domenica 3 gennaio 2021

Intervista a Erik Larsen

di Guglielmo Favilla



Alla fine è il tempo a stabilire i vincitori. O, semplicemente, il valore di un artista.
 
Dei 7 moschettieri dell'Image Comics(Todd MacFarlane, Rob Liefeld, Jim Lee, Mark Silvestri, Jim Valentino e Whilce Portacio, il wild bunch in fuga dal duopolio editoriale Marvel/DC), Erik Larsen è stato l'unico a vincere la sfida del tempo, l'unico capace di mantenere una visione artistica coerente (seppur in continua evoluzione) associata a un'impressionante costanza mensile per quasi trent'anni di pubblicazioni.

Se inizialmente MacFarlane fu l'unico del gruppo ad avere un'intuizione tanto semplice quanto potente per attirare anche lettori più sofisticati- ovvero invitare la crème degli scrittori dell'epoca a lavorare sui primi numeri del suo Spawn (ricordiamo, tra gli altri, Moore, Miller, Morrison, Gaiman ed Ennis)-  Larsen è sempre stato l'unico fabbro nella sua officina, con poche concessioni ad altri autori (oltre agli innumerevoli camei nelle sue e in altre collane, l'unica storia del dragonverso degna di nota fuori dalla  gestione Larseniana è la "Blood  & Guts" - "Pioggia di Sangue" in Italia- del talentuoso Jason Pearson...)

L'autore di Chicago è andato avanti indefesso, inarrestabile, in barba ai grandi numeri (Savage Dragon non è mai stata un campione di vendite come inizialmente furono Spawn, Wildcats o Youngblood) e alle mode editoriali del momento; ha creato un'unica opera creator owned  e ha reso il suo Savage Dragon un personaggio-mondo, dove sperimentare e crescere come artista completo (sia scrittore che disegnatore), sfogare le proprie passioni e realizzare un tributo alla Nona Arte tutta. 

Nel solco di Jack Kirby (suo mito assoluto e padre putativo)  attraverso Dragon, Larsen ha omaggiato la golden e la silver age dei comics, passando da Eisner a Gil Kane, Frank Miller e Walt Simonson, sprazzi di  Charles Shulz e Go Nagai, Kevin Eastman e Bill Watterson, Katsuiro Otomo e Walt Kelly (e mille altri)... ha parlato di politica, sesso, religione e di tutto quello che gli passa(va) per la mente. Ha parodiato colleghi (memorabili le sue polemiche con Peter David e John Byrne) e se stesso, ha riso, pianto, sudato ed è invecchiato coi suoi personaggi ma sempre mantenendo una freschezza sorprendente e un entusiasmo contagioso per il suo lavoro. 

Last but not least, Larsen è stato il mentore e principale ispiratore di Robert Kirkman (da sempre fan del Dragone, Kirkman ottenne un lavoro all'Image dopo aver accompagnato all'aereoporto il buon Erik, in ritardo per averso perso il taxi);  il capolavoro supereroico Invincible dello scrittore del Kentucky , col suo parterre di bizzarri personaggi, il suo tenace andamento orizzontale - dove gli anni scorrono davvero per i protagonisti-  e l'assoluta maestria nei cambi tonali del racconto, è debitore in tutto e per tutto all'opera Larseniana.

Insomma, Dragon gareggia per longevità con Cerebus  del grande Dave Sim (altro autore ospite nei primi numeri di Spawn...) e la sua corsa  in continua evoluzione prosegue senza sosta.

In Italia la sua vita editoriale è stata assai travagliata (Ony press, Lexy, BD) e ora grazie a Editoriale Cosmo, si riparte con la pubblicazione integrale delle sue avventure.

Gli incontri con Larsen sono stati una grande emozione per chi scrive: prima alla sua masterclass organizzata dalla Scuola Internazionale di Comics a Firenze; poi all'interno di Lucca Comics & Games 2019dove grazie a Editoriale Cosmo, siamo riusciti a bere un caffè con l'autore.


Paper Apes: Credo che tu sia uno degli autori più schietti e coraggiosi della storia del fumetto americano, uno dei pochi in grado di apprendere e portare avanti nel suo lavoro la grande lezione del maestro Jack Kirby. Quando hai creato Savage Dragon all'inizio degli anni '90,
avresti mai immaginato che sarebbe durato così a lungo?

Erik Larsen: Sicuramente lo speravo! Ho creato il personaggio quando avevo 9 anni, era una sorta di versione personale di Batman, con un mix di Capitan Marvel e Speed Racer... La pelle verde e la cresta erano soltanto una maschera con un buco dal quale si vedeva la sua bocca. Ho disegnato le sue avventure -un sacco di fumetti! - con lui protagonista, quando ero molto piccolo. E ho continuato a farlo per parecchi anni... fino a quando non mi sono stancato di disegnare il suo mantello, la sua cintura multiuso e la sua maschera... [ride] Così l’ho separato dalla sua identità segreta e l’ho ripensato come due personaggi diversi. La sua identità segreta era quella di William Johnson, che poi è finito per essere uno dei poliziotti nella vera serie.  Ed è per questo che ad un certo punto, nel fumetto, Dragon e Johnson diventano un tutt’uno, in omaggio alle vecchie origini del personaggio!
Durante la mia adolescenza, Dragon era evoluto e cambiato; quando compii 19 anni io e un paio di miei amici pubblicammo indipendentemente una fanzine, per la quale scrissi una storia di Dragon nella forma che aveva raggiunto in quel momento. In seguito, ne ho pubblicata un’altra versione nei primi due numeri di una rivista amatoriale chiamata Graphic Fantasy. Quando ho iniziato a lavorare a Savage Dragon per la Image Comics, il mio obiettivo era arrivare a quello stesso punto visto in Graphic Fantasy ma partendo da un’altra parte, un altro spunto. Dopotutto non ero più un ragazzino ingenuo, non avevo più 8 anni, non avevo in mente le stesse stupide storie di allora. Così gli ho dato una figlia, l’ho reso un ex membro della S.O.S. e alla fine, mi sono ritrovato a raccontare di nuovo la storia che avevo presentato nei due albi della fanzine, stavolta nei numeri 63-65 della serie Image. Sono riuscito a raggiungere di nuovo quel punto della storia e da allora mi sono detto “Ora posso andare in qualsiasi direzione io voglia, vediamo per quanto riuscirò a portarlo ancora avanti”. Ed eccoci qui! [ride]


PA: Sei l'unico autore del gruppo Image Comics degli anni '90 ad aver usato la propria serie per esplorare e sperimentare il più possibile il linguaggio del fumetto. Perché pensi che Savage Dragon sia un personaggio in grado di darti l'opportunità di farlo? Lo hai creato come porta d'accesso a queste infinite possibilità di sperimentazione, o le sue avventure sono state create di volta in volta, per rinfrescare il suo status quo?

