(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)


Lo stile di Declan Shalvey non assomiglia a quello di nessun altro. Certo, nel suo lavoro si percepiscono influenze di grandi maestri, americani ed europei (su tutti il croato Goran Parlov),  ma il suo tratto essenziale e mai banale, sintetico ed evocativo, lo ha reso uno degli autori più interessanti e, appunto, unici degli ultimi anni. 


Durante lo scorso decennio ha formato una splendida partnership con il maestro inglese Warren Ellis (Moon Knight e poi Injection) e prima ancora ci sono stati brevi e fruttuosi sodalizi con abili sceneggiatori come Brian Wood (su ConanThe Massive e Northlanders) e Jeff Parker (Thunderbolts, suo primo incarico di peso alla Marvel).
Proprio da Ellis il buon Declan racconta di aver  ricevuto e assorbito diversi consigli e ispirazioni, nonché la spinta a mettersi alla prova come autore "completo". Così questo ragazzone di Dublino si è presto rivelato anche un ottimo sceneggiatore, firmando le due crime story in salsa irlandese pubblicate dalla Image -ancora inedite in Italia- Savage Town per i disegni di Philip Barrett e, più recentemente, Bog Bodies disegnata da Gavin Fullerton; senza contare gli exploit in casa Marvel come la sorprendente Immortal Hulk: Flatline)


Chi scrive scoprì il talento di Mr. Shalvey su uno splendido story arc della storica gestione di Deadpool di Duggan & Posehn e capitolò per il suo stile -come tutti- proprio al rilancio di Moon Knight per i testi esplosivi di  Ellis: in quei sei numeri, così diversi l'uno dall'altro, Shalvey ha dimostrato la sua versatilità  e il suo tocco unico nelle linee coincise, definite eppure sempre  nervose e vive. Da  notare come l'artista di Dublino prediliga il caro vecchio disegno su carta evitando il più possibile il digitale, come ha raccontato allo Spazio Bianco: "Ci sono molti strumenti incredibili, ma a me piace la consistenza, i piccoli errori che vanno oltre il disegno perfetto e ripulito. Quindi l’arte in digitale non mi esalta, anche se ci sono alcune opere molto belle e molto complesse fatte con queste tecniche. Io mi sono impegnato a disegnare solo su carta, poi scannerizzare e colorare al computer. Mi piacciono i piccoli incidenti felici che possono avvenire sulla carta, mi piace lavorare con quelli perché mi forzano a trovare soluzioni alternative. Se lavori già sapendo quale sarà l’effetto finale, per me tutto diventa noioso. Mi piacciono l’energia e la spontaneità."



Si dice spesso che i grandi disegnatori, dopo un lungo percorso artistico, ambiscano a raggiungere una sintesi: nel caso di Shalvey sembra che la sintesi sia un punto di partenza da cui sperimentare il più possibile le vie infinite del medium fumetto. 

Il trionfo di questa "visione" si può ammirare nell'ultimo lavoro per la Casa delle Idee, dove, affiancato da Jonathan Hickmanha lanciato una nuova X- Collana in esclusiva sulla piattaforma digitale Marvel Unlimited 

Superbo copertinista, abilissimo nel destreggiarsi tra indie e mainstream, Shalvey sembra guardare al futuro con un'energia ed entusiasmo prorompenti e  il suo tratto unico non smette di stupire, confermandosi una voce unica nel fumetto contemporaneo.

All'epoca di questa intervista (novembre 2018, durante Lucca Comics), stava uscendo negli USA la mini  "Return of Wolverine" con i testi di Charles Soule: Shalvey, oltre ad alternarsi ai disegni con un mostro sacro come Steve McNiven, si è occupato personalmente  del re-design del costume dell’iconico Artigliato Canadese.  Non senza polemiche a quanto pare... ce lo ha raccontato in una pausa tè.


PAPER APES: Injection e Moon Knight segnano il tuo sodalizio pluriennale con Warren Ellis. Da una parte abbiamo una storia che si concentra su una trama orizzontale, dall’altra una serie che sembra essere intenzionalmente formata da episodi slegati. Lavorando con lo stesso autore quali sono state le differenze e quale credi sia lo stile narrativo che preferisci per il tuo lavoro? 

