lunedì 8 agosto 2022
Intervista a Chris Warner
venerdì 3 giugno 2022
(Ri)leggere The Boys
di Guglielmo Favilla
“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”
In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.
E qual è la sensazione, quale il bilancio a 16 anni della sua prima uscita?
Presto detto: Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo scritto e ribadito. E The Boys è un capolavoro.
Potrebbe bastare?
Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere.
O forse sì.
Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).
Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.
Per un sacco di motivi.
Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi.
Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.
Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi.
Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.
Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia.
Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.
Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.
Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York.
Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare.
Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) "una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)" come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe.
Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.
Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.
E poi c’è Billy Butcher.
Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.
La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori.
Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro.
Se non l’avete mai letta correte ai ripari.
Se l’avete già letta, rileggetela.
Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.
E The Boys è un capolavoro-
(Nota: questo pezzo è stato scritto nell'estate del 2019, in occasione dell'uscita della prima stagione di Prime Video; nel marzo 2021 è uscito in Italia, sempre per Panini, il bellissimo e dolente "Cara Becky", vero e proprio post-scriptum di Ennis alla serie e ai personaggi, dodici anni dopo. Inutile dirlo, lettura obbligatoria)
giovedì 14 aprile 2022
Vagabond - La perfezione dell'incompiutezza
di Alberto Tollini
Avevo sempre sentito parlare di Vagabond, senza però sapere di cosa trattasse fino a un paio di anni fa. Da buon videogiocatore Sonaro infatti, trepidavo per l’uscita di Ghost of Tsushima, titolo Sucker Punch che rivisita l’invasione dell’isola di Tsushima da parte dei mongoli a fine 1200. Tra un articolo e l’altro, mi sono imbattuto in un approfondimento dove si suggerivano alcune opere (film e manga) sui samurai. Oltre ai film di Kurosawa e l’allora introvabile Lone Wolf and Cub, veniva suggerito Vagabond di Takehiko Inoue, celebre per Slam Dunk. Dopo una breve ricerca su trama ed edizioni, e pur sapendo che la serie non è mai stata portata a termine, decido di recuperare il primo volume dell’edizione Viz Big, contenente i primi 3 tankobon, e se siamo qui a parlarne penso possiate intuire come sia andata a finire.
Il manga di Inoue, liberamente tratto dal romanzo di Eiji Yoshikawa, racconta la storia di Miyamoto Musashi, ronin, filosofo, poeta e artista giapponese realmente esistito, autore de “Il Libro dei Cinque Anelli”, nonché considerato il miglior spadaccino del Giappone. Ancora scosso dalla sconfitta durante la battaglia di Sekigahara del 1600, il giovane Shinmen Takezō decide di lasciare il suo villaggio alla ricerca di affermazione e diventare “Invincibile sotto il sole”. Nel suo vagabondare per il Giappone feudale, Miyamoto Musashi, questo il nuovo nome dato a Takezō, affinerà le sue tecniche, scontrandosi con avversari sempre più forti che lo faranno crescere come uomo e come guerriero, accrescendo ad ogni vittoria la reputazione in ogni angolo del Giappone.
327 capitoli raccolti in 37 volumi, con i quali Takehiko Inoue racconta il viaggio di formazione di Takezo e la conseguente nascita della figura di Musashi Miyamoto. Nel prendere come modello di riferimento il romanzo di Yoshikawa, il manga di Inoue muta da un fedele adattamento ad una libera interpretazione dove, poco a poco, i personaggi, per quanto già ottimamente scritti, sono sempre più il frutto della matita del mangaka. Questo cambiamento, se così vogliamo chiamarlo, coincide con l’introduzione di Sasaki Kojirō a metà dell’opera. Nello spostare momentaneamente il focus narrativo da Musashi al suo più celebre rivale, Vagabond diviene finalmente il racconto del mito di Miyamoto Musashi secondo Inoue, il quale non solo si prenderà delle libertà artistiche divergenti dalla realtà storica, come rendere sordomuto Sasaki Kojirō, ma inserirà anche un sempre maggior numero di siparietti comici sulla falsariga di quelli visti sulle pagine di Slam Dunk. Espedienti per nulla invasivi o divergenti rispetto alla seriosità della prima parte, ma che anzi danno una maggiore profondità al racconto, rendendolo concreto e spogliandolo di quell’aura austera e mitica vista nei primi capitoli. Senza alcun dubbio la scelta di Inoue, creativamente parlando, lo libera dal rendere giustizia al romanzo di Yoshikawa, potendo rappresentare al meglio il Giappone di Musashi, di Otsū e di Matahachi, gli amici di infanzia di Takezō, ma anche quello di Takuan, monaco errante amico di Musashi, e quello di tutti gli altri personaggi del manga che compongono un mosaico sfaccettato e per nulla derivativo del Giappone del 1600.