EK: Prima di tutto lasciami dire che io amo tutti i tipi di fumetto, e per tutti, intendo dire ogni genere e provenienza. Quindi non solo supereroi ma anche fumetti europei e giapponesi, per dire. Quindi per me questa serie doveva essere letteralmente piena di tutto ciò che mi colpisse, da qualunque tipo di esperienza di lettura. Inoltre, uno dei miei obbiettivi fin dall’inizio era di riuscire a far trascorrere il tempo in maniera realistica all’interno della serie. Se ci pensi, lo scorrere del tempo è qualcosa di cui i fan hanno sempre parlato in relazione a personaggi come Spider-Man: è bizzarro trovarsi a essere prima più piccoli, poi coetanei, poi più grandi di Spider-Man.  Ad un tratto ti viene voglia di dire “Non è che Spider-Man potrebbe invecchiare con me?”. La Marvel non potrebbe mai permetterlo, ucciderebbero i loro franchise, nessuno sarebbe in grado di sostituire i loro personaggi iconici con altri all’altezza. Quindi, l’unico modo per fare una cosa del genere è trovare un autore che dica “Ok, creerò roba nuova per sostituire la vecchia!”. E così in Savage Dragon i personaggi invecchiano, muoiono, ne arrivano di nuovi, è una serie in continua trasformazione.
Ripenso costantemente a quello che ho già fatto, a quello che non ho ancora fatto e sperimento molto con il format. Mi spingo a immaginare  cose che nessuno ha mai osato prima. 
Ad esempio un numero che inizia con una tavola composta da 20 vignette le quali, pagina dopo pagina, si uniscono in coppie fino a formare una pagina composta da un’unica, grande vignetta. Perché non provarci? Oppure, mi dico, facciamo un numero con tutte le pagine composte da sei vignette identiche, tutte le pagine che abbiano la stessa rigida composizione, e vediamo com’è raccontare una storia con questa limitazione grafica. Tutte cose che mi aiutano a cercare di rompere con il passato e le tradizioni legate al medium. Il tutto, ovviamente, mentre cerco anche di raccontare delle storie.

PA: E' molto interessante. E- credo- anche molto difficile da far funzionare...

EK: Beh, a volte questo approccio funziona e altre, con un certo tipo di storia, non funziona per niente. Ma anche questo fa parte di quanto c’è di interessante in questa metodica: se provi a scrivere un numero composto solamente da splash pages, hai a disposizione soltanto dieci vignette su due pagine per raccontare la tua storia. Quindi cosa puoi scrivere per giustificare l’utilità di quelle dieci splash pages? Sono queste le cose sulle quali mi piace sperimentare. Sono scelte dietro alle quali devo trovare un senso, non soltanto per il gusto di provocare. Tornando alla continua evoluzione della serie, al fatto che il tempo della storia corrisponda a quello del mondo reale, beh, con il passare del tempo le cose cambiano: i figli del protagonista nascono, crescono, diventano personaggi, e con loro cambiano le dinamiche e le situazioni. Grazie a questo la serie può reinventarsi continuamente. 

PA: Penso che sotto questo punto di vista - e non solo- Robert Kirkman debba tantissimo alla tua serie.  

EK: In effetti, se guardi a Invincible, puoi trovarci elementi che derivano direttamente da Savage Dragon, come la composizione di alcune pagine! E so per certo che all'epoca Robert lo facesse da fan, per rendere omaggio al mio lavoro. Robert aveva 12 anni, quando è nata la Image. Quando tutti mi chiedono qual è la vera golden age dei fumetti, io rispondo “12 anni”, quando tutto ti sembra fantastico e meraviglioso...

PA: Sei tornato di recente per raccontare una nuova storia di Spider-Man, sulle pagine di "Amazing Spider-Man: Going Big #1". Ti è piaciuta questa nuova opportunità di scrivere e disegnare un personaggio che è stato una parte fondamentale della tua carriera? Com'è stata questa nuova esperienza?

EK: Adoro Spider-Man, sono cresciuto con lui. Inizialmente, quando mi proposero di lavorare sul Tessiragnatele mi reputai un scelta azzardata per il personaggio... Nel senso, sono sempre stato  più un fan di Jack Kirby e dei suoi lavori rispetto a Steve Ditko - che comunque ammiro- e al suo tratto spigoloso. Quindi all'epoca mi sembrò un’idea rischiosa mettermi a disegnare un personaggio così smilzo al posto di personaggi più “in carne” e  corpulenti con cui mi trovavo più agio a inizio carriera. Ma mi ci sono appassionato in pochissimo tempo, rendendomi conto che mi piaceva davvero molto raffigurarlo. Tornare a lavorare sul personaggio per questa nuova storia è stato semplice come indossare un comodo paio di vecchie scarpe, è come non aver mai smesso di lavorare su Spidey, sapevo esattamente come fare tutto quanto! C’è la possibilità che torni presto a lavorare su Spider-Man, sarò felice di farlo fino a quando ne sarò in grado...


PA: È un grande momento per l'industria dei comics, ci sono molti autori di talento che lavorano per tutte le aziende del settore. Chi sono alcuni dei tuoi nuovi talenti preferiti che lavorano oggi, come artisti?

EK: Aw, ecco, sono una frana con i nomi... Adoro il lavoro di Bill Sienkievicz... e poi direi Humberto Ramos, Chris Bachalo... Anche se non sono nomi così nuovi! [ride] Hai ragione però, ci sono molti artisti più giovani di cui ammiro il lavoro, ma sono davvero tremendo con i nomi, non saprei chi citarti! Comunque, in genere leggo molti vecchi fumetti, continuo a cercare e collezionare vecchi albi.  Jack Kirby per me resta sempre il numero uno.

PA: Hai già pianificato il prossimo futuro del personaggio? Hai altri progetti oltre alla tua creazione principale?


EK: Beh, al momento, oltre a un gradito ritorno in Marvel (Ndr: oltre a "Spider- Man - Going Big" Larsen ha realizzato anche il bellissimo one-shot dai toni Kirbyani "Captain America - The End") mi concentro sul mio universo. E non saprei darti troppe anticipazioni, sinceramente mi invento nuove stronzate per Savage Dragon mano a mano che ci lavoro sopra! [ride]. 

Grazie a Erik Larsen per la cortesia e disponibilità, a Editoriale Cosmo e Roberto Vezzali per l'opportunità  e a Michele Innocenti per il supporto e parte di traduzione del materiale.

venerdì 25 dicembre 2020

BUON NATALE, BUONE FESTE, BUONE LETTURE!

Da Paper Apes un augurio di buon Natale e di buone feste con uno sketch creato apposta per noi dal poliedrico e talentuosissimo Paolo Cioni, attore, artista nonché grandissimo amico.




Qui potete  vedere il video 'work in progress' della lavorazione dello sketch.

Qui potete dare un'occhiata ai suoi lavori:

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Con l'augurio sincero di poter sempre scovare nuove letture nelle quali perdersi, rifugiarsi e arricchirsi.

Take a tip before you ship!

domenica 20 dicembre 2020

V per (duemila)Venti

di Enrico Castagnoli

Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta: ho finalmente letto V for Vendetta.

Me l’ero ripromesso da decenni, letteralmente, ma per una serie di motivi molto poco dignitosi non avevo mai voluto o potuto affondare i denti in questo corposo volume dal sapore distopico e socio-politico tanto anacronistico quanto familiare, ma tutt'altro che rassicurante.

Tutto per rispondere ad una domanda che mi facevo da un po’: che cos’è V per un lettore del 2020?

Parliamone.

