lunedì 30 gennaio 2023

(Ri)scoprire Arthur Adams – O dell’innamorarsi di uno Skrull

di Guglielmo Favilla

Ci si può innamorare di uno Skrull? A questa domanda così brutale e diretta si può rispondere unicamente in due modi:

  1. Beh, al cuore non si comanda.
  2. Certo, se lo ha disegnato Arthur Adams

Fu proprio un colpo di fulmine quello che colse il sottoscritto in un freddo autunno di 28 anni fa. A casa di un mio amico, poco più grande di me, parlavamo dei migliori disegnatori in attività nei comics. Io ero un novellino di Marvel e DC, cresciuto a pane e strips e da poco avvicinato ai supereroi: come molti coetanei, banalissimo fan di McFarlane e di tutto ciò che sembrava esasperare le anatomie.

Un adolescente folgorato sulla via di Frank Miller che, oltre a Silver, Bonvi, Jacovitti e Carl Barks, da un paio di anni leggeva qualche Batman della Glènat, Lobo, gli X-Men e tanto, tanto Uomo Ragno.

E in piena post sbronza Image (erano i 90, bellezza) il suddetto amico tagliò corto con un sibillino “dai un’occhiata a questo”, mettendomi davanti tre albi dei Fantastici Quattro editi da Star Comics, precisamente il trittico 105 -106 -107. Storie del ’90 e del ’91. Pubblicate in Italia nel ’93 e scoperte da me nel ’95.

L’Uomo Ragno, Hulk Grigio, Ghost Rider (all’epoca Danny Ketch) e Wolverine come nuovi Fantastici Quattro. L’Uomo Talpa, mostri enormi, una Cosa (anzi due!) mai disegnata in modo così accattivante. Anatomie plastiche ed espressioni inedite. Dettagli sopraffini nella tavola e personalità dirompente a ogni vignetta. Echi manga e derive cartoonesche. Donne sexy maliziosamente divertenti. E Skrull. Tanti, variegati, meravigliosi Skrull.
SBAM!
Fu così che scoprii Art Adams. E fu così che mi innamorai di uno Skrull.

CHI VA PIANO VA SANO E VOLA ALTISSIMO

Questo ex-ragazzone californiano nato nel ‘63, ispirato in primis da Michael Golden, amante dei manga e dei film Universal, non aveva mai studiato come fumettista ma si mosse da autodidatta, spronato unicamente da una ferrea volontà di fare fumetti e da un’incontenibile fantasia nel creare mostri. La sua voglia di disegnare quello che più gli piaceva non si è mai fermata in una carriera decennale, allergica a mode e imposizioni.

Persino dopo l’esplosione dal suo debutto, Adams è stato ben presto conscio della sua enorme influenza nel mondo dei comics ma non si è mai fatto intimidire da questo e anzi ci ha sempre scherzato su (esilarante in questo senso la storiella di 2 pag in b/n “How to draw comics the Art Adams way”…), proseguendo imperterrito nel suo lento ma appagante cammino artistico.

Jim lee, Todd McFarlane, e a seguire il compianto Mike Wieringo, Chris Bachalo, Joe Madureira, Nick Bradshaw… sono appena una parte della lunghissima lista di artisti che hanno risentito enormemente dell’influenza del nostro, che rivaleggia solo con Mike Mignola nell’essere esperto di vecchi e strampalati film di mostri e che, a detta dell’amico e mentore Walt Simonson, possiede almeno 342 statuine di Godzilla in giro per casa (ma la stima è del ‘97, non osiamo pensare alla cifra oggi…)

ART NOUVEAU

Insofferenza alle scadenze di casa editrici mainstream, lentezza, poca prolificità, riciclamento parziale come copertinista di razza, tratto inconfondibile e imitatissimo: ripercorrere la rinomata carriera di Adams vuol dire tutto questo, oltre che assistere a uno dei più fulgidi casi di consolidamento stilistico in un lasso di tempo assai breve.

Vederlo partire dalle acerbe matite (già di straripante personalità) sulla miniserie di Longshot tra l’85 e l’86, travalicare i 90 con uno spettacolare Godzilla Color Special e l’adattamento a fumetti del Mostro della Laguna nera per la Dark Horse e approdare alla nascita dell’etichetta Legends con Mignola, Chadwick, Byrne e Miller col suo Monkeyman & O’Brien, è impressionante: il suo è un tratto che evolve e si affina vignetta dopo vignetta, anche nella singola storia.

Un esempio lampante di questo aspetto si può notare proprio nella prima miniserie di Longshot, scritta dalla grande Ann Nocenti: è interessante osservare come il comprimario Pup, ovvero Gog Magog, lo strambo mostriciattolo peloso amico/nemico del protagonista, evolva fisicamente con il progredire degli eventi.

Pup è una creatura misteriosa finita per sbaglio nel nostro mondo e nutrendosi della magia della Terra comincerà a ingigantire e a mutare bizzarramente; assistere alla sua trasformazione attraverso i capitoli della storica miniserie è come assaggiare un anticipo del perfezionamento dello stile unico di Adams. Pup inizialmente sembra un buffo incrocio tra un cane e un piccolo leone con un che di scimmiesco; ma nel corso della storia, oltre ad aumentare in dimensioni, il suo aspetto si arricchirà di dettagli pittoreschi (coda con spunzoni, folta criniera, denti aguzzi, occhi più grandi…) e si trasformerà a poco a poco in una creatura plastica, ricchissima in espressioni dal piglio imprevedibile, affascinante e sconcertante al tempo stesso. Esattamente come lo stile di Adams, che negli anni successivi si arricchirà di dettagli e modalità espressive osando di più nei volumi, nelle forme e nelle proporzioni.

Art of Joy

Se si tratta di Adams, quasi sempre si tratta di gioia. Sì perché il segno di Adams ha sempre avuto una caratteristica preponderante: una gioia contagiosa. Le sue tavole, con quell’ibridazione caricaturale e vagamente nipponica (memorabili le sue splendide copertine per la versione americana di Appleseed di Masamune Shirow) hanno sempre una nota di allegrezza e un’ energia coinvolgenti. Come se il divertimento che l’autore ha nel ritrarre i suoi soggetti confluisse più o meno inconsciamente anche negli occhi, nella mente e nel cuore del lettore, magari in dettagli improvvisi o nella scintilla di energia che caratterizza da sempre le espressioni dei suoi personaggi.

Questo brio veicolato da un gusto assai personale nella messa in scena ad oggi non ha paragoni se non forse nella scanzonatezza di un Frank Cho (altro artista che “impone” sempre il suo sguardo e le sue passioni sui numeri disegnati da lui oltre che almeno una splash-page di mostri enormi dopo appena 4 tavole di storia, non importa chi sia lo sceneggiatore…)

Art of Sex

Se si è sempre messa in risalto l’unicità di Adams di risultare nel tratto simpatico, solare, cartoonesco quando non caricaturale, troppo poco è stata rimarcata la sua capacità di rendere sensuali e giocosamente erotici molti dei suoi personaggi femminili.

Certo, giocosamente, ma assolutamente sensuali: un esempio su tutti, il Jonni Future co-creato insieme allo scrittore Steve Moore per l’antologico Tom Strong’s Terrific Tales: il rapporto tra Jonni, sexy eroina assai discinta e il suo compagno di avventure Jermaal – sorta di ghepardo antropomorfo perdutamente innamorato di lei- contiene le più torride sequenze mai disegnate da Adams, sullo sfondo di un’ avventura colorata e camp che omaggia la Barbarella degli anni ‘60.