Libertà creativa che ha permesso a Inoue di conferire un respiro più ampio al suo racconto, virando verso territori inesplorati dai quali purtroppo non sembra però in grado di uscire. Se la storia testimonia il duello tra Musashi e Kojirō, altrettanto non si può dire per Vagabond: seppur inizialmente avviata in quella direzione, ad un certo punto la storia diverge, prende una direzione inaspettata forse anche per il suo autore. Un’evoluzione coerente con quanto narrato, ma che appunto non potrebbe mai portare al tanto agognato scontro tra i due. Spero vivamente che Takehiko Inoue riesca a concludere la sua storia perché Vagabond è un’opera meravigliosa, intima e appagante, capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.
Prima di trattare del comparto grafico, vorrei spendere ancora qualche parola sull’Inoue scrittore, in particolare sul ritratto dei suoi due protagonisti, Musashi e Kojirō. Fin dalle prime battute del manga, l’autore delinea il dualismo dei due personaggi che, per certi versi può essere riconducibile a quello visto su Slam Dunk con Sakuragi e Rukawa, senza che però i protagonisti di Vagabond arrivino allo scontro o interagiscano, se non in maniera fugace. Prima di essere conosciuto come Musashi Miyamoto, Shinmen Takezō è un ragazzo spavaldo e arrogante, la cui infanzia è stata terribilmente segnata dalla violenza. Violenza genera altra violenza, infatti all’inizio dell’opera il mangaka ci mostra un ragazzo feroce, sempre pronto allo scontro, ma animato da un’incrollabile determinazione.
Sarà proprio la determinazione a mitigare la ferocia di Takezō fino a cancellarla, senza lasciarne traccia in Musashi. Abbandonata la ferocia e l’arroganza che lo aveva contraddistinto nella vita precedente, Musashi Miyamoto percorrerà la Via della Spada con onore, spinto dal desiderio di diventare “Invincibile sotto il sole”. Un disperato bisogno di affermazione che porterà il samurai errante ad una crescita spirituale, realizzando come la sua ricerca di perfezione non sia altro che un titolo effimero, per il quale finora ha causato solo morte e sofferenza. Una presa di coscienza che determinerà un radicale cambio di prospettiva in Musashi, dove la Spada, dall’essere l’unica costante su cui fare affidamento, si tramuta in un oggetto di morte e distruzione.
A differenza di Musashi, per Sasaki Kojirō la Via della Spada è invece l’unico modo per comunicare con il mondo che lo circonda. Inoue ci mostra come fin da bambino, Kojiro abbia sviluppato una sorta di simbiosi con la sua katana, divenuta l’estensione dello stesso Kojiro. A causa del suo handicap, il giovane ronin ha sempre avuto difficoltà nell’esprimersi e nell’instaurare rapporti con le persone, come se vivesse dentro ad una bolla. Un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, buffo, impacciato e dai modi puerili, ma che riesce ad esprimersi solo tramite la sua katana. Ogni movimento, ogni affondo, ogni fendente mostrano la terribile grazia di Kojiro, rivelandosi più efficaci di qualsiasi parola.
Vagabond visivamente non ha eguali. L’arte di Takehiko Inoue è strepitosa, forte di un realismo nelle anatomie, della potenza degli sguardi e della cura degli ambienti, dei costumi e degli oggetti, frutto di una minuziosa ricerca da parte dell’autore. Un’accuratezza esaltata dalla scelta artistica del mangaka di realizzare l’epopea di Musashi Miyamoto adottando lo stile pittorico della scuole Ukiyo-e, tecnica pittorica nata a Edo nella seconda metà del XVII secolo, abbandonando matita e china in favore del pennello. Una scelta artistica sicuramente molto più impegnativa rispetto a quella più tradizionale in grado non solo di consacrare il talento di Inoue ma anche di differenziare Vagabond rispetto alla maggior parte dei manga coevi e non.