La Premessa

Sono passati più di vent’anni da quel 1997 quando, su un parimenti usurato e amato volume Play Press prestatomi da un amico, lessi per la prima volta Watchmen. Esattamente come è successo alla stragrande maggioranza di chi lo ha letto, fu per me un’esperienza assolutamente folgorante. Watchmen, scritto molti anni prima (tra il 1986 e l’87), premeva con forza inarrestabile contro quelle barriere immaginarie che avevo sempre considerato i limiti del medium fumetto. Sia in termini di linguaggio, che di struttura, che di tematiche, Watchmen si dimostrava anni luce avanti a tutto quello che avevo letto fino ad allora. Ecco, quello fu il momento in cui conobbi Alan Moore.

Ma non dovevamo parlare di V for Vendetta?

Ci arriviamo subito.

L’uomo dei testi

Nato nel 1953 a Northampton, Alan Moore è stato uno dei protagonisti della cosiddetta British Invasion che a partire dagli anni ’80 portò nuova linfa, brillante e dirompente, nel fumetto statunitense. Ad un lettore attento basterebbe dare uno sguardo alla primissima bibliografia di Moore per rendersi conto dell’impatto che quest’uomo strano, barbuto oltre i limiti della decenza, ha avuto non solo sull’industry dell’epoca, ma come abbia contribuito a preparare il terreno dal quale i migliori fumetti che leggiamo oggi germogliano rigogliosi. Capite bene che se già nel 1982 ci parla di realtà parallele (Capitan Bretagna), nel 1984 ci racconta il sesso come fusione metafisica (Swamp Thing), nel 1986 affronta lo spettro della guerra e le piccolezze dei grandi del mondo (Watchmen), o ancora nel 1988 ha solo bisogno di una barzelletta per farci capire una volta per tutte che Batman è fuori di testa (Batman: The Killing Joke) non serve che sia io a farvi notare che Alan Moore ha sempre avuto, fin dall’inizio della sua carriera, un talento eccezionale nel saper leggere e raccontare l’Uomo e la società.

E V for Vendetta? Non dovevamo arrivarci subito?

Ancora un momento.

L’uomo dei volti

Di poco più vecchio, nato nel 1950 a Enfield, David Lloyd è il complice di Moore nella creazione di V for Vendetta. Disegnatore talentuosissimo, seppure poco prolifico, dallo stile estremamente sobrio e realistico, è il grande architetto dell’estetica di V e del mondo in cui si muove. Nascono dalle sue mani i volti fastidiosamente comuni e quotidiani degli antagonisti della storia, potentissimi uomini dalle piccolissime e sudicie anime. È grazie al suo tratto corposo e intenso che la storia di V ha un ritmo vibrante e molto preciso, cadenzato e mai banale, pur nella totale assenza di onomatopee o effetti sonori (una sua idea). Paradossalmente, fu proprio il suo stile così poco flamboyant (insieme al prezzo di copertina dell’edizione all’epoca) che tenne lontano il giovane me, vittima degli stessi preconcetti sui comics di cui vi parlavo poco sopra, da questa storia. Bene, non fate il mio stesso errore.

Dunque, è dalla matita di Lloyd che V ha preso le sue fattezze, il che è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che hanno contribuito enormemente all’evoluzione della storia. Inizialmente, infatti, nelle intenzioni di Moore V sarebbe dovuto essere un poliziotto del regime britannico che segretamente lavorava per sabotarlo dall’interno.


Un grande richiamo ai fumetti pulp,
ma che mancava di una personalità forte.


Fu appunto di Lloyd l’idea di dare a V le fattezze di una maschera di Guy Fawkes, celebre terrorista ante litteram della Londra del XVII secolo, su cui tornerò tra un attimo per la terza e, vi assicuro, ultima piccola premessa.


Non vi preoccupate se la calligrafia vi risulta illeggibile.
Lo è tuttora anche per Moore.

Ed è dunque così che, dopo qualche ritocco al cappello, V ha acquisito il suo look iconico e inconfondibile, costringendo per altro Alan Moore a ripensare buona parte del materiale già scritto per adattarlo alla nuova persona (intesa come personaggio, alla latina) del suo protagonista.

Finite le premesse?

Ancora una, chiedo perdono.

L’uomo della Maschera

L’ultima cosa di cui vi vorrei parlare, prima di tentare di rispondere alla domanda iniziale, è proprio Guy Fawkes. Perché non so voi, ma io mi ero sempre chiesto chi fosse esattamente e perché Moore avesse scelto proprio lui come non-volto di V. Ok, abbiamo appena scoperto che l’idea è stata di Lloyd, ma Moore c’è andato a nozze senza esitazioni. Quindi chi è?

Tutto quello che sapevo è che Fawkes era uno che nel Seicento voleva far saltare il Parlamento inglese, che era stato beccato prima di riuscirci ed era stato giustiziato. Bene. La nostra storia si apre proprio con V che fa la stessa cosa. Benissimo. Eppure sentivo che mi mancava un pezzo, c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ecco, dunque, che dopo un salto su Wikipedia, imparo qualcosa di nuovo. Sì, Fawkes è stato membro di una congiura di cinque cattolici inglesi che nel 1605, il 5 novembre, aveva pianificato di far saltare in aria il re Giacomo I Stuart (protestante) insieme a tutto il Parlamento inglese, allo scopo di traghettare l’Inghilterra sì verso una monarchia assoluta, ma cattolica, sul modello di Francia, Spagna e Austria.

Quello che è interessante e che ci porta alla maschera di Guy Fawkes è quello che è successo dopo.

Nel gennaio 1606, due mesi dopo l’arresto dei congiurati, il Governo inglese stabilisce l’ Observance of the 5th November Act, una festività nazionale per ringraziare Dio per aver salvato la vita al re. Da quel momento, il 5 novembre diventa una festività annuale, dove si fanno durissimi sermoni anti-cattolici, fuochi d’artificio e si bruciano effigi con la maschera, ecco che ci siamo, di Guy Fawkes.

Nell’arco di tre secoli la festività ha subito innumerevoli cambiamenti: dal filomonarchico Gunpowder Treason Day, dove si bruciavano appunto immagini di Fawkes e del Papa, si arriva gradualmente al popolarissimo Guy Fawkes Day, dove bambini e mendicanti mascherati chiedono la carità, pur sotto la luce dei tradizionali fuochi d’artificio e dei falò (talvolta rinforzati con piccole cariche di polvere da sparo, con somma preoccupazione delle autorità).

Ecco quindi il grande cambiamento di paradigma: in quello stranissimo Paese che è l’Inghilterra, sempre combattuto tra tradizione e ribellione, Guy Fawkes cambia, da figura eretica da bruciare, a simbolo di carità e assistenza ai più bisognosi.

Se ve lo steste chiedendo, il Guy Fawkes Day (che dalla Prima Guerra Mondiale è stato ribattezzato Firework Night) esiste ancora e viene ancora festeggiato ogni 5 novembre, sebbene in modo più modesto, dato che il suo legame con la politica e la religione oggigiorno è molto meno sentito.

Bene, sperando a questo punto di non avervi persi tutti nella ricerca spasmodica di cosplayer zozze con la maschera di V, arriviamo alle tanto agognate riflessioni sull’opera.

Finalmente!

Lo so, scusate.