Da parte dell’autore, qui in forma smagliante, si vede un debito importante nei confronti dei nostri maestri italiani della sensualità come Milo Manara e soprattutto Paolo Eleutieri Serpieri, in un piccolo ciclo di storie ancora oggi ritenute dallo stesso Adams una delle sue vette stilistiche.

Speaking of Art

Nell’introduzione del piccolo e prezioso volumetto dei “Grandi Autori Marvel” di più di vent’anni fa, l’ottimo Andrea Plazzi faceva giustamente notare quanto fosse difficile e riduttivo cercare di definire lo stile di Arthur Adams, financo da parte degli esperti di fumetto: alla fine si arriva a ripetere più o meno sempre gli stessi aggettivi (provate a vedere in quest’articolo se ritrovate termini come “cartoonesco”, “unico”, “giocoso”, “caricaturale”… ci sono tutti) e si rimane con la sensazione di non essere stati esaustivi. Ragion per cui Plazzi, proprio in quell’introduzione, riportava direttamente le parole di un autorevole collega di Adams, il grande Paul Chadwick di Concrete; come a dire: per definire in modo esemplare un artista serve un altro artista, anche se dallo stile diametralmente opposto come in questo caso.

Riportiamo anche in questa sede la dichiarazione di Chadwick perché ancora oggi risulta meravigliosa e offre una debita prospettiva sull’autore:

“Quello che mi colpisce di più è la qualità del tratto di Arthur, che dal punto di vista del puro disegno è tra i più densi che si siano visti. Non si tratta della semplice cura per il dettaglio, anche se Arthur non ha problemi a tracciare ogni possibile putrella del Golden Gate o a disegnare uno sfondo con 50 persone quando ne basterebbero 10. Penso al tratteggio e alla forma soggiacente […] Arthur è cosciente di ciò fino all’ultimo capello […] Se può scegliere di lasciare un dettaglio “piatto” o di modellarlo in una forma, infondendogli profondità e spessore, Art farà quest’ultima cosa. E per fare ciò è necessaria una comprensione profonda e totale dell’anatomia, per evitare che, per esempio, gli abiti “appaiano” strani (come a volte capita nelle mie storie). Ma Art vi riesce – cosa davvero sorprendente – con uno dei tratti più puliti e cristallini che si siano mai visti, unito a una composizione e a un controllo del segno superbi”.

In occasione di Lucca Comics & Games 2018 dove Adams è stato uno degli ospiti d’onore, la Panini ha deciso di riproporre due storie fondamentali del suo periodo in casa Marvel. E ritrovarle in nuove ed eleganti vesti non può che essere occasione di GIOIA.

FANTASTICI QUATTRO & X-MEN – FANTASTICHE AVVENTURE

In un ben rifinito quanto semplice cartonato per la collana Marvel History, la Panini ristampa due avventure indimenticabili. La prima parte del volume vede la mitica storia dei Fantastici Quattro citata in apertura: una mini gestione di 3 numeri, una run fulminante che fece epoca, dove il grande Simonson mettendosi da parte come disegnatore, imbastisce una trama perfetta per il tratto di Adams. I Fab Four cadono vittime di un complotto Skrull e toccherà a un inedito quanto improvvisato nuovo quartetto risolvere la faccenda…

Simonson lascia all’artista la scelta dei nuovi componenti del gruppo, infarcendo la storia con mostri enormi e irresistibili sequenze di interazione fra i personaggi; Adams risponde con entusiasmo e, aiutato dalle chine di Art Thibert e Al Milgrom, risulta impagabile nel presentare i membri del nuovo quartetto (occhio all’ingresso di Ghost Rider) e nel farli interagire tra loro; inoltre è già abilissimo nel tratteggiare graficamente ogni singolo comprimario, da Mr. Fantastic e soci fino al più sacrificabile (e meraviglioso) soldato Skrull.

I testi di Simonson si divertono a imbastire una trama fracassona che mette apparentemente i veri Fab Four sullo sfondo rendendoli in realtà più centrali e presenti che mai: le dinamiche fra i quattro nuovi protagonisti infatti non fanno che celebrare le caratteristiche che rendono unica la famiglia disfunzionale più amata nel mondo del fumetto. (nota aggiornata: la storia è stata recentemente ristampata da Panini all'interno del secondo volume della ristampa dei FQ di Walt Simonson)

La seconda parte del volume vede invece ai testi il veterano Chris Claremont in una serie di storie precedenti alla mini del quartetto. Una saga divisa in tre parti (due annual e uno special di Excalibur) per la prima vola ristampata integralmente in un’unica soluzione. Protagonisti gli X-Babies, irresistibili versioni bambine dei mutanti. Grazie a X- Chris, Adams ha qui l’occasione di riportare sotto i riflettori (è proprio il caso di dirlo) il folle Mojo, la sua letale alleata/nemica Spirale e l’ingenuo Longshot. Storie semplici e divertenti, quasi una vacanza per Claremont che però riesce comunque a scoccare diversi -e gustosi- strali avvelenati su uno showbusiness bulimico che inebetisce un pubblico generalista sempre più bovino e addormentato. Grazie (anche) al segno di Adams, Claremont porta in scena un nuovo personaggio memorabile: l’Agente, crudele e imprevedibile villain.

Menzione d’onore alla mitica Kitty Pryde, vero motore e cuore pulsante dell’ultima storia, e esilaranti i siparietti tra Mojo e i suoi collaboratori Major Domo e Minor Domo

X – MEN : GUERRE AD ASGARD

Nella gloriosa collana dei Grandi Tesori Marvel, un’altra gemma del passato. Il machiavellico Loki ambisce al trono di Asgard e approfittando dell’assenza di Thor e Odino ne ordirà di cotte e di crude: tra manipolazioni, raggiri e il rapimento di Tempesta- qui con la mitica capigliatura crestata- sarà una lotta all’ultimo inganno con X men, Alpha Flight e Nuovi Mutanti uniti per l’occasione.

Se la prima parte disegnata dal bravo Paul Smith, elegante e sobrio nello storytelling è un’ottima “apparecchiatura”, con la seconda storia del volume (e l’arrivo di Adams) il gioco si fa più interessante e la vicenda aumenta il voltaggio. Sarà un tripudio di “antichi incantesimi, maledizioni, ancora più antiche possessioni, liberazioni, altre ossessioni, cuori spezzati, poteri acquisiti, amore, morte, politica, disonore, troll, elfi oscuri, stregoneria, angoscia, apoteosi, tragedia e trionfo“ a detta dello stesso Claremont nell’intro (dell’epoca) al volume.