Anche se bruscamente interrotta, Vagabond di Takehiko Inoue è un'opera meravigliosa, la celebrazione di una delle figure più celebri della storia del Sol Levante attraverso un racconto di formazione che delinea un affresco accurato dei costumi e delle tradizioni del Giappone Feudale capace, seppur incompleta, di lasciare un segno indelebile nella memoria del lettore.
Ascolta la puntata del FRIDAY COMIC BOOK PODCAST dove si parla di VAGABOND
lunedì 21 febbraio 2022
Intervista a Dan Panosian
di Guglielmo Favilla
(Nota: la seguente intervista risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)
Si tratta di una delle pellicole che preferisco e che ho visto e rivisto con mio padre più volte e a cui sono legato per molteplici motivi. Adoro poi altri film, molto differenti fra loro, ma ugualmente influenti per la mia opera come Gli Spietati e Conan il barbaro.
sabato 5 febbraio 2022
Slots: la ballata di Stanley Dance
di Guglielmo Favilla
(Nota: la seguente recensione risale all'Edizione 2018 di Lucca Comics & Games)
Al grido di “I believe in comics!” la missione di Robert Kirkman è sempre stata quella di dare agli autori di fumetti che stima la totale libertà creativa e la possibilità di esprimersi al meglio, senza limiti di generi o sotto-generi. Ed ecco che in mezzo a supereroi, morti viventi, super-dinosauri, lupi mannari, cloni, esorcismi, mostri interdimensionali, vampiri texani, futuri distopici, fantasy scatenati, sci-fi ad alto voltaggio e intricate crime-story, la storia semplice di Slots potrebbe lasciare perplessi.
La vicenda di uno scalcagnato pugile al declino – bastardo di razza ma sotto sotto dal cuore d’oro – in cerca di un ultimo riscatto personale e familiare è infatti il tipo di storia che l’inossidabile Kirkman ha permesso di pubblicare all’interno della sua Skybound (ormai fortissima etichetta all’ombra del colosso IMAGE). L’autore? Il “giovane” veterano dei comics Dan Panosian.
UNA LUNGA CARRIERA, UN ESORDIO IMPORTANTE
Americano di Cleveland ma di origini armene, Panosian inizia giovanissimo una gavetta in Marvel e DC e il suo nome diventa presto familiare a tutti lettori di comics agli albori degli anni '90. Il giovane Dan si fa le ossa come inchiostratore (soprattutto sugli X-Men) e poi disegnatore alla neonata Image, dove il suo stile ancora grezzo si adatta all’ infausta “estetica Liefeld” imperante all’epoca… seguono storie, copertine, ancora inchiostrazioni e un’importante carriera parallela come storyboarder e character designer per videogiochi, pubblicità, animazione e cinema. Infine un ritorno definitivo al fumetto, di nuovo in casa DC, Marvel, Image e BOOM! Studios e un miglioramento stilistico impressionante di cui Slots rappresenta la punta di diamante. Lontano dai supereroi con cui ha intrecciato la sua carriera e forte di una storia semplice e sentita, il suo stile deflagra finalmente in tutta la sua potenza.
"Mi sembra un po’ troppo vecchio per quel mostro. Sai qualcosa che io non so?"
"Se c’è di mezzo il mio vecchio, di sicuro non so un cazzo."
Sì, perché per Dan Panosian Slots non è solo un nuova pubblicazione, ma il suo esordio come autore completo (sceneggiatore, disegnatore e colorista). Una storia semplice, dicevamo, e tipicamente americana: Stanley Dance è un pugile semi-finito, sbruffone e simpatica canaglia che ha incasinato di brutto la sua vita. Cercherà di rimediare in qualche modo, tornando a Las Vegas dalla famiglia e dagli amori che ha lasciato per salvare la loro attività dal temibile Les Royal, con cui scopriremo avere una storia alle spalle piuttosto tormentata. In questa impresa apparentemente impossibile, la sfida più grande: cercare di riallacciare i rapporti con il figlio Lucy, abile combattente di MMA che nutre disprezzo per un padre che non ha mai davvero conosciuto. Il conflitto generazionale nella storia riecheggia i sentimenti contrastanti che lo stesso Panosian nutriva nei confronti del suo vecchio, ex pugile professionista divenuto poi grafico pubblicitario (come racconta l’autore nella postfazione del volume).