V for ‘Venti


Riassumere la trama è facilissimo: V for Vendetta è la storia di un terrorista mascherato conosciuto solo come V che si muove all’interno di un mondo distopico in cui l’Inghilterra non è solo l’unico Paese sopravvissuto alla guerra nucleare globale, ma è anche diventato un regime da incubo, oppressivo e totalitario.

Ecco, partiamo dal titolo: V for Vendetta.

La V è un po’ il tema portante dell’opera, ogni capitolo del volume ha un nome che comincia per V e il nostro protagonista prende il nome dalla cella 5 (in numeri romani) dalla quale esce forgiato e trasformato, nel corpo e nella mente, dal campo di concentramento del Governo nel quale viene scelto come cavia per esperimenti disumani.

Eppure anche questo piccolo guizzo di penna ha un significato duplice. Rovesciate il simbolo che il nostro Zorro distopico lascia sui manifesti del regime e troverete un segno stranamente simile a quello di Anarchia.

Manca solo una stanghetta orizzontale per comporre la canonica A.

Poi c’è la Vendetta. La grande distrazione. Perché in effetti di vendetta in questo libro ne troverete pochissima. Il nostro protagonista, lo scopriamo insieme agli investigatori che si mettono sulle sue tracce, ha portato avanti segretamente la sua personale vendetta contro gli aguzzini del campo di concentramento da decenni, ben prima che iniziasse la nostra storia. Noi, come i suoi inseguitori, ne vediamo solo le ultime propaggini, con il rapimento e la riduzione alla catatonia di Lewis Prothero (allora ufficiale del campo e ora a capo della Bocca, l’organo televisivo di propaganda del regime), del Vescono di Londra Anthony Lilliman (allora supporto spirituale per i detenuti, ora massima carica religiosa in questa Inghilterra da incubo, pedofilo e predatore sessuale) e infine della dottoressa Delia Surridge (ricercatrice medica, responsabile all’epoca degli esperimenti sui detenuti).

Dopo questi tre ultimi omicidi la Vendetta è compiuta, ma siamo appena al primo libro (su tre) che compongono l’opera. E il resto? Come supposto, a ragione, dall’investigatore Finch, il vero scopo di V è un altro. E riguarda la sua Inghilterra quanto riguarda noi.

Ad un’analisi attenta, V è quasi una non-persona, le cui intenzioni e i cui ragionamenti sono del tutto avulsi dalla storia in cui si muove. V vive ad uno stadio di consapevolezza superiore rispetto ai qualunque altro personaggio e per tutto il tempo porta avanti il suo vero proposito: ricordare al popolo inglese quale responsabilità ha regalato a questo regime di omini meschini e che è il momento di riprendersela, quella responsabilità.

V, complice il pretesto narrativo degli esperimenti che gli hanno distorto la mente, vive la storia come una serie di tasselli del domino, che devono essere allineati per poi mettere in moto, o ri-mettere in moto, la coscienza delle persone.



V, nonostante la teatralità e l’eloquio, è sempre terribilmente lucido, inarrestabile e inflessibile, nelle sue decisioni. V ha sempre qualcosa da insegnare ai suoi comprimari, una nuova consapevolezza da regalare, un ricordo da risvegliare, spesso a costo di un pezzo di sé. Per questo dico che V è una non-persona. Perché alla fine di lui non sappiamo nulla al di là del suo scopo, ma questo è il gioco di Alan Moore: V è un simbolo che si auto-crea e si auto-determina quasi come se scrivesse un personaggio altro da sé. Pazzo o illuminato, terrorista o Messia, V è e resta un propulsore della narrazione più che un personaggio in carne e ossa.

In termini letterari, direi che V è un meta-personaggio, che crea consapevolmente il proprio ruolo nella storia, sa che dovrà prendere delle decisioni specifiche prima di arrivare alla conclusione, che conosce e che sa quando arriverà, ma senza mai superare il limite della quarta parete. 

Tuttavia è comunque affascinante notare come Moore, che come dicevo è un maestro nel racconto dell’animo umano, inserisca all’interno dell’opera dettagli, momenti e battute che ci fanno intravedere il lato umano di V. 

Ecco perché dicevo che quasi una non-persona: le rose, la lettera trovata nella cella, la pietà dimostrata nei confronti della dottoressa Surridge, fino alla consapevolezza del sacrificio finale che egli sa di dover compiere, ma che affronta con la tristezza e il senso di fatalità che colpirebbe chiunque sa di essere prossimo alla fine della propria storia. V non è uno zelota fanatico, ma un uomo che ha deciso di diventare altro. Non per sé ma per gli altri.

Sì, ma qual è questo scopo?

V vuole ricordare al popolo inglese che è suo il diritto di auto-governarsi. Che questo diritto è stato ceduto, per un sacco di ragioni comprensibili e umane, a un’élite di persone che si sono rivelate indegne di tale potere, e che questo è il momento di riprendersi quel diritto.

Questo diritto si può recuperare solo con un processo in due parti: la prima è la distruzione di ciò che c’è, la seconda è la ricostruzione di ciò che si vuole.

Il Parlamento (ormai vuoto e inutile da decenni) è il primo simbolo
che viene sacrificato per risvegliare le coscienze.


Dunque, V for Vendetta è un manuale su cos'è l'Anarchia, che spiega con chirurgica lucidità quello che vuol dire giungere alla Terra di Fa’-Ciò-Che-Ti-Aggrada e non, come è facile fraintendere, alla Terra di Prendi-Ciò-Che-Vuoi.

Non è un processo piacevole, né rapido. Prima di tutto ci vuole uno spirito distruttivo, bisogna rinunciare a tutto ciò che si conosce, persino alla propria felicità.

La cosa peggiore? E' vero.

Bisogna uccidere i tiranni e i loro lacchè, bisogna demolire i simboli dell’oppressione, bisogna imparare a non avere paura per sé e non temere neppure la morte. Poi, dopo che tutto questo è stato compiuto, questo spirito deve cessare di esistere e lasciare spazio ad un altro spirito, puro, gentile, che aborrisce l’omicidio, che vuole solo costruire un futuro luminoso per tutti. Uno spirito di comunità, dove ognuno è responsabile per sé e non soggiogato ad altri.

Attenzione, però. Vi parlavo di spirito, non di persone. V questo lo sa, ed ecco il vero motivo per cui non toglie mai la maschera.

Eppure il sangue scorre lo stesso.

Tuttavia, all'interno di questo processo dalla logica essenziale e all'apparenza elementare, ci sono le persone. Ed ecco che ci imbattiamo nei personaggi che gravitano intorno a V e alla sua missione.

Gli Uomini

Diciamolo: gli uomini in V for Vendetta non fanno una gran figura. Vi parlo prima di loro perché, di nuovo, contrariamente a quello che si può pensare di un fumetto scritto da un maschio bianco caucasico alla fine degli anni '80, le donne sono molto più interessanti e importanti ai fini della storia. Ecco, in un mondo post-nucleare, totalitario e oppressivo gli uomini sono fondamentalmente di due categorie: i soldati e i generali

I soldati sono persone comuni, diremmo per bene, che fanno il proprio dovere, che obbediscono alle regole, che sanno di agire all'interno di una struttura sociale aberrante, ma che continuano a credere di muoversi nel migliore dei mondi possibili, date le circostanze. L'ordine è meglio dei disordine, non importa a quale prezzo.