Un acerbo quanto sfrenato Adams ci regala una miriade di esseri stravaganti tra tumultuose relazioni, azioni pirotecniche e sofferenze, sudore, sensualità, divertimento e una delle migliori versioni di Wolfsbane di sempre; mai come stavolta lo scrittore britannico riesce ad accendere i motori della magia scatenata dal disegnatore e l’edizione in grande formato si rivela l’ideale per tuffarsi nelle iperboliche matite di Adams. Alle chine (o anche “rifiniture”) in aiuto al Nostro i veterani Terry Austin, Al Gordon e soprattutto un giovane – e futuro amico e compagno di avventure editoriali – Mike Mignola. (ndr: la storia è stata recentemente ripubblicata da Panini nel quinto volume delle ristampe dei Nuovi Mutanti)

Due volumi imprescindibili per ri-scoprire una leggenda; due eccellenti ristampe che vi faranno ri-apprezzare o scoprire per la prima volta un autore rivoluzionario come pochi, che ha sempre suonato la sua canzone al ritmo che voleva lui. E forse, senza neanche accorgervene, vi innamorerete di uno Skrull…

venerdì 6 gennaio 2023

Blacksad - Il noir dall'estetica disneyana

di Alberto Tollini

Anche se non sono particolarmente esperto del panorama fumettistico europeo, avevo già sentito parlare di Blacksad, (la serie noir di Juan Diaz Canales e Juanjo Guarnido pubblicata da Dargaud) poiché mi era stato consigliato da cari amici: ma, come spesso accadeva, il mio sguardo era sempre rivolto altrove, rimandando costantemente la lettura. Alla fine, un po' per gioco e un po' per allargare "i miei orizzonti", ho deciso di provare a leggere qualcosa di completamente diverso rispetto al solito e come prevedibile anche io ne sono rimasto stregato.

Partiamo allora dal principio, cos’è Blacksad? Blacksad è un fumetto noir francese (nonostante i due autori siamo spagnoli, è stato scritto e realizzato in primis per il mercato francese) ambientato in un universo di animali antropomorfi. I racconti finora editi seguono le indagini di John Blacksad, detective privato della ruggente America degli anni’50. Il primo capitolo dell'opera ruota attorno ad un delitto passionale proprio sulla scia di un noir duro e crudo, dove è possibile ritrovare tutti gli stilemi tipici del genere. Le atmosfere di una New York cupa e fumosa che fanno da sfondo al delitto si intrecciano con i costanti monologhi del protagonista con cui gli autori fanno progredire l’indagine e in parallelo il racconto. Elementi che non aggiungono nulla di nuovo al genere, ma che qui assumono un carattere di unicità per la particolarità della loro rappresentazione visiva. Infatti, ciò che colpisce anche ad un rapido sguardo, è la rappresentazione del mondo di Blacksad, un mondo animato da animali antropomorfi dalle forme e dai colori disneyani. Una visione artistica decisamente peculiare, vista inizialmente poco attinente con il noir e che causò non poche difficoltà ai due autori nel proporre il progetto.

Fortunatamente Dargaud, uno degli editori francesi più importanti, ebbe fiducia nelle potenzialità di questo fumetto, riconoscendo come le anatomie di questi animali antropomorfi riescano in realtà a mettere in luce pregi e difetti dell’essere umano in uno specchio quanto mai veritiero della nostra società. Un risultato incredibile, frutto dell’eccellente lavoro di character design di Juanjo Guarnido, autore dal passato da animatore proprio alla Disney. L’artista riesce splendidamente a scegliere l’animale più adatto per catturare una precisa sfumatura della personalità umana, dalla risolutezza calcolatrice del rospo magnate di industria, all’opportunismo della iena avvocato, al fiuto della donnola reporter, solo per fare alcuni esempi. Dal punto di vista artistico, le tavole di Guarnido sono in costante evoluzione, mutando cromia a seconda del contesto e delle tematiche del racconto: sarà così che passeremo dal grigio de “Da Qualche Parte tra le ombre” al bianco algido di “Artic Nation”, all’esplosione di colori delle strade di New Orleans contrapposto al blu placebo de “L’inferno, il silenzio” fino al giallo caldo e rassicurante di “Amarillo”.

Ad un comparto grafico eccelso si affianca una sceneggiatura di altrettanto livello. Seppur l’episodio d’esordio di Blacksad abbia un’impostazione classica per temi e svolgimento, dagli episodi successivi Canales lega ogni nuova indagine di Blacksad ad una tematica che va quasi ad oscurare il semplice giallo. Probabilmente l’esempio più eclatante è messo in scena in Artic Nation, secondo capitolo della serie dove sullo sfondo di un rapimento di una piccola di orso bruno si dipana il tema del razzismo. Ci ritroveremo infatti davanti ad una cittadina in preda all’odio razziale, dove vengono perpetrati atti discriminatori e violenti da un gruppo di suprematisti bianchi, accettati da un sempre crescente favore popolare. Una rappresentazione terribilmente spietata di una piaga sociale che ancora oggi purtroppo affligge la nostra società.

Appare dunque ora chiaro come il pregio di Blacksad sia quello di porci davanti a situazioni controverse e tematiche profonde in un contesto da favola all’apparenza inconciliabile. Vi ho fatto l’esempio di "Artic Nation", ma avrei potuto parlarvi dell’oblio di dolore e disperazione causato dall’abuso di sostanze stupefacenti di cui è prigioniero il cane musicista Fletcher ne “L’inferno, Il silenzio” o dell’orrore nelle parole di Lazlo a testimonianza dell’olocausto in Anima Rossa. Una spirale di emozioni di rara intensità, culminante in "Amarillo", racconto in equilibrio tra la serenità appagante della libertà contrapposta all’opprimente peso esistenzialista della vita.

Quindi seppur apparentemente scollegati l’uno dall’altro, i cinque episodi di Blacksad costruiscono un universo narrativo forte, coeso e in evoluzione. Una sensazione di continuità suggerita inizialmente dal ritorno di personaggi secondari, primo tra tutti il divertentissimo Weekly, che diventa poi certezza se ci focalizziamo sul nostro protagonista: John parte come un personaggio tenebroso e solitario, logorato da un lavoro che non fa altro che mostrargli il peggio della vita, per poi aprirsi al mondo, all’amore, facendo emergere delle sfumature della sua personalità soffocate da troppo tempo. Un processo di maturazione graduale che prende il via proprio da "Artic Nation", perno di svolta dell’intera serie sotto molteplici punti di vista, che raggiunge  piena consapevolezza nelle pagine finali di "Amarillo".

Pertanto il mio consiglio è quello di lasciarvi conquistare dal fascino seducente di Blacksad, una commistione irripetibile di noir e design disneyano. Nel caso vi avessi convinto a dare una possibilità al fumetto di Canales e Guarnido, potete facilmente reperire tutti i primi cinque capitoli nella sontuosa edizione integrale edita da Rizzoli Lizard.

Ascolta il podcast dell'episodio a questo link

Editore: Rizzoli
Collana: Lizard
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 17 aprile 2018
Pagine: 312 p., ill. , Cartonato
  • EAN: 9788817099998


domenica 18 dicembre 2022

Corto Maltese: Oceano Nero - Sui passi dei grandi dell'avventura

di Marco Matteini

Corto Maltese nasce nel 1967 sulle pagine della rivista Sgt. Kirk per mano di Hugo Pratt, che scriverà altre 28 storie in 24 anni (Mū – la città perduta termina la sua pubblicazione nel 1991). Sicuramente il più celebre dei personaggi di Pratt e uno dei più riconoscibili volti disegnati del fumetto mondiale, Corto sarà protagonista di altre tre vicende, tutte affidate a Juan Díaz Canales e Rubén Pellejero e pubblicate tra il 2015 e il 2019.