Slots risulta quindi un’opera prima dalla doppia rilevanza perché, oltre ad essere una graphic novel dove l’autore si scatena, -comprensibilmente-mettendo in un fumetto tutto ciò che ama (protagonisti magnetici e dolenti, incontri di boxe e MMA, donne bellissime, macchine polverose, pittoreschi comprimari), possiede anche una valenza catartica, rivelandosi una lettera d’amore malinconica a un padre che se n’è andato troppo presto.
L’(ANTI) EROE DELLA STRADA
"Ah, he sure was something…" (in italiano “Certo che era speciale…”) Sono le parole di James Coburn nel ruolo di Speed, gambler organizzatore di incontri clandestini, mentre osserva andarsene sullo stesso treno fantasma con il quale era venuto il solitario Chaney, interpretato da Charles Bronson. La scena chiude la pellicola di culto ed esordio del grande Walter Hill, “Hard Times” (da noi “L’eroe della strada”, 1975) mentre sale l’indimenticabile tema musicale di Barry De Vorzon. In qualche modo, “speciale” lo è anche lo Stanley Dance di Slots, sbruffone dalla faccia di bronzo e irresistibile figlio di una buona donna, caratteristiche che lo fanno assomigliare molto di più al personaggio di Speed rispetto al combattente Chaney. “L’eroe della strada” è stata una pellicola fondamentale per Panosian, amata da lui e da suo padre ed è interessante notare quanto le due opere, seppur fondamentalmente nate e ambientate in epoche e contesti diversi (il film di Hill è ambientato nel ‘29 tra la New Orleans e le terre bayou dell’America della crisi economica, Slots è ambientato ai giorni nostri in una Las Vegas dai “turbolenti bassifondi”) abbiano forti affinità. Sono esordi di due autori già a loro modo veterani dell’industria e con tanta voglia di mettersi in gioco: Hill arriva al suo esordio solista a “soli” 32 anni ma già con una lunga e densa gavetta da sceneggiatore e regista della seconda unità, Panosian alla soglia dei 50 anni dopo la gavetta importante di cui abbiamo parlato. Entrambe sono storie profondamente americane e hanno il sapore di una ballata dolceamara dove vige una perpetua atmosfera crepuscolare: ultime occasioni, combattimenti, irriducibili loser e piccola criminalità. Nel film fabbriche abbandonate, ferrovie fantasma, bar desolati; in Slots diner scalcagnati in mezzo al deserto, chioschi fumosi e appiccicosi di tacos, squallide palestre e casinò pacchiani in una Las Vegas accecante. Ma il primo film di Hill è fatto di “piani lenti, tristi e liquidi, che si trascinano come la stranezza della notte, come un sogno malato” (Giuseppe Turroni “Americana 2”, Bulzoni ed., 1978), di immagini dalla bellezza scarna e di un’ essenzialità assoluta (mai più così assoluta nei film successivi di Hill); si avvale inoltre di un montaggio chirurgico per le scene d’azione, assoggettato alle coreografie degli incontri e alle mosse del combattimento.
Panosian invece sfrutta le tavole con uno storytelling fresco e audace, divertendosi come può in piani ravvicinati, dettagli, controcampi improvvisi e primi piani insistiti giocando abilmente con le espressioni dei personaggi. Il suo “osare” tanto graficamente lo accomuna quindi al Walter Hill della seconda parte della carriera, quello dalle stile più fiammeggiante e barocco. Certe scelte di scansione ritmica delle vignette ricordano il montaggio musicale e alternato di uno “Strade di Fuoco”, i corpo a corpo sembrano la versione fumettistica di certe sequenze di “Johnny il Bello”, “Danko”, “Undisputed” o “Bullet to the Head”. In definitiva, a pensarci bene, Slots sembra essere un’opera hilliana nel profondo, il miglior distillato di una storia americana. E al pari di un film di Hill, come sottofondo durante la lettura starebbe divinamente la musica di Ry Cooder. O in mancanza, Barry De Vorzon.
