di Guglielmo Favilla
Ma oltre a Kirkman e a Cory Walker, che svilupparono la serie nel lontano 2003, è a un'altra persona che si deve gran parte del successo dell'epopea di Mark Grayson.
"Un drago a forma di nuvola" potrebbe sembrare una storia "troppo piccola" per il curato cartonato della Edizioni NPE che, con la solita qualità che la contraddistingue, propone questa graphic novel frutto della fortuita collaborazione fra due grandi maestri: Ivo Milazzo e Ettore Scola.
Il protagonista, Pierre, possiede una libreria specializzata in libri antichi a Parigi. Vive una vita rassicurante tra la routine del lavoro, le sue piccole abitudini e la figlia paralitica, alloggiata al piano superiore del negozio. L'unico svago per entrambi sono le letture serali con cui Pierre cerca di distrarre la ragazza. Tutto ciò verrà sconvolto da un incontro casuale che perturberà la vita del protagonista e lo spingerà a riflettere e ripensare se stesso.
Gli acquerelli di Milazzo ci catapultano fin dalle prime tavole nell'atmosfera del primo mattino parigino. Una sequenza iniziale di vignette mute accompagna l'occhio del lettore dal panorama della città, alle ampie strade semivuote fino ad introdurlo nella libreria, nella quale si ha la sensazione di non avere spazio fra le montagne di volumi accatastati ovunque. Qui incontriamo il protagonista in un paio di tavole e Scola sfrutta la "voce" della figlia per descrivere un piccolo momento di distrazione durante il lavoro che rende Pierre immediatamente vero ed umano.
La narrazione è un crescendo che porta il lettore a parteggiare per Pierre in questa sua difficile vita, sospesa tra i propri desideri e gli obblighi di padre; si ride, ci stupiamo e sbuffiamo con lui.
Al di là della storia in sé, la caratteristica sorprendente di questa graphic novel è la sua genesi. Scola, ormai a fine carriera, aveva messo nel cassetto il progetto del film "Un drago a forma di nuvola" scritto per la Medusa Film di Silvio Berlusconi: questo perché la scesa in campo politico di quest'ultimo, viste le loro divergenti idee politiche avrebbe potuto generare commenti ostili. Ma grazie al comune amico dei due artisti, Tommaso D'Alessandro, che li ha messi in contatto è nata l'idea di trasformare la storia in un fumetto.
Lo sviluppo di questa graphic novel diventa il riscatto per il progetto di Scola e dimostra come la Nona Arte sia un valido supporto transmediale, capace di proporre efficacemente una vicenda pensata per il cinema, emozionando con la potenza delle immagini e offrendo una narrazione matura e di qualità.
(Nota: alla fine il progetto del film è stato ereditato da Sergio Castellitto, per una trasposizione cinematografica di prossima uscita intitolata "Il Materiale Emotivo", con la regia dello stesso Castellitto e la sceneggiatura di Margaret Mazzantini).
Una storia assai coinvolgente quindi che merita senz'altro di essere letta.
In questo senso i film di Alien e Predator sono esemplari e un autore in particolare, Mark Verheiden, fu il responsabile che alla Dark Horse traghettò le due saghe sulla carta stampata con ipotetici seguiti delle fortunate pellicole. Le opere di Ridley Scott (1979) e James Cameron (1986) erano tanto differenti tra loro per ritmo e modalità narrative quanto perfettamente calate in unico universo riconoscibile per entrambe. Verheiden con Aliens ha quindi diligentemente (e brillantemente) “fatto i compiti”, approcciandosi all’universo degli xenomorfi con la “dovuta” seriosità e gravosità.
Con Predator invece, forte di una sola e recentissima pellicola alle spalle, lo scrittore si diverte e lascia andare molto di più, sfornando una serie che frulla senza pudori l’action e l’horror in voga ai tempi, per il suo e nostro sollazzo. Tre storie divise fra l’88, il ’90 e il ’96 che vedono protagonista il maggiore “Shaef” Shaefer (non sapremo mai il nome di battesimo) fratello cartaceo di quel Dutch Shaefer interpretato da Arnold Schwarzenegger, protagonista del primo fondamentale Predator dell’87 . Come lui (e più di lui) sbruffone, auto ironico e fisicamente imponente ma anche assai più cinico e iracondo, Shaef si ritroverà per ben tre volte faccia a faccia con i cacciatori alieni, bramoso di scoprire la verità sul destino del fratello e impulsivo ai limiti del suicidio.