Esemplare è la figura dell'Ispettore Finch, uomo acuto ed estremamente intelligente, ma gregario e assoggettato a tutti gli ingranaggi del regime. E' lui che capisce il legame tra V e il campo di concentramento di Larkhill, dove si reca e dove, grazie al piccolo contributo di due compresse di LSD (Moore non ha mai fatto mistero della sua fascinazione per le sostanze psicoattive e il loro ruolo nelle pratiche sciamaniche), cerca di ricostruire i processi mentali di V. Il risultato vedrà Finch ottenere le risposte che cercava, ma anche espandere la propria coscienza fino a ricordare ciò che ha accettato di sacrificare sull'altare della pace sociale: la propria famiglia, perché di colore

Il ricordo della felicità perduta.

Sì, non ve l'ho detto per non interrompere il filo del racconto, ma nell'Inghilterra di V il partito al governo (l'unico), chiamato Fuoco Norreno, ha usato i campi di concentramento per cancellare ogni etnia che non fosse caucasica, ogni idea che non fosse approvata e ogni identità (sessuale, politica o personale) che non combaciasse con il modello da esso determinato. Un mondo senza colori, dunque. Senza musica, senza arte, senza pensiero.

Come immaginerete, in questa distesa di macerie umane, il resto dei soldati sono canaglie, a volte in buona fede, altre volte molto meno, che fanno ciò che devono per restare al proprio posto nella spietata catena alimentare della società.

Poi ci sono i generali, biechi oligarchi che si sono spartiti la torta del potere. 

È tramite costoro che Moore ci racconta ciò che pensa: il potere, in uno governo assoluto, finisce in mano a persone senza alcun merito che non sia ottusa fermezza e mancanza di coscienza. Malvagi, meschini, freudianamente allucinanti, deboli, corrotti, arroganti e immaturi, i capi dell'Inghilterra di V sono quanto di peggio ci si possa aspettare da un governo fallocentrico proto-nazista di un fumetto che parla di Anarchia. 

Adesso, scusate la pausa ad effetto, io non vi dirò di accendere la televisione e fare un giro per i telegiornali, perché è contrario alla politica di questo blog, ma sono certo che se per un attimo vi fermate a pensare ai potenti del nostro mondo, nel civilissimo e moderno 2020, troverete (come ho trovato io) delle similitudini più che spaventose. Non delle identità, grazie al Cielo, ma similitudini molto evidenti con personaggi di un fumetto, ricordiamolo, finito di pubblicare nel 1988. Ed ecco quello che scrivevo all'inizio: Moore ha un talento smisurato nel raccontare l'Uomo e la società.

Tra questi generali vi parlo solo del capo del partito, l'intoccabile uomo al vertice del Fuoco Norreno: Adam Susan. Se la sua figura e il suo cognome sono patetici e ridicoli, è il suo assoluto distacco dalla realtà a renderlo realmente spaventoso. Susan è un personaggio imperscrutabile, taciturno e immobile, tanto da lambire i limiti della catatonia. È il capo dell'intero sistema politico, eppure non sembra prenderne parte attivamente, al di là di esigere risultati (sulla ricerca di V) e minacciare ritorsioni. 

Ebbene, dalle poche e sparse pagine di monologo interiore che gli sono dedicate scopriamo che Susan è un mitomane assoluto, convinto di parlare con Dio, suo unico compagno di viaggio e consigliere. Di più: Susan si vanta con sé stesso di essere l'unico ad aver scoperto com'è fatto il corpo di Dio e, per questo, di amarlo. Ciò che intende è il super-computer chiamato Fato che consulta ogni giorno - tutto il giorno - dal proprio ufficio.

Questo pensa il capo del partito.

Nota a margine, trovo interessante che il computer, che all'insaputa di tutti è il vero punto di riferimento per l'uomo più potente del mondo, sia stato chiamato proprio Fato, come l'unica forza che nella mitologia greca è più potente persino degli dei.

Dunque, V viola il sistema di Fato e fa credere a Susan che il suo amore sia corrisposto. Dopodiché sospende ogni comunicazione, portando rapidamente l'uomo ad uno stato di ansia totalizzante, una sorta di sindrome dell'abbandono che lo porterà a staccarsi completamente dalle sue mansioni politiche. V, in questo modo, a tutti gli effetti ha decapitato il partito.

Un uomo distrutto.

Perché vi racconto questo? Perché quello che apprendiamo dall'ultimo monologo interiore di Susan, durante la stessa parata in cui verrà assassinato (ci torniamo subito), è che l'uomo più potente del mondo, omosessuale represso, sente di appartenere, lui solo, ad un piano dell'esistenza del tutto diverso rispetto a tutti gli altri. Egli guarda la folla accalcata lungo la strada e non prova nulla per loro, sa che solo il suo dio dalle forme nere, lucide e lisce lo può capire, ma ormai sa anche che quel dio non lo ama più. È a questo punto che nella fragile mente di Susan si fa largo l'idea che forse l'amore di quella folla festante è tutto ciò di cui ha bisogno. Non vede che la folla è minacciata dagli agenti del Dito (la Gestapo del mondo di V), non si accorge che è tutta una finzione e che anche lui è ormai un fantoccio in mano agli altri dirigenti del partito. Così come non si accorge, fino all'ultimo momento, di una donna che si sta avvicinando all'auto presidenziale sulla quale sta viaggiando. 

Prima di procedere a parlare di questa insignificante donna tra la folla, datemi un ultimo momento per sottolineare come, sebbene l'omosessualità di Adam Susan sia ai nostri occhi quanto di più stereotipato possibile, la sua fascinazione, ossessione e perfino amore nei confronti di ciò che gli restituisce lo schermo di un computer, invece sia qualcosa che oggigiorno suona quantomeno profetico e assolutamente spaventoso.

Manca ancora parecchio?

Il bello viene adesso, promesso.


Le Donne


Al contrario degli uomini, rozzi, bassi e fondamentalmente deprimenti, le donne in quest'opera, e tre donne in particolare, colpiscono per la complessità, modernità e importanza simbolica.
Anzi sarebbero quattro, ma la quarta, che è la prima in ordine d' importanza, è una figura talmente cara a V che non ve ne parlerò. Analizzandola in questo caos di considerazioni sparse mi sembrerebbe di farle un torto quindi, se volete saperne di più, l'unico modo sarà leggere questo libro. Il suo nome è Valerie.

Dunque torniamo alle nostre donne.
Queste tre figure sono fondamentali perché rappresentano tre declinazioni esemplari dell'animo umano nella sua accezione più complessa e sfaccettata, cioè quella femminile.
Sono donne tridimensionali e del tutto realistiche che, in un tutt'altro che casuale richiamo alle Norne della mitologia norrena, rappresentano anche le tre fasi del tempo: passato, presente e futuro.

Un'iconografia ricorrente attraverso i secoli. 
Questa la versione di Tiziano conservata alla National Gallery di Londra.

La prima di cui vi voglio parlare è Helen Heyer, moglie del capo dell'Occhio, l'agenzia di sorveglianza (continua e capillare) con cui il governo controlla la popolazione.
La signora Heyer è ben più di una donna forte: vero e proprio carnefice, è spietata e priva di scrupoli morali. Usando il proprio bel corpo come un'arma, ha manovrato segretamente i fili dietro le quinte per ritagliarsi il suo spazio in cima alla catena alimentare del partito sin dall'indomani della guerra nucleare.