IL DIAVOLO NEI DETTAGLI
Una storia semplice, quindi, ma con il diavolo nei dettagli, quelli attraverso cui un disegnatore sa creare un’atmosfera, un mondo: il volto di una donna che mostra il tempo passato attraverso un riflesso deformato su un bicchiere di gin, lo sguardo perso di un ingenuo omuncolo per le grazie di una spogliarellista del casinò… Il corollario di umanità della storia è un mix di diversi incontri fatti dall’ autore nella sua vita tra la Florida e New York. Panosian si diverte a far recitare con mille espressioni il piccolo sottobosco criminale, i reietti di Las Vegas; trova il modo di inserire i volti di suoi amici personali e perfino la sua (bellissima) moglie. E da novello sceneggiatore, l’autore rivela un gran gusto nei dialoghi e nel ritmo di battute che piacerebbero a Hill o ai suoi storici collaboratori David Giler e Larry Gross. Unico neo, un finale un po’ frettoloso, come se la durata di soli 6 numeri avesse costretto l’autore una risoluzione rapida. La cosa risalta di più all’occhio proprio perché in un fumetto del genere egregiamente costellato di sospensioni, di notturni urbani, di ampi spazi silenziosi nel deserto, contano i preludi prima ancora delle azioni e dei meri meccanismi narrativi. Ma si tratta di una facezia che non inficia il puro godimento visivo. In Slots troviamo un mix di tante ispirazioni di Panosian: c’è Klaus Janson, Howard Chaykin, Neal Adams e Jorge Zaffino… un tocco disneyano nelle espressioni e una spolverata di Norman Rockwell. Per un artista autodidatta che si definisce “in un apprendistato continuo” è un risultato mica da poco. E sì, ormai possiamo parlare di uno stile alla “Dan Panosian”.
CONCLUSIONI
SaldaPress propone una splendida edizione cartonata disponibile anche in una prestigiosa variant limitata di 200 copie: una resa eccellente, approvata entusiasticamente dallo stesso autore. Il volume rende giustizia anche alla plasticità del colore e all’utilizzo classico e fantastico dei simil-retini che ben contribuiscono ai passaggi più emotivi della storia. Slots suona come una ballata conosciuta. Come un buon pezzo rock orecchiato in un bar o un vecchio film iniziato alla tv da cui non riesci più a staccarti. Magari immagini già il finale, ma stai lì lo stesso e non vorresti che arrivasse mai. E quando arriva, ti immagini che sarebbe perfetto chiudere il volume ascoltando un pezzo di Ry Cooder. O in mancanza, di Barry De Vorzon…
Autore:
Dan Panosian
Editore: saldaPress
Collana:
Skybound
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 8 novembre 2018
Pagine: 144 p., Rilegato
-
EAN: 9788869194016
- EAN: 9788869194016
sabato 29 gennaio 2022
Jodi Taylor e i suoi storici curiosi
di Francesca Di Matteo
Ho scoperto i primi due romanzi di Jodi Taylor sugli storici curiosi per caso. Imbattendomi nei post instagram in cui la Corbaccio ne parlava, mi sono subito incuriosita.
La cosa curiosa era che la sinossi risultava stringata, come se affannasse nel cercare di irretire il lettore.
Dopo aver recuperato e letto poche pagine del primo volume la motivazione mi era chiara: è impossibile imbrigliare la genialità dell’autrice in un unico stile letterario.
“La confraternita degli storici curiosi” e “Le allegre scorribande degli storici curiosi” sono sì romanzi d’avventura e fantascienza dal ritmo vertiginoso, ma anche storie d’amore che si scontrano con svolte thriller e impennate -addirittura- horror ma sempre innervati dalla comicità e l'ironia irresistibilmente british dell'autrice.
Si entra a far parte della compagnia ridendo, piangendo e soffrendo con i personaggi, meravigliandosi e strabiliando insieme a loro di fantastiche scoperte o dolorose perdite, avvertendo sempre un senso di precarietà che ci insegue a ogni pagina: l’impossibile diventa possibile e l’inaspettato una costante, con un ritmo che incalza e mai stanca e che –perdonate il francesismo- morde le chiappe motivando il lettore a correre e scorrere con la storia.