Verheiden riprende inoltre dal film capostipite il personaggio dell’ambiguo Generale Phillips, rendendolo un elemento chiave nelle tre vicende… dopodiché incomincia a giocare a suo piacimento. Tre storie semplici, tre avventure che contribuiscono ad alimentare il mito del temibile alieno, raccontandone nuove caratteristiche e peculiarità ma lasciando la giusta dose di mistero. Si parte con la seminale Giungla di Cemento, in una torrida New York dilaniata da guerriglie urbane fra bande di spacciatori e narcotrafficanti (con un ritorno lampo alla giungla del primo film); l’azione si sposterà poi nelle nevi della Siberia in Guerra Fredda (ambientazione assai inusuale per gli Yautja) dove
l’esercito sovietico e i servizi segreti americani si contendono tecnologia extraterrestre in seguito all’arrivo di una navicella aliena; infine si torna, con Fiume Oscuro, alla più classica e archetipica battaglia tribale tra l’Uomo e l’Alieno nell’afosa giungla sudamericana.Il tutto condito da amicizia virile (il rapporto da buddy cop comedy con Rasche, il sodale collega del protagonista) donne bellissime, vili uomini di potere e oscuri segreti.
Ah, e invasioni aliene e ultraviolenza, of course.
Ma come risultano questi fumetti a distanza di 30 anni (e poco meno)?
Sono storie che hanno anticipato e largamente influenzato la mitologia dell’Alieno Cacciatore come lo conosciamo oggi.
Nel caso specifico di Giungla di Cemento, come racconta Verheiden nella postfazione al volume, diversi spunti e atmosfere sarebbero state usate in quel Predator 2 del 1990 , ancora oggi troppo sottovalutato. L’ambientazione urbana, le guerre fra gang, la sparatoria in metropolitana, il turpiloquio esasperato sono tutti elementi finiti nel secondo capitolo cinematografico del buon Stephen Hopkins.
E, a proposito di turpiloquio esasperato, sono storie dove si leggono ad un ritmo sostenutissimo raffiche di battute come:
“Bel colpo amico…ma avrei una domanda… hai un coltello nel petto o sei solo contento di vedermi?”
“Conosco Shaefer. La sua assicurazione copre la automobili che gli vanno a finire addosso.”
“A Sting sarebbe venuto un colpo alla notizia di un’intera tribù sterminata, ma, ehi… c’est la vie, cazzo!”
Una lettura divertente che fa provare nostalgia verso un certo cinema action testosteronico, rozzo e auto ironico come non si fa più, quello di gente come Mark Lester, Craig R. Baxley, Mark Goldblatt o il primo Renny Harlin: l’impronta è insomma sapientemente rude e sarcastica, sboccata, e, per chi ama il genere, assai avvincente. Graficamente (e non solo) la migliore del lotto è proprio Giungla di cemento, dove Chris Warner è affiancato da Ron Randall e ci regala tavole dal sapore semplice e accattivante, di brutale efficacia.
La seconda e terza storia vedono il solo Randall ai disegni, i quali risultano forse un po’ più figli della loro epoca, soprattutto in Fiume Oscuro dove è evidente l’influenza del “tratto Image” imperante in quegli anni. L’artista fa comunque un onesto e solido lavoro: dopotutto, come asserisce lo stesso Verheiden nella postfazione del volume, “Ron è stato abilissimo a immortalare sia scene d’azione che donne assolutamente stupende… sempre pronto ad affrontare tutte le sfide che gli lanciavo… e gliene ho lanciate parecchie!”
Un gioco al rilancio e una scommessa vinta. Un bellissimo volume da libreria edito da saldaPress, arricchito da un’interessante prefazione di Chris Warner e dalla postfazione dello stesso Verheiden.
PREDATOR – HUNTERS
Il buon Chris Warner torna unicamente in veste di scrittore rilanciando alla grande il cacciatore alieno e imbastendo una trama semplice e galvanizzante: rimette in scena il caporale di sangue navajo Enoch Nakai, già protagonista della storica miniserie Big Game del grande John Arcudi datata 1991 e lo affianca ad un gruppo di combattenti sopravvissuti a precedenti scontri con la temibile razza aliena.