L’inossidabile leggenda di Corto Maltese continua ad appassionare ancora oggi e le sue storie rappresentano un caposaldo del fumetto di genere e di avventura ancora oggi: avete visto il recente The Suicide Squad di James Gunn? Ecco, appunto.

Ovvio, quindi, che su questo trentatreesima storia gravi non solo una pesante eredità, quella del nome di Corto Maltese, ma anche il peso di un’operazione difficile e controversa come il rilancio di un simile personaggio. Nonostante l’approccio certosino, canonico e quasi “ortodosso” dei due autori, infatti, l’accoglienza da parte dello zoccolo duro degli aficionados del vagabondo belta è stata piuttosto tiepida. Per questo ero così incuriosito di leggere Oceano Nero. L’uscita di Notturno Berlinese (che se ne sta ancora lì a guardarmi dalla “Pila di roba ancora da leggere”) lo scorso 22 Settembre mi ha dato una scusa per tuffarmi nuovamente nel (nuovo) mondo di Corto.

E ho deciso di parlarvene.
Partiamo da un assunto fondamentale: Oceano Nero non è un reboot, quindi togliamoci quest’idea dalla testa. Oceano Nero è un revamp e la differenza non è sottile, credetemi. Sì, perché l’opera di Martin Quenehen e Bastien Vivès prende una strada differente: gli autori hanno optato per una declinazione molto forte e personale dell’immaginario prattiano, una mossa che non va a sconsacrare minimamente quanto fatto dall’autore originale ma che, anzi, ci offre un Corto diverso e più moderno.

Oceano Nero è ambientato nel 2001: una modernità assai lontana, specialmente se pensiamo che il telefono più diffuso in quell’anno era il Nokia 3310, che ci restituisce un mondo a noi vicino, ma intriso di poetica e romantica avventura. Quenehen conosce Pratt e lo dimostra riprendendo con dovizia, senza mai replicare passivamente, la stocasticità del personaggio di Corto, che, come Alice nella tana del Bianconiglio, “cade” all’interno dell’avventura, facendo del destino e del caso i veri motori dell’avventura.

E proprio di avventura si parla, perché nella sua interpretazione più moderna, Corto ha due facce: quella del pirata avventuriero, alla disperata ricerca di un tesoro di cui sa poco o niente, che emula Nathan Drake e Indiana Jones in esasperate scene d’azione, e quella dell’eroe romantico. Su questo punto voglio soffermarmi un momento, perché la caratterizzazione romantica di Corto costituisce, probabilmente, il principale stacco dal personaggio di Pratt. Nelle opere originali, infatti, non esiste una netta dicotomia tra bene e male e raramente vediamo personaggi completamente buoni o completamente cattivi; piuttosto, Pratt definisce le situazioni su una scala di valori giusto/sbagliato e anche in altre opere mette in risalto come chiunque possa arrivare o essere costretto ad azioni moralmente discutibili o addirittura spregevoli, che nessun ideale può davvero giustificare. Pratt venne coscritto durante la seconda guerra mondiale e ha imparato a proprie spese questa terribile verità. L’occhio di Quenehen è un documentarista, abituato a mettere in luce le relazioni tra oppressori e oppressi, i primi sempre dalla parte del torto, i secondi sempre da quella della ragione.

In questa nuova iterazione, Corto potrebbe essere uscito da una canzone di De André: avventato e sfacciato nei confronti delle autorità, dei politici e degli oppressori, pronto a mettersi a disposizione degli oppressi e dei più deboli.

Concludo menzionando i disegni di Vivès, che con il suo tratto morbido, ci restituisce un mondo sospeso tra passato e modernità, quasi sfumato e sospeso nel tempo e nello spazio, nel pieno rispetto della tradizione prattiana.



Editore: Cong Sa
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 1 settembre 2021
Pagine: 168 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9782940552375

sabato 19 novembre 2022

Rorschach - La criptica serie di Tom King e Jorge Fornés

di Alberto Tollini

Rorschach è senza dubbio una delle letture più complesse di King, ma anche una delle più appaganti. Il titolo porta sulle spalle la pesante eredità del capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons senza però essere un prodotto derivativo. A differenza di altri lavori successivi, da Before Watchmen al più recente Doomsday Clock dove gli autori hanno abbracciato in toto il mood e l’estetica impartita da Moore e Gibbons, la serie di King e Fornés riprende solo l’iconografia del vigilante mascherato ponendola all’interno di un thriller politico e creando un nuovo tipo di estetica artistica che si distanzia nettamente da quella di Watchmen

L’idea originale della serie venne da Dan DiDio, allora publisher DC, il quale propose a King di lavorare ad una serie relativa all’universo di Watchmen in coppia con Mitch Gerads. Una proposta allettante, ma rifiutata dallo stesso King poiché preferì concentrarsi nello sviluppo del futuro Strange Adventures. Un progetto quello di Rorschach all’apparenza morto e sepolto, salvato solo dall’arte di Jorge Fornés. Durante un’intervista infatti, King ha affermato di essere rimasto folgorato dalle tavole realizzate dal talento spagnolo per alcuni numeri del suo Batman, rendendosi immediatamente conto di aver trovato l’artista giusto per realizzare un progetto così impegnativo. Rorschach quindi si colloca esattamente 35 anni dopo la fine di Watchmen. L’intreccio si sviluppa attorno al tentato omicidio di un candidato Repubblicano alla presidenza architettato da due figure mascherate, di cui una con indosso la maschera appartenuta a Rorschach. Ma se Rorschach è ormai morto da tempo, allora chi si nasconde sotto la maschera? Cosa si cela dietro al tentato omicidio di un candidato alla Casa Bianca? Ad indagare su questa cospirazione politica e sul legame con la figura del vigilante mascherato sarà un Detective senza nome, in viaggio per l’America di Watchmen per collegare i pezzi di questo intricato puzzle.

Sarebbe un crimine addentrarsi maggiormente nella trama della serie. Il titolo Black Label è impostato come un crime-mystery, con un pizzico di hardboiled, la cui struttura narrativa è fortemente influenzata da Quarto Potere declinata però secondo i dettami di Watchmen. Con Rorschach, King architetta una trama complessa, a tratti criptica, sviluppata su più linee temporali con cui percorrere diverse piste fino alla rivelazione finale. La scelta di non dare un nome al Detective protagonista aiuta nell’immedesimarsi e nell’essere assorbiti dall’indagine per venirne a capo. Lo svelamento infatti avviene in maniera graduale, in sintonia con il protagonista con cui condivideremo lo smarrimento e la frustrazione del non riuscire a decifrare il quadro della situazione, ma anche la soddisfazione nello scoprire un dettaglio con cui avvicinarsi alla soluzione. In questo King è un maestro e seppur conscio dell’enorme eredità sulle sue spalle, il suo Rorschach diverge dalla strada tracciata da Moore e Gibbons.