Jodi Taylor riesce a creare un mondo nuovo, decorandolo in ogni piccolo dettaglio; niente è lasciato al caso, ogni evento ha una conseguenza e ogni azione ha una finalità. L’immaginazione dell’autrice sembra non avere limiti eppure non si perde, riesce con maestria a tessere un intreccio di storie che risulta sempre perfetto.
In piena crisi d’astinenza dopo aver divorato i due libri, non ho potuto fare a meno di contattare la Corbaccio chiedendo quando e se tradurrà e pubblicherà i prossimi volumi di questa epopea (la saga è arrivata a ben 12 capitoli, senza contare i racconti brevi...)
Correte in libreria e ordinate intanto il primo, vi prometto che vi innamorerete del St. Mary's.
Traduttore: Maria Elisabetta De Medio
Editore: Corbaccio
Anno edizione: febbraio 2020
In commercio dal: 2020
Pagine: 384 p., Rilegato
EAN: 9788867006489
domenica 21 novembre 2021
Hawkeye di Matt Fraction e David Aja | Come fare centro con l'essenziale
di Alberto Tollini
"Ok, this looks bad."
Con queste parole si apre Hawkeye di Fraction e Aja, con Clint Barton in caduta libera in una posa che ricorda molto una sequenza dell’Avengers cinematografico di Joss Whedon. Sono proprio il successo mondiale della pellicola diretta dal papà di Buffy - e l’entusiasmo dei lettori durante il Marvel Now- che spingono la Casa delle Idee a pensare ad una serie su Occhio di Falco, la quale però, come vedremo, condivide con la pellicola sugli Eroi più potenti della Terra solo il design del costume del suo protagonista.
Hawkeye infatti debutta in America nell’Agosto 2012, nel pieno della seconda ondata Marvel Now: per i meno avvezzi, con Marvel Now si intende un periodo editoriale iniziato nel 2011 dove tutte le serie sono ripartite dal numero 1 con nuovi team creativi, un gigantesco starting point per attrarre nuovi lettori, spinti anche dal sempre maggiore successo del Marvel Cinematic Universe. In questa cornice, si pone come detto la nuova serie su Clint Barton di Matt Fraction e David Aja, a cui si aggiungeranno Francesco Francavilla, Javier Pulido e Annie Wu, un team artistico capace dal 2012 al 2015 di stravolgere il concetto del fumetto di supereroi mainstream con una serie premiata con ben due Eisner Awards.
Ricordo l’iniziale scetticismo per questa serie di due dei tre autori artefici di The Immortal Iron Fist, l’apprezzatissima run del 2006, considerata ancora oggi uno dei migliori cicli su Danny Rand, da me recuperata solo in seguito. In quegli anni infatti Fraction, reduce da una run quadriennale su Iron Man e da una meno fortunata esperienza sul Tonante culminata con il maxi evento Fear Itself, è uno degli autori Marvel più quotati, un cosiddetto Architetto del Marvel Universe. Ora, io a Matt Fraction voglio un gran bene e lo apprezzo davvero molto come sceneggiatore, soprattutto per le sue serie indipendenti come Sex Criminals e Casanova, ma i lavori appena citati mi avevano (e continuano) a lasciarmi piuttosto indifferente; aggiungete poi che all’epoca ero estraneo all’arte di Aja ed ecco spiegato il mio iniziale scetticismo.
Il concetto alla base di Hawkeye è molto semplice: Clint Barton è un Avenger, ma quando non è impegnato a salvare il mondo è semplicemente un tizio con una mira infallibile che non può fare altro che aiutare gli altri. Una premessa semplice, non particolarmente accattivante sulla carta, ma vincente. Un unicum della produzione Marvel Comics, capace di creare un genere a sé stante. L’intento di Fraction è quello di portarci nella quotidianità di Clint Barton, dove salvare un cane da morte certa, riparare il videoregistratore del vicino o organizzare una grigliata collettiva sul tetto dello stabile diventano dei veri e propri atti di eroismo. Ovviamente però la serie non è solo questo: oltre alle problematiche di tutti i giorni, Clint si troverà a fare da mentore, o almeno così crede, a Kate Bishop, la Hawkeye degli Young Avengers, e a fronteggiare un’organizzazione criminale russa, la cosiddetta tracksuit mafia, che mira ad impadronirsi del quartiere dove risiede Clint.