Quando le cose si faranno difficili, sotto la pressione di V e del crescente disordine sociale, userà di nuovo il proprio charme per circuire il peggiore degli esponenti del partito, Alistair Harper, tagliagole e fidato Fingerman (agente della polizia segreta), che secondo i suoi piani le garantirà di restare all'asciutto quando le cateratte della rivolta si apriranno.

E' chiaro chi comanda.

Hellen Heyer è una donna assolutamente incrollabile, adamantina, sicura di sé e affascinante. Sa come prendere un uomo per la gola (ci siamo capiti) e non ha problemi a farlo. Anche se concede il proprio corpo a uomini potenti, chiedo scusa ai lettori più sensibili, è lei quella che fotte
Non è un caso se l'opera si chiude proprio con una Hellen sporca e decaduta che, tra le macerie di una Londra devastata dalle rivolte, cerca penosamente di usare ancora una volta il proprio fascino per assoggettare una piccola comunità di derelitti riunita intorno ai bidoni in fiamme.
Tuttavia il suo mondo appartiene ormai al passato, anche lei non potrà mai accettarlo.

La seconda è invece la misteriosa donna di cui vi parlavo poco sopra che, ignorata da tutti, si avvicina all'auto presidenziale e assassina Adam Susan durante la parata. Il suo nome è Rose Almond. Moglie di un altro alto esponente del partito, Rose resta vedova quasi all'inizio della storia, quando suo marito ha la sfortunata idea di affrontare V da solo. Rose, dunque, perde istantaneamente il proprio status di moglie di qualcuno di importante e tanto basta, in questa società misogina, per farla precipitare in fondo alla catena alimentare. Vera e propria vittima, già all'apertura della nostra storia troviamo Rose picchiata da suo marito, che la tratta come un vuoto pezzo di carne, bello da mostrare e da possedere, ma degno di nessun rispetto. Lei lo ama comunque, tanto che anche dopo, da vedova, impiegherà molto a maledirne il nome. Le cicatrici delle catene, anche se mentali, sono dure a scomparire

Rose finisce a fare la ballerina di strip club, comunissimo luogo di ritrovo per gli uomini di quest' Inghilterra disumana. Viene ancora corteggiata da ex colleghi del marito, che fanno leva della propria posizione per prometterle sicurezza in cambio di sesso. Ogni promessa è disattesa e Rose cade sempre più in fondo a un baratro di disperazione che la inghiotte. Eppure, proprio in fondo a questo baratro, Rose trova la sua forza.

Il primo e ultimo momento
in cui Rose è libera dalle sue catene.

Ed ecco l'ultima lezione di Moore, sulla quale torneremo tra poche righe: solo una volta che hai rinunciato a tutto, persino alla paura di morire, puoi veramente cambiare il mondo.
Per questo, in tutto e per tutto, Rose incarna la vita e la morte del presente.

Il che ci porta all'ultima, fondamentale figura femminile di V for Vendetta, la più giovane delle Norne e co-protagonista dell'opera: Evey Hammond.
Evey è giovanissima, ha appena 15 anni quando la conosciamo. Eppure Evey non è una ragazzina innocente e pura in senso assoluto: quando V la incontra per la prima volta, nella sequenza che apre la nostra storia, Evey sta cercando di prostituirsi (per la prima volta) perché il suo misero lavoro, alla fabbrica di munizioni, è retribuito troppo poco.
Salvata da V da un gruppo di Fingermen intenzionato a giustiziarla sul posto, dopo averne abusato, Evey è la testimone dell'esplosione del Parlamento di cui abbiamo già parlato. Da quel momento, V la prenderà con sé, portandola nella sua casa, la Galleria delle Ombre, dove inizierà a condividere con lei i propri pensieri e le proprie intenzioni.

Immaginate di vedere un Botticelli 
in un mondo che ne ha cancellato ogni ricordo.

Evey, tuttavia, è in tutto e per tutto una bambina figlia del suo tempo, orfana di un padre nemico del regime, cresciuta in fabbrica al suono di marcette militari, che vede tutto in bianco e nero, che desidera (senza concepire) un mondo diverso da quello che ha di fronte, ma che fa obiezioni e considerazioni petulanti sui metodi utilizzati da V.

Questa ragazzina gli sarà complice nei primissimi attentati, quelli concernenti la brevissima Vendetta di cui parlavamo all'inizio, ma si allontanerà da V (o meglio sarà allontanata da lui) quando la violenza per lei sarà diventata insopportabile. Troverà poi, per breve tempo, conforto tra le braccia di un uomo molto più vecchio di lei, Gordon, un pesce piccolo di buon cuore ma di pessime amicizie, che perderà infine la vita in questo mondo che vive, come abbiamo già detto, di una spietata legge della giungla.

Che accade quindi a Evey? Viene arrestata e messa in cella, rasata a zero, torturata e interrogata per settimane sul suo coinvolgimento con i piani di V. È nella gelida disperazione della sua cella che Evey inizia a rivivere ogni passaggio della propria vita, a ripensare a ogni persona che ha incontrato e, grazie ad una fessura nel muro, a fare la conoscenza di Valerie, di cui vi ho già detto che non vi parlerò.

Quella che esce da quella cella, dopo un tempo apparentemente interminabile, è una donna distrutta nel corpo (sporca, denutrita e chiaramente invecchiata), ma resa indistruttibile nel cuore e nell'anima. Una donna che, nella difesa dei propri principi, nella volontà di non tradire V, è arrivata allo stesso stato di rivelazione di Rose Almond, uno stato di serenità assoluta in cui nessun rimpianto, nessun rimorso e neppure la paura della morte possono ormai raggiungerla

È a questo punto che Evey scopre che per tutto il tempo era stato proprio V, che si era sostituito ai Fingermen che avrebbero dovuto portarla in carcere, a tenerla prigioniera nella Galleria delle Ombre.
Come è ovvio, Evey non la prende benissimo, è furiosa con V ma, e questa è la cosa interessante, non tanto per la prigionia e le torture, ma per il fatto che ora Evey non teme più nulla. Perché vivere nella totale libertà, morale, personale e sociale è la cosa meno spontanea e più spaventosa in assoluto.

La gabbia è aperta.

È in questo momento che Evey diventa una donna e qualcosa di più, da spettatore a creatore, da vittima a padrona del proprio destino, da semplice testimone a erede dello spirito del futuro.

Non serve aggiungere altro.


Le conclusioni

Dunque, cos'è V for Vendetta letto oggi, nel 2020?

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in questa storia, proprio intorno a quel 1997 in cui è ambientata, ho trovato che il suo essere un'ipotesi di un futuro che non si era verificato le togliesse forza e significato.
Pensavo che parlare di un'Inghilterra proto-nazista, per me che amavo viaggiare in terra d'Albione e ammiravo immensamente il miscuglio di esoterismo e conservatorismo di cui quella terra è pregna, non avesse alcun senso. 
Ritenevo che avere un terrorista come protagonista fosse un pretesto per vendere l'ennesimo anti-eroe fico e tenebroso, ma che fondamentalmente fosse pericoloso dare un valore eroico a uno che faceva saltare in aria i palazzi storici.