Un cambio di rotta narrativo evidente anche nel ribaltamento delle tematiche. Accantonato il decostruzionismo dell’uomo sotto la maschera, Tom King riflette all’opposto sul potere derivante dall’indossare una maschera. Se Watchmen quindi racconta le contraddizioni degli uomini che vestono i panni dei supereroi, Rorschach mette in scena il fascino esercitato da questo archetipo (dalla maschera stessa), l’influenza esercitata da un ideale sulle persone. Sullo sfondo di questa cospirazione politica, la serie mette in luce le contraddizioni di un sistema di cui fa parte, iniziando proprio dalla maschera di cui porta il nome. Se in Watchmen Rorschach nasce come rielaborazione del personaggio The Question creato dalla matita di  Steve Ditko sul finire degli anni’60, nel titolo di King Rorschach diviene una rielaborazione dello stesso Ditko. L’artista famoso per aver co-creato Spider-Man, per anni ha vissuto nell’ombra non ottenendo il giusto riconoscimento per il suo lavoro, ritirandosi a vita privata fino alla triste morte solitaria nel 2018. Romanzando e adattando la sua storia per esigenze narrative, la serie Rorschach è un sincero tributo di Tom King verso Steve Ditko proprio come Mister Miracle lo era per Jack Kirby. In bilico su una linea sottile tra realtà e finzione, il titolo evidenzia il ruolo sempre più preponderante dei fumetti nella cultura di massa senza però che gli artisti dietro la loro creazione ottengano il giusto riconoscimento. Nel prendere come metafora il successo di Captain Pontius, eroe della fittizia serie a fumetti di Rorschach, lo sceneggiatore ancora una volta si ricollega alla storia di Steve Ditko, in questo caso al ruolo dell’artista nell’ideazione del personaggio di Spider-Man, criticando aspramente un sistema che tende a dimenticare i creatori di questi personaggi.

Da questa breve riflessione su alcuni dei punti nodali di Rorschach, senza dubbio i più attenti di voi sicuramente avranno colto alcune assonanze tra i lavori di King e Moore. Il sottotesto politico, uomini mascherati, serie a fumetti sui pirati sono solo alcune delle analogie che accomunano le due opere. Richiami inseriti da King volontariamente per creare un legame familiare con l’opera originale e che non vogliono essere un semplice omaggio o una mera citazione. Pur realizzando un prodotto esteticamente e narrativamente differente da Watchmen, per King era necessario che a livello meta-testuale il suo Rorschach utilizzasse gli stessi stilemi di Watchmen. L’inserire certi elementi narrativi, l’usare un determinato tipo di vocabolario sono accortezze che Tom King usa per creare un prodotto narrativamente ed esteticamente originale, ma che suona sulle stesse note di quello di Moore.

Oltre a convincere dal punto di vista narrativo, Rorschach convince visivamente consacrando il talento di Jorge Fornés. Artista spagnolo dal tratto lineare che ricorda molto il Mazzucchelli di Batman: Year One, Fornés aveva già dato prova del suo talento su Daredevil e su Batman, qui in coppia proprio con King. Perfezionando questo suo tratto composto e pulito, Fornés prende le distanze dall’iconografia di Gibbons per virare verso un’estetica completamente originale per Rorschach, diversa da qualsiasi prodotto finora derivato da Watchmen.

Nella complessità di un intreccio enigmatico, sviluppato su più piani temporali, lo storytelling dell’artista risulta di una chiarezza cristallina, capace di scandire la narrazione senza incertezze. Una regia raffinata che si sofferma in più di un’occasione su dettagli fondamentali per la progressione dell’indagine, permettendoci di stare al passo con il ragionamento del Detective. Come poi per King, anche Fornés recupera alcuni dettami artistici dell’opera originale ma, anche in questo caso, vengono rielaborati per non essere una mera copia carbone, penso su tutti alla griglia a 9 o all’iconico smile della serie. Una prova maiuscola che sancisce la maturità artistica di un artista in ascesa. 

Distaccandosi dalla matrice originale, Rorschach è un titolo criptico, ambiguo ma dall’indubbio fascino. Forti delle loro idee e scelte artistiche, King e Fornés realizzano un prodotto originale, un crime mystery appassionante e dall’estetica folgorante che senza dubbio spicca tra le produzioni recenti. In Italia Rorschach dopo essere stato pubblicato in albi spillati, è stato recentemente ristampato da Panini Comics in un unico volume cartonato; mentre in America DC Black Label ha recentemente distribuito l’edizione deluxe contenente l’intera miniserie.


Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST su RORSCHACH 

domenica 16 ottobre 2022

La Leonessa di Dordona: O di come l’epoca si riscopre moderna

di Marco Matteini

Parliamo dell’Orlando Furioso, vi va?

Tutti conoscono -o almeno dovrebbero- il poema cavalleresco di Ludovico Ariosto: pubblicato agli inizi del XVI secolo, si compone di 46 canti in ottave e riprende le vicende dell’incompiuto Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, di cui si pone come una continuazione filologica, pur venendo influenzato fortemente da altre fonti e dalle tradizioni letterarie epico-cavalleresche (in particolare la chanson de geste francese e il ciclo bretone). Tutto questo lo impariamo a scuola, alle scuole medie, ma in pochi sono davvero in grado di dire “di cosa parla l’Orlando Furioso”: all’interno del poema, infatti, esistono tre nuclei narrativi principali, che si intrecciano una fitta e intricatissima selva di trame e sottotrame:

  1. Il “nucleo epico”, rappresentato dalla guerra tra Franchi e Saraceni;
  2. Il “nucleo romantico”, rappresentato dal paladino Orlando e dalla sua ricerca di Angelica;
  3. ;Il “nucleo encomiastico”, rappresentato dall’amore tra Ruggero e Bradamante, che si realizzerà nella nascita di quella che diverrà la Casa d'Este. La stessa per cui lavorò lo stesso Ariosto, sì.

Adesso che abbiamo fatto un po’ di chiarezza sull’Orlando Furioso e sulla sua storia, parliamo di fumetti.

E dell’Orlando Furioso.

Ma senza Orlando.

O Angelica.

O della guerra tra Franchi e Saraceni.

O della casata d'Este…

Cosa ne rimane, dunque? Praticamente tutto.

Andiamo per gradi.

È il 2021 e Tunué pubblica La Leonessa di Dordona, per i testi di Enrico Orlandi e i disegni di Gaia Cardinali: un racconto epico che racconta le vicende di Bradamante, unica paladina donna al servizio di Carlo Magno, impegnata nella disperata ricerca di Ruggero, cavaliere del re d’Africa Agramante, di cui è follemente innamorata. Ad accompagnarla, la maga Melissa, sua amica. Bradamante è disposta a fare qualunque cosa per ritrovare il proprio amato: abbandona l’esercito di Carlo Magno, affronta il mago Atlante, patrigno di Ruggero, ed è pronta a imbarcarsi per l’isola della fata Alcina come la guerriera che è. Ma quando è lontana dal suo innamorato, il lettore si accorge che quella che ha davanti non è solo “un personaggio femminile con l’armatura da cavaliere”, ma una donna che non ha trovato sé stessa, non debole ma delicata, il cui dolore struggente ci appare fisico e reale. Dopo essersi ricongiunto alla duchessa di Dordona, Ruggero fuggirà, lasciando la nostra eroina da sola a combattere un sogno d’amore che, come la Bisanzio di Guccini, forse non è mai esistito.

Dilaniata dal conflitto tra i sentimenti e il dovere, Bradamante farà ritorno a casa. Se qui, nell’Orlando Furioso, i due si ritrovano e si sposano, ne La Leonessa di Dordona, la paladina dovrà fare i conti con i propri sogni e le proprie ambizioni e affronterà il più pericoloso dei nemici: quello dentro di lei.