DECLAN SHALVEY: La cosa particolare di Moon Knight, come hai detto tu, è proprio il fatto che ogni episodio sia slegato dall’altro e quindi sei costantemente costretto a spingerti oltre i tuoi limiti (come disegnatore e come lettore).
Il passaggio da serie come Venom a Thunderbolts o da Thunderbolts a Northlanders è stato quasi naturale, mentre qui in un concentrato di 6 numeri ho lavorato soprattutto su questo aspetto. Non c’è uno sviluppo orizzontale dei personaggi, la trama è ai minimi storici: amo quella mini perché  è come un lungo “tour de force” sullo storytelling in tutte le sue forme. Nelle prime recensioni le persone sottolineavano il fatto di averlo letto in-tipo-5 minuti, ma secondo me non si tratta di un aspetto negativo perché probabilmente chiunque così si è trovato a leggerlo almeno 20-30 volte, scoprendo ogni volta qualche aspetto inedito! Injection invece rappresenta quello che ho sempre voluto fare: una lunga e complessa serie creator-owned (si tratta infatti del progetto più lungo sul cui io abbia mai lavorato). Durante la mia formazione come autore ho adorato opere come Preacher, Y: l’ultimo uomo o Planetary e quindi volevo finalmente realizzare qualcosa di simile. E grazie a Warren ho potuto farlo. Di più: oltre alla gioia di essere stato di nuovo scelto da lui, Warren mi sembrava la persona più adatta per conseguire il mio piccolo sogno perché ha un modo di scrivere e una certa “fede” in ogni storia che realizza. Sia questa una storia di pura azione o una bizzarra epopea fantascientifica.  Injection ha uno stile narrativo in qualche  modo in antitesi a tutto quello che è Moon Knight. Se in Moon Knight abbiamo un lavoro che è immediato in ogni sua piccola parte dall’altra abbiamo una storia dove ogni minimo tassello viene studiato attentamente e tutto viene pianificato perché germogli sulla lunga distanza. Per me si tratta di una sorta di “investimento”: amo le storie dove finisci per innamorarti dei protagonisti e temi per il loro futuro (penso a Scalped  di Jason Aaron per esempio). Devo aggiungere che, comunque, anche Injection ha archi narrativi "differenti", nel senso che Warren ci ha messo dentro tutto quello che mi sarebbe piaciuto disegnare: si passa da un thriller sci-fi a un crime investigativo, ad atmosfere decisamente à la Doctor Who... prossimamente vireremo su James Bond e poi... chissà!  

PA: In effetti ho sempre notato quanto Ellis sia  sempre stato uno dei più abili sceneggiatori nel valorizzare il disegnatore di turno per le proprie storie (penso ad esempio a  John Cassaday su Planetary)...

DS: Sono assolutamente d'accordo! Molti potrebbero pensare che i suoi script siano iper-descrittivi e blindati, ma la verità è che Warren capisce le tue potenzialità come disegnatore. Scrive fornendoti molte informazioni utili  ma rimanendo molto aperto al dialogo: in breve, è come se prevedesse le tue scelte artistiche senza importele, portandoti così a dare il meglioIn questo penso sia davvero un genio. Quando ho scritto Deapool vs Old Man Logan ho tentato di fare lo stesso, sono stato molto aperto con l'artista e sono riuscito ad avere una maggiore consapevolezza su diverse soluzioni grafiche e trovate visive. 
 
PA: SaldaPress ha proposto in anteprima mondiale la versione Deluxe di Injection. Il tuo disegno fa della sintesi il suo punto di forza. Preferisci vedere i tuoi lavori in formato Comic book/tp o trovi che venga esaltato di più nel formato Deluxe? 