Tra piccoli colpi di scena che movimentano piacevolmente la lettura e personaggi egregiamente stereotipati (il vigliacco razzista, la rude e affascinante donna guerriera) Warner arriva addirittura a citare brillantemente (e ci piace pensare consapevolmente) il finale di Deliverance (Un tranquillo weekend di paura) già dopo poche pagine dall’inizio della miniserie. Ai disegni un talento come Francisco Luiz Velasco dal tratto molto dinamico e ultramoderno: già ottimo storyboarder e conceptual artist per Hollywood (Pacific Rim e Thor:Ragnarok per fare solo due esempi) dà il suo meglio nelle concitate sequenze d’azione e soprattutto nello splendido design delle armature dei Predator…
Prima parte di un'appassionante trilogia, rappresenta lo stimolo creativo definitivo per Chris Warner come cantore delle avventure dello Yautja: come ha raccontato lo stesso Chris, la sfida più grande e intrigante come autore è immaginare contesti storico-ambientali sempre diversi dove poter calare i temibili cacciatori alieni…
PREDATOR: LIFE AND DEATH
Primo capitolo di Life and Death, sequel dell’ottimo Fire and Stone, progetto a più mani che coinvolgeva e collegava gli universi narrativi di Aliens, Predator, Aliens vs Predator e Prometheus, si presenta come un nuova epopea entusiasmante orchestrata stavolta da un solo, grande, autore: il veterano Dan Abnett. L’autore inglese, ormai da anni in solitaria dopo il fortunato e consolidato team artistico con Andy Lanning, è abilissimo ad “apparecchiare” il sequel, sviluppando un primo capitolo (di quattro) ambientato circa un anno dopo gli eventi di Fire and Stone. E lo fa scegliendo di partire proprio con i temibili Yautja sviluppando una trama tanto semplice quanto elettrizzante: l’apparente missione di routine di un manipolo di marine coloniali sul planetoide LV-797 viene sconvolta dal ritrovamento di una misteriosa nave a forma di ferro di cavallo che fa gola anche a un gruppo di feroci cacciatori alieni…
Abnett mixa con grande abilità le atmosfere di Aliens di James Cameron (la presenza dei marines coloniali, le relazioni tra loro, gli scontri col bieco rappresentante di turno della Weyland-Yutani) e l’approccio del primo Predator dell’87, riportando di nuovo protagonista la componente horror da anni un po’ svanita nelle storie degli Yautja, a favore dell’aspetto puramente sci-fi/action.
Ai disegni l’efficace Brian Albert Thies, talento americano già autore di svariati numeri di Star Wars Legacy, dal tratto scuro, affilato ed energico. Ottimi dialoghi, senso del pericolo incombente e splendidi presupposti narrativi. Siete pronti ad affrontare l’abisso?
E questo è solo un assaggio di mondi oscuri e affascinanti, tutti da scoprire.
Non ci resta che affidarvi alle parole della saldaPress:
"ALIEN & PREDATOR: FUORI TUTTO!
Un’occasione UNICA e IRRIPETIBILE per portarvi a casa a prezzi incredibili il meglio dell’Aliens universe a fumetti!
Esiste una gerarchia nella sofferenza?
Non per il dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani (i quali "erano molto amici e qualcuno addirittura pensava che fossero una sola persona, ma questa è una questione di poco conto e non riguarda la favola del gabbiano bestemmiatore"); insieme decidono di aiutare un gabbiano che continua a torturarsi, imprecando contro se stesso.
La tristezza di un solo gabbiano, reiterata tramite la bestemmia autoinflitta, diventa eco che raggiunge addirittura il cielo.
L'amore e il dolore si possono misurare sull'unico metro di giudizio di chi li sta provando: questo le Divinità lo sanno e intervengono senza mai esitare. Spiegano così tutte le loro forze nell'impresa, accettandone l'esito nonostante si discosti dalle loro aspettative.
Alla fine, il tormentato gabbiano riuscirà a scendere a patti con la propria sofferenza ma senza mai dimenticare il dolore e l'amore.
Imparando a dar loro un nuovo significato.
Tutto questo è raccolto in un piccolo libro, scritto con garbo e ironia dal giornalista e reporter Sergio Nazzaro e illustrato magnificamente da Giancarlo Caracuzzo, "Favola del gabbiano bestemmiatore" è un gioiellino che va ad impreziosire il già ricco catalogo di Lavieri.
Editato con la solita classe, è impossibile non riconoscergli una voce - e un pizzico di coraggio - fuori dal comune tra i libri per ragazzi attualmente in circolazione.