Prima ho usato l’espressione “racconto epico”. Ma l’ho fatto con cognizione, fidatevi: La Leonessa di Dordona riprende abbastanza fedelmente le vicende narrate nel poema di Ariosto, ma fa un passo in più e ci racconta non di un personaggio femminile, ma di una donna. Perché di questo parliamo. E lo fa bene. Ho amato moltissimo La Leonessa di Dordona e non faccio fatica a consigliarlo: è una rilettura profonda e consapevole di un’opera classica, che vive di un’anima propria e non risente della pesante eredità letteraria che si porta dietro. Quando si parla di rielaborare un classico, quale che sia, un purista muore. Enrico Orlandi, lo sceneggiatore, riprende i tre nuclei narrativi principali dell’Orlando Furioso e li fa propri, ribaltando i punti di vista e stravolgendo le aspettative non solo del lettore, ma anche dei personaggi in gioco. I temi affrontati sono attuali e affrontati con dovizia e freschezza, risultando semplici, ma mai banali. A valorizzare la storia, troviamo i disegni e i colori (e che colori!) di Gaia Cardinali, che da vita a dei personaggi caratteristici e immediatamente riconoscibili. Il suo stile formidabile si sposa a una regia semplice ma funzionale, che dimostra gli enormi passi in avanti compiuti dal già ottimo lavoro svolto su Viktoria, pubblicato sempre da Tunué nel 2018 e di cui la Cardinali ha curato anche la sceneggiatura.


Editore: Tunué
Collana: Prospero's Books
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 15 aprile 2021
Pagine: 152 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788867904129



sabato 17 settembre 2022

Batman: Three Jokers - A ognuno il suo Joker

di Alberto Tollini

È il 2018 quando nasce Black Label, l’etichetta DC a me tanto cara con cui l'editore aveva deciso di proporre storie dal taglio più maturo e slegate dalla continuity. Seppur con un inizio in salita, la manovra della DC, a più di 3 anni di distanza, si è rivelata di successo poiché i titoli a marchio Black Label sono riusciti a slegarsi dal pesante bagaglio della continuity, risultando appetibili per i nuovi lettori. Non tutti i lavori pubblicati dall’etichetta risultano però a se stanti, proprio come Three Jokers, titolo legato fortemente agli ultimi trent’anni di continuity Batmaniana e protagonista di questa puntata del podcast.

La miniserie in tre numeri di Geoff Johns e Jason Fabok fu uno dei primi titoli ad essere annunciati creando aspettative altissime. Dall’annuncio alla sua effettiva uscita passarono diversi anni, una gestazione lenta dovuta sia ai numerosi impegni mediatici di Johns come figura di raccordo tra fumetti, adattamenti televisivi e cinematografici sia per la dovizia nell’arte di Fabok nel ricreare le atmosfere e le simmetrie viste sul finire degli anni’80 sulle pagine di The Killing Joke. Ciò si traduce non solo nel design dei personaggi, ma anche dall’impostazione della tavola che, come nell’opera a cui si ispira, propone sequenze racchiuse entro i confini di una griglia costante, molto spesso a 9, che scandisce con ordine e ritmo la narrazione.

Three Jokers si pone appunto come seguito ideale di The Killing Joke, l’albo di Alan Moore e Brian Bolland che fornisce delle possibili origini di Joker. Un albo consacrato come una delle migliori rappresentazioni della dicotomia tra Batman e Joker,  dove tra l’altro Barbara Gordon viene resa paraplegica da un proiettile sparato proprio dal clown. Il titolo di Johns e Fabok si pone come obiettivo quello di portare avanti alcuni spunti lasciati volutamente in sospeso da Moore e che inevitabilmente deve anche affrontare le conseguenze di A death in the Family, l’altra importantissima storyline che, a fine degli anni’80, sconvolse l’universo dell’Uomo Pipistrello per la morte di Jason Todd, il secondo Robin, avvenuta per mano del clown di Gotham. Three Jokers vuole essere quindi la terza tavola di questo trittico, un seguito derivativo e debitore delle opere di Moore e Starlin con cui chiudere finalmente un cerchio aperto più di trent’anni fa.

La miniserie getta le sue basi sulle pagine di Justice League durante Darkseid War, nel pieno del periodo New 52. Nel mezzo dell’ennesimo scontro tra il tiranno di Apokolips e la Justice League, Batman riuscirà ad appropriarsi della sedia di Metron che gli fornirà conoscenza infinita. In questo stato di onniscienza, il più grande detective del mondo domanderà alla sedia di Mobius il vero nome del Joker e la risposta lascerà Bruce attonito: sembrerebbe infatti che esistano 3 Joker differenti, riconoscibili per le differenze nel modus operandi, look e personalità. Una rivelazione sconvolgente quella suggerita da Johns nelle pagine finali di Darkseid War che otterrà delle risposte solo cinque anni più tardi. Solo nel 2020 infatti, grazie anche al marchio Black Label, Geoff Johns e Jason Fabok hanno avuto  finalmente la possibilità di fare chiarezza sul mistero dei Tre Joker e del loro legame con tre membri della Bat-family, Batman - Bruce Wayne, Batgirl - Barbara Gordon e Red Hood - Jason Todd, coloro che più di tutti sono rimasti segnati dalla pazzia del giullare.
Mi è difficile riassumere la trama di Three Jokers in poche righe, soprattutto senza scendere in particolari. Quella di Johns e Fabok è un’intrigante indagine volta a risolvere uno degli enigmi più affascinanti della storia recente e, in parallelo, rispondere alla madre di tutte le domande, ossia “Chi è veramente Joker?”. Per farlo, gli autori iniziano con il mostrare le cicatrici dei loro protagonisti in una sequenza di apertura ispiratissima. Nel ricordare i già citati The Killing Joke e A Death in the Family, si evidenzia come i traumi e le ferite più profonde di Bruce, Barbara e Jason siano state inflitte proprio dal Clown Principe del Crimine, intrecciando per sempre le loro vite a quelle di Joker… o meglio di un Joker.

Con l’entrata in scena dei tre joker quello che sembrava essere un mito diviene realtà, anzi un incubo. Il criminale, il clown e il comico, questi i nomi che li identificano, sono la rappresentazione di tre diversi aspetti della sua personalità indefinita e che  incarnano altrettanti fasi della storia del fumetto americano. Un trio mortale, il cui obiettivo è quello di dar vita a un nuovo Joker, un Joker migliore e che rappresenti la minaccia definitiva per il Cavaliere Oscuro.
A questo punto è necessario spostare il focus proprio sui Tre Joker, partendo dalla loro caratterizzazione grafica. Il character design di Jason Fabok è curatissimo, frutto di un minuzioso lavoro di documentazione dell’iconografia del personaggio nei suoi quasi ottant’anni di pubblicazione. Il criminale altri non è che il Joker classico della Golden Age, il cui aspetto ricorda in parte quello dei malavitosi degli anni’40 con l’aggiunta di un pizzico del look del Joker di Jack Nicholson. Oltre a essere il più vecchio, tra i tre il criminale è la mente del gruppo, quello più metodico e calcolatore e meno incline alle buffonate e all’ilarità in quanto il ridire gli causa del dolore fisico. Per il clown invece, l’artista canadese si è ispirato al look del Joker della Silver Age contraddistinto dal fucsia del completo, dal verde sgargiante della camicia e dal fiore spara-acido all’occhiello. Come intuibile dal nome, siamo di fronte al Joker degli anni’60, un personaggio frutto della vena camp del telefilm Batman e dell’interpretazione di Cesar Romero, incline alle pagliacciate e sempre con la battuta pronta. Un pagliaccio i cui folli piani talvolta sfociano nel ridicolo, ma capace delle peggiori atrocità e colpevole della morte di Jason Todd. A completare questo folle trio è il comico, ovvero il Joker di Alan Moore visto su The Killing Joke. Ancora una volta Jason Fabok riprende l’iconico look concepito da Brian Bolland, cappello da gangster e impermeabile viola che nasconde un completo dello stesso colore ma distinto da un panciotto color crema e da una cravatta a fiocco. Responsabile di aver confinato per anni Barbara Gordon su una sedia a rotelle, il comico è il Joker più enigmatico e indecifrabile, le cui azioni rispondono solo al caos che pervade la sua mente.