DS: Si tratta di una domanda molto difficile perché, come ho già detto, è la prima volta che li vedo sotto questa nuova luce. Ho passato le mie ultime notti ad aspettare e aspettare e una volta che mi sono trovato davanti questa ristampa sono rimasto particolarmente soddisfatto! Penso che- come hai detto tu - il mio sia uno stile molto caratterizzato dalla sintesi, quindi non noto immediatamente chissà quali differenze nella resa grafica, però si tratta comunque di un oggetto che attendevo da molto tempo. Quando lo abbiamo realizzato Warren non era molto d’accordo, anzi si è abbastanza disinteressato [RIDE] ...ma io adoro quando posso inserire schizzi, sceneggiature e chicche sui "dietro le quinte" come extra e così gli ho detto che mi sarei occupato personalmente di ogni aspetto del
volume. 
Dopotutto sono uno di quelli che compra i volumi hardcover e che rimane molto deluso se non trova degli extra al loro interno... [RIDE] Il secondo tomo sarà di 380 pagine e ci saranno tutte le cover in bianco e nero, i layouts per tutti i numeri, le mie matite e le mie chine (ormai non scannerizzo più i miei disegni perché ho bisogno di lavorare più velocemente) e le tavole con i colori di Jordie Bellaire senza la mia inchiostrazione. Insomma qualcosa che da lettore vorrei proprio vedere sullo scaffale, anche per soddisfare quelli che hanno speso di più per un volume di tale portata. Aggiungo che in America nessun mio lavoro è mai stato raccolto in volume cartonato. In Italia con Moon Knight è già successo – perché voi sapete come stampare al meglio i volumi! – ma per la serie Image si tratta proprio della prima volta in cui mi trovo davanti ai miei lavori in formato deluxe. Ho aspettato circa 10 anni per avere qualcosa di simile e adesso la stringo fra le mani! Sono  decisamente molto soddisfatto! [ride]

PA: Da poco in Italia abbiamo potuto ammirare i tuoi primi lavori come sceneggiatore. Come affronti il lavoro con qualcuno che disegna le tue sceneggiature? Queste esperienze ti porteranno finalmente a lavorare anche come autore unico? 

DS: In realtà ci sarebbe già un lavoro come autore unico, Savage Town, ma nessuno vuole tradurlo perché si tratta di un lavoro lunghissimo… È scritto in dialetti locali inglesi e irlandesi, dato che volevo proprio sperimentare con il linguaggio. 

Per il grande pubblico il mio esordio come disegnatore e sceneggiatore in contemporanea  è comunque già avvenuto su una mini dedicata al (nuovo) Nick Fury durante Civil War II: Choosing Sides. Si tratta di 5 storie brevi, slegate, che però ho cercato di strutturare in maniera da avere più chiavi di lettura. Si possono leggere come semplici episodi, ma in fondo si tratta di una storia unica sul personaggio. 


Per Savage Town mi sono affidato ai disegni di Philip Barrett, un artista che da anni si fa notare nel campo del fumetto indipendente, ed è proprio leggendo i suoi lavori che ho capito come strutturare la sceneggiatura. Si tratta di un artista capace di realizzare molte vignette velocemente, con un tratto morbido, così ho deciso di “piegare” la mia sceneggiatura secondo le sue possibilità e i suoi punti di forza. 

Per Deadpool Vs Old Man Logan invece conoscevo molto bene il mio disegnatore,
Mike Henderson, che ha un senso dello storytelling che sento molto vicino al mio. Avevo già visto alcuni dei suoi sketch sui supereroi, che ritengo tutt’ora fantastici, poi un giorno lui mi ha detto “Sono stanco di disegnare persone nelle stanze”… Così ho deciso di scrivere per la storia qualcosa di sempre più grande e folle… e sono arrivato al punto che mentre lavoravo al numero 4 della miniserie ho pensato “Cavolo, avrei proprio voluto disegnarla io!” [RIDE]. In definitiva, come ti dicevo, in qualità di scrittore mi sono proprio voluto
ispirare al mio rapporto con Warren.
 
 
PA: Credo che "Deadpool Vs Old Man Logan"  rappresenti davvero qualcosa di molto diverso dai classici team-up del mercenario chiacchierone… 

DS: In quel lavoro ho deciso di inserire proprio qualcosa che non facesse pensare di trovarsi di fronte al classico "Deadpool Vs" perché secondo me si rischia di annoiare il pubblico. Volevo che la storia fosse carica di energia e di cambi di tono. Mi sono occupato delle cover e del design dei volumi, oltre che del logo: tutto molto diverso dalle altre uscite Marvel e per questa cosa mi sento di ringraziare il mio editor

PA: In America è uscita da poco "Return of Wolverine", nel quale lavori con Charles Soule. Ti sei anche occupato del re-design del costume di Logan: quali sono state le tue ispirazioni ? 