Eppure, proprio perché ora ho qualche anno in più, finalmente capisco cosa voleva dire Alan Moore.

Capisco che cos'è l'anarchia di cui ho sentito tante volte parlare, e quanta sia la consapevolezza che richiederebbe un processo di rivoluzione sociale così totale.

Capisco quanto le parabole, anche di un mondo che non c'è, anche se parlano di filosofie che non mi appartengono, siano fondamentali per tenere alta la guardia contro il lato oscuro dell'Umanità, che mai come oggi sembra incombente.

Capisco, e qui farò sobbalzare qualcuno, che storia, politica, letteratura e religione possano parlare delle stesse cose e che V è una vera e propria figura cristica in salsa norrena, con il suo Pietro (che lo rinnegherà tre volte), il suo Giuda (che è l'esecutore materiale del martirio), il suo momento del giardino degli ulivi e il suo fato predeterminato dalla nascita (avvenuta in una cella con il numero V sulla porta).

Capisco come l'animo umano sia una costante orizzontale che ci unisce tutti quanti, vivi e morti, in un viaggio da costruire insieme con coscienza e amore, ma senza paura.

C'era una volta una scritta, su un muro davanti al quale sarò passato un milione di volte da quando ero bambino. Non so se è ancora lì, ma adesso lo spero con tutto il cuore.

Diceva: educhiamoci e ribelliamoci.

Adesso capisco.

domenica 13 dicembre 2020

Una sorella - Istantanea sincera di un incontro indimenticabile

di Francesca Di Matteo

Un frammento d'estate sull'isola di Moines, in Bretagna

Antoine passa qui ogni anno le sue vacanze con la famiglia ma, questa volta, la quieta monotonia della villeggiatura verrà travolta dall'arrivo di Helene, poco più grande di lui...

Quasi mi dispiace aggiungere altri dettagli, come se facendolo negassi al nuovo lettore l'esperienza che ho avuto il piacere di vivere immergendomi in questo romanzo grafico dell'ex enfant prodige del fumetto franco-belga Bastien Vivès (Nei Miei occhi, Polina, Last Man...), pubblicato in Italia da BAO Publishing.

È la descrizione di quel prezioso momento, intorno ai 13 anni, in cui un bambino ha la possibilità di crescere; cresce non solo nel corpo ma anche e soprattutto nella consapevolezza di sé e di sé in relazione al mondo, agli altri.

La quasi totale assenza (necessaria) degli adulti, nella vicenda, dà spazio alla crescita. Non intervenendo permettono al lettore uno sguardo puro, lontano dalla malizia; uno sguardo rilassato e privo di giudizio. L'autore riesce a descrivere graficamente momenti di passione intensa con un tratto delicato, esplicito ma mai volgare, al quale conferisce però una potenza espressiva che travolge.

All'interno della storia il sesso sembra essere l'elemento preponderante, ma non fatevi ingannare; la sessualità mostrata da Vivès, con grazia e maestria, è solo un mezzo. Ciò che Antoine otterrà da questa esperienza va ben oltre la mera soddisfazione delle sue pulsioni, e lo stesso sarà per Helene.

Impossibile staccarsi dal racconto che rapisce sin dall'inizio e all'interno del quale riviviamo ricordi o rimpiangiamo sogni della nostra adolescenza.

I due ragazzi condividono un'assenza che, tramite questo intimo e fugace incontro estivo, riusciranno a colmare in un finale inaspettato che mozza il fiato.

Semplice, diretto e intenso come solo il periodo della pubertà sa essere.
Una crescita e una nuova consapevolezza. Tutto questo è Una sorella.




Editore: Bao Publishing
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 22 febbraio 2018
Pagine: 212 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788865439784

sabato 5 dicembre 2020

Deadpool: nel passato. Di cosa (s)parliamo quando (stra)parliamo di Deadpool

di Guglielmo Favilla

(Nota: il seguente articolo è stato pubblicato in precedenza il 15/05/2018).

“Ehi! Come hai fatto? Che ci fai tu in questa scena?” 
“Ragazzo, io ero te prima che arrivassi tu.” 

Con questa risposta lapidaria, Howard il Papero zittisce Deadpool e ribadisce una volta per tutte un punto dato troppo per scontato se non dimenticato/sconosciuto: Howard, grande e irreverente creazione del compianto Steve Gerber aveva già in nuce tutto quello che Deadpool  avrebbe portato all’estremo. Entrambi sono nati come semplici comprimari e poi eletti protagonisti di culto, entrambi outsider cronici in cerca di un loro posto in un mondo che non li capisce, entrambi  strenuamente ironici e circondati da nemici e personaggi ai limiti dell’assurdo. Ma soprattutto entrambi consci di “vivere” in un fumetto (e a dire il vero, per quanto riguarda lo sfondamento della quarta parete, è doveroso citare anche l'adorabile She-Hulk di John Byrne...).
Howard in fin dei conti era un’estensione della personalità di Gerber (stropicciato sognatore allergico a qualsiasi moda ma fervido di idee e opinioni, autodefinitosi “di un’onestà compulsiva”) e aveva vissuto e si era sviluppato nei suoi anni d’oro con imprevedibile coerenza per poi ridursi a comprimario di lusso – e di culto – nei decenni successivi (anche se andrebbe considerato ed esaltato a dovere il recente e meraviglioso ciclo firmato da Chip Zdarsky). Ma era e resta un personaggio ben definito. E Deadpool? Deadpool ha una nascita e una storia più movimentata e ancora più casuale. 



NOTE GENERALI ARCI-NOTE

Deadpool, Wade Wilson, Wade Winston Wilson, il Mercenario Chiacchierone, il comprimario d’eccellenza, l’antieroe definitivo. La storia è arcinota per i lettori, anche occasionali: canadese, famiglia problematica, mercenario, colpito da tumore al cervello, poi volontario per progetto Arma X; dopo torture psicologiche e fisiche, acquisisce il fattore rigenerante tanto noto ai fan di Wolverine; in seguito sarà un tripudio di voci nella testa, personalità schizoidi, parlantina stordente, chimichanga, teledipendenza, meta-fumetto, ammazzamenti pirotecnici, amori sbagliati e tormentati, amicizie folli e nemici ancora più folli, passando da nemico a “scomodo alleato” in vari supergruppi (Thunderbolts, la nuova X -Force). Il personaggio si fa strada avanzando a colpi di katana, pistolettate e battute micidiali per due decenni, diventando oggetto di culto assoluto. Creato dall’incontenibile – e graficamente indifendibile – Rob Liefeld, in tandem con l’argentino Fabian Nicieza, Deadpool nasce come mix tra l’Uomo Ragno (si narra che il capriccioso Liefeld volesse avere l’occasione di disegnare Spider-Man o almeno qualcuno con un costume figo quanto Spider-Man) e il tenebroso Deathstroke della DC. Dopo di loro, vari autori si occuperanno di Wilson e contribuiranno a creargli frammenti di passato e comprimari significativi con innumerevoli miniserie, one shot, rilanci, team-up: da Mark Waid a Christopher Priest, da Gail Simone a Jimmy Palmiotti, dai romanzieri Duane Swierczynski Victor Gischler a David Lapham e Cullen Bunn; e soprattutto i due architetti principali della sua storia editoriale regolare, Joe Kelly e Daniel Way. Il fenomeno Deadpool scavalca il mondo dei comics e diventa presto campione di merchandising, videogiochi, e meme. Poi, l’inevitabile salto al cinema nel 2016 (dopo una lunga gestazione del progetto da parte della Fox) e la conseguente supremazia commerciale su (quasi) tutto l’universo Marvel che conta. Tutto molto cool, tutto molto irriverente, tutto molto troppo.
Per i dettagli della sua vita editoriale potete dare uno sguardo qui. Per il fenomeno esploso al cinema (e non solo) potete leggere qui altre specifiche interessanti. Per quel che riguarda il più recente corso editoriale e fare il punto sulla run più entusiasmante di sempre del personaggio, continuate a leggere.