Definire il mio rapporto con Geoff Johns conflittuale credo sia riduttivo. Lo sceneggiatore ha dato nuova linfa  al personaggio di Green Lantern creando praticamente da zero un intero cosmo, ha ridefinito Barry Allen e con Flashpoint aveva plasmato il nuovo universo DC. Negli ultimi anni, l’autore ha deciso di riprendere alcuni dei lavori più influenti di Alan Moore inserendoli di prepotenza nella continuity DC: infatti, come è stato per Doomsday Clock, anche Three Jokers presenta un profondo rispetto per il materiale originale che si traduce in una cura a livello artistico ineccepibile. Ogni volta però che Johns si è trovato a dover scrivere Batman ho sempre avuto l’impressione che non capisse il personaggio. Forse perché inconsciamente spalleggia per Hal Jordan oppure semplicemente perché Bruce non è un personaggio nelle corde, fatto sta che ogni volta che si è cimentato con il Pipistrello il risultato è stato pessimo o nel migliore dei casi anonimo. In questa miniserie però sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ad eccezione di quanto si potrebbe pensare, in Three Jokers, Batman non è il protagonista poiché il rapporto con la sua nemesi è stato definito proprio in The Killing Joke. Questo ruolo, quasi di supporto, ricalca pedissequamente lo stereotipo del Batman sempre pronto e preparato a qualsiasi evenienza, ma allo stesso tempo riesce ad aggiungere alcune interessanti sfumature al personaggio. In particolare, senza scendere nei dettagli per questioni di trama, è interessante come Johns metta di fronte Bruce alla sua paura più grande e come riesca a superarla, donando un senso di chiusura ad una ferita aperta da ottant’anni.

I protagonisti di Three Jokers quindi non sono altro che Barbara Gordon e Jason Todd. Entrambi vittime della pazzia di Joker, i due alleati del Pipistrello sono la personificazione dei due modi di affrontare il dolore a seguito di un trauma subito. Dicevamo all’inizio che il primo numero si focalizza sulle cicatrici, ecco il secondo ci mostra le loro conseguenze ossia il lasciarsi il passato alle spalle e, letteralmente, allontanarsi da esso con le proprie gambe oppure l’essere succubi del proprio trauma e lasciare che il dolore, la paura e la violenza detti chi siamo.

In virtù di ciò, diviene lampante come il mistero sulla natura dei tre pagliacci sia solo una facciata per nascondere una riflessione sull’impatto di un trauma nella vita di una persona. I Joker sono quindi l’espediente con cui concretizzare il dolore dei due eroi e come la domanda di partenza “Chi è in realtà Joker?” sia secondaria. Non fraintendetemi, una risposta a questa domanda l’avremo, ma non nel modo in cui ce l’aspetteremmo. Non nego infatti che io in primis rimasi amareggiato terminata la lettura poiché le mie aspettative non erano state ripagate. Nel rileggere la serie sono invece riuscito a trovare quella che forse è la vera chiave di lettura, cogliendo molti aspetti offuscati dalla smania di avere risposte, e in grado di farmi rivalutare completamente il mio giudizio sul titolo. Three Jokers infatti è un fumetto ambizioso che nel legarsi profondamente al mito del Cavaliere Oscuro aggiunge alcuni importanti tasselli a questo splendido mosaico che ci appassiona ormai da più di ottant’anni. 

Pertanto, il mio consiglio è quello di approcciarvi alla lettura di Three Jokers con curiosità e senza pregiudizi e se, come nel mio caso, la prima lettura non vi appagasse, rileggete la miniserie di Johns e Fabok a distanza di qualche mese e vedrete come cambierete idea. In Italia Three Jokers è stato pubblicato da Panini Comics  -oltre che in un unico cartonato- anche in tre albi di maggiore foliazione speculari all’edizione originale americana; se voleste invece leggerlo in lingua inglese, DC Comics lo ha ristampato un un volume cartonato a marchio Black Label.

Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST su THREE JOKER

lunedì 8 agosto 2022

Intervista a Chris Warner

di Guglielmo Favilla

(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione di Romics dell'ottobre 2018)



Ospite d’onore dell’ultima edizione autunnale del Romics, dove ha vinto il Romics d’oro per il suo lavoro degli ultimi trent’anni sul personaggio di Predator (come autore e disegnatore), responsabile del concept di Alien Vs Predator ben prima del successo cinematografico e editor con esperienza pluriennale nelle schiere di Dark Horse Comics – una delle più importanti case editrici indipendenti americane – : Chris Warner è questo e molto di più! 

Paper Apes: Com’è iniziata la tua esperienza nel mondo dei fumetti? 

Chris Warner: Si tratta di una storia molto, molto, lunga. [RIDE] Molti anni fa mi occupavo della vendita di vinili e proprio in una fiera molto piccola – non come questa in cui siamo ora – stavo vendendo la mia collezione di dischi. Lì ho incontrato Mike Richardson [il fondatore di Dark Horse Comics, ndr] che in quel periodo aveva una piccola fumetteria. All’epoca ancora non avevo neanche lontanamente pensato di avvicinarmi a questo mondo, ma durante la fiera Mike ha mostrato i miei lavori ad alcuni autori della Marvel Comics presenti durante l’evento. Alcuni di loro si sono avvicinati al mio stand e hanno espresso parecchi apprezzamenti per i miei lavori; in particolare Luke McDonnell, che all’epoca disegnava Iron Man, si era offerto di mostrare alcuni schizzi al suo editor dell’epoca. Mark Gruenwald e Michael Carlin sono rimasti particolarmente colpiti e mi hanno invitato al successivo San Diego Comic-Con, così ho preparato una cartella con nuovi disegni, schizzi e bozzetti. All’epoca era molto più semplice riuscire a incontrare editori e mettersi in mostra, così sono andato all’incontro e mi hanno assegnato una storia molto semplice alla quale lavorare. Mi sono così trasferito in New Jersey a casa del collega che aveva scritto quella storia: Randy Stradley [ora vice-presidente di Dark Horse Comics], poiché all’epoca era molto importante lavorare vicino alla sede centrale della casa editrice. Nel 1986 il mio amico Mike mi ha contattato perché proprio in quel periodo era nata l’idea di Dark Horse e dato che grazie alla sua APA [Amateur Press Association] aveva radunato alcuni nomi molto importanti per l’epoca – come Paul Chadwick, Frank Miller, Mark Verheiden – abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura. Se riguardo indietro mi sembra assolutamente folle pensare che se non avessi conosciuto negli anni ’70 a un piccolissimo Comicon da poche decine di persone quel ragazzo probabilmente a quest’ora non sarei qui in Italia. 