Hawkeye quindi rappresenta una boccata d’aria fresca nel panorama del fumetto mainstream che ancora oggi non conosce eguali. Senza dover ricorrere al paradigma decostruzionista dell’eroe, di solito accompagnato dalla relativa componente grim and gritty, con leggerezza, ironia e tanto sentimento Matt Fraction definisce un nuovo concetto di eroismo, molto più concreto e alla portata di tutti. Un percorso lungo 22 numeri, nei quali Fraction, a metà del racconto, divide il focus narrativo tra i due Hawkeye. Un espediente che consente allo sceneggiatore di Chicago di tratteggiare i limiti, le differenze e neanche a dirlo le similitudini tra i due arcieri. Dal rapporto e dalle dinamiche mentore-allieva dei primi numeri, si sviluppano due storyline distinte, grazie alle quali conosceremo meglio i due protagonisti.
Kate è un’eroina forte ma allo stesso tempo è una ragazza insicura, costantemente alla ricerca di approvazione e di affermazione. Nel tentativo di dimostrare al mondo, ma principalmente a sé stessa, di non essere solo l'ennesimo Occhio di Falco, la giovane si allontanerà da Clint, spingendosi sulla Costa Ovest per trovare l’indipendenza tanto agognata. Clint Barton invece, cerca in tutti i modi di fare la cosa giusta, di aiutare il suo prossimo ma ciò ogni volta non è mai abbastanza. Il Clint Barton di Matt Fraction è la quintessenza dell’uomo comune, delle sue fragilità e della sua forza. Nella storyline dedicata all’eroe creato da Stan Lee e Don Heck, lo sceneggiatore dell’Illinois tratta tematiche importanti come l’abbandono, l’affrontare i propri handicap fisici e la depressione. Quest’ultimo è un argomento caro a Matt Fraction, il quale ha dichiarato più volte di aver sofferto di depressione da giovane e di essere giunto ad un passo dal suicidio. La sofferenza di Clint permette all’autore di sensibilizzare il grande pubblico sul delicato tema della depressione, mostrando come il chiedere aiuto e l’affetto dei propri cari rappresentino due soluzioni per affrontare, e perché no, sconfiggere questo grande nemico.
Dicevamo come Hawkeye rappresenti un unicum per il fumetto seriale supereroistico. Una produzione dall’animo indie che si distingue non solo per sceneggiatura ma anche per il comparto artistico. Nell’arco di 22 numeri la serie ha coinvolto artisti come Javier Pulido, Steve Lieber e Francesco Francavilla come guest artist, mentre Annie Wu si è occupata di realizzare gli albi incentrati su Kate Bishop, ma è innegabile come l’arte di David Aja abbia rubato la scena. La prova dell’artista spagnolo è maiuscola: un perfetto connubio tra la narrazione sequenziale del comic book e la sintesi dell’infografica. Una commistione insolita, atipica per il medium ma che funziona dannatamente bene.
Se già le tavole di Iron Fist avevano convinto per sintesi e soluzioni, su Hawkeye Aja sublima queste due componenti in un perfetto minimalismo. La bidimensionalità delle tavole, l’abilità nell’uso della griglia a 9 per narrare, la rappresentazione grafica del linguaggio dei segni che si amalgama alla regia del racconto e tutta una serie di virtuosi accorgimenti adottati dal disegnatore rendono Hawkeye un fumetto carismatico e d’avanguardia. Una dimostrazione di stile e personalità senza eguali, che varranno a David Aja il premio Eisner come Miglior Artista del 2013.
Una sinergia superlativa quella tra Fraction e Aja che riflette nella lettura della serie. Per il lettore infatti Hawkeye diventa una vera e propria esperienza, capace di coinvolgere i nostri sensi, anche grazie alla playlist suggerita dai due autori all’inizio di ogni numero.
Insomma, una lettura obbligatoria dove la vena autoriale di Fraction e la genialità dell’arte di Aja vengono declinati all’interno del contesto supereroistico, privato del suo elemento super; una sinergia perfetta che rende rende Hawkeye un’opera irripetibile.
Potete trovare i 22 albi americani raccolti in 4 tp, due oversize hardcover, oppure in un unico omnibus italiano recentemente ristampato da Panini Comics.