Ammetto di essere un fan di Robert Kirkman solo da qualche anno. Prima del 2017 infatti non nutrivo un particolare interesse verso le opere dello scrittore del Kentucky, riconoscendone però il talento. Tuttavia, dopo l’edizione di Lucca Comics di quell’anno, dove il creatore di The Walking Dead era ospite grazie a saldaPress, qualcosa cambia. Vedere uno degli autori più blasonati degli ultimi anni dispensare autografi seduto ad uno stand o in un tavolo al ristorante, sempre con il sorriso e pronto a ringraziare i suoi fan per supportare i suoi progetti, beh, ha fatto scattare in me qualcosa… e infatti pochi giorni dopo stavo leggendo il primo compendium di Invincible, maledicendomi per avere aspettato tanto ad innamorarmi della scrittura di Kirkman.
Potete quindi immaginare che non appena Fire Power venne annunciato, l’interesse nei confronti della nuova serie di Robertone, che per l’occasione richiama Chris Samnee al tavolo da disegno, era alle stelle.
Everybody is kung fu fighting cantava Carl Douglas nel 1974 e infatti dopo i supereroi e gli zombi, lo sceneggiatore del Kentucky decide di cimentarsi con il genere delle arti marziali per la sua nuova serie creator owned. Rimasto orfano fin dalla tenera età, il giovane Owen Johnson si spingerà fino ai confini della Cina per scoprire la verità sul suo passato e sui suoi veri genitori. Durante il suo viaggio Owen raggiungerà un antichissimo tempio shaolin, nascosto tra le cime delle montagne innevate, dove incontrerà e si scontrerà con l’eccentrico maestro Wei Lun, il quale lo prenderà sotto la sua ala protettrice per addestrarlo all’ arte perduta del pugno di fuoco.
I richiami all’Iron Fist di casa Marvel sono tanti, è innegabile. Ma nonostante la premessa da cui si sviluppa Fire Power abbia un nonsoché di già visto - caratteristica questa anche dei primi numeri di Invincible - Kirkman dimostra (ancora una volta) di aver imparato la lezione impartita dal maestro Erik Larsen con Savage Dragon, rielaborando gli stilemi del genere per imbastire una trama ben strutturata, accattivante e soprattutto tutta da scoprire. In Fire Power infatti ritroviamo tutti gli elementi caratteristici della scrittura dell’autore: un protagonista alla scoperta di se stesso, un mentore eccentrico, un mondo con le sue regole e pericoli, tanta ironia, ma soprattutto tanti, e sottolineo tanti, colpi di scena come solo Kirkman sa fare.
La lettura di Fire Power mi ha fatto provare le stesse sensazioni di quando ho letto per la prima volta Invincible. A differenza di Oblivion Song o di Die Die Die, in Fire Power ho ritrovato la stessa leggerezza vista nei 144 numeri dell’epopea di Mark Grayson, quella leggerezza che ti stampa un sorriso e che ti invoglia a proseguire nella lettura e a volerne sempre di più. Se ciò non fosse sufficiente per spingervi a dare una possibilità alla serie, sappiate che il pregio di questo primo arco narrativo è proprio quello di presentare e introdurre gradualmente il lettore nel mondo di Fire Power e dei suoi protagonisti. Un preludio pubblicato in America direttamente in trade paperback e-tra l’altro- distribuito poche settimane prima dell’uscita del numero 1 della serie regolare (n.d.r numero disponibile in Italia in occasione del Free Comic Book Day 2020 del 03 Dicembre). Una scelta particolare, atipica, ma fortemente voluta dai due autori al fine di poter raccontare le origini di Owen Johnson con l’ampio respiro di una graphic novel e costruire le basi su cui si svilupperà la serie.
In aggiunta, come affermato più volte dallo stesso Kirkman, l’unica buona ragione per comprare Fire Power è Chris Samnee. Artista di punta della Casa delle Idee, negli ultimi anni il disegnatore del Missuri ha fatto coppia fissa con Mark Waid prima sul cornetto di Hell’s Kitchen, poi su Black Widow e concludendo in bellezza la sua decade in Marvel sulle pagine di Captain America 700 nel 2018. Quindi, dopo una pausa di due anni, dove ha continuato a deliziare gli occhi dei fan con inktober a tema Batman, Samnee ritorna al tavolo da disegno più in forma che mai e colorato da Matthew Wilson. In Fire Power lo stile classico e senza tempo di Samnee trova una nuova dimensione nel coreografare le scene di lotta. Perfezionando quanto già visto su Daredevil, in special modo nello scontro tra il Diavolo Rosso e Ikari, l’artista porta il lettore al centro dello scontro, riuscendo a trasmettere tutta la tensione e la fisicità dei combattimenti grazie all’abile e massiccio uso d inquadrature a mezzo busto e di virtuosissimi close-up che vanno a caratterizzare la griglia delle tavole con risultati superlativi.