PA: SaldaPress ha di recente riproposto il tuo lavoro sul personaggio iconico di Predator, su cui ti sei cimentato sia nel ruolo di disegnatore che in quello di autore. Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà dei diversi approcci a questo tipo di esperienza? Quale possibilità creativa preferisci? 

CW: Credo che in generale la cosa più difficile da fare sia quella di imparare a disegnare bene  il Predator, perché è così pieno di dettagli (anche se ora ho acquisito una sorta di “memoria muscolare”). L’elmetto ad esempio è così difficile da riprodurre, sembra diverso da ogni angolazione! [RIDE] 


In generale però come disegnatore e come autore cerco di muovermi sempre verso una forma di realismo, dove per esempio se una storia si muove in una certa regione geografica cerco di fare più studi possibile sul luogo e su tutte le sue caratteristiche. Adesso abbiamo la fortuna di avere Internet, ma prima mi ritrovavo letteralmente sommerso dai libri per riuscire a fare un lavoro del genere.
Per la scrittura cerco di non far immergere il lettore nella testa di questo personaggio (mentre spesso i miei colleghi la pensano diversamente), e questo perché la caratteristica più interessante di Predator secondo me è proprio questa: non sapere a cosa sta pensando e quale potrebbe essere la sua prossima mossa. Questo, proprio pensando anche ai film e a tutti gli altri media, permette l’interpretazione personale delle scelte e rende ogni creatura unica e differente dall’altra. Nella vita vera puoi incontrare qualcuno in un bar o in un pub, e tu e un tuo amico potete farvi idee completamente differenti su quel tale: questo mette l’interpretazione di gesti e fatti all’apparenza molto simili in una prospettiva tutta diversa. Credo che questa sia la chiave vincente del realismo di una storia. 

PA: Avresti mai immaginato ai tempi di Concrete Jungle, con Mark Verheiden, che il personaggio di Predator sarebbe diventato così iconico? 

CW: Diciamo che era molto facile immaginare questo risultato. Si tratta di una pellicola che riesce a rapirmi e farmi staccare da qualsiasi cosa stia facendo (disegno o scrittura), probabilmente l’avrò visto un centinaio di volte. Per il suo scopo si tratta di una pellicola perfetta; questo ovviamente non significa che si tratta del miglior film di tutti i tempi, ma per quello che prova a raccontare e per come lo racconta è realizzato molto molto bene. La prima volta che ho visto la scena in cui il Predator si toglie l’elmetto e comincia a ruggire come un leone ricordo di aver pensato: “Cavolo, questa è la cosa più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita.” [RIDE]


In quel momento l’ho collegato ai grandi classici dell’horror: poteva accostarsi a grandi capolavori come Frankenstein, Godzilla. Lo stesso è successo per Alien, ma mentre con lo xenomorfo non c’è la minima possibilità di intuirne le ragioni, dato che ci troviamo difronte a un essere di pura bestialità, per Predator il discorso è differente e in qualche modo la sua razza si può accostare a quella umana. Ad esempio: nelle regioni settentrionali degli Stati Uniti c’erano 70 milioni di esemplari di bisonti americani e in poco più di un secolo la natura umana li ha ridotti a pochi centinaia di esemplari, portandoli sull’orlo dell’estinzione. Nel corso del tempo la gente li ha uccisi, con l’unico scopo di realizzare stupidi cimeli turistici: dai teschi da appendere, fino alle lingue. I Predator in un certo senso vedono noi esseri umani nel modo in cui noi vediamo gli animali, e in un certo senso si potrebbe pensare a quanto orribile possa essere tutto ciò; ma pensando alla natura umana, che così spesso cerca di eradicare altre culture, io mi chiedo: “Quanto siamo diversi da quella visione macabra?” 

PA: Quali sono le tue ispirazioni nel mondo dei fumetti? 

CW: Ci sono molti disegnatori e artisti che hanno influenzato il mio lavoro nel corso degli anni. Se ripenso a quando ero giovane e volevo entrare in questo mondo c’era un vero e proprio triumvirato che mi ha forgiato dal punto di vista artistico: Jack Kirby, Steve Ditko e Wally Wood. In seguito in questo mio pantheon immaginario sono entrati molti altri grandi disegnatori, come Neal Adams. Al giorno d’oggi probabilmente quello che mi dà maggior ispirazione è ciò che succede nel mondo. Sono da sempre un appassionato di science fiction, ma ne leggo sempre di meno perché sono arrivato alla conclusione che anche la più contorta delle idee provenienti dai libri di fantascienza non può neanche lontanamente avvicinarsi al mondo che ci circonda, sia per stranezza che per magnificenza. L’altro giorno ero in giro per Roma con Alessio [Danesi, ndr] e mi sono letteralmente ritrovato circondato dalla Storia. Quello che mi ha più stranito è stato quando ci siamo avvicinati alla Piramide e subito ho pensato “Ah sicuramente si tratterà di un edificio costruito 50 anni fa da qualche ricco uomo della zona.” Ma poi a cena mi hanno spiegato la sua storia, che non si trattava di qualche sorta di residuo del fallimento di un ristorante o di qualche parco giochi a tema, e ho scoperto che in effetti un uomo ricco l’aveva sì commissionata, ma circa due millenni fa. Questo è il tipo di cose che mi fa appassionare alla realtà, che tra le sue stranezze e le sue meraviglie spesso riesce a dare vita a storie che difficilmente riusciresti a sentire in qualsiasi altro libro o film. 

PA: A cosa stai lavorando al momento?

CW: Ho da poco concluso la seconda serie di Predator: Hunters e sono al lavoro sulla terza. Proprio in questi giorni sto pensando alla location e sto cercando di utilizzarne una inedita per le storie del personaggio. Magari potrei ambientarla a Roma, ci sto pensando proprio in questi giorni. Avrei bisogno però di un’artista italiano che mi aiuti nella scelta delle diverse location [RIDE], ma sarebbe molto interessante. 


Quello che però spesso raccomando ai giovani artisti è “non pensate troppo al vostro prossimo progetto, mettete tutta la vostra energia in quello su cui state lavorando”. Sono diversi anni ormai che occupo il ruolo di editor per la Dark Horse e spesso vedo artisti fallire o mandare all’aria progetti per concentrarsi su troppe cose contemporaneamente. Proprio il mio, che è un lavoro fisso, mi permette di non dovermi preoccupare troppo del prossimo lavoro che ho da realizzare, posso scegliere tranquillamente su cosa concentrarmi, e finché mi vogliono a bordo delle serie di Predator avrò molte idee da offrire alla causa. Quando sei un uomo anziano come me il primo pensiero dopo una giornata di lavoro non è di certo: “Ehi cerchiamo di passare tutta la notte al tavolo da disegno”, ma piuttosto cerco di concedermi del riposo bevendo una buona birra e guardando la tv. 

Grazie a saldaPress, l’organizzazione del Romics Festival e Chris Warner per l’opportunità e la disponibilità.