 
NON DI SOLA COOLNESS VIVE L’UOMO 

Deadpool riesce a intercettare i gusti e l’interesse di un pubblico sempre più figlio dell’iperinformazione digitale, patito della citazione a tutti i costi (ora sottile, ora sfrontata), dell’ammiccamento fine a sé stesso (ora fastidioso, ora irresistibile) e dell’iperviolenza grafica, seppure cartoonesca


 
Insomma, Deadpool piace. Piace come guastafeste di un universo consolidato, piace come schiaffo all’ordine costituito del fumetto mainstream, piace perché può essere dappertutto senza essere legato a niente; o semplicemente, piace perché ha un costume strafico quanto Spider-Man Eppure, anche con queste peculiarità, il suo corso editoriale da protagonista è stato lambito dalla sensazione di simpatica pochade fine a sé stessa, spesso troppo figlia degli anni in cui veniva raccontata. Le storie, tranne qualche picco d’ eccellenza (In viaggio con la testaLa guerra di Wade Wilson) girano un po’ a vuoto, i disegnatori risultano troppo discontinui (non tutti sono Kyle Baker, Jason Pearson o Paul Chadwick). Comparendo su più testate simultaneamente, il Nostro satura il mercato affermandosi con un’identità ormai delineata ma non del tutto valorizzata e per questo limitata. ll personaggio si riduce a una palestra di cazzeggio per autori di passaggio e funziona quasi meglio nelle storie elseworld (Deadpool Pulp) o, ancora, come comprimario di lusso (la bellissima gestione di Uncanny X-Force di Rick Remender, uno dei pochi a dare a Wilson un’identità realmente complessa e affascinante). Manca uno sguardo autoriale forte, determinato a risollevarne le sorti senza vivere di rendita. La bulimia dell’offerta editoriale rischia di ritorcersi contro l’efficacia del personaggio e di farlo piacere a tutti, tranne forse a chi ama davvero i fumetti. La sua sfrontatezza può risultare vacua; l’irreverenza a tutti i costi, innocua e fugace. 
Ciononostante le vendite restano stratosferiche e la richiesta del personaggio assai alta. 
Daniel Way chiude la sua (comunque) fondamentale gestione dopo più di quattro anni e 65 episodi. Le aspettative sono alle stelle. E dopo? Who yo gonna call

IL DINAMICO DUO

Brian Posehn e Gerry Duggan sono la strana coppia a cui la Marvel Comics affida il rilancio del personaggio nel gennaio 2013 sotto l’egida Marvel NOW!: il primo è un comico apparso in serie di successo (come Seinfeld e Friends) e sceneggiatore per la tv, grande appassionato di fumetti ma che ha all’attivo solo la miniserie Last Christmas (co-scritta proprio con l’amico Duggan); Duggan è l’autore di un paio di miniserie osannate dalla critica ma praticamente sconosciuto al grande pubblico. 
Il loro esordio sul Mercenario Chiacchierone, disegnato da un Tony Moore in grandissima forma, è a dir poco esplosivo. I due riescono a imbastire un nuovo corso per il personaggio, circondandolo di nuovi comprimari memorabili (l’agente Preston, il negromante Michael), senza scordarsi il meglio delle gestioni passate e proiettandolo verso il futuro. Daranno a Wade prima una paternità (nel modo più semplice e sorprendente possibile) e poi una moglie (la più sorprendente possibile). Per la prima volta il divertimento si ammanta di spessore e il cinismo si fa meno gratuito; l’ironia è fortissima, le battute fioccano, sparatorie e violenza efferata rimangono ingredienti stabili e liberatori, ma una dichiarazione d’amore o un insulto fanno più male di una pallottola. Insomma Posehn e Duggan fanno crescere davvero il personaggio, rispettando la sua mitologia ma rafforzandola nella stravaganza quanto nell’umanità. Finalmente il lettore può avere un’empatia con Deadpool. 

I DISEGNATORI 

L’apporto grafico di questo ciclo narrativo è di tutto rispetto: oltre alla partecipazione iniziale dell’ottimo Tony Moore, oramai una conferma, si faranno notare il bravissimo Declan Shalvey (noto per il rilancio del Moon Knight di Warren Ellis), Mike Hawtorne e ultimo, ma non ultimo, 
Scott Koblish. Ed è proprio all'abile Koblish che il duo di scrittori affida il ciclo di storie ambientate “nel passato”


IL VOLUME 

E qui arriviamo al volume in questione, pubblicato dalla Panini Comics in un cartonato elegante e leggerissimo con una copertina irresistibilmente 70nties. "Deadpool: nel passato" raccoglie tutti gli episodi flashback a corredo della serie regolare di Posehn & Duggan, stampati qui in ordine cronologico: episodi “perduti negli archivi Marvel” a cavallo dei ‘50, ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90, ognuno perfettamente illustrato nello stile dell’epoca dal talentuoso Koblish. Questo gioco stilistico, reso alla grande anche dalla colorazione di Val Staples, contribuisce ad uno straniamento sublime nei momenti più drammatici. Sì, perché anche se gli episodi appaiono come semplici divertissement, non mancano squarci dolorosi inaspettati (la rivelazione della paternità di Wilson, l’incendio alla casa dei genitori). E letti nella gestione totale del duo, quello che appare come semplice cazzeggio retcon diventa una nuova, solidissima base per il futuro del personaggio. Battute fulminanti, citazioni e irriverenza non mancano, ma a lettura finita si rimane con un’inaspettata malinconia e con l’impressione che anche uno come Deadpool possa provare stanchezza. In questo senso è emblematico il pre-finale della storia più esilarante del volume, “Deadpool prende in giro l’universo Marvel- Un tie-in del Guanto dell’Infinito”) dove il nostro si rivolge al lettore con un’asprezza e amarezza mai vista sulle sue pagine, rivendicando la sua unicità di personaggio e rivelando un’identità finalmente stratificata e realmente affascinante. Il tutto con la “benedizione” di Howard il Papero (vedi lo scambio citato in apertura). Per un personaggio che ha tutta questa responsabilità editoriale non è poco. 


CONCLUSIONI 

Uno splendido volume che è anche un ottimo punto di partenza per chi si vuole avvicinare al personaggio nella maniera più gustosa e riuscita di sempre. Erede diretto di Howard il Papero, sosia schizzato e iperviolento di Spider-Man, anti-eroe di fine millennio dal costume strafico, spalla eterna di Cable, meme infinito. 
Deadpool è (stato) tutto questo, ma finalmente è semplicemente sé stesso.


Editore: Panini Comics
Collana: Marvel Now!
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 4 aprile 2018
Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788891237484