DS: Molte persone mi hanno già scritto per dirmi che il design che ho ideato non piace, ma va bene così [RIDE]. Non posso dire molto perché l’albo ancora non è uscito qui in Europa, ma abbiamo Logan che si risveglia in un luogo sconosciuto, senza sapere come e quando vi è stato catapultato… Il costume in sé è concepito come qualcosa di nuovo per rappresentare al meglio questo attesissimo ritorno, anche se siamo lontani dai classici “abiti” del personaggio.
Sicuramente per creare il design ho usato come spunto la Corporazione che sarà protagonista della storia: una società che presenta una struttura militare con delle tinte sci-fi.
Tra le mie ispirazioni ci sono anche le divise di Star Trek, all’epoca del capitano Kirk, che ho voluto mescolare con uno stile inventato per Wolverine da Sal Buscema ai tempi delle sue storie a  Madripoor. Poi diciamoci la verità: per me, fin da piccolo, disegnare tutti i dettagli realistici degli abiti nelle varie epoche è sempre stata la parte più noiosa, quindi ho deciso di premiare anche il "giovane me stesso del passato". [RIDE] 

PA: La miniserie si presenta con una formula inusuale: il numero di apertura e chiusura saranno realizzati da Steve McNiven, mentre il centro della storia è affidato a te. Quali esigenze narrative ci sono dietro questa scelta? La storia sembra seguire due linee parallele, una dalle immagini più “esplosive” e dettagliate (quella di McNiven) e una che fa dello storytelling più puro la sua forza (la tua). 

DS: Credo che non ci siano esigenze narrative particolari in questa scelta: all’inizio Steve doveva disegnare tutti i numeri previsti. Semplicemente, credo di essere stato chiamato per aiutare tutto il team creativo a completare la miniserie in tempo. All’inizio anche io sono rimasto molto sorpreso di questa richiesta, perché, voglio dire, io non sono Steve McNiven! Non ho di certo disegnato Civil War! La gente quindi potrebbe chiedersi “Chi? Perché?” [RIDE] Ho saputo che Steve ha fatto il mio nome (grazie Steve!) e in seguito ho appreso da un paio di editor Marvel che cercare un disegnatore simil-McNiven per ottenere una coerenza stilistica a tutti i costi sarebbe stato impossibile... quindi l'idea di un  artista con una sensibilità completamente differente è sembrata la scelta giusta. Ho sempre pensato che nella mia carriera sarei finito solo su qualche strambo albo one-shot dedicato a Wolverine, invece ritrovarmi in un progetto così grande e atteso è stata una delle sorprese più gradite degli ultimi mesi! 

PA: Oltre al proseguo di Injection e alla tua attività di cover artist, quali sono i tuoi prossimi progetti?

DS: Come sceneggiatore dopo Savage Town ho in programma un'altra crime story. Dopotutto amo molto i lavori di Garth Ennis ed Ed Brubaker... Sarà ancora ambientata nella mia Irlanda e vedrà ai disegni un talento emergente ancora sconosciuto... [si riferisce a Gavin Fullerton N.d.A.].

In ambito mainstream ti posso dire cosa mi piacerebbe fare: oltre a Batman  (voglio dire, a chi non piace Batman?) il mio vero sogno sarebbe mettermi alla prova -magari come autore completo- con Darevedil, forse il mio personaggio preferito nella Casa delle Idee. Come ho già detto, sarà per la mia predilizione per le storie crime e urban, sarà che mi piace disegnare vicoli fatiscenti  e malfamati, ma Matt Murdock ha un posto speciale nel mio cuore.



Come dargli torto?

Grazie a Declan Shalvey per l'entusiasmo e la disponibilità, a Jacopo Masini e saldaPress per la cortesia e possibilità e a Pietro Badiali per la preziosa collaborazione.